Teatro Ellenistico-Romano (Naro AG)

Teatro ellenistico – romano (Naro AG)

Quando questa fase transitoria finirà, sperando presto, dovremmo ripartire ed io ho una proposta per l’On. Sindaco di Naro e la sua giunta. La mia richiesta consiste nella consistenza della mia scoperta di un Teatro Ellenistico – Romano a Naro. Io ho agito da topografo antichista attraverso le foto satellitari e un primo procedimento di studio sul campo. Lo strato di crollo che ho incontrato in un giardino in loco è del XVII- XVIII secolo quindi è deducibile che possiamo dare un datazione post quem per la scomparsa del teatro. Di fatti né l’Aurea Fenice né altri scritti ne parlano. L’essenza della mia proposta sta in rilevamenti della Cavea attraverso uno strumento topografico che si chiama livella ottica tramite l’ingaggio di un ingegnere e una seconda fase di scavi perimetrali – saggi di tre metri per tre -su via del teatro vecchio e su via Archeologica. In caso di esito positivo una ricostruzione AutoCad del Treatro e vari scritti scientifici sulle varie fasi. Ho già una volta presentato la proposta all’On Brandara ed è stata bellamente ignorata. Speriamo nel futuro.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Apparato scientifico*

  1. Il culto ancestrale
    Sogno 6.
    Il lupo, l’orso e il rettile primordiale. « Sono presente a una « soirée » che trovo particolarmente noiosa.
    Passo nella stanza vicina. Vedo in un angolo due ninnoli rappresentanti degli animali, con i quali mi metto a
    giocare. Uno di questi animali è un orso della grandezza comune d’un orso di « peluche », l’altro è un lupo.
    La taglia del lupo è pressappoco quattro volte inferiore a quella dell’orso, e i suoi piedi sono forniti di
    unghie aguzze. Mi viene in mente che queste unghie fanno di lui qualche cosa di assai vivo e nello stesso
    tempo di molto pericoloso, di modo che bisognerebbe prenderlo fermamente per la pelle del collo. È ciò che
    faccio per impedirgli di volgersi e di graffiarmi. Poi permetto al lupo di graffiare il pelo dell’orso, dicendo a
    quest’ultimo di non aver paura, perché io baderò a che il lupo non gli faccia del male. Tuffa un tratto il lupo
    sfugge dalla mia mano. Esso si mette in salvo fuori della stanza, poi fuori della casa, e io so che, una volta
    fuori, crescerà prestissimo e diventerà un animale enorme e pericoloso. Qualcuno mi dice che io mi accingo
    a fare l’esperienza del rettile primordiale, del serpente gigante che circonda il mondo, o, come si potrebbe
    anche dire, del drago avversario dell’uomo »
    Sogno 7.
    La casa del Raccoglimento. Giungo a una casa particolarmente solenne, la “casa del raccoglimento”. Sullo
    sfondo ardono molte candele disposte secondo un ordine particolare, con le quattro punte convergenti verso
    l’alto. Dinanzi alla porta, un vecchio. Entra gente. Nessuno parla: tutti sono immobili per concentrarsi in un
    intimo raccoglimento. Il vecchio davanti alla porta dice ai visitatori: “Quando escono sono puri”. Ora io
    stesso entro nella casa e posso concentrarmi in perfetto raccoglimento. Allora una voce dice: “Ciò che stai
    facendo è pericoloso!” La religione non è una tassa che devi pagare per fare a meno dell’immagine della
    donna, perchè di quest’immagine non si può fare a meno. Guai a coloro che usano la religione come
    surrogato di un’altro aspetto della vita dell’anima; sono in errore e saranno maledetti. La religione non è un
    surrogato, bensì il coronamento ultimo di ogni attività dell’anima. La tua religione deve nascere dalla
    pienezza della vita, soltanto allora sarai beato”. Insieme all’ultima frase, pronunciata a voce particolarmente
    alta, odo una musica lontana; semplici accordi di un organo. Qualcosa in essi ricorda il motivo
    dell’Incantesimo del fuoco di Wagner. Uscendo ora dalla casa vedo una montagna in fiamme e sento che “un
    fuoco che non si può estinguere è un fuoco sacro.”
    La prima fase di strutturazione del sogno sviluppa l’idea trasfigurata della casa dell’antenato già proposta in
    questi scritti. L’assurgere alla purezza connota il trattamento del tabù come nel caso della statua di culto
    nell’antico egitto. Il resto del lavoro onirico rappresenta gli archetipi usuali, acqua, montagna, fuoco.
    Sogno 8.
    La chiesa del Signore. Tutte le case hanno qualcosa di scenico, di teatrale, quinte e fondali: viene fatto il
    nome di “Bernard Shaw”. La commedia si svolgerà in un lontano futuro. Su una quinta è scritto in inglese e
    in tedesco:
    “Questa è la chiesa cattolica universale.”
    “è la chiesa del Signore. “
    “Tutti coloro che sentono di essere strumento di Dio, entrino.”
    E sotto, in carattere più piccoli: “La chiesa è stata fondata da Gesù e da Paolo”, qusi si volesse vantare una
    ditta di antica data. Dico al mio amico: “Vieni diamo un’occhiata.” Risponde: “Non riesco a capire perchè
    la gente quando ha sentimenti religiosi debba raccogliersi in massa.” Gli rispondo: “Come protestante non
    lo comprenderai mai.”. Una donna mi approva vivamente
    Sogno 8.
    II serpente guida: Insieme a mia madre sono per un viottolo
    di campagna — la madre è a sinistra — sono come adirato
    con lei; il viottolo diventa un sentiero sempre più stretto, che
    sale ripidamente verso un monte brullo: mia madre mi dice
    di procedere per primo; alla prima curva a sinistra del sentiero
    mi volto; mia madre non c’è più, c’è un grosso serpente
    che mi segue: ho una paura folle, però non riesco a scappare,
    anzi rimango come impietrito; allora il serpente mi supera
    e prende il primo posto ed io sono costretto a seguirlo,
    però ora ho meno paura.
    Situazione personale: Adolescente maschio anni 14; estroverso;
    orientamento omosessuale; dipendenza dalla madre autoritaria
    e leader della famiglia, opposizione al padre (troppo debole e
    sottomesso alla madre).
    A Lanuvio nel tempio di Giunone Sospita (come del resto anche a Delfi) ogni anno aveva luogo il rito
    ordalico del serpente sacro alla dea, che era custodito in una caverna vicino al santuario. Una giovinetta
    doveva offrire il pasto al serpente e, da come l’animale gradiva il cibo, se ne traeva la certezza sulla
    verginità della fanciulla e sulla fertilità dell’annata.
    Sogno 9.
    II serpente affascinatore: Vedevo la mia casa bruciare e tra
    le fiamme uscivano fuori tanti serpi; uno di essi, il più grande
    di tutti, appena messosi in salvo, si attorcigliava attorno al
    tronco di un grande albero altissimo e si metteva a guardarmi
    fissamente; era come se mi ipnotizzasse, ero attratta
    sempre più forte e alla fine senza quasi accorgermene mi
    trovavo proprio di fronte all’albero; quando il serpente schiudeva
    la bocca come per inghiottirmi, la mia paura era tanto
    grande e riuscivo a scappare; allora sentivo il serpente che
    diceva: sono cattivo soltanto quando scappi. Mi sono svegliata
    con tantissima paura.
    Situazione personale: Adolescente femmina anni 12; estroversa;
    pseudo-anoressia psicogena; grave identificazione secondaria
    con la madre iperansiosa e iperprotettiva; sintomatologia successiva
    alla morte del padre; rapporto padre-madre con opposizione
    tipologica.
    Sogno 10.
    II serpente custode: Ero nel mio letto quando ad un tratto
    è venuto un serpente buono di tanti colori; subito ho avuto
    tanta paura, ma poi il serpente ha circondato il mio letto ed
    io ho sentito un gran sonno; così mi sono addormentato
    contento.
    Situazione personale: Bambino di cinque anni e mezzo che
    soffriva di enuresi notturna; estroverso; difficoltà affettive
    fra i genitori e specifiche difficoltà nella relazione bambinomadre.
    Sogno 11.
    II serpente che imprigiona: Mi trovo nel mio banco a scuola,
    un piccolo serpente spunta di sotto il pavimento; io rimango
    paralizzato e lui mi sale sulla gamba destra e piano piano
    si fa sempre più grande e più pauroso e mi avvolge completamente
    in tutto il corpo; vorrei urlare ma non posso; la professoressa
    non si accorge di niente; sono tutto bloccato, solo
    la faccia è libera e allora faccio le mie smorfie (tics); mi risveglio
    e posso finalmente chiamare la mamma.
    Situazione personale: Adolescente maschio di 11 anni;
    introverso, orfano di padre; madre autoritaria ed impositiva;
    distacco sociale.
    Sogno 12.
    II serpente terapeutico: Sono in auto con G. — donna con
    cui ho una relazione extra-matrimoniale —; stiamo cercando
    un bel posto dove fermarci per fare all’amore; vedo in lontananza
    un piccolo bosco, la strada ci deve passare vicina;
    infatti subito dopo ci arriviamo e scendiamo dalla macchina.
    Mi metto a sedere ed invito G. a fare lo stesso; all’improvviso
    comincia a piovere, G. di corsa rientra in macchina, io
    invece rimango a prendermi l’acqua, che mi da un certo piacere;
    quasi contemporaneamente dalla strada, ma dalla direzione
    opposta a quella da cui siamo venuti noi, arriva un
    vecchio « barbone » zoppicante, con un bastone tutto nodoso
    e sinuoso; quando mi vede, esce di strada e mi si avvicina;
    mi sorride con comprensione e benevolenza, poi mi addita
    allungando il suo bastone, che così facendo si trasforma in
    un serpente bianco e nero. Il serpente con movimento vorticoso
    mi avviluppa dai piedi alla testa e subito dopo scompare;
    con lui è scomparso anche il vecchio, senza che io abbia
    avuto neanche il tempo di aver paura. Sono come stranito,
    mi sento diverso, come guarito, ma non so di quale malattia;
    torno infine alla macchina e dentro trovo una donna
    tutta nuda, bionda, è come il mio ideale di donna; ci faccio
    all’amore con enorme trasporto.
    Situazione personale: Uomo di anni 38, sposato; ipertrofia
    estroversiva; gravi difficoltà nel rapporto con la donna; dissociazione
    ancora permanente fra « donna negativa » e « donna
    positiva»; con quest’ultima, moglie inclusa, presenta impotenza
    sessuale; neurosi isterica
    Come spesso Marc Bloch ha riportato sin dal XI secolo i re di Francia guarivano dalla scrofolosi ma che il
    primo ad assumere ufficialmente questa virtù, oltre alla santità, fu Luigi IX. In Inghilterra Enrico III è stato il
    primo a beneficiare pienamente della taumatirgia. Questo potere taumaturgico che si riannoda all’immagine
    del Cristo medico – miracolistico si incontra sotto forme diverse. In Castiglia, ad esempio, il re ha avuto
    talvolta il potere di guarire i posseduti dal demonio, è un re esorcista. Scrive Sir James Frazer: “si crede che,
    nelle isole del Pacifico e altrove,, certu re vivano in un’atmosfera carica di una specie elettricità spirituale, la
    quale pur folgorando gli indiscreti che penetrano nel suo cerchio magico, possiede egualmente per un felice
    compenso, il privilegio di rendere la salute con il semplice contatto. La scrofola ricevette verosimilmente il
    nome del male del re, poichè si credeva il tocco del re suscettibile sia a darla, come a guarirla. I re di Francia
    e di Inghilterra hanno potuto diventare medici dacchè erano già da tempo personaggi sacri: Sanctus enim et
    christus domini est”. I re erano dunque assorbiti alla figura di Cristo, difesi contro i malvagi dal precetto
    divino, perché Dio stesso disse: “Non toccare il mio Cristo”. Nel 787 il Concilio di Chalsea ricordava, nei
    confronti del re, questo comandamento. Da molta gente i sacerdoti carichi di effluvi sacri, erano considerati
    una specie di maghi, e come tali ora venerati ora odiati. Nel regno di Danimarca, nel secolo XI, erano ritenuti
    responsabili delle intermperie e dei contagi allo stesso titolo delle streghe, e, all’occorrenza, li si perseguitava
    come artefici di tali mali, così aspramente che Gregorio VII dotte protestare. In Inghilterra sotto i
    Plantageneti il cerimoniale del “Buon Venerdì”, con l’adorazione della croce da parte del re, si arricchì di un
    rituale singolare. Non appena terminate le prosternazioni, il monarca inglese, accostandosi all’altare vi
    deponeva l’offerta di una certa quantità di oro e di argento, sotto forma di belle monete, fiorini, nobili o
    sterlene; poi le riprendeva, le riscattava come si diceva, mettendo al loro posto una somma equivalente in
    monete qualsiasi e, con i metalli preziosi donati per un momento donati e poi subito recuperati, faceva
    fabbricare degli anelli. Questi anelli erano considerati capaci di guarire da certe malattie. Le malattie in
    questione sono gli spasmi muscolari e l’epilessia. Proprio per questo prenderanno il nome di cramp- rings,
    anelli contro il crampo.
    Sogno 14.
    Metamorfosi della Tartaruga. La nostra tartaruga maschio cammina verso il muro della stanza, però
    cammina assai più velocemente del normale. Arrivata al muro, vedo che sta cambiando, che sta facendo una
    metamorfosi… è diventata un bell’uccello tropicale, di colori molto vivaci. Adesso anche la tartaruga
    femmina diventa un uccello, di colore e forma un po’ diversi dall’altro, ma abbastanza simili. Vengono a
    stare sulla mia mano e mi guardano interessati. La tartaruga maschio, Alessandro, lascia la mia mano e
    diventa di nuovo una tartaruga, ma di tipo diverso: è verde molto scuro e ricco… è molto liscio… il guscio è
    più elastico. Ha sempre la forma della tartaruga; ma la sostanza di cui è fatto sembra quasi quella della
    rana, però un po’ più dura. Non è brutto per niente, anzi è molto bello cosf. Lo tocco e vedo che il guscio è
    molto piatto al confronto di prima. Lo associo con il mare. Lo guardo molto attentamente e so che in lui è
    una potenza, una fluidità, un etere vivo spettacolare e molto elementare. So che in questo momento egli sta
    compiendo una metamorfosi e chs fra qualche istante sarà un’altra creatura. Sono affascinato da questo
    awenimento e sto aspettando il suo esito »
    Ricordo la saga del totem presso i Moicani è la consueta assimilazione con l’antenato. Anche il mare è un
    particolare caratteristico del processo di apoteosi.
  2. Cosmogonia
    Sogno 15.
    II serpente solare ed il serpente lunare: Mi rendo conto che sto
    sognando, c’è come un pensiero nel sogno che mi avverte
    di questo, cioè che si inizia il sogno e che si tratta del « mio
    sogno ». Vedo il cielo tutto stellato, la luna sta impallidendo, le
    prime luci dell’aurora avvertono del sorgere del sole. Infatti
    comincia a sorgere all’orizzonte sulla destra, vedo che la sua
    ascesa è molto rapida. Raggiunge molto presto lo zenith e vi
    si ferma; posso contemplarlo senza fastidio alcuno; la corona
    raggiata di luci del sole si presenta come sinuosa,
    vermiforme. Continuando a guardarlo fissamente, vedo che
    dentro al sole ci sono due serpenti uno nero ed uno bianco
    strettamente avvinghiati, come in un abbraccio supremo.
    Sento il solito pensiero di prima che mi avverte che si tratta
    della coppia del serpente solare e del serpente lunare. Mi
    sveglio con uno stato d’animo di grande emozione e piango e
    poi mi viene da pregare.
    Situazione personale: Uomo di 45 anni, estroverso; sposato;
    residui di dipendenza dalle figure genitoriali, notevoli interessi
    religiosi emersi nel processo analitico.
    Presso gli antichi la relazione serpente-luna si estende al rapporto luna-mestrui, ed in Germania, in Francia
    ed altrove, le donne, nel periodo mestruale, temono che un serpente entri loro in bocca nei sonno e le
    ingravidi. Negli ambienti rabbinici, si crede che le mestruazioni dipendano dalle relazioni di Eva col serpente
    del Paradiso Terrestre. D’altro canto bisogna qui notare l’inversione che si produce in favore del re medievale
    dell’antica concezione della malattia regia, il morbus regius, che sia l’ittero che la lebbra, inversione che in
    qualche modo fa del re non la vittima ma il guaritore di particolari malattie. Il serpente presso tutti i popoli è
    legato alla simbologia della luna e delle acque; In India le donne che desiderano un figlio adorano il cobra,
    ed i due serpenti intrecciati sono simbolo di fertilità. In Grecia le donne chiedevano un figlio nel tempio di
    Esculapio ad Epidauro; e si dice che la madre di Augusto lo concepisse dall’ amplesso con un serpente nel
    tempio di Apollo

*Apparato scientifico dalla Società di Psicologia Analitica

La solitudine al tempo del Covid-19

C’è una tradizione in fisica quantistica che il nucleo minimo della luce è un contatto magnetico simile a un bacio. Quel bacio è l’anima. Al tempo del Covid-19 quell’elemento viene depauperato, offeso, impedito. Il metro che ci separa è il metro della solitudine. Premetto che ogni espediente per frenare il contagio è ben accetto ma sappiate che quel metro – oltre il virus – lo ricreiamo noi con gli altri naturalmente. Il secolo del nichilismo è anche il secolo della solitudine. Questa segna ogni giorno la nostra vita e quindi quel metro diventa simbolo di un epoca, di un divenire. Una parola gentile, amorevole, un mazzo di fiori, un profumo. Molto spesso basta poco per riempire quel vuoto, un vuoto amaro d’amore. Il sole tornerebbe a splendere con un umanità umana. Quella particella che Dio a donato alle sue creature tornerebbe ad avere una funzione. Due anime possono sentirsi in silenzio ma è con le parole che destrutturiamo la solitudine da Covid-19. Un profumo familiare, uno sguardo tenero è niente esiste più né morbo né difficoltà. Gli occhi curano l’anima, la bocca li sospinge dandole un senso sacro.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – l’anima e il serpente

  1. L’archetipo dell’anima e Il culto ancestrale: eventuali riflessi cognitivi e psichici
    Approcciandoci all’anisi dell’archetipo dell’anima dobbiamo prendere in considerazione l’andamento
    diacronico del termine anima nella speculazione teologica e metafisica. Asseriamo innanzitutto come tutte le
    civiltà vedono nell’anima qualcosa di incorruttibile ed eterno, qualcosa di divino. L’immagine della divinità
    viene serbata e relegata nell’anima, per questo quando parliamo di questa discutiamo essenzialmente della
    natura stessa del divino. Cos’è la divinità? Come si ci approccia ad essa? Queste domande seguono lo stesso
    percorso dell’uomo, sono sempre presenti e sono stati sviluppate in maniere parzialmente diverse da ogni
    cultura o società. Il legame tra essenza e divinità ha radice profonda nella cultura orientale – l’Upanisad – e ci
    perviene grazie agli studi sul misticismo di Parmenide, Eckhart e Schopenhauer – tra gli altri – “.. il mistico
    muove dalla sua esperienza individuale interiore, in cui si riconosce come il centro del mondo e l’essere
    unico ed eterno..” Per dare una definizione del concetto di conoscenza in questo senso “..è il sapere, cioè,
    oltrepassare il sapere finito all’acquisizione del sapere infinito come operare del Sè in ogni essenza ed esserci
    venuto al giorno nel soggetto assoluto”. Da queste due frasi deduciamo l’intima essenza con cui la divinità si
    manifesta nell’uomo e qual’è la prassi teologico-filosofica per approcciarsi ad essa. Questo sapere è la porta
    dell’anima nel suo diagolo ultraterreno. I passi che seguono riprendono questa tradizione. Il primo fa parte
    della cultura orientale mentre il secondo fa parte della nostra tradizione patristica essendo questi imputato a
    Sant’Agostino. Analizziamoli scindendoli:
    “Dice Krsna, ovvero Dio: “impara che la parola ksetra significa corpo, e ksetra-jna colui che lo conosce.
    Sappi che io sono questo ksetra-jna in tutte le forme mortali. La conoscenza di ksetra e ksetra-jna è ciò che
    io chiamo jnana, la Sapienza”
    ( Upanisad )
    “Vediamo al di sopra di noi rifulgere i luminari, il sole bastante il giorno, la luna e le stelle confortanti la
    notte: e per essi è segnata ed espressa la successione del tempo. Vediamo l’elemento umido dovunque
    prolificante pesci, mostri marini e uccelli (…) Vediamo la superficie della terra abbellirsi di animali,
    terrestri, e l’uomo fatto a tua immagine e somiglianza che regna su tutti gli animali irrazionali appunto per
    questa tua immagine e somiglianza, ossia in forza della ragione e dell’intelligenza”
    ( Le Confessioni, Sant’Agostino)
    In entrambi i passi l’imago della divinità è qualcosa di raggiungibile, una forma pura nella corruttibilità della
    carne. Ancora più selettivi e radicali erano gli gnostici. Questa corrente di pensiero si diffuse intorno alla fine
    del I secolo d.C. – inizi del II secolo d.C. Il loro rappresentante principale era Valentino, vissuto ad
    Alessandria nel II secolo d.C. La maggior parte dei documenti gnostici presenta una serie coerente di
    caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla,
    proveniente dal mondo divino, che deve essere risvegliata dalla parte, dell’uomo interiore per essere
    finalmente reintegrata nella realtà celeste. La metafisica e l’antropologia gnostiche sono affini al dualismo
    platonico, che contrappone il mondo divino a quello della materia e della necessità, ma, mentre Platone non
    condanna il mondo terreno, lo gnosticismo lo svaluta radicalmente e ne sottolinea la corruzione. Proprio in
    quest’ottica la creazione del mondo per gli gnostici sarebbe da attribuire non al Dio unico ma ad esseri di
    rango inferiore che non conoscevano il vero Dio o si sollevavano verso di lui. Per lo gnostico il mondo è un
    luogo malvagio ed estraneo, una prigione. La rivelazione spiega a questi perchè esiste e perché si trova nel
    mondo, e sopratutto gli dà la conoscenza salvifica necessaria a fuggire verso il vero e unico Dio, la patria
    lontana, il mondo della Luce. L’imago è presente in Omero è connota sia divinità che defunti; c’è
    l’immagine di Persefone e c’è quella Eacide. Dei ed eroi ( o defunti in generale) hanno la stessa qualifica di
    identificazione.
    Sorger lo spirto del Peliade Achille,
    Di Patroclo, d’Antìloco, e d’Ajace,
    Che gli Achéi tutti, se il Pelíde togli,
    Di corpo superava, e di sembiante.
    Mi riconobbe del veloce al corso
    Eacide l’imago; e, lamentando:
    O, disse, di Laerte inclita prole,
    Qual nuova in mente, sciagurato, volgi
    Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?
    (Odissea XI )
    La terminologia che userà Carl Gustav Jung per il suo archetipo dell’anima è possibile accettarla come
    qualcosa però di specifico. Risulta vero che nell’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè archetipi
    ancestrali, che ci rimandano a qualcosa di “assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”. Ma non è solo
    questo. L’incontro con engramma ancestrale o dell’anima è un incontro della psiche con la dualità consueta
    (ciò che è benevolo, tollerante e amorevole e ciò che è occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti). La
    mente legge l’archetipo dell’anima con gli stessi parametri dei miti di creazione e dell’archetipo uterino. Non
    vi è ratio, ius, nell’inconscio ma “impulsi naturali” che vengono man mano soppressi dalle acquisizioni Super
    Io. Scrive Jung:
    “È un fattore nel senso proprio del termine. Non può essere fatta; è sempre l’elemento aprioristico di
    umori, reazioni, impulsi e di tutto quello che esiste di spontaneo nella psiche. […] Con l’archetipo
    dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè la regione che la metafisica ha riservato a se stessa. Tutto quel che
    l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”
    Abbiamo la certificazione di questo processo di apoteosi e culto ancestrale nella casa di Lafkandi/Xieropolis.
    La struttura, abitazione del basileus datata al 950 a.C., presenta schema perimetrale rettangolare allungaro
    con peristasi: una corte esterna immetteva nel vestibolo che si collegava ad una sala dalle caratteristiche
    probabilmente triclinari – rappresentanza e/o simposio; all’area domestica si associano tre ambienti ricavati
    dall’abside terminale fruiti rispettivamente come Thalamoi, Thesauros e magazzino per la conservazione
    delle derrate. Dalla ricostruzione analitica fatta da I. Protodikos della casa di Ulisse – così come esposta
    nell’Odissea – ci pervengono le somiglianze strutturali, perimetrali, architettoniche. Le connotazioni cultuali
    dell’edificio ancor più palesi dal ritrovamento al centro del vano maggiore di due sepolture, una cineraria – in
    un vaso cipriota di pregevole fattura – e una inumazione di un’individuo di sesso femminile. Quest’ultima
    rientra ritualmente e simbolicamente nel sacrificio mirante l’apoteosi del defunto – rito delle suttee. Un
    sepolcreto di perimetro semicircolare si costituirà intorno a tale edificio nelle fasi successive alla morte del
    propretario e della vita dello stesso. è mio parere, comprovato da quanto detto, che siamo alla radice
    neonatale del tempio di stile greco, l’assunzione da parte del basileus di connotati eroici – quindi semidivini –
    conduce a far si che la sua residenza sia soggetta a caratteri rituali che nei secoli successivi permangono
    strutturalmente e architettonicamente. E forse questo senso và attribuito alle parole vetero testamentarie in
    Re,13-29 e a quelle che seguono del Nuovo Testamento.
    “Ti ho costruito una casa per tua dimora
    un luogo per tua eterna residenza”
    “Allora i Giudei presero la parola è gli dissero: ” Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro
    Gesù: ” Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo
    tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del suo
    cor
    Nall’antico Egitto il Duat ( l’Ade ) è ” un’immenso e lunghissimo tempio diviso in un certo numero di camere
    separate da porte alle cui estremità vi è un cortile esterno e un pilone che tiene stretti insieme il mondo che è
    all’interno del tempio e quello che è all’esterno.” Secondo la tradizione con il tramonto le anime si
    imbarcavano, attraversavano il mare, e raggiungevano questa vera e propria “isola dei morti”. Giuntì colà
    accedevano ai compartimenti ultramondani attraverso un vestibolo e porte specifiche. Questa “apertura delle
    porte” veniva espressa ritualmente nell’apertura delle porte del naos spezzando i serramenti, staccando i
    sigilli e facendo scorrere i catenacci. In seguito si scomponeva la statua della divinità e la si ricostruiva.
    Questa si puliva con acqua ed incenso e la si vestiva di indumenti cerimoniali ungendola con particolari oli
    profumati. Infine la si riponeva nel vestibolo “proprio come la mummia o la statua del morto nel rituale
    funebre”. Credo sia elonquente quanto detto ma un’annotazione breve serve per chiarire definitivamente
    alcuni punti. Il rapporto con la statua della divinità, il suo stesso trattamento di disfacimento e
    ristrutturazione, indica chiaramente un suo rapporto generalizzato con il concetto di morte in generale. Solo
    presupponendo una radice ancestrale della religione antica può intercorrere questo nesso ambiguo. Oltre ciò
    l’immagine divina viene trattata come se si dovesse purificare dalla violazione di un tabù. Lo spostamento in
    luoghi particolari e la pratica della lustrazione, infatti, erano connesse al trattamento di diverse forme di
    “impurità rituale”. Una particolare e peculiare affinità ci avvicina ai tabù in cui intercorre la paupera, ed in
    seguito il bambino, nel periodo neonatale. Nell’india vendica al nascituro si recita un orazione alla fine della
    quale gli si concede un talismano: “Prendi possesso di questo incantesimo di immortalità … Io ti porto il
    soffio vitale e la vita; non andare verso le nere tenebre … restane indenne; va verso la luce dei vivi che sta
    davanti a te..”. La posizione che fa tendere il bambino tra il mondo dei vivi e quello dei morti definisce come
    queste due costanti siano intrinsecamente collegate. Nel libro XI dell’Odissea gli spiriti vengono richiamati
    attraverso un rituale che fà di questo nesso costrutto portante sia a livello simbolico che a livello psichico:
    Trass’io la spada, e un cubito profonda
    Da tutti i lati vi scavai la fossa;
    Cui d’intorno ad onor de’ trapassati
    Primamente col mèl versava il latte.
    Indi ’l vin puro e la chiara onda; e ’l tutto
    Di bianca cereal polve aspergea.
    Molto a’ levi indi orai capi dell’ombre
    (Odissea lib XI ver 30 – 36 )
    Il latte e il vino rappresentano rispettivamente l’allattamento neonatale e il sangue sacrificale indicando la
    radice comune dei due fattori. Nella Sura IV ( An-Nisâ’, Le Donne) si prescrivono metodologie rituali per la
    purificazione dall’ impurità ( janada, junud ):
  2. O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri finché non siate in grado di capire quello
    che dite; e neppure se siete in stato di impurità finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in
    viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non
    trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In
    verità Allah è indulgente, perdonatore.
    In Russia, nei governatorati di Penza e di Simbirsk, si usava celebrare il funerale di una divinità in maniera
    per certi versi abbastanza simile. Il dio in questione prende il nome di Kostroma e il rituale secondo la
    tradizione veniva fatto il 28 di giugno. La cerimonia prevedeva che una ragazza imitasse la divinità ed
    insieme alle proprie compagne venisse accompagnava nelle rive di un fiume per bagnarsi nell’acqua.
    Ritornati al villaggio si profondevano in processioni rituali, giochi e danze. Un processo architettonico
    analogo a quello poco innanzi indicato per la casa-tempio di origine greca si ha per il contesto latino.
    “.. Il tipo di casa con tre stanze diviene tipico e offre un significativo parallelo con il tempio etrusco a tre
    celle – Capitolium – (…) il vano trasversale delle tombe corrisponderebbe al pronao porticato del tempio..” ed
    ancora “…è da notare che in qualche caso il vestibolo trasversale aveva l’aspetto di un porticato sostenuto da
    pilastri e colonne..”.
    I Kouros e le Kore rappresentano proprio questo: il volgersi all’apoteosi del defunto che assorge a forme
    divine. Il perdurare in età romana di questa pratica non è che un residuo frammentario di un’impostazione
    cultuale arcaica. Esistono forme equivalenti nell’america precolombiana e in modo particolare nella città
    Olmeca di La Venta. Qui sono presenti quattro rappresentazioni iconografiche colossali e diversi altari
    sacrificali scolpiti in bassorilievi. Se per i primi la natura ancestrale è molto probabile per i secondi
    l’interpretazione risulta tutt’oggi molto discussa. Inoltre nella Historia Tolteca-Chichimeca secondo la
    tradizione avvenne una discussione tra Icxicóhuatl, Quetzaltehuéyac da una parte e i Chichimeci dall’altra
    che si concluse con il canto di un poema che recitava così:
    nel luogo del comando, nel luogo del comando
    governiamo. E ‘il mandato principale del mio Signore.
    Dove per Signore si intende “Ometéotl” il dio primordiale delle dualità. Proprio per la realtà mesoamericana
    le relazioni dei conquistatori spagnoli spesso pervengono commiste a commenti critici che mettono in
    evidenza, denigrandoli, gli apparenti paradossi della religiosità indigena. Un caso analogo è per noi mezzo
    utilissimo come ulteriore sostruzione della nostra tesi:
    “Quelli di Tezcuco pitturarono poi un’altra maniera della creazione del primo uomo totalmente opposta alla
    versione che prima a parole avevano detto ad un discepolo di padre Andres de Olmos, chiamato fra
    Lorenzo, riferendo che i loro antenati erano venuti da quella terra dove erano venuti gli dei e di quella
    grotta di Chicomoztoc. “
    La visione cosmologica che è poi riferita come atto iniziatico della creazione umana tradisce un sostrato
    mitologico molto complesso. Le inconcruenze, che appaiono al relatore come frutto di artificiosità,
    denunciano invece una composita stratigrafia teogonica: un culto ancestrale iniziale, innanzitutto, ed una
    successiva cognizione astrale che gli si associa. In qualche caso avviene una quasi sovrapposizione
    dell’apparato cosmogonico su quello ancestrale: fatto che dimostra di per sé una progressiva consapevolezza
    dei sistemi celesti che regolano l’universo
    Gli studi archeologici riportano inoltre come la prima religiosità prevedesse anche un primitivo comparto
    cimiteriale in contesti “morfologicamente adatti”.
    la Lidia non offre molte meraviglie da descrivere, ad eccezione delle pagliuzze d’oro che vengono
    trasportate giù dal monte Tmolo. Possiede un’unica costruzione veramente gigantesca, la più grande del
    mondo dopo i monumenti dell’Egitto e della Babilonia: vi si trova la tomba di Aliatte, padre di Creso, il cui
    basamento è costituito da enormi blocchi di pietra; il resto è un gran tumulo di terra … Il perimetro del
    sepolcro misura sei stadi e due pletri, mentre la sua larghezza è di tredici pletri. Immediatamente accanto
    all’edificio si stende un vasto lago detto Lago di Gige, che i Lidi sostengono essere perenne.
    Ad ulteriore chiarezza questo possiamo vedere nelle sepolture che si irradiano nel sito spagnolo di Huelva o
    nella diffusione di ceramica funebre nell’ Egitto predinastico: ad Abydos, Hierakonpolis, Elephantine e Tell
    Ibrahim Awad . Esiste però un secondo stadio. Successivamente vediamo il sovrapporsi di una nuova
    stratigrafia teogonica ancestrale che conduce in sè la prassi del rito funerario. Le sepolture, infatti, vengono
    spostate in prossimità delle strutture abitative di questi “antenati illustri” ( relazioni di scavo, oltre che per
    Lefkandi o Knossos, vi sono anche per la romana Domus Regis Sacrorum).
    Ma il Re regna, e di ciò testimoniano i suoi fratelli, (e) dice: “Io sono incoronato e ornato dal diadema, e
    sono investito del vostro regno, e porto gioia nei cuori e, incatenato alle braccia e al seno di mia Madre e
    alla sua sostanza, faccio si che la mia sostanza si unisca e riposi, e compongono l’invisibile dal visibile;
    allora si manifesterà ciò che è celato, e tutto ciò che i filosofi hanno celato verrà da noi generato.
    Comprendete. conservate, meditate queste parole, o voi che mi ascoltate, e non ricercate altro. L’uomo fin
    dall’inizio viene generato dalla natura, le cui viscere sono di carne, e da nessun altra sostanza.
  3. Il Serpente: un engramma ancestrale
    Presso gli Ogol il più vecchio degli antenati viene chiamato Lebé e viene venerato come Ottavo Nommo.
    Ogni regione del Sanga possedeva un luogo di culto dedicato a questa divinità e un Hogon che officiasse alle
    cerimonie liturgiche. Secondo la tradizione, dopo la sua morte, il Lebé fu sepolto in un campo primordiale
    da dove gli uomini volevano trarre i resti per condurli con loro. Quando scavarono la tomba, il più anziano di
    loro vi trovò le pietre dell’alleanza e il grande serpente vivo. Quest’uomo fu chiamato Dyon cioè “colui che
    scava”. Dyon pensò che quella era buona terra dal momento che un corpo morto vi aveva riacquistato vita.
    Pensò inoltre che, prendendo un poco di quella terra, avrebbe potuto portare nelle regioni future un lievito di
    resurrezione, impregnarle dell’essenza ancestrale. Dyon, munito della sua zolla di terra, attraversò cunicoli
    sotterranei seguito dal serpente che rappresentava la forma vivente dell’antenato. Questo portava sul cranio,
    in una fessura, una spiga di miglio. A sud-ovest delle falesie Dyon saltò fuori all’aria aperta attraverso una
    canna di bambù. Emerso dalla terra giunse a Kani-Bonzon, a sud delle falesie, dove fondò il primo altare di
    Lebé: la terra trasportata fu messa alla base di una pietra diritta che fu poi ricoperta d’intonaco. Ma in altra
    analisi, osservazioni utili a determinate connessioni sono riferibili ai serpenti che prima di essere identificati
    come “demoni” sotterranei avevano un carattere domestico – almeno per il periodo miceneo. Secondo il
    racconto di Apollodoro ad Atene era diffuso il culto di un eroe particolare, ecistico, che prendeva il nome di
    Eritteo, il bimbo-serpente. Questi “figlio della Terra feconda” ospita consuetamente e venera Atena che
    nell’Odissea si reca nel suo palazzo dopo essere apparsa ad Ulisse nell’isola dei Feaci. Atena che non và
    intesa come in forma pura ma come vero e proprio archetipo o engramma inconscio giacchè nella ritualità
    ellenica questa si appropria delle prerogative demetriche essendo oltre che Parthenos ” Vergine” altresì
    indicata come Meter “Madre”. Secondo il racconto la nascita dalla terra di questo re-eroe deriva dallo
    sfrenato desiderio di Efesto che aggredisce Atena. Durante la contesa lo sperma del Dio fabbro finisce sulla
    coscia della Dea che si pulisce con un bocciolo lanciandolo per terra. Proprio dalla Terra ( Gea ) nasce
    Eritteo bimbo-serpente che viene posto da Atena dentro una cesta e affidato alle figlie di Cecrope. Diventato
    adulto Erittonio scaccia il terzo re di Atene – Anfizione – succedendogli sul trono. Nei testi sinottici la figura
    del serpente compare più volte e mai in maniera anacronistica. I piani dove si snoda la presenza di questo
    animale assorbono in sé i concetti consueti di esistenza, non-esistenza e immortalità ricomponendo, inoltre, a
    livello simbolico una continuità funzionale tra religioni ancestrali e bibbliche. Innanzitutto riscontriamo, in
    senso del tutto negativo, il serpente nei testi della genesi vetero testamentaria:
    Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna:
    «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 2 La donna rispose al serpente:
    «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al
    giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Il serpente disse alla
    donna: «No, non morirete affatto; 5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e
    sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». La donna osservò che l’albero era buono per
    nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne
    mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.
    A questo passo segue Nm 21,9 dove questo assume significato diametralmente opposto :
    ” Mosè fece un serpente di rame, lo mise sopra un asta di legno. Quando un serpente mordeva qualcuno se
    questi fissava con attenzione il serpente di rame restava in vita”
    Pedissequamente la figura del Cristo viene a sostituirsi al serpente assorbendone solo il valore positivo
    serbato nel passo mosaico:
    “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo perchè
    chiunque crede in lui abbia la vita eterna” ed ancora ” fisseranno lo sguardo su colui che hanno trafitto”
    Nelle formulazioni bibbliche si traduce in allegorie ben definite il tentativo di sostituire un sistema rituale e
    cultuale di carattere ancestrale con un’altro.
    Quando Vishnu dorme, cioè quando riassorbe il mondo, egli è adagiato sopra un serpente gigantesco
    chiamato Senza- Fine (Ananta ) o Residuo (Shesha )
    ( Bhagavata Purana III, 8, 10-11 )
    Gli indiani postulano una ciclica distruzione e rinascita cosmica per la qual cosa devono definire costanti
    germinali che permettano questo processo. Se Vishnu riassorbe il mondo, nella sua ambivalenza di impulsi,
    il serpente rappresenta la sua conservazione perpetua, ripetitiva e armonica. In verità è lecito costatare che
    entrambi le figure assorbono prerogative onnicomprensive ma è bene anche sottolineare come, mentre la
    divinità apparentemente trascura la posteriorità dell’universo, il serpente basa tutta la sua presenza sulla
    capacità di rigenerazione e preservazione. Questo ci fà intuire che questo animale non è, o per meglio dire
    non era, soggetto all’eternità: un termine ante quem o un termine post quem predispongono un inizio e una
    fine cosa che è molto presente per l’uomo ma del tutto estranea alla divinità. Di fatti Vishnu non nasce ne
    muore ma esiste sempre e comunque: è ” l’Essenza primordiale del mondo”. Il serpente invece vincola le
    sorti della terra e dei suoi abitanti anche se permane estraneo ad essa. Ebbene, guardando alla nostra analisi è
    un fattore del tutto comprensibile. Se, come abbiamo ipotizzato, questo rettile incarna la figura dell’antenato
    queste sue facoltà riprendono le stesse prerogative del sistema ancestrale originario. L’antenato, infatti,
    reintroduceva nella sua persona le prerogative di conservazione del passato, armonizzazione del presente e
    preservazione del futuro. Questi regolamentava le cerimonie liturgiche che formavano il basamento dei
    rapporti socio-culturali e gettava le basi per la trasmissione etica all’avvenire. Ogni sua espressione era il
    riflesso di tutto quanto era insito nella cognizione tribale riguardande il prima, il durante e il dopo come
    l’esistenza e la non-esistenza. Una figura totalizzante ma essenzialmente anche e sopratutto protettrice della
    perpetualità. Nella bolla di papa Pio XII del 1 novembre 1950 con il “somnium Mariae” ( l’Assunzione della
    Vergina ) si riafferma un’interpretazione molto vicina a quella indiana. La Madre di Gesù, infatti, secondo il
    dogma cattolico non muore ma si addormenta e viene assunta anima e corpo in Paradiso. I parametri sono
    eguali a quelli appena analizzati. Mentre Gesù con la sua morte apre un’età nuova per la terra e con il suo
    ritorno defisce la sua trasfigurazione, Maria è talmente distante dalle vicende umane da non essere soggetta
    neanche alla morte. Questo denuncia la sua estraneità dalla sfera dell’uomo per proiettarsi ad una asserzione
    totalmente divina ed eterna. Come Vishnu è una figura primordiale totalmente slegata dall’esperienza
    sensibile. Nella cultura greca Dioniso si snoda come un’espressione radicale dell’esperienza teogonica. In
    territorio Argivo, nel lago di Lerna il dio orgiastico ebbe – secondo la tradizione – la morte per mano di
    Perseo che ne buttò il corpo nello specchio d’acqua. Qui, inoltre, esiste un’altra consuetudine associativa tra
    questa divinità orgiastica e Demetra Prosinna, il cui titolo evoca l’eroe Prosinno che accompagnò Dioniso
    negl’inferi alla ricerca della madre in cambio di favori sessuali. L’intessere mitologico è estremamente
    interassante poichè l’impulso sessuale conserva valore predominante. La trasfigurazione dionisiaca
    radicalizza, quasi aggressivamente, gli impulsi delineandole le contraddizioni e creando volontariamente
    stridenti sinapsi. Dioniso incardina questa dualità in modo quasi esasperante generando emozioni diverse,
    contrastate e contrastanti. Questa figura non mitiga in alcun modo la trasposizione psichica ma lascia campo
    aperto alla mente di manifestare ogni suo “feroce disordine eziologico”. Ebbene si potrebbe obiettare che
    forse esistono altre interpretazioni a cui potrebbe essere soggetto Dioniso e non quelle che fin qui abbiamo
    considerato per il serpente di Vishnu o per lo stesso Gesù. Per fortuna proprio la saga di Semele, madre del
    dio, ci chiarisce la correità semantica poichè anche questa ascese alle sue prerogative divine quasi totalmente
    svincolata dalla morte – come nel caso del somnium Mariae del dogma cattolico. La sua presenza nell’Ade,
    infatti, non và considerata come una morte fisica ma come una “cristallizzazione” mitologica della dualità
    psichica. Alla stregua di Demetra-Persefone, Semele incarna la vita come la morte anche perchè la
    raffigurazione di Dioniso non può in alcun modo prescindere dall’estremizzazione di ogni impulso. Proprio
    per questo non si poteva trascurare l’impulso di morte che viene espresso in tutta la sua violenza per gli
    avvenimenti riguardanti il Dio. L’idea di squartare la vittima sacrificale, infatti, è la traslitterazione mitica e
    brutale del sacrificio rituale e del banchetto sacro che ne conseguiva. Questa espressione mitica riconduce la
    figura di Dioniso a quella dell’antenato ed a tutto il comparto rituale che sostruiva il culto ancestrale
    allineandosi perfettamente al discorso fin qui sostenuto. Probabilmente la “lucida follia” che ci è stata
    trasmessa dalle fonti relativa alle cerimonie dionisiache non è altro che la parziale soppressione volontaria
    delle costrinzioni del Super Io. La libertà concessa all’inconscio è la libertà concessa all’irrazionale, alla
    follia, un ritorno temporaneo allo stato istintuale. I satiri trasmettono quest’idea e lo stesso Pan è una
    trasposizione mitologica dello stato animalesco e selvaggio anteriore alla civiltà. Ma, come nel caso
    dell’incesto, anche qui questo ritorno alle origine non sarebbe comprensibile se non peroriamo l’idea di un
    esigenza pulsionale che ne costituisce il fondamento e la genesi. Credo che sia proprio l’inconscio che
    rappresenti questo motivo propulsore poichè unica, sola e vera testimonianza dell’uomo allo stato
    primordiale. Nel codex Marcianus appare un serpente che si divora, mangia la sua coda, per poi risorgere
    come una fenice a vita nuova. l’Ourobotos (mangiacoda) è caratteristica della mortificatio alchemica dove il
    serpente è il più antico tra gli elementi presenti. Nel tractatus Aristotelis si legge:
    Il serpente è il più astuto di tutti gli animali della terra; sotto la bellezza della sua pelle mostra un volto
    innocuo, e simile a una materia hypostatica, si forma lui stesso, per illusione, quando è immerso nell’acqua.
    Lì esso raccoglie le forze ( virtutes ) della terra; tale è il suo corpo. Poiché ha molta sete, beve
    smodatamente, al punto di inebriarsi e fa si che la natura alla quale è unito svanisca (decipere).
    Il serpente ritorna a divorare parte di se stesso come nel caso dell’Ourobotos. L’atto è una tras

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù
Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre
prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero
da Dio vero, generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono
state create.
Per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo si è
incarnato nel seno della Vergine
Maria e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio
Pilato, mori e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria, per
giudicare i vivi e i morti, e il suo
regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita, e procede
dal Padre e dal Figlio. Con il Padre
e il Figlio è adorato e glorificato, e
ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa, una santa
cattolica e apostolica.

Professo un solo Battesimo per il
perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.

Croce

 Amen.

Francesco Lojacono, pittore

La pittura di Francesco Lojacono dosa eminentemente l’interiorità propria dell’impressionismo con il realismo di gusto vergano largamente diffuso nella Sicilia Ottocentesca. Il suo è un lavorio che richiede due diverse attitudini interpretative e lavorative: alla pennellata veloce a cui ci ha abituati l’impressionismo vi sono tratti ben definiti che compongono un quadro di arte sostanzialmente onnicomprensivo. In certe pitture però l’autore non si esime dal dare sfogo alla sua appartenenza alla più larga e diffusa corrente impressionista come dalla vicinanza spirituale con Monet o con Pissarro. Nato a Palermo il 16 Maggio 1838 nel 1870, poco più che trentenne, partecipò attivamente alle mostre parigine e al sostrato culturale che l’ambiente francese rendeva proprio, fu nominato Professore di Paesaggio all’Accademia di Belle Arti di Napoli e nel 1874 le sue opere furono esposte a Bordeaux. Il respiro internazionale dell’autore non si esime dal caratterizzarsi da peculiarità profondamente micro -territoriali e regionali, della Sicilia di quell’epoca. La particolarità di non vincolarsi alla tradizione realista ma di dirigerla con maestrie verso mete interiori compongono un mosaico psichico capace di affermare la valenza interiore ed esteriore dell’ uomo. Un uomo di “essere” e di “avere”, usando la terminologia tanto cara ad Erich Fromm, interno a questa realtà quanto estraneo, distante, sognatore. Il senso di ponderatezza appare come una panacea verso il materialismo industriale, l’epoca dei consumi, ma anche il materialismo in senso generico che si afferma attraverso una preponderanza del carattere di “necessità pragmatica”.

G.B. Pergolesi e Tchaikosky. L’antico e il nuovo della musica classica. Due fasi intermediarie.

Lo Stabat Mater di Pergolesi rappresenta una sinfonia redatta in occasione di processioni e celebrazioni sacre che per tutto il XVIII secolo fin ad oggi ripercorrono le strade della città di Napoli e non solo. La musica fa largo uso della spiritualità e attraverso una sapiente miscela di ritmi lenti rende un’atmosfera mistica e propriamente sacralizzante. A questo si aggiungono le influenze delle sinfonie laiche contemporanea come Benedetto Marcello o le tonalità che G. F. Handel riporterà in seguito nel suo Messiah. In generale tutta la musica di G. B. Pergolesi risente di un influsso Barocco anche se ci sono, evidenti, cambiamenti di genere adattabili ai primi del ‘700. -In Tchaikovsky la fluidità della musica diventa un leitmotiv; la capacità di intessere tonalità che poco si caratterizzano da nuvole di note disomogenee apre le porte alla metodologia sinfonica moderna.

Timeo de Lion Tragedia in III atti

Personaggi

Timeo de Lion, poeta veneziano trasferitosi a Firenze.

Rosalba de Medici, figlia minore di Alemanno de Medici nobile fiorentino

Odette de Glaïeul, prostituta francese amante di Timeo

Genevieve Meunier, prostituta francese

Fra Jacopo Passavanti, abate di Santa Maria Novella

Dama Matilda Combini, dama di compagnia di Rosalba

Salvestro de Medici, nobile fiorentino figlio di Alemanno e fratello di Rosalba.

Stefano de Bardi, nobile fiorentino amico di Timeo Alessandro de Bardi, nobile fiorentino mecenate di Timeo. David Shabbat, artigiano fiorentino di origine ebraica

Voce narrante, uomini, gentiluomini, gonfalonieri, priori, cavalieri, inservienti, attori, bambini, coppie danzanti etc etc.
III Atto

Scena I

Musiche. N. Porpora: De profundis clamavi

Avviene un giorno che un uomo anziano e mite venne a bussare alla porta medicea – A sinistra della scena il palazzo, gli ambienti, a destra il fiume. I capelli radi, gli occhi spenti, un naso sottile e prospicente, le mani corrose dai calli. Aveva indosso l’abito migliore, era di salute inferma e stentava a camminare. Ricurvo e barcollante si accostò alla porta, tenendosi, la percosse debolmente. Si ode bussare.

Inserviente ( di qua dell’uscio).
“Chi è? Chi bussa?”

Vecchio.
“Sono un vecchio vorrei parlare con dama Rosalba?!”
Apre la porta appena per intravedere il vecchio. Inserviente.
“Non può entrare, attenda il ritorno di Salvestro, padrone di casa!”

Vecchio.
“E’ importante ve ne prego!”

Inserviente (decisa).
“Non potete senza Salvestro de Medici!”
Spunta Rosalba dalla loggia sovrastante. Dialogo. Rosalba.
“Cosa accade?”

Vecchio ( con voce pietosa e flebile).
“Vi chiedo gentilmente udienza nobil dama, è importante”

Rosalba.
“Concessa messere, ditemi pure”.
Rosalba scende e con un cenno congeda l’inserviente. Il vecchio innanzi a Rosalba si prostrò genuflesso. Vecchio ( angustiato, poi piangendo).
“Mia affabile signora innanzi a quanto le devo dire mi dolgo per averla distolta dai suoi compiti, per aver tediato la sua tranquillità” – continuando – ” mia moglie, che quivi aveva onore di servire casa vostra, è scomparsa da diverso tempo e
qual dolore e quale miseria non saper se morta o se viva! Lei che così dolce, amabile, mi dica quantunque se è venuta a conoscenza di qualcosa che possa alleviare le mie pene”

Quel viso la fissava, non rimproverandola ne accusandola, ma chiedendo alla sua anima di dare serenità alla sua angoscia. La dama medicea trattenne a stento le lacrime, voleva confessare tutto piangere con lui e dolersi della disgrazia ma non proferì parola. Dopo un attimo.

Rosalba (come stordita).
“Caro messere, nulla so delle vostre disgrazie, era da poco che quivi aveva preso servizio vostra moglie, mi insospettii alla sua assenza ma non ebbi notizia alcuna”.

Vecchio ( sconsolato).
“Oh qual cagione Iddio addusse per rimpinguarmi di mali al mio crepuscolo”
Il vecchio si alza pian piano ed esce, Rosalba resta da sola. Rosalba (piangendo accasciata al suolo).
Oh mio Dio…Oh mio Dio… Nessun fiore, niente cerimonia per quella povera donna, neanche un luogo dove raccomandare la sua anima a Dio”.
Rosalba si alza và alla porta e chiama un faccendiere. Questi entra. Rosalba.
Qual che inoggi ti dico niuno deve venirne a conoscenza, vai alla piana di San Salvi poco distante a manritta ci sono
degli arbusti scava in prossimità di quelli e rinverrai un corpo, prendilo e deponilo davanti il portone ligneo dell’ecclesia dacchè alle prime luci dell’alba possa esser visto”.

Il faccendiere accennò ad un si con la testa anche se l’insolita richiesta lo colse impreparato. Poi parlò. Faccendiere.
Se lei gentil donna non vuole che scandalo dia questa casa, che lei stessa sia tratta in rovina da quello che mi ha ordinato mi faccia grazia di concedersi a me quantunque io lo desideri”

Rosalba (inferocita, cercando di fuggire dalla stanza).
“No!! Giamma! Come osate parlarmi con cotal proposta”

Faccendiere (stringendola ognor più).
“Pensate bene a quel che voi fate dacchè questi lineamenti dolci e ammalianti non si disperdano nel baratro dell’ignominia. Quel che vi chiedo è poco in confronto alla vostra dignitate, volete che vada perduta per cosi poco? volete devastar questa casa onorata?”

Rosalba si dibatteva ma si vedeva alle strette, ricattata e costretta a prostituirsi. Con grande forza l’uomo la prese e la scarantò sul letto, la dama cercava inutilmente di svincolare finchè non irrigidi il corpo e i nervi.

Scena II

Jean Baptiste Lully – Miserere (1664)

Entra Timeo passeggiando per le strade della città, guardandosi intorno con fare elegante e meditativo. Lo incrocia
Clotilda de Gianni.

Clotilda ( con un inchino accentuato).
“Buon lustro messere poeta!”

Timeo ( rispondendo all’inchino ).
“Buondì cara Clotilda!”

Clotilda.
“Cosa fate in giro gentiluomo?!”

Timeo.
“Passeggiavo e guardavo tutt’intorno Firenze nei suoi rumori e nei suoi muri, nelle facciate e nelle opere”

Clotilda (rivolgendosi alla dama di compagnia al seguito, sorridendo).
“Oh quando sono profondi questi letterati…sono davvero il sale di questa nostra vita” – continuando – “Non avete alcun timore?!”

Timeo ( sorpreso).
“Di che cosa di grazia?!”

Clotilda.
“Embè di essere ucciso, gravi perigli latitano per la città di questi tempi”

Timeo.
“Che io sappia non ve ne è alcun motivo”

Clotilda-
“Avete sentito hanno ucciso una donna seppur vegliarda”

Timeo ( con fare distratto).
“Si …h-ho sentito”

Clotilda ( pettegola )-
“E quella dama medicea, Rosalba si chiama, dicono che la Medicea avesse come amante il figlio della vittima e che questa povera donna avendo scoperto l’impudicizia che li legava si sia ribellata a quel innaturale amore e ne abbia avuto fatal destino”

Timeo (salta su irato).
“Menzogna!!! Menzogna!!! Con qual coraggio e licenziosa bocca mi dici queste ipocrite insinuazioni”

Clotilda (assai sorpresa).
“Calmatevi, dalla tua reazione sembra che ti sei infatuato di cotal Rosalba de Medici”
Sorrise e stette in silenzio pochi istanti. Ad un tratto riflettendogli tornò seria Clotilda (infervorata).
“A codesta dama donasti il cuore che, ahimé, a me negasti?? Tu ?! Tu ?!”

Non ebbe risposta alcuna solo cenni negativi con la testa ed un accenno di no con una flebile voce. La donna alla
scoperta fatta andò su tutte le furie e girate le spalle se ne ando di gran passo. Rientra Clotilda piangendo a palazzo, le viene incontro il padre Rodolfo.

Rodolfo.
“Oh figlia, allor dunque che accade che lacrimi di gran voga?”

Clotilda (attenuando il pianto).
“Niente padre”

Rodolfo ( premuroso).
“Oh mia adorata, mia unica gemma sai che il tuo male e anche il mio, orsù dimmi quel che ti passa”

Clotilda (attenuando il pianto).
“Niente padre”

Rodolfo ( premuroso).
“Orsù dimmi…”

Clotilda ( scoppiando in un pianto fragoroso e con rabbia ).
“Timeo De’ Lion, quell’infido ammiliator di fanciulle, mi ha sedotta, violata e abbandonata”.
Il furore accecò il nobil uomo, le orbite si inondarono di un colore rossastro gridando a gran voce. Rodolfo ( accecato dall’ira ).
“Malandrino beone! figlio di puttana!! Pagherà col sangue e con la vita l’offesa arrecata!!!”

Clotilda.
“ padre…”

Rodolfo ( camminando di gran passo su tutte le furie ).
“me ne sia testimone Iddio e tutti i Santi! Avrò vendetta su di lui!”. Scena III
Musiche. A. Marcello – Oboe Concerto in d minor (Marcel Ponseele, baroque oboe – Il Gardellino)

Salvestro nei corridoi del suo palazzo. Un inserviente gli viene incontro. Inserviente.
“Signore, sua sorella, madonna Rosalba, la desidera”
Salvestro.
“Vi seguo nelle sue stanze…”
S’incamminano, superano il ballatoio e svoltano un corridoio. Inserviente (bussando).
“Gentildama, suo fratello…”
Rosalba (da dietro la porta).
“Fatelo entrare di grazia, sono a modo…”

La porta si apre entra Salvestro, l’inserviente si mette in disparte.
Rosalba ( verso l’inserviente con un cenno ).
“Voi potete andare…”
L’inserviente fa un cenno ed esce richiudendosi la porta alle proprie spalle. Salvestro (premuroso).
“Mi avete fatto chiamare sorella…”

Rosalba (stancamente).
“Dalla morte di nostro padre molte cose sono cambiate; io sono cambiata. Sono stanca fratello mio, sfinita, cerco di dare un senso alla mia esistenza e ognor più ne perdo la cognizione. Voglio intraprendere la via conventuale e salutare la pace di cui abbisogno”.

Salvestro.
“Un matrimonio sarebbe per voi miglior cosa, un matrimonio benestante con tutti gli agi. Trovereste nuova linfa.”

Rosalba (dura).
“L’amore è qualcosa che covo dentro e patti e concordati non fanno che avvilirmi. Niente contratti, doti e finto affetto datemi la vita verginea del monastero, lusingate il mio spirito non i miei averi.”

Salvestro.
“Così sia, quale monastero?…”

Rosalba.
“Il Monastero delle Monache Benedettine in San Pier Maggiore andrà benissimo”

Salvestro.
“Va bene puoi andare sorella…acconsento” Scena IV
Timeo alacremente si era posto a cercare Rosalba, ora per lui diveniva chiaro che i tragici eventi di San Salvi avevano compromesso la sua amata. Non si dette pace finché non seppe dove si trovasse e la necessità di vederla al più presto per rassicurarsi delle sue condizioni lo faceva permanere in una sorta di nervosismo isterico. Giunge al palazzo mediceo ma non c’è nessuno, và al mercato e lì non trova Rosalba. Sulla sinistra della scena il fiume gorgogliante, a destra un’abitazione, nel mezzo uno spaccato della città
Timeo.
“Dama Rosalba, dama Rosalba..!”
All’improvviso per le strade un uomo gli si fa innanzi sbarrandogli la strada, altri quattro lo circondano.

Uomo.
“Siamo inoggi quivi per l’onore della dama Clotilda de Gianni a cui recasti vergogna e inducesti all’adulterio per tua crudele delizia”.

Non attesero risposta e scagliandosi addosso a Timeo incominciarono a colpirlo ferocemente. Una volta che il corpo di Timeo si genuflette un uomo tira fuori un coltello per finirlo. Destino volle che Alessandro de Bardi giunga in quel preciso istante.

Alessandro.
“Cosa accade qui?! Briganti! Via da queste strade…ve lo impone Alessandro de Bardi…lasciate quell’uomo….- vedendo
Timeo accasciato sul marciapiede contro il muro – Mastro Timeo! Mastro Timeo! E’ un mio protetto, lasciatelo o peggio per voi”

Dovettero abbandonare l’iniziativa e scappare alla vista delle proteste di Alessandro de Bardi. Assalitore (Scappando con la lama in pugno).
“Se Iddio vuole che anco ora resti in vita, questa lama porrà fine al tuo oltraggioso respiro!”
I cinque si dispersero girato l’angolo per i viottoli fiorentini mentre Alessandro si genuflesse e guardò il volto dell’amico, schiazze di sangue stagnavano in profonde lacerazioni.

Alessandro (prima piano, poi gridando).
“Non arriverà a palazzo se lo spostiamo…chi di voi vuole prendersi cura di quest’uomo?”

Artigiano.
“Io signore posso preparare un giaciglio nella mia bottega”

Alessandro.
“Come vi chiamate buonuomo?”

Artigiano.
“David Shabbat signore, umile fabbro…”

Alessandro.
“Signore sistemate il giaciglio, io manderò un dottore appena possibile…qualcuno mi aiuta a prendere il corpo?”.

Due uomini si avvicinano ed insieme ad Alessandro prendono il corpo di Timeo entrando nella bottega e ponendolo nel giaciglio.

Alessandro (riferendosi all’artigiano).
“Abbiate cura di lui…”

David Shabbat ( con un inchino). “Non mancherò”

Timeo nel giaciglio nella bottega legato al letto. Si destò che era notte, quasi l’alba, spontaneamente mosse il busto ma il dolore e i lacci lo ritrassero nell’immobilismo. Nel buio si udiva il russare pesante dell’artigiano che aveva vegliato per un paio di ore dopodiché, allo stremo delle forze, si era addormentato. Timeo si guardò intorno non riconoscendovi nulla di familiare, i suoi ricordi si fermavano alle prime parole degli assalitori poi un vuoto albergava nella sua mente. Alle prime luci dell’alba il fabbro si svegliò dal sonno e ancora assonnato diede un’occhiata al poeta che lo fissava di rimando. Il vecchio artigiano prese le erbe, un piatto di minestra di farina di ceci e un bicchiere di vino e con molta pazienza imboccò il convalescente.

David Shabbat.
“Ti sei destato finalmente?”

Al primo tentativo di risposta Timeo disvelo un mugito misto al dolore lancinante, in seguito sofferente riusci ad esprimersi

Timeo.
“”Che è successo? Dove mi trovo? Chi è lei?”
David Shabbat.
“Che Yahweh vegli su di te, ragazzo, sei stato brutalmente percosso, sembravi già morto quando ti abbiamo portato qui”.-
e aggiunse -” Il mio nome è David Shabbat , miserevole fabbro di discendenza ebraica che quivi sono nato e vivo”.
Dopo che l’ultima cucchiaiata scese per la gola di Timeo il vecchio gli disse. Artigiano.
“Cerca di non muover arto alcuno e prega Iddio che ti riprenda, io lo farò con te”.

Il buon uomo si alzò, prese degli strumenti da uno scaffale e aperta la porta si diresse nell’officina adiacente. Il cigolio della ante dell’infisso che dava sulla strada cullava il poeta che si ritrasse nell’oblio onirico.

Intermezzo Scena IV – Musiche. A._Vivaldi_Oboe_Concertos

[In sogno tornò ad un fiume, un campo di foglie, un’attesa: stava fermo, aspettando, aspettando, aspettando mentre una luce fioca illuminava delle banchine vuote. [ La scena del sogno è caratterizzata da una piattaforma musicale]

Scena V

A sinistra il fiume gorgogliante, a destra una chiesa, al centro uno spaccato della città: palazzi, torri, scalinate malconcie. Un gruppo miscellaneo di persone: monaci, monache ( tra le quali Rosalba de Medici ), laici, nobili, poverelli, mendicanti, prelati.
Musiche.. Mozart sinfonia concertante in e-flat major k.364
Laici, nobili, poverelli e mendicanti ( I Coro).
“Lo spirito dell’Altissimo torna in città Iddio unge i suoi vivi e i suo morti!”

Monaci, monache, prelati ( I Coro ) “Senza Iddio siamo per lungo tempo stati, senza preghiera, senza quiete!
Anime vacanti, obbrobri di carne.
Che il rito porti seco vita ai vivi e morte ai morti, che gli uomini nutrano speme e non più timore!”

Laici, nobili ( II Coro)
“Arriva il Vescovo! arriva il Vescovo!”

Poverelli, Mendicanti ( II Coro )
“Guardate! Guardate!”

Monaci, monache, prelati ( II Coro )
“Respirando calmi e suadenti il nostro ritrovato ristoro.
Quieta la mia anima padre mio!”

Vescovo ( Arrivando con una scorta d’armi )
“Fratelli …amici…dolci figliuoli! Eccomi a voi, nuovamente il sacro uffizjo risuona alle vostre orecchie.

Una Badessa ( avvicinandosi )
“Oh mio padre. la mia beltà v’attende per condurvi entro le vostre stanze Seguitiamo con la marcia fin a San Pier Maggiore ove direte la funzione.”

Il corteo si muove. Frattanto Rosalba. Rosalba ( Al centro della scena).
“Timeo, Oh mio diletto
dove sei? il mio cuore piange, tutta me ti cerca. Destino funesto sul nostro amore,
lacrime amare, roboanti, sofferenti, fiumi ingrigiti di dolore e avvilimento.
Dove sei mio amato? Perchè taci in mezzo a cotanta folla, grida d’amarmi e io piegherò ogni pudore per stringerti a me!
Chiamami dolce usignolo e la tua voce splenda nel cielo come un musica angelica Ti amo così tanto! Oh così tanto!”

Un uomo corre verso Rosalba furibondo, due persone lo trattengono.

Uomo ( Dimenandosi).

“Assassina!! Assassina!! Codesta dama ha ucciso mia madre!”.

Rosalbe ( impaurita e sospirante, piange poi sviene)

“Oh tu volto che terrorizzi il mio animo già sofferente

Digrigni i denti, abbi pietà se non di me del mio cuore candido! Ahimé tua madre…la piango anch’io vedi…
Ahimé tuo padre…lo piango anch’io vedi… Io amo e non sarei capace di male, credimi! Oh Iddio svengo…

Prima Monaca ( impaurita, scuote delicatamente il volto di Rosalba accasciata al suolo; un’altra monaca la assiste )

“Mio Dio! Mio Dio! Dama Rosalba!? Sorella! Riprenditi! Che la vita e i sensi ritornino!
Come sei pallida? Oh Signore mio altissimo,

il tuo respiro è flebile, il tuo cuore trema come iltuo corpo assopito….

Oh voi signore cosa avete fatto?! Rea è questa donna d’amore e non d’omicidio
o qualsivoglia male”

L’uomo bloccato dai passanti continua a dimenarsi ed a inveire con grugniti rauchi.

Seconda Monaca ( Rosalba apre gli occhi disperata ) “Sorella stà rinvenendo, dai su portiamola al monastero È troppo debole per proseguire oltre;
troppi danni e pianti a visto il suo cuore stamani!”

Le monache aiutano la dama ad alzarsi e tra gli sguardi crucciati dei presenti e le invettive dell’uomo lasciano la scena.

Scena VI.
Musiche. Albinoni adagio organ solo

Una stanza rozza, mura scarne, un tavolo polveroso, due lucernai, alcuni uomini di umili origini riuniti a parlamento tra i quali un uomo che si fà chiamare Michele di Lando; Timeo, con il suo amico Cecco di Jacopo da Poggibonsi, entra e si unisce alle discussioni.

Timeo (entrando con Cecco ).
Mio buon amico dove mi conduci?

Cecco di Jacopo di Poggibonsi (entrando con Timeo )
Vien meco che questa città, inimica della giustizia, cosicché vogliamo risanare.
Gli usurai e tiranni, che come purulenti topi infestano gli anfratti, piangono e tremono all’unione popolare. Chi niente però spera, arde, ribolle come ferro rovente.

Un rumore viene dal gruppo, si voltano e tornano a confabulare mentre Timeo e Cecco di Jacopo da Poggibonsi si siedono.

Michele di Lando ( espansivo carismatico )
Aguzzini, bisbetici e dispotici dittatori, popolo grasso che sulle nostre fatiche edifichi il tuo castello, la tua fortezza. Uomini dal piglio forte, forti nell’animo e nelle membra figli di Marte, di Efesto, di Demetra, che intendiate oggi che serve a codesta città la nostra forza per risanarla e solidificarla. Il bene sia nostra luce, la virile giovanilità la nostra arma. Siate fratelli gli un agli altri nelle prove che la povertà e il destino ci offrono

Timeo ( a Cecco, sottovoce con ammirazione)
Chi è costui dal piglio deciso e dal carisma irresistibile. La sua voce riecheggia, crea vortici di immagini. Chi è dunque costui?

Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( a Timeo, sottovoce)
Michele! Michele di Lando!

Michele di Lando ( continuando )
Oh miei fratelli, vi è cagione che è esempio di qual miseria adombra il Comune! Or nati liberi e di egual dignitate mal sopportiamo la tirannide che inoggi ci opprime. Tra il quattro Novembre e il
trenta di Ottobre furono ammuniti dai Capitani di Parte diciotto cittadini e cinque nel Gonfalonierato di Lodovico di Ser Bartolo. Et non è bastevole cotanta desolazione che vedere in ogni luogo questi passassero la gente levarsi da sedere e fargli reverenza. I bottegai, inoltre, gli vendono volentieri la propria merce anche se non hanno l’ardimento di chiedergli credito. Superbi dispensano minacce o regalie a secondo quel che gli si faccia.

Uomo nella folla ( animando gli animi)
Come possiamo tollerare la schiavitù quando libertà ci
chiama a renderle giustizia! Quando, tolte le catene della tirannide, si ristabilisca eqnanimità per qualsivoglio individuo da Iddio creato e quindi degno di lode!”

Il rumorio cresce

Scena VII Musica G. B. Pergolesi Pergolesi – Violin Concerto.
Una sala elegante, Palazzo Vecchio, Salvestro de Medici, uomini, gentiluomini, Timeo e Michele di Lando.

Salvestro de Medici
“Io Gonfaloniere per il bene et la florida grandezza de la Repubblica pongo alla vostra attenzione una petizione che ripone gli ordini della Giustizia contro i Grandi, diminuisce il potere dei Capitani di Parte e revoca le ammunizioni già preposte. Che sia messa ai voti!”.

Tra lo schiamazzo e il sovrapporsi delle voci si mise a partito la proposta che, per i maneggi dei Grandi, fu integralmente rigettata.

Signore ( grida)
“Rigettata!!”

Il Gonfaloniere, allora, vedendo l’indole timida del collegio che
aveva respinto la sua richiesta, uscì indispettito dalla stanza e discese le scale. Con animo concitato entrò nella grande sala del Consiglio e gesticolando animosamente disse:

Salvestro de Medici. ( indispettito e nervoso )
“Savii del Consilio, io inoggi volevo sanare la città dalle malvagie tirannie de Grandi e possenti uomini. Ma in codesto lavorio non son lasciato fare dai miei compagni e dai collegi che non consentono. Per tali ragioni dacchè io non sono né udito né creduto giudico non essere più Priore o Gonfaloniere di Giustizia: et pertanto io me ne tornerò a casa e voi farete un’altro Gonfaloniere in mia vece”. Detto ciò Salvestro uscì dalla stanza.
A udire tali parole il rumoreggiare si fece grande. Molta agitazione in sala, un uomo grida verso le quinte Uomo ( gridando)
Viva il popolo, abbasso la tirannide

*Un mare di gente si accalca sulla scena inveendo, strepitando, gridando “Viva il popolo”. I Signori abbandonano la scena, il popolo corre dall’altra parte e arde delle case. Timeo lotta con un priore alla vista di due compagni morti.

Timeo ( spavaldo )
“Chi voi siete per reprimere nel sangue la iusta ira del popolo!?” gli disse il poeta.

Priore ( irato )
“Sono ser Piero di Fronte, Priore per Santa Croce, e ti dico che l’irrazionale saccheggio deve aver fine! rispose l’uomo e continuò dicendo: ” La masnada furente che ovunque passa porta ruberie et
rovina, et fochi e che perfino nell’eremo di Santa Angiolo non ha badato alla sacra inviolabilità di cose et persone”

Timeo
“Per il sangue di quei miei compatrioti che tu ferocemente hai appeso a quella corda incrociamo le spade per lasciare a Iddio il beneplacido del nostro contenzioso” rispose virilmente Timeo.

Priore
“Infilzo i tuoi arti dacchè sia palese ai tuoi compagni di non seguitare nella barbarie” concluse il Priore

Combattono.

i due contendenti a forza furono presi e portati via dal luogo dell’incontro.

Priore ( stanco e gridando )
“Inoggi fortuna t’assiste messere”

Timeo
“I miei compagni m’impediscono di associare anco le tue membra irrigidite al giubilo del popolo”

*Il poeta fu tirato via e portato a mezzaria in un angolo della piazza da due uomini, lo posarono, genuflesso si appoggiava alla spada e tirava sospiri pesanti. Risollevò il capo e facendo leva sulla lama si alzò in piedi. Si guardò attorno, i Ciompi lo circondavano, ancora affaticato disse:

Timeo ( respirando forte )
“Voi tutti giungete al Comune per dar man forte al fronte popolare” poi soffermando lo sguardo su un suo commilitone continuò: “

Timeo ( indicando un suo compagno )
Tu Guido accompagnami a quel che ho da fare…Rosalba…”.

Escono tutti. Timeo e Guido dall’altra parte. Scena VIII
Musica. T. Albinoni. Adagio in G minor for Violin, strings and organ continuo.
Nella parte destra della scena delle mura, in quella sinistra una stanza. Timeo, Guido e un custode, poi Rosalba. Timeo ( inferocito e insistente, con la spada puntata sul custode )
“Dimmi dove si trova la cella monastica della dama Rosalba! Rosalba de Medici!”

Dopo un primo momento di panico il custode digrignando i denti si vedeva alle strette: ogni movimento poteva portarlo alla sua fine.

Custode ( tremante )
“Ala settentrionale, secondo piano, terza stanza”.

Timeo ( inveendo e facendo )
scivolare leggermente la spada finché la punta non toccò il collo. )
“Cosa vi è caratteristico in quell’ambiente che la rende palese alla mia vista”

Custode ( impaurito )
“Non lo so messere, non so proprio”
Timeo (tuonando mentre la morsa si faceva sempre più stretta )
“Parla!!”

*Il sorvegliante ebbe un momentodi sbandamento e fremeva dal timore, respirò affannato e implorava lacrimante. Ad un tratto si bloccò e tutto d’un fiato disse:

Custode ( d’improvviso)
…una nicchia turchina! ecco vi è una nicchia color turchino!”.

*Dopo queste parole la stretta al collo si alleviò e l’uomo potè rasserenarsi. Il poeta lo spinse addosso all’amico che lo immobilizzò con una fune e si pose a sedere accanto al prigioniero.

Timeo
“Resta tu qui Guido”

Timeo si partì verso il lato sinistro dove non c’era nessuno. Si sedette su una panca e attese, Rosalba entra di volata, Timeo la cinge da dietro e gli mette una mano sopra la bocca, la gira: si baciano.

Rosalba (malinconica)
“Ora vai forse e meglio che dimentichiamo ogni cosa. noi due e quel tormento che è il nostro amore”.

Timeo ( innamorato )
“No mia amata, a guisa di martire che il mio corpo sia straziato dalle più crudeli
tribolazioni giacché il respiro non sopravvivi al tuo abbandono. Quella vita ,del qual senso prima mi era ignoto, or si schiude ai miei occhi con la leggiadria del cigno. Credo che il tempo, quell’inesorabile e crudele tiranno. ammutolisca innanzi a te e si pieghi, con dolce mansuetitudine, all’infinita beatitudine insita in te”.

S’inginocchiò ai piedi del giaciglio, davanti le ginocchia della dama e poggiando la testa sulla tonaca gli sussurrò:

Timeo (Sussurrando)
“Io amai sempre et amo forte ancora e son per amar più di giorno in giorno quel dolce loco ove piangendo torno spesse fiate quando Amor m ‘ accora”

Rosalba prese la testa di Timeo la alzò e gli diede un bacio sulla fronte. Il suo sguardo si fece dolce, le gote rossastre, una tristezza ricolma di pietà gli si dipinse in volto.

Rosalba ( pietosa )
Oh iniqua fonte di felicitate qual
contrariato ardore che il petto mi comprime! Tu, Timeo de Lion, che neghi il fato avverso! Che mi tiri nella pazzia, folle mente che segue tacitamente i sensi e le emozioni”

Disse la dama carezzando le guance ruvide e piegando la testa da un lato e dall’altro.

;Scena IX.

Musica. J. S. Bach, D minor BVW 1068, “Air”

Scenografia a destra una stanza a sinistra un paesaggio. Timeo ed Alessandro poi il poeta ed un monaco lungo la strada
Timeo ( timidamente)
“Mio dolce sovrano, mi date licenza di parlarvi?”

Alessandro ( paternalmente )
“Orsù caro, come posso negarti tale licenza se mi sei servo fedele, compagno et amico? dimmi pure”

Timeo (sconsolato)
“Più che al divino Dioniso posso io far di me somiglianza a Carope, umile servo, ebbene com’egli anch’io ho scoperto intrighi e trame in contro qualcuno. Ma è me medesimo l’oggetto di tanto periglio e per tal motivo ho deciso di partire e prender congedo da voi che come vostro pari mi avete trattato.”

Alessandro ( sbrigativo)
“Bando alle lusinghe e alle gentilezze che ti sono consone, or dimmi ove avete intenzione di andare?”

Timeo
“Che il fato faccia di me quel che più gli aggrada! non un luogo ne gente amica dacchè tornare ai miei natali parrebbe consegnarsi spontaneamente al boia” rispose Timeo con un pò di scoramento.

Alessandro
“Or dunque,ho in Roma amici ai quali concederei anche la mia stessa vita se
fosse necessario: recati da loro! Io manderò un epistola che ti annunzierà al loro cospetto. Non temere, parti anche subito! sarai accolto come figlio dalle braccia di sua madre.”

Timeo
“Oh quanta grazia cortese padrone! Come posso io, misero qual sono, ripagare cotanta dimostrazione di magnanimità et di virtù?! Eguagliate Prometeo che pianse lacrime amare per aver avuto pena dell’uomo or voi così inoggi fate quel che si addice alla maestà vostra”.
Alessandro fece due passi e abbracciò il poetà con un lieve sorriso che gli si dipinse in volto.

Alessandro
“Fai buon viaggio che Iddio protegga la tua vita che mi è così cara

Esce Alessandro, resta Timeo vestito da viandante incontra un monaco Musica. G. Rossini, l’italiana in Algeri, overture

Timeo
“Sant’uomo – per qual guisa avete intrapreso il viaggio?”

Monaco
“Amice” quel che ti dico ti sorprenderà ma mai ebbi arimanere dacchè Iddio viandanti ci fece per codesta vita, solo in cielo vi è fissa dimora”

Timeo
E ben dite, andate in pellegrinaggio nella città di Pietro?”

Monaco
“Mio dolce ragazzo vado a Napoli, nel monasterio della Certosa di San Martino, per prendere parte ad un concistoro”.
Timeo
“Reverendo padre io sono Timeo, della famiglia veneziana dei Lion, qual’è il vpstro nome?”

Monaco
Il mio nome è Pierre d’Estouteville, umile servo d’Iddio nella canonica di Mont Saint-Michel in Normandia”
*Li indirizzarono vero una delle poche locande del paese. Era gestita da un uomo paffuto e tondeggiante con un ventre prospiciente che sopperiva alla quasi assenza di capelli. Giunti colà, seppur travisarono involontariamente la retribuzione, ricevettero subito la cella per la notte e si sedettero in un tavolino attendendo le pietanze. L’oste arrivò con una fiaschetta di vino e rimasugli di arrosto con spezie e uvetta. Un aroma forte accompagnava il gusto stridente tra il dolce e l’amaro..
Mangiarono voracemente, quasi in un silenzio solenne, alternando veloci bocconi a lunghi sorsi di vino. Solo quando ebbero scolato fin all’ultima goccia della bevanda e divorato a sazietà, sulla soglia dell’ubriachezza e dell’assopimento, si scambiarono qualche parola.

Il locandiere ( intendendo far pagare il conto)
“Orsù dolci ospiti vi vedo sereni e rinfrancati…”

*Fra Pierre lo interruppe pacatamente con un gesto della mano. Si volse verso Timeo e, in una progressiva animosità sempre crescente, disse singhiozzando

Monaco
Sir Giovanni Aguto dov’è accampato questo vostro esercito sanguinario? Qual povere queste genti su cui piomberete come aquila che abbranca un agnello! Rovina, piaghe e morte in quel foco divoratore che ingurgiterà cose et persone!” Si alzò allora, barcollando e reggendosi a fatica, e prendendo per un braccio l’oste diede un piccolo colpo al tavolo

Monaco
“Muovetevi a pietate, caro messere Aguto, nel vedere queste genti che senza voler niente – se non la grazia di Iddio onnipotente – vi sfamarono e ristorarono dalle fatiche dell’imprese vostre!!
Guardate quest’uomo tornito – fece indicando il locandiere – non un soldo vi chiede per questa notte! per il cibo che avete appena mangiato!”.

Locandiere ( provando a protestare )
“Ma invero padre..”

Monaco ( con una recitazione marcata)
Oh misera creatura che nel vederti strappato ogni amore solo nella fine trovi quiete! Si, mio caro Oste, sacrifichi i tuoi interessi dacchè la tua città e te stesso vivano in pace et prosperità! Qual uomo fortunato ed eroico! Come nel caso di Abramo o di Lot l’essere giusto salva la città da infausti avvenimenti! Lode a te!!”

*Nel trambusto della conclusione veemente, il proprietario, in uno stato di confusione, accennò ad uno stordito si con la testa permettendo al monaco di Mont Saint-Michel di approfittare della situazione.

Monaco
“Santo! Santo! Santo! lode e gloria a te in eterno buon uomo! Inoggi hai salvato i tuoi concittadini da gravi perigli e che questa mia bocca annunci ai tuoi congiunti tali miracolosi avvenimenti! Ci ritiriamo e domani
racconterò come Iddio abbia agito con il più misero dei suoi strumenti per risparmiare codesta gente! Buona notte!”

*Timeo si alzò dal tavolo e, lasciando l’oste ancora frastornato, sparirono per la
scalinata verso il piano superiore. Erano ancora in dormiveglia, in uno soave stato di rilassamento, quando la cella si spalancò ed entrò il proprietario furente per il raggiro con un grosso coltellaccio da cucina arruginito.

Locandiere
Agrr…pagate o altrimenti…”

Monaco ( ancora assonnato )
“Come osate disturbare e minacciare Tommaso di Lancaster, figlio di Enrico IV d’Inghilterra e signore di Clarence!?
Locandiere ( sorpreso )
“E chi è? e dov’è? “

Monaco ( indicando Timeo)
“Come!? non riconoscete la di lui maestà e regalità!?

Locandiere ( esterrefatto )
“Ma..ma..Sir Giovanni Aguto?”

Monaco
“Cosa dite stolto!? dormiamo vostra altezza nonbadate a questo misero individuo! che la vostra vendetta non si abbatta su di lui per tale oltraggio!Buona notte!”.

*L’oste restò per una attimo sulla soglia della cella, smarrito, non proferendo parola e guardando l’ospite che si distendeva comodamente nel giaciglio.

Locandiere ( inferocito )
“Alzati bestia della terra!! Falso profeta !!- tuonò d’un tratto avanzando minaccioso con il coltello in pugno – Alzatevi sregolati birboni!! Fuori da questo ospizio!! Fuori, ipocriti, o che Iddio mi redima dal versare il vostro sangue…”.
*Fra Pierre sobbalzò in un’intensa paura improvvisa e alzandosi balbettava frasi sconnesse: Monaco ( balbettando)
“Ma…Giovanni di Clarence…figlio del re Federico…Tommaso…vendetta…messer Velluto”. ” Messer Velluto!?

Locandiere ( quasi rabbonendosi, inveendo subito dopo )
Ora chi è costui? Basta con le tue false ciance regali cialtrone!! Via da qui o per Giunone…!!!”

*Timeo si levò intorpidito e con fare annoiato sguainò la spada dal fodero mentre il compagno di viaggio alla chetichella si nascondeva dietro di lui. Con l’arma puntata in direzione dell’avversario trasse da una saccoccia di cuoio quindici fiorini e li gettò innanzi a se, all’oste che lo guardava risoluto.

Timeo
“Prendi!! ora và il debito è saldato!!.

*Il proprietario abbassò la lama rossastra e, con un gesto di stizza, raccattò le monete dal pavimento
imprecando mentre lasciava la stanza. Passarono la notte, il mattino ripresero la strada ma ad un crocevia incontrarono degli uomini.

Uomo ( nel crocevia vestito alla civile )
Sei tu Timeo de Lion?

Timeo
Chi mi cerca?? Amici o nemici?

Uomo (masticando vistosamente, poi sputando)
“Lanaiuoli tuoi amici”

Timeo ( titubante, poi deciso )
“Eh…ebbene sono io! Dite…”

Uomo ( mentre circondano Timeo)
Sei in arresto bandito et eretico, sacro uffizio”

Assalito, lo portano via.

Scena X

Musiche. L. V. Beethoven, Sinfonia n.9

Tutti ( ripetuto)
“Libertà !! Libertà!! bonum ex integra causa”.

Michele di Lando spuntò dalla ringhiera col suo portamento vigoroso in un connubio tra una maestà accennata e un carisma naturale. Con un cenno della mano prese la parola facendo scemare il brusio che vigeva tutt’intorno e placando le mani di donne che si dibattevano nell’aria in segno di supplica. Nel lato destro della scena Timeo flagellato.

Michele di Lando ( solenne )
“Fratelli! Lungimiranti reggenti della magnifica Fiesolana! Voi che, in indomito ardore, alzaste il obraccio contro la tirannide coronando la mia fronte dell’alloro delicato! Che chiedete di grazia? Ben sapete quanto io sia legato, in affetto e in gratitudine, a codesto uomo per cui voi v’appellate. Dacchè le vostre urla non siano vane vi prometto, e vi giuro, di farmi vostra voce e vostro strumento per trarre Timeo et la iustizia santa dalla mano dei carnefici!”.
Timeo viene rilasciato e si unisce a Michele di Lando Timeo
“Quantunque – cominciò allora – sia qui ad abbracciarvi come fratelli, padri e madri, figli, a ringraziarvi per la mia vita et per il mio respiro. Quantunque da questa città ebbi, senza obbligazione alcuna, ogni bene et ogni grazia e che, se non il mio corpo, la parte che definiamo anima quivi vive et quivi lascio. Sono appena stato accolto che già prendo concedo e proprio per quell’amore, di cui inoggi mi date testimonianza, dovete lasciare che vada giacchè la parte più profonda in me non scompaia. Non un addio ma un arrivederci nel segno di quell’affetto verso di voi che mi è stato compagno nelle notti buie mentre naufrangavo sulle schiume fragili dell’esistenza”.

La folla si dirada, escono tutti compreso Michele di Lando. Entra Rosalba, presi per mano proseguono per un tratto a piedi, degli uomini si contrappongono a Timeo, lo circondano, legano Rosalba.

Timeo
cosa volete…!?”

Uomini
“Muori insolente ipocrita!! Muori cane d’un veneziano!! Che la tua fine ripaghi la gentildonna Clotilde de Gianni della sua casta verginità!!” .

*Il primo fendente lo sfiorò sul fianco sinistro, il secondo gli trafisse il costato destro. il dolore era lancinante mentre il poetà barcollando si poggiò sul grande portone. Rosalba muggiva lacrimante con la bocca tappata da un pezzo di stoffa: si contorceva mentre ad ogni colpo voltava la faccia e tentava inutilmente di gridare, di opporsi. Un’altra pugnalata trapassò la spalla sinistra di Timeo infilzandosi nel legno della soglia. Ormai privo di vita il corpo si accasciò scomposto al suolo. Rosalba venne subito liberata mentre i sicari si allontanavano velocemente. Si buttò sopra il corpo maciullato di Timeo e lo scosse disperatamente, baciandolo e stringendolo a se.

Escono tutti,, Timeo viene caricato e portato su un letto

Scena XI

A destra il letto con Timeo, a sinistra scorribande e lotte
*Il die 27 di Agosto 1378, sotto la commozione del rito funerario a Timeo de Lion poeta fiorentino, il popolo si alzò di nuovo in un grande e tremendo tumulto.

Scena XII

Musica. G. B. Pergolesi. Sinfonia per Violoncello e Basso Continuo in Fa Maggiore – Adagio
Cecco di Jacopo da Poggibonsi ormai vecchio rimesta in una borsa, trova un rotolo, lo legge e ripensa a Timeo. Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( amorevole con il rotolo aperto in mano, poi rivolgendosi al figlio )
“Ah Timeo, Ah Rosalba, David Shabbat, i ciompi, Firenze…figlio mio dobbiamo consegnare questo scritto ad una vecchia amica”

Figlio.
“Va bene padre, partiamo con il sole mattutino per Firenze”

Cecco di Jacopo da Poggibonsi
“Questo scritto redatto da Timeo de Lion è sicuramente per Rosalba…avevo promesso di consegnarlo…ora ricordo! Chissà se è viva, speriamo di trovarla.
Musica T. Albinoni – Oboe Concerto in D minor, Op. 9 n. 2 Firenze 1420. Cecco di Jacopo da Poggibonsi e il figlio Cecco di Jacopo da Poggibonsi
Ecco Santa Reparata…è ancora in costruzione e quelli sono maestro Donatello e Brunelleschi, andiamo su! verso borgo
degli Albizzi, nel monastero di San Pier Maggiore!

Figlio
Proseguiamo per di lì padre mio.

*In un monastero Rosalba era rimasta ascendendo al ruolo di badessa.
Per molto tempo ella ricoprì quella funzione con grande ardore e profonda devozione tanto da essere amata profondamente dalle compagne. Ormai vecchia e malferma stagnava in un letto accudita dalle sorelle del cenobio. Cecco arrivò, chiese licenza e ottenendola si presentò innanzi alla cella di Rosalba. La pelle corrugata della vegliarda lo scrutavano con quello sfondo azzurro degli occhi che non poteva essere corroso dal tempo. Sorrise, fece per muoversi ma dovette desistere immediatamente. Cecco la guardò pietoso aprì la sacca e prese il piccolo rotolo.

Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( porgendogli il rotolo )
“è per vostra grazia reverendissima badessa!”

*Rosalba prese il pezzo di carta lo aprì. Una piccola lacrima fugace scivolava tra le vallate impervide del suo volto. Allora prese un sospiro, lo lesse e spirò:

Musiche. Richard Wagner, Lohengrin – Prelude ( continuato, post chiusura )

Voce Narrante
Ti aspettai lungo il sentiero che portava alla fine, il Cocito accompagnava il mio attendere con fruscii cupi mescolati al dolce scorrere delle acque. Luongo aureo, etereo, mesto, una luce perpetua illuminava di un colore rossastro banchine ceree vuote mentre il fogliame sparso e fitto intralciava i miei passi. Ti aspettai ore, minuti, giorni il fermarsi greve di un tempo immutabile, pianto che risuona come
sinfonica melodia infernale. Mi posi a guardare l’abisso dove mi persi: pozzo che canutamente diede
l’autunno ai miei giorni.
Naufrago nei ricordi, negli istanti, nei momenti che l’accigliarsi del tuo volto rendeva splendidi. La fine accorre e io ti aspetto pensandoti ogni qual volta la foschia si erge, ogni qual volta il vento da settentrione posa le foglie su quelle banchine. Ti aspettai lungo quel sentiero, davanti quel
mondo eterno per abbracciarti dove nessuno ci può separare

FINE

Timeo de Lion -Tragedia in III atti

Personaggi

Timeo de Lion, poeta veneziano trasferitosi a Firenze.

Rosalba de Medici, figlia minore di Alemanno de Medici nobile fiorentino

Odette de Glaïeul, prostituta francese amante di Timeo

Genevieve Meunier, prostituta francese

Fra Jacopo Passavanti, abate di Santa Maria Novella

Dama Matilda Combini, dama di compagnia di Rosalba

Salvestro de Medici, nobile fiorentino figlio di Alemanno e fratello di Rosalba.

Stefano de Bardi, nobile fiorentino amico di Timeo

Alessandro de Bardi, nobile fiorentino mecenate di Timeo.

David Shabbat, artigiano fiorentino di origine ebraica.

Voce narrante, uomini, gentiluomini, gonfalonieri, priori, cavalieri, inservienti, attori, bambini, coppie danzanti etc etc.

II Atto

Scena I

Musiche. Luigi Boccherini, Cello Concerto.

Coppie danzanti. [ Le solennità di mezz’estate erano usualmente aperte da fiaccolate e danze che precedevano la folta folla ammassa nella piazza. Nella vigilia i negozi aprivano le porte lignei facendo mostra della florida grandezza d’armi: drappi d’oro, di seta, vai, argenti, pitture ed incisioni di tema bellico facevano vanto di sè nelle vie dei borghi.] Appaiono Rosalba, Matilda e dame del seguito seguite da cittadini, gentiluomini, contadini e cittadinanza tutta. Attraversano lentamente la strada profundendosi in riverenze e saluti. Legiadri, strascinanti, schematici, escono. Un gruppo si apparta in un angolo, entra Timeo seguito da una dama vestita con una tonaca turchina cinta da cordicella lattea, Zeus con una veste talare blu arricchita da filamenti e placchette dorate, sopra il volto una maschera barbuta simile a quella di Ade che scintillava sopra l’abito rosso e nero. Un efebo dalla veste bianca cinta segue il corteo.

Maria-Alcmena.

“Buondì messer poeta!”

Timeo ( volteggiando di quà e di là ).

“Iddio ben ve ne dia inoggi donsella”

Zeus ( Guardandosi la veste ).

Sembra corta codesta tonaca maledetta! Non crede messere?!”

Timeo (Basito ma allegro ).

“Non credo codesto, gentiluomo, calza a misura”

Timeo (sbracciandosi sulle ginocchia ).

“Allora?! Vi si acconcia il ruolo?! Siete pronti?!”

Ade (Tentennando).

“Ho invero qualche problema con gli epigrammi ma ne ho sviluppato le parti, segmentato sezioni, destrutturato bene rime”

Timeo ( Fissandolo e rialzandosi )

“Che siano però adatte mi raccomando!”

Ade ( Premuroso ).

No…no…come concordato con vostra signoria!”

Timeo (trainante):

“Orsù signori che voi attori date forma al sacro perché tale è il vostro compito! Se il rischiarar del sole, nel suo calore divino, non muta queste parole in epitaffi volti all’eterno codesto giorno che sia a veder come tristo!”

Musiche. Luigi Boccherini. Cello Concerto.

Timeo si diresse nell’angolo più vicino per osservare e, in alcun caso, amministrare la tragedia. Efebo entra per primo, la folla accerchia gli attori.

Efebo ( Con cenni delle mani, poi nel silenzio ). Orsù….signori…orsù…silenzio

Oh musa trova in me la dolce retorica

che il pianto mi tolse

per aver di questa angelica

storia il giusto riguardo

Confidar potei in codeste frasi

che da scuro aulico sogno

divennero speme e tormento

del mio animo ferito.

Atena tremenda, gelosa e ottenebrata

odia con furore atavico Maria – Alcmena

Questa dolente ( appare il personaggio riverso per terra )

nell’Ade riversa tra lacrime e grida.

Ares ( entra il personaggio ieratico ) impietoso la guardava contorcersi e inveire invano.

– FINE PROLOGO –

Ares: “Ben giusto è che non nascano i tuoi figli!”

gridò iracondo. Ma ella che al supplizjo non avea ragione disse

“Qual male i miei pargoli a voi possenti possano?!”

“Uno di loro cancellerà tutti noi!”

“Ah… – rise amara e sarcastica allora Maria

Un pargolo che cancelli la vostra potenza?! Quale iniquizia e blasfemia e delirio!”

Ares: “Che tu supplisca che da te non scaturisca seme, così è deciso!”

Maria: “Non puoi tu, figlio di Titano, fratello di Zeus!”

Zeus: “Chi volge a me il suo appello?!”

Maria (verso Zeus ): “Dio degli dei, padre dei miei figli ridammi la libertà”

Zeus: “Non dovrei andare contro la volontà degli dei consimili”

(Scompare Ares rimangono Maria e Giove ): “Aspetta mia cara il Sol Niger, che tu sia libera e che Eracle-Jesus nasca! – dopo una breve pausa – il divenire è già scritto!”. La notte apparve cupa e il nero era abissale e tremendo Zeus trainato da quattro cavalli bianchi scese nell’Ade e slegò Maria- Alcmena cosicchè naquero Eracle — Jesus e il fratello Ificlo – Giovanni.

finito lo spettacolo si diresse all’ombra della torre dirimpetto ad un vicolo. Fermo in quel luogo sbirciava furtiivo Matilda e la sua amata Rosalba. Fece un cenno alla Cambini che, dopo aver sussurrato qualcosa all’orecchio di Rosalba, si allontanò verso di lui

Timeo (Quasi espansivo).

“Arcangelo de la mia gioia, hermes del mio affanno, lume che mi porti l’ardore e con esso la vita, cosa mi dici inoggi?”

Non attese risposta, l’ interruppe – mentre Matilda cercava di parlare

Timeo (Affettuoso e sinuoso )

” …vorrei stringerla, abbacciarla, dille di ritrovarsi tra tre giorni ove inuno ci veda, nella piana di San Salvi, presso il monasterio et il popolo di San Martino, io serrato da un roboante ardore stò già lì ad attenderla”

Matilda (Intimidita ma conciliante )

“Ooh che mi chiedete messere? eppur la mia dama preme anch’ella, e le è devota, et racconta gli sguadi e i fogli, i versi et le emozioni; giacchè per questo farò quel che voi dite”

Alla ora terza i cittadini si riunivano nei propri quartieri sotto l’insegna del proprio Gonfalone per poi accompagnare con tutto il clero, i presbiteri, i prelati, in processione le relique dei Santi. Le custodie d’argento e di oro scintillavano tenuti a mezz’aria riflettendo la luce delle fiaccole e luccicando sugli stendardi. L’ indomani, nel giorno della festa, la popolazione si radunava in piazza della Signoria per celebrare i trionfi che la repubblica aveva avuto contro gli avversari apprestandosi a rendere omaggio ai tesori che venivano esposti. In quel caso tutti i magistrati della cittò iniziavano le donazioni contribuendo simbolicamente e materialmente a mantenere intatta la floridità fiorentina. Delle coppie continuano a danzare.

Scena II

Musiche. Antonio_Salieri._Concerto_for_Violin_Oboe_Violoncello__Orchestra_in_D_major

Escono quasi tutti, due monaci parlano ad un gruppetto di persone. Timeo de Lion e Fra Jacopo Passavanti nell’angolo opposto chiacchierano di cose futili. D’un tratto fra Jacopo si avvicina al gruppetto seguito da Timeo.

Primo monaco (gesticolando, alla fine respirando profondamente).

” Confessatevi gli uni e gl’altri perchè così è scritto, leggete gli uni e gl’altri il Sacro Verbo perchè così è scritto, proseguite, sapienti e umili, la via che fu degli Apostoli” ed aggiunse “Non possedete nulla di vostro, vivete in povertà e quel poco che avete dividetelo a metà e che ognuno ne abbia parte, in quanto quelle reti che furono lasciate per seguire la verità non siano mai più riprese. San Paolo insegna che amare e la via a Cristo, quel Figlio di Dio che trovò nel servire gli ultimi la sua missione e la nostra!”

Fra Jacopo Passavanti ( intervenendo ).

” Chi voi siete per metter in dubbio la parola di Santa Madre Chiesa nutrice e guida dell’umano gregge? ”

Secondo Monaco (pacatamente).

” Fratello in Gesù e negli apostoli, nell’amor di quel prossimo che fu caro a Iddio ci professiamo poverelli; veniamo da lassù tra i monti a predicare la sacra parola, in poverta, poveri e miseri qual tu ci vedi”

Fra Jacopo Passavanti ( infervorandosi).

“Ebbene fratelli il fasto che orna la Chiesa romana è il fasto dovuto al Sommo, Immenso, Incommensurabile Nostro Signore”

Primo Monaco ( cingendo un fanciullo con un braccio ).

” Fissate negl’occhi questo bimbo! guardate l’innocenza e la purezza! non sono opere d’ Iddio? il vero ornamento che Dio abbia predetto? Allora buon frate rimembrate che Iddio ha ornamento e grandezza in ogni cosa da lui creata”.

Fra Jacopo fece un ghigno e pensieroso pose fine alla discussione. Ma qualcosa di essenziale si era deteriorato quel giorno e le parole del chierico rappresentavano la leva con la quale i dubbi e le tribolazioni spirituali di Fra Jacopo emergevano dall’abisso dove erano stati relegati. , Fra Jacopo era chiuso nel silenzio dei suoi pensieri, si concedò dal poeta con un cenno per ritirarsi in ascetismo nella sua cella. Escono tutti resta il Passavanti.

Fra Jacopo Passavanti ( in ginocchio con le mani giunte in atto di supplica, monologo ). “Signore Iddio, altissimo, la mia pena ti offro nel pianto dei poveri inascoltato dai tuoi figli nell’edifizjo ecclesiastico” – e aggiunse – Come può la tua chiesa essere cieca e sorda, cieca al pianto e sorda al lamento di chi soffre. Nel giorno del giudizio chi trarrai con te se non i miseri, se non i poveri. Ti offro il mio corpo e il mio spirito e se l’uomo, mendace figura di carne, vorrà chiamarmi eretico che così sia. Cosa dovrei fare? Come comportarmi Iddio, puro padre di tutte le creature? Scusami padre se ho peccato! Scusami progenitore se i tuoi figli dispersi nei rivoli della terra peccano gli uni contro gli altri, inveiscono, ostentano ricchezze, calcano con piede forte e audace i capi ornati dalla pauperistica sacralità. Io piango e fremo per questi e per quelli, mi lamento, stuzzico la tua pazienza con la mia debolezza. Innocente io sono anche se peccatore e come un pargolo a te mi rivolgo e con te voglio vivere”

Si ode bussare. Entra un monaco.

Fra Jacopo Passavanti (d’improvviso, distogliendosi dalle preghiere ).

Chi è?”

Monaco ( origliando).

Sono io padre abate, ho notizie urgenti”

Fra Jacopo Passanti.

Entrate figlio mio, stavo pregando, che notizie?!”

Monaco ( gesticolando ).

Città di Castello insorge contro il clero locale,I castellani prendono la rocca e scacciano i prelati dal borgo.

Fra Jacopo Passavanti ( sconcertato).

Oh mio Dio…”

Monaco.

A Città di Castello segue Perugia, le novelle in tal senso arrivavano freneticamente, qui, tagliato il ponte che congiungeva la fortezza di San Antonio a quella di Santa Maria Monte Luce e costruiti trabucchi e macchine da guerra, il popolo insorto assedia la città. E…”

Fra Jacopo Passavanti (sconfitto e desolato).

Che altro figliuolo?!”

Monaco.

Altri municipi si alzano contro il la Chiesa: Agubbio, Todi e sopratutto Viterbo. La metropoli della Tuscia chiede a Vincenzo di Vico, prefetto di Roma, di aiutare la sollevazione contro Angelo Tavernino, tesoriere del Soglio Pontificio, e Gherardo Dupuy, abate di Marmouter, uscendone vittoriosa.

Fra Jacopo Passavanti.

“Dai su! Preghiamo…!”

Si ritirano in preghiera.

Scena III

Antonio Vivaldi – Estate, Movimento III. Presto

Su una terra brulla sfilano dei soldati tra i quali Timeo che si dirigono a Bologna. A sinistra della scena uno spaccato di suolo e sulla sinistra palazzi, case e strade. Il viaggio durò un giorno, distese di spighe gialle rendevano un deserto immaginario alternato da qualche albero da frutto stagliato su ciottoli e frange di rocce aguzze. le rocche dei popoli si alzavano impervie, ammiravano su alti promontori il passaggio dei fiorentini. A capo della spedizione c’era Corrado Tedesco

Timeo: “Cosa troveremo a Bologna?! Sicuro che i bolognesi vogliono essere liberi?”

Stefano: “Non saprei, speriamo di si…ma tu come và con le ragazze?! Odette?”

Timeo ( come se si fosse accorto solo in quel preciso istante): “Vedi Odette…le devo scrivere al più presto sono mesi che non la sento! Ha mandato delle lettere a cui non ho mai risposto!”

Stefano ( conciliante): “Sei innamorato, perso in un’altra caro poeta?”

Timeo (rosso in viso): “Quella dama che un giorno ti dissi, quel cherubino, ora ha un nome e una voce, una pelle candida e rosea, una bocca…”

Stefano: “L’amore….che brutto male che è l’amore aspetta…vediamo che dice Corrado siamo quasi giunti…”

Corrado Tedesco: “Le truppe si accampino fuori le mura, i gentiluomini mi seguano!”

Il Tedesco insieme ai capi e Timeo furono fatti accomodare nel palazzo degli Azzoguidi. La stessa sera li condussero celermente a riunione con uno sparuto numero di nobili bolognesi tra cui Riccardo Saliceti e Alberto Guidotti. Sala sobria e rozzamente strutturata con un pavimento in cocciopesto e mattoni cotti a vista le pareti. Il soffitto in travi intrecciate con trascurate decorazione in noce, un tavolo era posto nell’angolo nord della stanza rendendo un calore quasi domestico.

Primo gentiluomo bolognese.

“Se inora li abati vendono Bagnacavallo e Castrocaro chi tra voi altri sà con certezza che un domani non vendano anco codesta nostra Bologna a li Galli o a gli Inglesi??”

Secondo gentiluomo bolognese (spavaldo).

Niuno ci assicura che alla tirannide non vi sia malanno ancor più greve, allor che s’attende a prender a pretesto cotali venditi per aizzar il popolo alla rivolta?”

Terzo gentiluomo bolognese.

“Ma se la perniciosa questione la facciamo gravare solo sopra noi ne cale poco, o a dir nulla, et per questo che ci abbisogna pacificar coi Maltraversa che ha possibilità di coinvolgere i contadi alla nostra rivolta “

Secondo gentiluomo bolognese.

” Tu Riccardo – diceva così al Saliceti – che in codeste cose sei mastro e sommo conoscitore potresti renderti araldo per lo bene nostro e della Repubblica?”

Quarto gentiluomo bolognese (fiero).

è così sarà, che non sia mai detto che il mio affetto per codesta nostra città sia manchevole”

Corrado Tedesco.

Perché codesto Maltraversa è contrario?”

Primo gentiluomo bolognese.

La lotta per il potere in Bologna è divisa in fazioni tra le quali quella del Maltraversa è rivale a quella degli Azzaguidi”

Scene di tumulto. In un via vai di gente, forconi, spade, urla feroci accompagnavano un fiume in piena di persone dirette alla piazza. Il legato impaurito, senza tentare una benchè minima contro offensiva, consegnò la città ai popolani e abbandonò Bologna.

Stefano (alla fine del combattimento,in mezzo alle urla della popolazione).

Timeo torna a Firenze ad annunciare la vittoria!”

Timeo (capendo a stento le parole pronunciate).

Eh…si… così sarà”

Scena IV

Mozart – Requiem

Nel palazzo dei Medici, una stanza sontuosamente acconciata con un balcone nel prospetto, Rosalba e Matilda sedute a ricamare.

Rosalba (inebriata, poi sussurrando).

Usciamo di grazia, non voglia che ci sia in giro il mio amato Timeo”

Matilda tossisce ripetutamente.

Matilda (sembra flebile).

Non voglia Iddio che ci sia anche tuo fratello Salvestro…bisogna essere cauti”

Matilda tossisce nuovamente.

Rosalba (tenera ).

Stai male?!”

Matilda ( con aria bontempona).

No, non è niente”

Rosalba (premurosa).

Ti faccio preparare il letto e restiamo a casa”

Matilda (tossendo, poi sorridendo flebilmente).

No, non ve ne è bisogno…eh…”

Rosalba (interrompendo).

No, no starete a casa, a letto, con qualche mistura di erbe”

Matilda (mentendo).

Oh mia cara sto bene…”

Rosalba si alza chiama un’inserviente..

Rosalba (gesticolando).

Il letto di dama Matilda per piacere…”

Matilda appare contrariata.

Rosalba.

Riposerete inoggi e niente storie…”

Scena V

Musiche.

Luigi Boccherini Minuetto (classical)

Una chiesa, una navata divisa da capitale che danno su un altare. Timeo attende nelle prime file, arriva Rosalba.

Timeo (correndo verso Rosalba e stringendola dolcemente).

Oh mia adorata quanto tempo è passato dall’ultima volta quando il cielo, scaltro furfante, a visto la luce che irradi e me ne ha fatto partecipe. Quando tempo è passato che non abbia agognato, giorno dopo giorno, la tua presenza. Ti amo! Soffio del mio cuore che recalcina, langue nel desiderio di baciarti di stringerti a me teneramente – la bacia – e ancora viepiù il nostro amore, come angelo disceso dalla volta, mi apre i sensi, le vie ai sogni”.

Rosalba ( stringendo il profilo sul petto di Timeo, poi rivolgendo lo sguardo a lui).

Anche tu sei il mio amore e dono le mie labbra a te perché possano assurgere al gusto dell’ambra, deliziosa, soave, il tempo che sei mancato è stata la mia tribolazione più ardua e in te confido la vita poiché senza di te dispero”

Timeo ( stringendola ognor più ).

Ti vedo gentildonna matura nei suoi anni, anni che non tolgono nulla alla tua bellezza ma che esaltano il tuo spirito”

Rosalba (piegando il capo).

Forse la morte di mio padre, le cure a cui è dedita solo Matilda oramai mi hanno fatto ergere il capo come una margherita nel campo, me ne scuserai!”

Timeo (teneramente).

No …no mia cara sei splendida in ogni tua forma che sia essa sottoposta alla carne che allo spirito. Il tuo carisma ora si sprigiona libero come un uccello che abbandonato il nido si libbra nell’aria legiadro”

Rosalba ( facendo una giravolta sorridente).

E cade con un tonfo sul prato verde, decolla, stenta, vola raso tra i fiori”

Timeo ( tenendogli la mano ).

E poi risale su in alto verso il cielo, cinguettando felice”

Rosalba ( fermandosi e staccandola mano da quella di Timeo).

Forse le sue ali sono ancora gracili e deboli, non riesce ad alzarsi, le sbatte velocemente ma non ce la fa”

Timeo (avvicinandosi a lei ).

Ma ora vedi con uno stripitio, un balzo si arrampica ad un ramo, si inerpica, si solleva e poi…poff!”

Rosalba ( tendendo la mano a Timeo).

Ti amo amore mio”

Timeo (tendendo il braccio a sua volta ).

Anch’io mio tesoro”

Si abbracciano

Scena VI

Antonio Salieri- Les Danaïdes

Alcuni gendarmi prelevano Fra Jacopo Passavanti dalla sua abbazia per condurlo dalla santa inquisizione. A destra della scena la chiesa, a sinistra delle celle; tutt’intorno scorci di Firenze.

Primo Gendarme.

Reverendo Abate di Santa Maria Novella la accusano di eresia, dobbiamo condurla al cospetto degli inquisitori”

Fra Jacopo Passavanti ( con profonda calma).

Quale eresia persiste se non nella santa chiesa che fa dei poveri sua mercé?! quale eresia trasforma le parole del vangelo in ostentazione di nobiltà?! Sono queste le domande che dovete porvi prima di arrestarmi”

Secondo Gendarme.

Noi abbiamo l’obbligo di prelevarla non concerne a noi decidere, lo sa bene!”

Primo Gendarme.

E’ proprio così! In ogni luogo le eresie dilagano e strati sempre più ampi della popolazione le segue, le percepisce come benefiche, ricerca il pauperismo come embrione della santità”

Fra Jacopo Passavanti ( si pone al centro del gruppetto di persone ).

E non è forse verso che la poverta è indetta da Cristo figlio?! Lasciate tutto e vi farò pescatori di uomini, beati gli umili, beati i poveri, beato chi non ha niente…”

Primo monaco ( interrompendo).

“…perché di loro è il regno dei cieli!”

Primo Gendarme (tagliando corto).

Non stà a noi decidere le ripeto…ci segua di grazia!”

Fra Jacopo Passavanti ( con un sospiro).

Andiamo…fate di me quello che credete”

Escono. Entrano gli inquisitori seguiti dai gendarmi e fra loro Jacopo Passavanti.

Primo Inquisitore ( ieratico ).

“Qual reato più alto se non aver scambiato la verace via per quella del Maligno dacché negasti la veracità dell’indulgenza e fin anco li sacramenti furono sorvertiti a mal senno”

Fra Jacopo Passavanti (pacatamente).

“Cari fratelli che nell’amor per Cristo e solo in esso diressi la mia vita et il mio parlare giacché mai proferii verbo di apostolica avversione” “E non abbia che la madre chiesa a temere perché il troppo amor di Dio mi volse in tal senso”

Secondo Inquisitore ( infervorato).

” Tu neghi che siffatto amore non vi è nel nostro agire dunque?”

Fra Jacopo Passavanti ( cautamente).

“Non fraintendete fratello quel che ingenuo come pargolo inoggi vi dico”

Primo Inquisitore (assumendo un tono di voce formale ).

” Fosti tu allora a macchiarti dell’onta di eresia, che dasti accoglienza alle parole che il Demonio ritrasse in contra alla Santa Madre Chiesa, neghi le tue colpe?”

Fra Jacopo Passavanti ( dolcemente ).

“Se colpa ci sia è serbata nel troppo ardere per seguire con amor vero il Verbo, come gli apostoli e le beate genti”

Primo Inquisitore ( sussultando con un gesto di scherno).

“Che tu sia libero ma che la tua condotta sia confaciente!”

Scena VII

J.S. Bach Cello Suites No.1-6 BWV 1007-1012

Sala formale, elegante e riccamente ornata e affrescata, collegio a parlamento insieme a Salvestro e agli araldi inviati ad Avignone. Dialoghi.

Primo Gentiluomo.

Compagni…fratelli…il pontefice ci assedia ognor più da tutte le direzioni la scomunica infatti è stata ratificata, siamo ufficialmente interdetti, mentre i brettoni continuano a procedere verso la città di Bologna e, in una marcia sanguinaria, sono già nei pressi di Alessandria della Paglia e Tortona. Li comandano due arguti condottieri che prendono il nome di Malastretta e Buda. Rinfrescati e rinvigoriti dal riposo offertogli dal Marchese di Ferrara volgono verso Bologna dove assediano di già il castello di Montegiorgio facendo scempio della popolazione. Circondano la città emiliana sicuri che lo sterminio da poco consumato e le urla avrebbero gelato il sangue ai bolognesi e li avrebbero indotti alla resa senza lottare.

Araldo.

Giunti ad Avignone non ci hanno concesso alcuna difesa tanto che il mio compagno gridò in mezzo allo strepitio: “A Te – disse – Signor Mio Gesù Christo dell’ingiusta sentenza del tuo Vicario datami appello in quel tremendo giorno; nel quale venendo tu a giudicare il mondo non varrà appresso te l’eccezione delle persone. Tu tra questo mezzo sincerissimo e incorrottissimo giudice difendi la nostra Repubblica dalle bestemmie crudeli fulminate contra di lei con quella giustizia che a te è manifesta – concludendo con un versetto del Salmo – Guardami dall’alto, oh Dio, mia salvezza, vieni in mio aiuto, non abbandonarmi perché mio padre e mia madre mi hanno abbandonato”.

Secondo Gentiluomo (rivolgendosi al primo gentiluomo).

Gregorio XI partitosi da Avignone s’avanza alla volta dell’Italia. Prima che fosse cominciata la guerra il pontefice aveva concepito il disegno di portare la sua sede a Roma; iniziata questa il progetto diviene un bisogno.”

Terzo Gentiluomo (Rivolgendosi al secondo gentiluomo).

Si….la notizia è certa…il pontefice è partito superando le contese del padre che fin alla fine gli sbarrò l’uscita.”

Quarto Gentiluomo (verso il gruppo di persone).

E inoltre continuano a preoccupare i continui lamenti della popolazione. Molta della liquidità circolante è stata incamerata per le spese di guerra e gran parte della popolazione vive in stato di povertà assoluto. Una parte, invece, conduce una vita modesta che si limitava ai beni primari del desinare. Rappresenta un conglomerato sociale miscellaneo e lavorativamente attivo ma non reintrodotto negli schemi corporativi quindi totalmente estraneo alla vita politica del paese.”

Primo Gentiluomo (sospirando).

E’ certo cari fratelli che ci crucciamo di molti perigli…”

Salvestro ( con fare accondiscendente).

In primo luogocorrompiamo ancora una volta con i fiorini il Malastretta e il Buda, necessitiamo di tempo per organizzarci. In secondo invieremo inoltre Caterina da Siena, la Santa, dal papa gravata delle nostre offerte di pace. Vietiamo inoltre i sacri uffici cosicché ogni tensione sociale venga meno”

Il manipolo di uomini annuisce. Comincia un vociare confuso che si protrae per pochi minuti.

Primo Gentiluomo.

Compagni inoggi si è discusso molto e molti gravi problemi restano irrisolti ma bontà vostra vuole che terminiamo le nostre pratiche e che rimandiamo il tutto in altra seduta”

Escono tutti parlottando. Rumori dentro la sala.

Scena VIII

Musiche Antonio Vivaldi Le quattro stagioni LInverno

Sala sontuosa, Rosalba e Matilda

Una mattina, la rugiada fine si stagliava sui gigli, sulle rose mentre il sole si scorgeva a strati riemergere vegliardo in un tepore tenue mentre Rosalba, come suo solito, si recò da Matilda; distesa sul letto, il volto pallido, tirato, bianco e le braccia prive di vita posate sulle sete la randevano triste, più vile di quanto è umano sentirsi. Quel dì alle parole di Rosalba non vi fù reazione alcuna;

Rosalba (allegra, poi preoccupata, poi piangendo).

Matilda mia dolce Matilda..come state inoggi?!…Matilda?!…Matilda?! Rispondete per carità!”

Matilda era lì ferma, fissava un punto lontano fuori dalla finestra persa ormai, com’era, al mondo sensibile. Si spense così, tra le braccia della dama che aveva sempre servito, l’occhio ormai stanco si chiuse nel triste abbraccio della sua diletta padrona. Morì nel silenzio che da subito diruppe in lacrime, amare, roboanti, angosciose, aleggiavano melanconici in quella piccola camera dove in poco tempo affluirono gli astanti.

Uomini, gentiluomini, inservienti e dame ( Coro)

“E’ morta! E’ morta! Povera dama! E’ morta! E’ morta! Povera Matilda!”

Rosalba (piangendo angosciata).

Matilda no! Mia tenera Matilda! Sei stata per me una madre e ora vai via! No mia cara, dolce Matilda! Ti amo con tutte le mie forze amore mio!”

Arriva Salvestro de Medici.

Salvestro.

Cosa succede di grazia!”

Rosalba (piangendo accasciata sul letto).

E’ m-morta!!”

Entrano altri inservienti e contadini togliendosi il cappello, continua il Coro.

Musiche. Mozart. Lacrimosa ( solo base musicale )

Scena IX

A sinistra il fiume gorgogliante con una piccola luce del vespro. Tutt’intorno scorci di Firenze. Timeo e Fra Jacopo Passapavanti.

Timeo.

Ebbene buon frate…”

Fra Jacopo Passavanti.

“La dismissione dei sacri uffizj m’impongono di trattare pio ministero in altra sede”

Timeo ( sconsolato).

” Ohi me sventurato qual misera e ceca al mondo questa mia vista legata ad un amore dal destino funesto”

Fra Jacopo Passavanti ( come a rabbonirlo).

” Non batterti il petto in cotal maniera…”

Timeo ( affranto).

” così novizio e dedito alla mia Rosalba che man mano sfugge sciaguratamente alla mia presa”

Fra Jacopo Passavanti (tranquillizzante).

“…perchè, come l’amore che S. Paolo professa, questi vince e splende in modo perpetuo”.

Fra Jacopo Passavanti ( abbracciandolo).

Addio figliuolo…”

Timeo (ricambiando l’abbraccio ).

Addio buon padre…”

Scena X

Sala addobbata alla moda barocca. Salvestro seduto alla scrivania, un inserviente nelle vicinanze in posa ieratica

Salvestro ( con fare annoiato).

Trova una dama di compagnia per mia sorella, dopo la morte delle sua vecchia dama la vedo fuori di sé, strana, malinconica, sta nascondendo qualcosa voglio sapere tutto su di lei”

L’inserviente fa un altro inchino e riesce rientrando dopo pochi minuti con una donna dall’aria vetusta e altera

Inserviente.

Questa può andar bene signore?”

Salvestro.

Va bene una qualsiasi a patto che riferisca a me degli incontri di mia sorella, il suo stato di salute, qualsiasi cosa abbisogna, siamo intesi?”

Dama ( solenne ).

Certo che si”

Salvestro ( sospirando).

Questa mia sorella! Dalla morte della sua dama di compagnia non faccio che preoccuparmi per lei, mi inquieta, sembra cambiata, mi risulta ermetica come uno scrigno sigillato, non la capisco. I suoi occhi brillano irradiati dalla giovinezza ma il suo cuore è tormentato.”

Dama.

Le riferirò ogni cosa con minuziosa solerzia, giuro che non vi sarà particolare della vita di Rosalba che non udrete”

Salvestro.

Ebbene che così sia! Fate chiamare mia sorella Rosalba che possa presentargli la sua nuova accompagnatrice”

L’inserviente esce.

Salvestro (rivolto alla dama).

Pensate sia innamorata?”

Dama (dubbiosa).

Ne dubito ma credo che lo scoprirò ben presto”

Salvestro.

Distoglietela da qualsiasi amore sconveniente, che la nostra casata non si perda nei rivoli della plebaglia”

Dama (sicura).

Ve lo garantisco..”

Si ode bussare.

Salvestro ( spazientito).

Avanti…avanti, potete entrare!”

Entrano l’inserviente e Rosalba.

Rosalba.

Mi hai fatto chiamare fratello?!”

Salvestro.

Si mia cara solo per presentarti questa dama ( di cui disconosco il nome ) che ti aiuterà nelle tue faccende”

Rosalba ( rassegnata).

Se è questo il vostro volere…”

Salvestro ( facendo finta di non notare la preoccupazione negli occhi di Rosalba ). “Ebbene si lo è!”

Rosalba (con un inchino).

Se questo è tutto prendo concedo”

Salvestro ( con il braccio teso verso la dama ad indicarla).

Aspettate voglio dirvi che siamo tutti costernati per la perdita della cara Matilda ma questa dama saprà accudirvi degnamente”

Rosalba annuisce ed esce seguita dalla dama di compagnia. Resta l’inserviente e Salvestro.

Salvestro (pacatamente ).

Anche tu puoi andare”

L’inserviente esce, resta Salvestro che riprende a rovistare tra le carte

Scena XI

Musiche. Manscritti

Una chiesa con delle panche per i fedeli. Timeo attende, entra Rosalba accompagnata dalla nuova dama di compagnia.

Timeo (stringendola a sé ).

“Ebbene il mio pensiero vaga scorgendoti nei minimi elementi” – continuando – “guarda tutt’intorno il volgersi di tutte le cose, nella natura, nelle pietre di questo edifizio et pensa che inoggi tutto trascende nella tua visione “

Rosalba indietreggia e inavvertitamente fa cadere la nuova dama di compagnia che si rialza dolorante e inviperita.

Dama (inferocita).

” Quando messer Silvestro saprà di questo sarete rinchiusa in un convento, è quello che vi spetta per la vostra impudenza!”.

Timeo (incollerito).

Come osate…come osate minacciarci!!”

Timeo si getta sulla donna nell’intento di tappagli la bocca. Strinse, strinse ancora con tutta la forza che aveva in corpo, la donna si dibatteva in spasmi convulsi: la presa la stava infatti soffocando. Inutile che questa implorasse, in un mugolio scialbo, di lasciare la morsa letale, il poeta non si accorse di nulla e premette ancora. Si spense tra le sue mani, sotto l’incredulità dello stesso Timeo. Rosalba scoppio in lacrime che risuonavano nelle mura e vibravano tra le colonne della chiesa. Dei sussulti continui s’impossessarono del corpo della dama medicea che restò in piedi mentre Timeo si sedette, chino il capo, e si mise le mani in mezzo ai capelli. Stette un paio di minuti…

Timeo.

Dobbiamo seppellire il corpo!”

Rosalba (piangendo).

L’avete U-uccisa!”

Timeo.

Dobbiamo nascondere il corpo!”

Rosalba (singhiozzando sconsolata).

L’hai U-uccisa!”

Timeo esce e rientra dopo pochi minuti con una vanga.

Contemporaneo alla musica i due prendono il corpo di peso e trovando un posto non molto distante ma immerso negli arbusti vi scavarono una fossa e vi posero il cadavere.

Timeo (rabbonendo Rosalba).

Andrà bene…supereremo anche questo”

Rosalba (sconsolata ed afflitta).

No…andiamo te ne prego!”

Timeo ( prendendo il suo volto tra le mani).

Ascoltami passerà e vivremo felici”

Rosalba tenta di divincolarsi ed accenna ad un no con il capo.

Timeo (tenendola stretta a sé).

“…si invece”

Musiche. Manscritti. Concerto.

Si prendono per mano ed escono.

Fine II Atto

Timeo de Lion Tragedia in III atti

Personaggi

Timeo de Lion, poeta veneziano trasferitosi a Firenze.
Rosalba de Medici, figlia minore di Alemanno de Medici nobile fiorentino
Odette de Glaïeul, prostituta francese amante di Timeo
Genevieve Meunier, prostituta francese
Fra Jacopo Passavanti, abate di Santa Maria Novella
Dama Matilda Combini, dama di compagnia di Rosalba
Salvestro de Medici, nobile fiorentino figlio di Alemanno e fratello di Rosalba.
Alessandro de Bardi, nobile fiorentino mecenate di Timeo.
David Shabbat, artigiano fiorentino di origine ebraica.

Voce narrante, uomini, gentiluomini, gonfalonieri, priori, cavalieri, inservienti, attori, bambini, coppie danzanti etc etc.

Musiche. Vivaldi – Violin Concerto in G Major RV 310

Voce Narrante
“Camminai lungo i viottoli di Firenze tanti anni or sono
ma il ricordo pur di vivere mantiene tenace pregnanza.
Ancor rimembro le grida e tante volte nel sogno ogni dettaglio appare sottile, specifico, eterno.
I volti che incontrai, le labbra che dolcemente si accostarono alle mie, negli amici dell’arme dai volti forti e passionali.
Irriconoscente al tempo la mente combina le storie, le vive intatte come orgogliose vestigi di un passato remoto.
Era un giorno freddo, il sole pallido compariva a tratti per poi scompararire parzialmente , dolente brillava di un calore muto.”

Atto I

Scena I
Si apre il sipario. Firenze XIV secolo d.C. Palazzo Vecchio: Gonfaloniere, gentiluomini, priori, cavalieri, inservienti a concilio in una stanza elegantemente dipinta e ornata alla moda barocca.

Gonfaloniere
…Signori Priori…Compagni!…
Ebbene illustri congregati già vi è noto il periglio che inoggi condividiamo.
Truppe papali avanzano minacciose verso codeste terre, depredando,
uccidendo, facendo man basso di ogni uomo o edifizjo.
Le Erinni, fregiate dello spirito dell’altissimo, si avvicinano alla città
Calpestano la terra minacciose strisciando come Serpenti
Di zona in zona, di città e città. Che il fato ci si opposta
O abbia per noi clemientia, dobbiamo dare ragione
Alle pene del giorno, dare risposta alla paura di Firenze
E di codesta nostra terra tutta. Opaco il sole piange con noi
I molti morti caduti sotto il peso mercenario,
dilagono i tormenti, il riposo ci è negato. Se il fiore
non sboccia nell’infreddolito ramo, se la pace non trova
conforto, son le armi il dolore e la gloria di questo triste tempo.

Primo Gentiluomo.
” Ebbene si gentiluomo! Silenti e inermi dobbiamo restare
nel rimirare Firenze che brucia, che agonizza stretta
dal braccio delle armi?! Non fosse che la tranquillità,
il quotidiano divenire nel seno della più atroce morse,
stridore di ferro e il fuoco nero delle arsioni.
Degli uomini e delle donne la rovina, la fuga,
il timore. Guerra cade sulle nostre teste, sulle
auliche e rigogliose mura cittadine. I tamburi
risuonano colmando l’aria della sua temuta melodia.
Assediati da mano nemica, agli uomini chiedo coraggio,
alle donne beltà. Or dunque, oh voi signori, cosa proponete che
possa giovar a noi tutti.

Primo Priore.
“Che i soldati siano pronti al contenzioso,
che codeste mura diventino sentinelle indefesse dei focolari,
che Firenze tutta imbracci la spada e la vanga per combattere e costruire.
Difendiamo la nostra vita e nostri cari, preserviamo ognor più
La nostra legge, avanziamo possenti nelle terre cercando l’aiuto degli amici
E la distruzione dei nemici. Con il braccio e le pietre, ferree entrambe,
armonizziamo quel che natura, dama giusta quanto maligna,
al nostro pianto ha dato. Dei palazzi, delle case, un focolare
che passionale saetta come il nostro spirito.

Gonfaloniere ( al primo priore)
“Gentiluomo mi par savio rafforzare i bastioni e cingere avamposti,
chiamare le truppe a raccolta,ma ci abbisogna di tempo e di denaro
e inoggi siamo manchevoli sia dell’ uno che dell’ altro”.

Cavaliere .
Ebbene che si dia inizio al reclutamento dei soldati
e che si chiamino a raccolta quanti nei campi o nei casolari
sono indaffarati nelle loro opere. Nessuno rimanga indifferente
al nostro richiamo. Il grano non maturerà sotto un tempo infausto,
ne donne partoriranno in pace i loro piccoli. Triste questa stagione
non cammina senza che i piedi scivolino nel più vile baratro.
Un giorno giudice degli uomini e degli dei, amanti della
Preziosa vita, nello spirito uniti alla comune sorte, gioia, pianto,
dolore, fin al giorno della agognata pace.

Secondo Gentiluomo.
“Che mi sia permesso di aggiungere innanzitutto che la città è
stremata dalle calamità: la peste, la carestia, la fame.
Le casse di Firenze languono e in affanno risalgono il baratro
di quegli anni. Quale balzelli e nuovi oneri imporre ad
una popolazione siffatta?! Come pagare le truppe, costruire
mura ed alzare steccati?!”

Terzo Gentiluomo
“Me ne scusate illustri colleghi,
se angusto si porge codesto giorno lasciamo che sia il tempo a
ritrovar la retta ragione, or triste per li malanni di cui la
Repubblica s’afflige, e ne è dolente, non fosse che a serbar
fiorini tirassimo a noi sciagurata sventura, inviamo adunque
ambasciatori a ricusar con moneta lo patto che tanto inoggi c’abbisogna.
Che ambasciatori trattino l’agognata tregua, preparandoci,
meditando, costruendo, nell’amor silente verso il continuo scorrere del
tempo, immutato e stabile. Niente lenisce più di questo questo scambio,
che Iddio ci ha imposto,tra il solenne fruscio delle vie e i tonfi striduli
della battaglia.

Secondo Gentiluomo ( prima rivolto al terzo gentiluomo poi all’assemblea)
“Mi par che quanto detto da codesto gentiluomo sia oltre modo savio,
che noi che ad assennate voci siamo dediti non possiamo che non
seguir tal rilucente proposta. L’orizzonte già si prospetta, si apre alla notte,
le stelle seguono il loro corso disordinate, scombinati gli astri catturano
la paura atavica della morte, della distruzione. Quando che l’alba ci coglie
in un frastuono assordante che non lesina amore. Scompaiono le tenebre e
la vista del sole ritrova senso e scopo, esiste, e gli elementi ne sono testimoni.

Gonfaloniere.
” Oh congregati, figli della grande Fiesolana,
anch’io sono convinto che la moneta possa dare a noi quel tempo di cui abbisogniamo
ma solo questo, ahimé, solo rimandar quel che inevitabilmente a da venire.
Il pontefice invierà ben presto altre truppe, altri uomini dal ghigno feroce
sfideranno i nostri possessi e noi non possiamo far altro che prepararci.
Ma, amici cari, cerchiamo di comprendere come il futuro,
seppur frastagliato, deve dare al mondo luce e germogli di nuova vita.
Una vita che ama, fatica, corre come un piccolo cervo tra gli
Impervi sentieri della tranquilla convivenza. Dai rami della grande
e possente quercia, una luce dorata deve condurre la nostra vista
verso il cielo di un anima liete e pacifica, di una Repubblica che
agogna di ritrovare splendore e maestà”

Secondo Gentiluomo
Permettetemi gentiluomini di dire che sappiamo, inoltre, da fonte certa
che il Cardinale di Bologna tesse trame oscure in Firenze per carpirne le intenzioni.
Entro le nostre mura sono entrati, davanti alle nostre porte bisbigliano la nostra fine.
In chiostri di vipere la voce cola purpurea non smentendo preoccupazione
E infedeltà. Le porte della città sono ben poco di ostacolo per i pericoli.
L’uomo, aspro e incontrollabile di sua natura, è il gendarme delle pazzia,
scrigno di infamia e malvagità. “

Cavaliere
Che guardie siano avviati per le strade, torri, rupi o sacrj edifizj
non abbiano alcun mistero. Chi ci attacca all’ interno ci minaccia
doppiamente: il periglio esterno e quello intra moenia si congiungono
e si intersecano; L’uno grava sull’altro, l’uno apre le ferite altrui.

Terzo Gentiluomo

Gonfaloniere
“In questa prova la Repubblica, sempre di onori degni, si batterà con
maggior vigore, falsi amici, amici ingannevoli, traditori, mercenari,
come quando truppe che barbare lambiscono le nostre coste reclusi
debbano essere alla loro truce sorte. La ragione sia portatrice del
peso della nostra sorte, il vigore degli uomini e l’avvenire,
in una primavera di un flebile e delicato profumo, elargisca
i suoi doni. Attratti giammai dalle lusinghe della conquista
quanto figli della libertà e fratelli nell’amore.”

Scena II
Musiche. A. Vivaldi. Concerto per Mandolino in C Maggiore RV 425
Escono tutti. Appare Timeo seduto su una scrivania. Un tramezzo viene inserito nella scena con alcune porte. Dopo pochi minuti Timeo si alza ed esce dirimpetto alla parete, un bambino passa trotterellando.
Bambino ( a Timeo).
“Maestro!”

Timeo (al bambino).
“Lucio!! Come mai sei qui in codesta ora del vespro?!
Vai senza perdere minuto alcuno da tuo zio Stefano!
La luce è scarsa, il giorno si spegne e tu tra poco,
furfante, non vedrai a un palmo dal tuo naso.”

Bambino ( a Timeo )
“Va bene messere!”

Il bambino si volta e prosegue insieme a Timeo che lo prende per mano.

Timeo ( guardando in basso il bambino).
“Come stai Lucio!?”
Bambino ( guardando in alto Timeo ).
“Io!? Ah! mbè! Sto bene!!”

Timeo e il bambino proseguono fino alla porta davanti la quale si fermano e scrutano dentro. Un uomo era seduto in una specie di studiolo, appena li scorge innanzi alla porta và verso loro guardando immediatamente il bambino con aria torva e ipocritamente burbera.

Stefano ( al bambino )
“Lucio, dove eri di grazia!? Ti ho fatto chiamare da Caterina
molto tempo fà! Gironzoli per il palazzo meditando e giocando
Ahi cara gioventù, ambrosia della vita, spensierata, sognante,
che i periodi dell’uomo possano ricominciare sempre
dall’adolescenza cosicché almeno quel lustro ti sia dolce.
Quanti crucci porta seco la vecchiaia, quanto tristi eventi
La vita nel suo declino compone.”

Bambino ( impacciato cercando di trovare delle scuse adeguate )
“Eh! Eh! Si! passeggiavo!”

Stefano ( al bambino )
” Preparati per il desinare che ormai l’ora è tarda e tua madre
t’attende! Và su!!”
( a Timeo )
“…Mio caro Timeo penso che Odette e le tue pupille ti attendono
codesta notte adunque non ti tedio oltre! Non ti racconto questi
giorni rivali ostinati della tranquillità. Lustri terribili, giorni
vacanti, ansanti nei confronti della vita come di un vuoto faticoso,
di un accostarsi al respiro forzato. Racchiudono un tempo troppo
limitato per perdersi con tale asprezza. Nel ciclo della vita ne
decurtano l’essenza e il piacere e io di questo e quelli niente
ho e niente trovo. Mi scuserai. Buona serata!”

Il bambino annuisce vistosamente, si volta, guarda sperduto a destra e a sinistra e s’avvia. Timeo e l’Uomo restano soli.

Timeo
“Stefano, fratello mio, in San Giovanni pochi giorni or sono,
mentre crucciato rimiravo l’andirivieni della gente
e solingo ero perso nei miei affari vidi improvvisamente un angelo!
una sublime dama che scivolava leggiadra.
Sembrava librarsi, sembrava eterea che tendea tra il vento e il sole!
Poche parole riescono a descriverla, nessuna è alla mia portata anche
se poeta m’appello.”

Uomo.
“Ebbene la conosci?”

Timeo:
“Oh di grazia no! Credo che sia realmente un cherubino che il mio
cuore intende affligere con le sue arti che ben lungi dall’essere umane e
eppure umane sono. Oh nuda statua marmoria , vergine immacolata
di splendore. La sua pelle è come un manto di cigno, i suoi occhi cantano,
il suo respiro riempie il giorno di luce e il vento di profumi. Magnifica!
Amo di già, gridando, pensando, trovando parole nuove con la quale
Adulare una dea che ben distante dalle frase, dall’espressioni, fin anche
Dalle mortale natura.”

Uomo.
” Va bene, non tardare oltre ora vai da Odette e le ragazze.
Odette ti ha scritto spesso di recente e chiede ardentemente di te!
Ormai da svariati lustri angustia tutta Firenze!”

Timeo.
“Per adesso le scrivo davvero poco! I gravosi giorni portano seco mille minuzie,
dalla più improbabili a quelle meno;
io indaffarato girovago di qui e di là, spesso alieno alle cose e alle persone.
Spero di vederla questa sera e auspico che sia lieta della mia presenza”

Uomo.
“Lo scoprirai presto e credo che non resterai deluso, và subito dolce Timeo!”

Timeo si avvia ma l’uomo lo chiama.

Uomo
“Me ne scuserai, un momento!”

Timeo
“Spettabilmente messere..”

Uomo.
“Genevieve mi aveva chiesto di dirti che la tua tonaca è stata rattoppata”

Timeo ( fà un cenno consensiente con il capo).
“Cordialmente..”

Scena III
Musiche. Chopin. Nocturne G minor, op 15 No 3
A Sinistra: il fiume si intravedeva tranquillo scorrere nella semi oscurità, gorgogliare saltuariamente. La luce era scarsa, la notte avanzava inevitabilmente. Timeo camminava impettito ma alquanto rapido quasi smarrito osservava in alto le case, i palazzi, le viuzze che si aprivano con qualche malconcia scalinata. A destra le stanze di Odette dove si vede la dama indaffarata. Lungo il tragitto tre gentiluomini si accostarono a Timeo lungo la via.
Primo Gentiluomo.
“Dove andate così di gran lena messer poeta?!”
Timeo.
“Rimiravano Firenze allo spegnersi del sole, sembra una gemma intrisa di malinconia non credete?”
Secondo Gentiluomo.
“Ebbene brilla la città con tutti i suoi ori, diamanti, argenti che vivon anche nelle sue strade remote, in anfratti sconvolti dal tempo, piegati dalla trascuratezza”
Primo Gentiluomo.
“Ma dunque Timeo, quale musa canta il suo amore per renderti in cotal maniera smarrito, perso nel guardare invano”
Timeo.
“Credo che le muse siano così tante che inutile diviene contarle, io chiamo questa terra come mia ninfa e questa risponde con la sua forza. Caro gentiluomo, vedi le mie muse brillano in cielo, una ad una, le puoi contare che ognor più inora ti si mostreranno”
Primo Gentiluomo ( sorridendo insieme al secondo gentiluomo e scambiando con lui occhiate d’intesa. Alla fine dell’ultima parola il secondo gentiluomo con un gesto plateale della mano accenna ad un accentuato inchino poi i due si allontanano senza dire altro ).
“Che la notte ti sia propizia gentile poeta che l’ora è tarda e la notte si appresta a mostrarsi. Vi saluto.”
Timeo.
“Anch’io vi rendo omaggio messeri.”
Timeo bussa alla porta di Odette, la dama risponde dall’altro lato.
Timeo.
Odette!? Odette?!
Odette.
“Chi voi siete?! ditemi il vostro nome!”
Timeo.
“Sono Timeo, Odette aprite di grazia!”
Apre.
Timeo ( stringendola ognor più).
“Tenera Odette, credo che manchevole sono stato questi dì nel perdermi nei meandri della materia
quando la mia mente, che tanto ti agogna e freme per te,
ti cerca invano solinga senza che io abbia a che fare”

Odette (alzando il viso dolcemente e lentamente ).
“Avrei da dirti mille cose, quelle carezze che tanto in questi giorni mancano e pesano su un animo afflitto,
dolente, quell’assenza che il lustro e la notte non leniscono.
Un dolore che nel tuo cuore si prosciuga eppure sei quello che tormenta questa mia anima.
Come svincolarsi da tale morsa di vita?
Ascolto nel riecheggiare della città i rumori, i suoni, e in questa vedo la tua presenza
continua come la ricerca perenne e mai spenta della mia essenza.”

Timeo ( Odette abbassa la testa e la poggia sul torace di Timeo, questi la stringe ).
“Nella tua grazia, in un mondo in cui lesino gioia, quei tuoi tratti appaiono così sublimi da inebriarmi.
Io vivo in te spinto da quell’alto spirito a cui tu dai forma e sostanza.
Da solo, cercando di dare un senso alla realtà, ho scoperto sempre e soltanto l’amore.
Spesso nel suo nome e nel tuo le mie lacrime hanno raccolto la tua tristezza, la tristezza della tua assenza.
Muto mi appare il mondo seppur schiamazzi in preda al suo delirio e nel cercanti trovo quello che davvero mi abbisogna.

Odette ( Stringendosi senza muovere la testa dal torace di Timeo).
“Ho tolto al più bel fiore i suoi petali da donare a te giorno dopo giorno,
momento dopo momento, e che la nostra vita duri un’eternità, spegnendosi, animandosi,
che svolazzi pindarica in cieli sconosciuti e che faccia di noi un essere sublime.”

Odette si sepera lentamente da Timeo, sono uno davanti all’altro e il poeta le tiene le braccia all’altezza dei gomiti.

Timeo ( conciliante, alzando e abbassando la testa sugli occhi e sulla fronte della ragazza):
“Odette! Odette! ti ho attesa da quel dì splendido in cui ti ho incontrata.
Timida e altezzosa salterellavi sui tuoi piedini, eri di già la mia gioia, il mio presente ed il mio futuro.
Ti guardavo attonito ma estasiato, un sentimento che difficilmento posso spiegare, comprendere,
quello che posso fare è baciarti fin quanto non sarai stanca e sfinita dal troppo amore allontani il mio volto
e mi chiedi di guardanti solo silenti e innamorato.
L’unico mio desiderio che preme sul mio petto opprimendomi, corrucciandomi di profondi dolori,
è che non ti allontani da me. Rimani per sempre il mio sostegno al greve e angusto peso della vita.”

Odette ( premurosa ).
“Che ti sia di comforto mio caro che quel giorno semmai verrà sarà triste sopra ogni dire,
quindi taci mio adorato o seguita con le più tenere delle parole”

Timeo bacia Odette e la conduce sul giaciglio e dopo svariate carezze si addormentano. Si svegliano.

Musiche. A. Vivaldi. Inverno, Movimento I.

Timeo (carezzando Odette):
“Tutto bene mia adorata!? Tu che teneramente volgi il tuo sguardo innocente e audace al mio volto,
al mio corpo, alla mia anima
che trafitta cede all’impeto dei sensi e del desiderio
poichè non vi è l’uno senza l’altro come il lustro manca senza la notte che sovviene.”

Odette ( accoccolandosi con la testa sul fianco di Timeo in un tenue strofinio).
“Forse chiedere un paradiso siffatto ove gli angioli tacciono e cantano, sussultano e parlano d’amori e d’amanti.
Non vi è parola in questo silenzio eppure me ne sovvengono a migliaia una più bella dell’altra,
l’una più struggente e celestiale dell’altra. Credo che il mistero che si cela nell’amore stia nel silenzio parlante,
un tipo di quiete che ha l’anima al suo cospetto e il cuore ai suoi piedi”

Timeo ( poggiando la mano sulla spalla di Odette e assumento un tono deciso ma pur sempre amorevole).
“Parli di un anima che da tempo ho posto nelle tue mani, di emozioni che da tempo ti appartengono.
Mio dolce tiranno che laceri ogni ragione con l’impeto dei tuo sentimenti poichè la mia mente tace in tua presenza,
tutto il resto è in balia di un mare tempestoso, naufraga nelle schiume del delirio irriconoscibile all’occhio dell’uomo.

Odette ( alzando la testa verso il volto di Timeo, la frase è una domanda ma viene espressa come un desiderio o una velata imposizione).
” Restate con me oggi messere?”

Timeo ( abbassando la testa verso Odette e riprendendo a carezzarla ).
” Oh mia cara, Genevieve m’attende ed io è da tanto che non mi fermo in sua compagnia”

Odette ( leggermente delusa ma senza accentuare il suo stato d’animo e volgendo la testa verso il giaciglio ).
“Ho inteso gentiluomo”

Timeo ( assumendo un tono vivace e allegro ).
“Come stanno le altre ragazze? Agnés de Lemaire.. e Agnés Dupré, la più cara e indispettita donsella che conosca!”

Odette ( Con fare distratto e vago ).
“Mah… bene! Non le vedo spesso”

Timeo ( scostando leggermente Odette per alzarsi, parla con un tono ascendente e delicato ).
” Mia piccola Odette l’aria già si fà tiepida e la luce piroetta sui rami
e per quanto mi sia caro questo giaciglio non posso rimanere oltre,
triste nel lasciarti ma impossibilitato nel rimanere:
quale contenzioso, duello o giostra risulta più acuire così in profondità le ferite?”

Odette ( costernata, sospira concludendo la frase ).
“Mio amato il giorno è giunto e, come uno spirito vagante,
con lo scintillare del sole tu scompari dalla mia vista, assente alla mia bocca, assente alle mie mani,
assente ai miei occhi, ogni volta nel ritrovarmi e nel perdermi e così sempre vagando sperduta in sogni parziali e in realtà immaginarie”.

Timeo ( Riprendendo un tono allegro ).
“Presto ritornerò da te, Odette, e mille, mille altre volte che perso tu mi credi mi ritroverai
finchè questa notte diventi giorno e si allunghi in eterno, nell’infinito,
per cui il sogno si confonda con la realtà e questa con quella”

Timeo si è già alzato, indossa alcuni indumenti e si avvicina ad una brocca ricolma d’acqua.

Odette ( ancora coricata nel giaciglio, alzando il busto e fissandolo).
” Quando tornerete e mi scriverete presto?”

Timeo ( indaffarato con il vestiario ).
“Mia cara ti scriverò al più presto, domani spero..”

Odette si alza

Odette ( alle spalle di Timeo sistemando la veste talare ).
“Che il giorno vi giovi signore!”

Timeo si volta e la bacia in fronte

Timeo ( scostando le labbra dalla fronte di Odette e guardandola negli occhi ).
“Anche a te mia adorata”

Scena IV
Musiche. Chopin – Valse brilliante in E b Op 18
A sinistra il fiume e le stanze di Genevieve. Tutto intorno uno spaccato della città con una chiesa. Il sole è abbastanza alto nel cielo, raggi di luce illuminano tutta la scena. Timeo e la dama si incontrano davanti l’abitazione mentre alcune prostitute passano con il busto coperto approssimativamente.

Timeo.
“Genevieve, Buon mattino Genevieve!”
Genevieve ( in mano teneva una corona di lattuga, alcune cipolle pendevano dalle sue dita verso il basso, vedendo Timeo si illumina improvvisamente, sorride estroversa ).
“Oh Timeo, quale onore signore la vostra sacra presenza!? Come mai da queste parti?”
Timeo ( alla dama)
“Genevieve scusatemi ma solo ora sono potuto venire da voi.”
Genevieve ( sarcastica con un ghigno ipocritamente maligno dipinto in volto, in conclusione apre la porta e lo invita ad entrare).
“Che mi abbiate in lode per la mia pazienza messere..dai su entrate!”
Entrano. Genevieve posa gli alimenti su un tavolo impolverato e invita Timeo a sedersi. La casa è piccola, due stanze appena. La ragazza entra nella stanza adiacente e ritorna con una lunga veste talare verdognola scura.
Genevieve ( porgendo la veste ).
“Ecco a voi signore”

Timeo prende la veste, la ripiega maldestramente e la poggia sul ginocchio destro. Inizialmente ha un fare stranamente comico, distratto, in seguito si ricompone e assume un portamento virile.
Genevieve ( guardandolo sorridente ).
“Come state? Che avete fatto per un così lungo periodo?”
Timeo.
“Genevieve cara, sono stati giorni caotici, i lustri si sono susseguiti rincorrendo quel che gli atti, le cose, i pensieri che animati dallo spirito della terra svolgono, rotolano, riemergono in uno sfrenato circolo di sensi, domande e risposte.”
Genevieve (balzando impettita)
“E’ così dunque vi dimenticate della vostra Genevieve?!”

Timeo ( conciliante ).
“Oh mia dolce dama che la ragione svolga il suo compito è alquanto savio
ma che il cuore faccia altrettanto è normale
perciò adunque parte di ciò che sono a te e con te rimane.
Che tu ne sia custode e che io ne sia portatore perchè entrambi siamo così felici.”

Genevieve (ammiccante, quasi trascurando le parole e voltandosi):
“Inoggi sei stato con Odette messere?!”

Timeo (pacatamente): “Ebbene si ed è l’ amorevole, tenera Odette di sempre ve ne dò garanzia!
Voi piuttosto che fate?
Parlatemi con quella soave e inviperita perspicacia che così struggente da rendere dolce l’amaro e tagliente un fiore delicato?”

Genevieve ( con aria di sufficienza accentuata e con fare elegante, mentendo spudoratamente. A metà della risposta Timeo appare sarcastico e sorridente, la dama s’indispettisce e comincia a volteggiare tenendo le mani sui fianchi ).
“Mah…ho fatto tante cose!! Tra le più belle che voi possiate immaginare!
Ecco! I giorni sembrano fili di sete che si perdono in intrecci complessi, articolati,
mentre luoghi e momenti si susseguono veloci e carezzevoli….
Beh non mi credete?! Guardatemi non sono stupenda inoggi? Non mi trovate carina? “

Timeo ( continuando a sorridere ma con una risatina celata ).
“Mia Genevieve chi può negare ad un siffatto diamante di brillare al cospetto di uomini e sassi.
Unica nel bagliore che emani, graziosa nelle tue vesti e nel tuo volto levigato e fine, candido, sinuoso,
che acceca gli occhi di chi ti guarda, che ammalia i sensi di chi ti cerca”

Genevieve quasi si indispettisce, si sente presa in giro e non manca di farlo notare a Timeo con una serietà improvvisa ma non sgradevole come un’improvvisa presa di coscienza di sè.
Genevieve: ” Non necessito che mi prendiate in giro caro signore!”
Timeo ( la risposta lo coglie impreparato, ha un attimo di smarrimento, resta basito, ma si riprende subito)
“Assolutamente graziosa Genevieve avete frainteso! Io volevo solo…”
Genevieve ( spazientita ma con garbo si volta e si allontana pochi passi da Timeo per poi voltarsi nuovamente ):
“Va bene! Va bene! Non vi preoccupate! Ebbene volete fare una passeggiata!?”

Timeo ( rabbonendosi ).
“Vi accompagno volentieri donzella! Seguitate!”

Genevieve andò con eleganza da Timeo ancora seduto sulla sua seggiola, si chinò con il busto e gli porse la mano facendo roteare il polso e il palmo verso alto. Timeo accennò ad un si con la testa e prese la mano di Genevieve. Si diressero verso la porta, Timeo la aprì e fece passare Genevieve e uscì a sua volta Giunsero innanzi alla chiesa di Santa Maria Novella. Il sole era ormai abbastanza caldo anche se la temperatura si manteneva temperata. Qualche gentiluomo e qualche dama girovagavano chiacchierando animosamente, Timeo e Genevieve si fermarono e si posero a guardare in alto la facciata della chiesa.
Genevieve (sospirando anche se in modo asciutto e quasi meccanico).
“Codesta dannata luce abbaglia e fà luccicare la chiesa,
è pur triste che la vista ottenebrata vaghi tra le sezioni dei piccoli fuocherelli accesi,
ne altera la visuale non credete?!”

Timeo ( alla dama ).
“No, credo che i raggi rispecchiandosi riflettano la maestà della chiesa
e che l’edifizjo svolgendo il suo compito di eterno rappresentante dell’aurea maestà
non faccia che congiungersi alla materia di cui è composto”

Timeo (voltandosi, volteggiando in un movimento fluido, e incontrando Genevieve ancora intenta a guardere altrove).
“Chiazze illuminano la facciata dei miei sentimenti che naufragano come San Pietro sulla bruma…
(Timeo indica il prospetto pacatamente alle spalle di Genevieve che si volta rapidamente e torna a guardare Timeo )
.. alle schiume di una brezza di cui voi siete artifici e muse. Torniamo mia cara
che gli impegni tediano questo mio celestiale giorno e per quanto stanco e avulso dal mondo debbo a questo pegno d’esistenza”

Genevieve ( Lascia le mani di Timeo e le porge una ad una lentamente sulle sue gote poi interviene):
“Timeo de Lion, poeta, letterato e maestro che grave questo lustro non ti sia.
Torniamo che la strada per venire da me non si perda in altri giorni ed in un nuovo tempo!”

Scena V

  • Vivaldi. Concerto in E minor RV 278

Una stanza acconciata sontuosamente, un balcone sullo sfondo e un corridoio. Dama Matilda e Rosalba.
Dama Matilda.
“Dolce Rosalba si è svegliata, il sole biricchino la tediata a tal punto! Che sia maledetto!”
L’inserviente appare ingombra di qualche straccio, le tiene con la mano sinistra poggiata sull’addome mentre con la destra gesticolare. La faccia di Rosalba fa capolino. Si limita a sorridere e rientra in stanza chiudendo la porta. Rosalba è nuovamente in stanza, prende una camicia bianca – una tonaca luga fino alle gambe – e poi una si sistema la gamurra, prende le due maniche e riattraversa la stanza fino alla porta la apre ed esce fuori. L’inserviente si era allontanata, è di spalle in un lungo corridoio, armeggia con una vecchia cassapanca, sistema degli oggetti, si piega e apre qualche cassetto. Rosalba alza la mano con un ditino alzato, poi la chiama.
Rosalba: “Signora Matilda mi sistema queste tremende maniche!…( si accorge di aver dimenticato gli spilli, ha un fare riflessivo poi esclama e si volta )
…Oh scusi…( fa un gesto con il palmo della mano ed dice camminando verso la porta )..gli spilli…
( entra nella stanza e prende una piccola scatolina, poi riesce. L’inserviente si avvicina e Rosalba le porge la scatola, lei la prende e Rosalba porge la spalla destra )
C’è un momento di silenzio poi l’inserviente interviene.
Matilda (sistemando la manica).
“Andate a messa stamani?! Il lustro è chiaro!
Un buon giorno per gironzolare per le strade di Firenze!?”
Rosalba ( Sorridendo costantemente, questa volta con un riflesso furbo, porgendo l’altra manica ).
“Ebbene che sia! Prendete la Cioppa!”
Salvestro de Medici, fratello di Rosalba, entra nel corridoio
Salvestro (inchinandosi).
“Matilda…Sorella!
Di grazia avete visto nostro padre?!
Lo cerco da quanto sono sveglio”

Rosalba ( pacatamente e con tono dolce ):
“Non ne ho idea
…e già che quivi vi trovate io le chiedo il permesso di andare a messa”

Salvestro ( con fare distratto, voltandosi ).
“Accordato…andate!”

Salvestro alza le mani ad angolo retto voltandosi verso la porta in fondo al corridoio, Rosalba e Matilda riprendono a confabulare.

Scena VI

  • Henry Purcell. Rondeau
    Un palazzo, un corridoio e qualche stanza. Ll’inserviente di palazzo Bardi avanza frettolosamente con fare annoiato, borbottante e indispettito, si calma, inveisce di soppiatto con frasi tronche ed arriva ad una porta, si ferma ciondolando e bussa.
    L’inserviente.
    “Signore chiedono gentilmente la sua presenza, messer Alessandro la desidera”

Timeo era sdraiato in un giaciglio con un foglio in mano giochicchiando con una piuma, cercando di riflettere, rinunciando subito dopo e gettando la testa all’indietro con un profondo sospiro. La voce dell’inserviente arriva chiara, Timeo si scuote e ascolta tranquillo. Alla fine risponde alzandosi.

Timeo ( alzandosi e andando verso la porta):
“Cara Caterina arrivo! andiamo.. precedetemi!”

Timeo e l’inserviente percorrono il corridoio e arrivano ad una stanza. Un uomo anziano dalla folta barba è seduto in una stanza insieme ad un’altro gentiluomo più giovane ma di impostazione fiera e robusta, Alessandro de Bardi . Un terzo è appoggiato a mani conserte ad un tavolo, parlano di politica.
Alessandro ( concentrato e solenne verso l’uomo anziano ): E’ vero..tristi notizie giungono…”
Si ode bussare.
Alessandro ( voltandosi verso la porta con fare stanco, poi si volta verso il vecchio quasi sorridendo ).
“Entrate per carità…inoggi è terribile mio venerando amico, abbiate pazienza…”
La porta si apre. Caterina e Timeo sono addossati all’uscio.
L’inserviente si scosta e fà passere Timeo che entra nella stanza e si inchina rimanendo in silenzio ma guardando i convenuti. Interviene Alessandro.
Alessandro ( in seguito indicherà il vecchio ).
“Diletto, che col tuo parlare allieti queste sbiadite mura…
questi è Alemanno de Medici lume et duce et fraterno amico”

Timeo si inchina una seconda volta ma ritorna a tacere subito dopo. C’è un attimo di silenzio poi Interviene Stefano.

Stefano ( sorridendo e cercando consenso negli altri poi rivolgendosi a Timeo con un ghigno sarcastico ).
“E’ pallido e emaciato messer poeta inoggi non credete?
Seguitate gentiluomo e che la notte vegli il giorno e
che il sole venga ricondotto a mera protesi della lattea luna”.

Timeo ( quasi sorpreso ).
“Ebbene a voi messere lascio il giorno con tutti i suoi mali
mentre porto meco luna, stelle, fuocherelli, ombre, pallide luci, amore e passione.”

Stefano ( rabbonendosi ).
“Che questo incanto vi sia dono perpetuo e gli elementi permangano a infinita congiunzione di cuori e anime”

Alessandro segue la discussione alla fine interviene anche lui allegro.

Alessandro ( sorridendo poi tornando serio ).
“Credo che tutti sappiamo le passioni di messer poeta….Ebbene…Ci scusarai per averti distratto da li tuoi poemi ma Alemanno mi chiedeva se tu potessi consolar la sua vecchiaia con le tue rime”
Alessandro si volta verso Messer Alemanno che lo guarda. Entrambi annuisco, Alessandro

Alessandro. “E’ così? che dicevate?”
Vecchio ( con un gesto quasi di scatto ma che risulta carismatico poi sorridendo).
“Or dunque si mio caro, vorrei che redigeste un codice su un mio antesignano,
che le buone rime riecheggino nel mio palazzo e che i tempi e luoghi abbiano onore nelle parole…
vi sarò critico integerrimo…ve lo garantisco!”

Timeo ( anch’esso felice ).
“Non posso che assecondar le belle lusinghe che mi hai fatto!”

Scena VII
Vivadi. L’inconorazione di Dario RV 719
Uno scorcio di Firenze. Timeo per strada bussà al portone dei Medici. Il Palazzo dirimpetto.

Inserviente.
“Di grazia! nome?!”

Timeo appoggiato alla porta sobbalza e assume compostezza militare

Timeo (Assumendo un aria seria ).
Timeo de Lion maestro in lettere della casa de Bardi.

Inserviente: “Chiedo di voi al padrone! Attendete prego!”

Si odono dei passi, un dialogo simulato e poi il ritorno dell’inserviente.
Inserviente (Costernato ).
Me ne scuserete siete messere atteso, vi conduco nell’angusta biblioteca. Purtroppo dovrò star lì con voi finché non terminerete ma non vi tedierò in alcun modo statene certo.

  • Vivaldi. La Stravaganza
    Timeo e l’inserviente attravarsarono il palazzo, passando per una stanza il poeta scrutò incuriosito e furtivo; Vi scorse quel che poco s’attendeva: quella grazia che il suo cuor aveva afflitto, non la conosceva, nulla sapeva di lei, anche l’ardente desiderio covato lungo le rive dell’Arno sembrava assopirsi in uno smarrimento quasi totale. La sua mente tentava pur sapendolo di definire i tratti del quel viso mille volte visto passeggiare per la piazza San Giovanni o quella del mercato. L’amore era cresciuto in lui parallelo all’impossibilità di averla e né Odette né altre provocano in lui un tale estraneamento. La ragazza parlottava scherzosamente con le inservienti rigirandosi per osservare divertita il sistemarsi delle sete del suo drappello. Improvvisamente le giravolte la condussero innanzi al poeta che restava fermo ed estasiato. I suoi grandi occhi marini, le ciocche dorate fluivano leggiadre sulle spalle e si posavano soffici sullo scapolare, Timeo pensò che Afrodite stessa non avesse mai assunto forma più consona e celestiale. L’amarezza sostituì ben presto quell’inatteso incontro una volta che s’accinse a proseguire verso la sala del banchetto dove l’aspettavano.
    Scena VIII
  • Johann Sebastian Bach (1685-1750) Violin Concertos
    I Priori, il collegio dei signori e gli araldi Salvestro in un angolo insieme ad altri gentiluomini.

Primo Priore (Rabbonendo pacatamente ).
” Silenzio cari, silenzio… giungono a noi, ahimè, due notizie infauste”
Primo Araldo (Secco, deciso )
” Le truppe pontificie hanno aggredito Prato! La guerra giunge fin a voi!”
Il vociare si fà più sostenuto

Primo Gentiluomo ( indicando un gentiluomo seduto sulla sua sinistra ).
“E non è tutto….”

Primo Informatore.
“Abbiamo conferme: il Cardinale di Bologna intesse e riceve informazioni su di noi ormai da mesi; in vista della guerra…”

Terzo Gentiluomo.
“Se la prima non ci è del tutto nota e di questo si è discusso innanzi, della seconda abbiamo obbligo di mostrarci tempestivi ed equanimi; per il nostro bene e per il bene della Fiesolana!”
Quarto Gentiluomo ( Concitato ) “Non lesiniamo tempo: a morte i traditori!!”
Il vociare si ingrossa, il Primo priore cerca di riportare la calma.

In un angolo. Salvestro parlotta con alcuni gentiluomini.

Primo Gentiluomo ( bibisbigliando concitato).
“Ormai i Capitani di Parte Guelfa ammuniscono senza remora!!”

Secondo Gentiluomo (costernato egualmente).
“Cosa fare Salvestro?”

Primo Gentiluomo (in un eccesso d’ira ).
“Io giungerei ad assoldare soldati stranieri e assediare questa nostra città pur di fermarli”

Secondo Gentiluomo (Stanco ).
“Ebbene si! ebbene si! Non ne possiamo più”

Salvestro (ieratico e con carisma).
Che dite! Che dite! Non terminate di cercare l’occasione propizia ed ogni torto verra posto rimedio!”

Salvestro ( tra il conciliante e perentorio ).
“Dai cari amici andiamo…che è finito il concistoro!”

Scena X

  • Rameau. Rondeau des Indes Galantes
    Una chiesa tre gendarmi proseguono verso l’altare, ai lati, le due navate secondarie erano divise da quella centrale da doppie colonne colmate da capitelli figurati. Due monaci erano indaffarati vicino all’abside a sistemare gli oggetti liturgici.

Primo Gendarme.
” Dobbiamo esprimere al reverendo abate di codesto monasterio li sospetti che quivi si trovano, potresti adunque render a lui lumi sulla nostra presenza?”.

Il monaco accennò ad un si con il capo e si avviò immediatemente: dalla nave laterale, accanto ad un polittico di mirabile fattura, Il padre conventuale si vide apparire da una piccola entrata posta nell’angolo destro, silente, ponderato, con le mani giunte sulle pieghe del saio nerastro.
Primo Gendarme.
“Venerabile pastore come tu che con amorevol senno guidi i tuoi fratelli,
cosicchè noi che siamo destinati a regger de la Repubblica le sorti, dobbiam vegliare perchè in niuna tedità incorra.
In questo Santo Santissimo loco si cela chi all’inimico, cardinal Sant’Agnolo da Bologna, disvela li nostri affari”

Abate ( Riflessivo e severamente angustiato ).
” Se vero è quel che voi dite non nego che ne traete leggittimo giudizio,
qual de li miei adorati fratelli avete a credere che cadde in cosi mal difetto?”

Secondo Gendarme ( Calmo e quasi intidimidito ) “Frate Matteo Ugolino”

Abate ( turbato più che mai )
“ Ebbene che la mano d’Iddio rechi al vostro intender il sacro e il retto ed io non renderò tedioso quel che avete in dovere di fare”.

Entra il monaco accusato
Monaco.
“ Chi è là? Chi mi chiama?!”

Terzo Gendarme ( solenne ).
“Ispettori della ss Firenze per mandato del collegio tutto dei Signori”

Monaco.
“Codeste mie preghiere disturbano la Fiesolana a tal punto fa far vostra conoscenza”

Primo Gendarme.
“Come vi appellate?”

Monaco ( quasi giocosamente ).
“Fra Matteo!”

Primo Gendarme ( seccato dalla poca serietà, spazientito).
“Frate Ugolino Matteo di Messer Nando?”

Monaco.
“Ebbene si! Oh fratello mio scusatemi tanto ma..ma..mi cogliete impreparato e stolido alla vostra beltà”

Secondo Gendarme (crudelmente).
“Siete agli arresti, ci sarà un processo e sarete impiccato!”

Monaco ( Basito poi in un sussulto).
“No…no…..Oh no cari ci deve essere un errore, pregavo Iddio di Misericordia…”

Primo Gendarme (Secco) “Nessun errore”

Il monaco si accascia al suolo e sgorga a piangere disperato, neppure l’imputazione gli viene esposta. Saltuariamente tra sospiri e singhiozzi chiama l’abate dolcemente e silenziosamente o prega Iddio con le mani giunte verso l’alto. In questa posa lo conducono via dalla cella.

Scena IX

  • Johann Joachim Quartz. Flute Quartet No. 2 in E minor.

Timeo in una chiesa a tre navate divisa da capitelli nell’angolo un religioso, Jacopo Passavanti. Il poeta si avvia verso di lui e gli porge un foglio, questo ne avvia la lettura.

Timeo ( inchinandosi fremente ).
“Buon pastore, lei che mansueto dona corpo e respiro al Cristo nel servirlo,
rendendo in summo grado la magnificienza che gli è dovuta, la prego – continuò rendendogli la cartapecora –
di consegnare codesta carta a quella dama per cui io sono dannato tra i dannati,
flaggellato tra i melanconici sospiri eterni, quella Rosalba dei Medici per la quale il mio cuore è dolente,
e che abbia a tacere in tal modo quella bolgia che irride alla sua assenza, quel pianto che langue e freme nel rimirar dei suoi passi “.

Jacopo Passavanti ( quasi tranquillo ).
“De le amorevoli cose, figluolo, il cammino può essere irto di perigli e già che son io che debbo assecondar la tua passione, per qual fato il tuo sentimento deve rimanere nell’ombra?”

Timeo (passionale ).
” Manchevole me, sciagurato, di quella virtù et nobilitate che in ella abbondano,
de la porfidiaca seta che nega al mio animo una così lieta unione”

Jacopo Passavanti (costernato ma conciliante ).
Buon fratello in nostri Domini Jesu Cristi, condivido con te ciò che ti scuote i polsi
ma l’umana legge verrebbe a far tacere la tua richiesta e il tuo disperare,
eppur pietate mi muove a dar fiato alla tua voce lacrimante “

Timeo si pone in disparte, in un angolo remoto della chiesa. Entra Rosalba e si dirige verso l’ecclesiastico insieme al seguito di dame e gentiluomini. Il dialogo ha inizio appena Rosalba è davanti il chierico.
Jacopo Passavanti.
“Innanzi al pronunciar de li tuoi peccati devo consegnarti codesta carta che l’amor produsse e che mi fece, ahimé, araldo”

La dama la prese con cura e senza aspettare momento alcuno ne intraprese la lettura, fuggiasche lacrime scendevano malcelate e discrete dalle sue gote per ogni riga, sorridendo benignamente a tratti finchè il foglio non ebbe conclusione.
Rosalba (leggendo).
“..nello spirar de la notte, come d’un sogno che dolcemente mi culla, bisbiglia, limpido, il vento che sfiora i salici, mentre l’amor che in’oggi mi tormenta mi condurrà un dì tra le tue braccia”
Rosalba ( intenerita e sognante ).
” Chi vi dette codesta cartapecora?”

Jacopo Passavanti ( affettuoso ).
” ..é buono et savio serbar il nome ”

Rumori dentro la chiesa
Scena XI
A Sinistra il fiume . A destra l’abitazione di Odette. Al centro il Palazzo de Bardi dove abita Timeo. La dama esce per strada felice. Incontra alcune ragazze.
Odette ( sorridente ).
“Come và Agnes?!…e tu Sophie? ”

Prima ragazza.
“Magnificamente!”

Seconda ragazza.
“Bene…bene e tu mia giovane amica?”

Odette.
“Il sole irradia Firenze, le api svolazzano legiadre e mansuete, è un ottimo giorno non credete?!”

Prima ragazza.
“E’ l’amore che ti irradia con la sua ambrosia, che dice il tuo/nostro Timeo?!”

Odette (arrossendo).
”Oh no no no …tra me e mastro Timeo non c’è niente che non ci sia con voi”

Seconda ragazza: “Tutta Firenze sa dello stru-ggen-te amore che c’è tra voi due mia cara! Non negarlo, è inutile!”

Prima ragazza (mimando il gesto e imbronciando dolcemente le labbra).
“Ancora vi scrivete…lettere sgorganti amore e passione”

Odette rossa in viso annuisce.

Odette (sulla difensiva).
“Ci raccontiamo i giorni tutto qui…”

Prima ragazza (ammiccando alla seconda ).
“Si…si”

Seconda ragazza.
“Comunque ti salutiamo mia cara, che il lustro ti sia buono!”

Odette ( con un inchino).
“Buona giornata gentildame!”
Odette rientra in casa.
Musiche.
E’ passato del tempo dall’ultima lettera di Timeo comincia ad essere irrequieta, turbata riesce e domanda ad una vicina di casa.
Odette.
“Inoggi sono arrivate lettere per me? Avete visto avvicinarsi qualche messo?”
Donna (dubbiosa).
“Non credo…no…proprio no”

Odette (crucciata ).
“E’ possibile che siano andate perse?!”

La donna scuote il capo, Odette rientra a casa. Girovaga nervosa per la stanza.

Odette (riprendendosi temporaneamente) “Va bene arriveranno domani, non c’è di che preoccuparsi!”
D’improvviso la dama cade in preda alla disperazione, piange batte i pugni sul tavolo, si accascia al suolo.
Odette (singhiozzando).
“Le lettere!! Dove sono le mie lettere!!”

Esce fuori per strada, incontra una dama sulla via.

  • Beethoven. Sinfonia N. 9
    Odette (con gli occhi gonfi, asciugandosi il volto).
    “Gentildama ha visto le mie lettere?!”

La dama fa spalluccie, Odette rientra, si accascia al suolo afflitta e poi riesce. Percorre la via correndo e barcollando giungendo infine al palazzo Bardi, a casa di Timeo. Arriva sul far del tramonto.
Odette.
” Mi ascolti per carità…”

L’inserviente.
“Entri che fà un tale freddo qui fuori”

L’inserviente.
“Mia misera dama in che può questo loco darti conforto? Per chi rechi quell’angoscia tanto greve da contorcerti in cotal desio?

Odette (Fuor di sè)
“Se l’amore è morbo che a giusa di render folle, allor io ne sono affetta
dacché nei suoi tratti non vedo che il mio riflesso.
Proprio quei delicati lineamenti da tempo mi si negano alla vista e i triboli che sottendono a tale assenza
non trovano in me niuna speme”.

L’inserviente (carezzevole).
“Ti vedo in così miserande condizioni, dolce figliuola,
che quasi nego alla mia bocca di proferir parola:
ebbene d’amar in questo loco non vi è speranza poiché da nobil casata il lignaggio si fregia”.

Odette (Spiritata )
“Oh madonna quando che qui arrivai rifiutai quell’ardore che tanto inoggi agogno!
Piango e in tal peccato fremo e mi angustio!
niuna cosa mi è cagione di tanta letizia che il professare quanto covo e mi lacera,
roboante, il petto preme più del senno nel dichiararti quel che provo.
L’esistere, che ieri tanto disprezzavo, in Timeo de Lion troverà ogni sua essenza
e pur l’anima immortale e celeste a lui si genuflette e fà reverenza.

Caterina (Rassicurante).
“Corri allora mia cara che il tuo Timeo non qui si trova ma nel Palazzo dei Medici! Prego che la tua passione sia ricambiata”.

Arrivata in prossimità del palazzo mediceo scorse il poeta uscire dal possente portone ligneo. La soglia si richiuse immediatamente in un fragore tonfo mentre Timeo, in uno stato di mistica quiete, sembrava confabulare con la volta celeste

Timeo ( Monologo ).
“Oh tu stella che splendi pendendo su queste vite!
che irradii di mille luci quel cielo immenso!
Oh tu Rosalba che codeste etenità pendule superi in grazia!
Che questo mio ansimare per l’amor tuo viva per sempre se solo la mia fantasia ancor ti tiene vicina!”.

Scena XII

Musiche. G. B. Pergolesi: Concerto for flute, 2 violins & b.c. in G major

Rosalba passeggia nel piccolo giardino adiacente al palazzo carezzando gigli, fiori variopinti e giocherellando con una margherita che tiene fra le dita. Arriva Timeo con in braccio una pila di fogli, si guardano. Il poeta si ferma e s’intrattiene con la dama tra il formale e il giocoso facendo scivolare alla fine del dialogo un foglio per terra con un petalo di rosa perché questa lo raccogliesse.

Timeo (formale ).
“I miei ossequi dama Rosalba, state bene inoggi?”

Rosalba ( con un inchino).
“Molto bene, messer poeta! Voi?”

Timeo (ammiccante).
“Guardandovi ogni problema svanisce, lo sapete bene gentildonna!?”

Rosalba (intimidita ma tenace ).
“Non credete di esagerare messer poeta, che dama io sia è ben lungi dall’essere confutabile ma che splenda in cotal modo è quantomeno esagerato!?”

Timeo (bisbigliando ).
“L’amore è qualcosa di crudele gentildonna, ti ammalia, ti invaghisce i sensi:
odori, tocchi e senti soavemente quando la dama che ami è presente”

Rosalba (bisbigliando anch’essa e volgendo il corpo verso i fiori).
“Guardate, odorate questi fiori variopinti; sentite la fragranza scuotervi l’olfatto allora!
Badate bene però di toccarli leggermente senza staccarne alcuno!”

Timeo (imperioso ).
“Il vostro odore si confonde con essi e questi con quello in un girovagare di aromi nuovi al mio olfatto”. – Guardandosi attorno bisbigliando dolcemente – “Che il mondo, vecchio burbero e trasandato, carico di millenni non abbia ad aver vista creatura di siffatta grandezza ne sono certo.
Gli angioli, che in ciel intessono nel canto gli inni d’Iddio, in tua presenza lasciano agli occhi intornar la più bella melodia.
Chi può non amar l’Amore istesso che sotto splendide forme viene ad esser venerato.
Et ecco io, impotente a contrastar codeste forze, a te mi dono e al tuo aureo cuor chiedo venia”

Rosalba (sospirando).
“.”Ahimè placa il tuo dire, mio amato perché quel morbo che già mi logora non abbia a prevalere”

Voce fuori scena ( Salvestro de Medici ).
Rosalba…Sorella…dove siete di grazia?!”

Rosalba ( ricomponendosi e celermente).
“Ora andate …su…in fretta!”

Timeo procede verso una delle porte che danno al palazzo lasciando scivolare un foglio e un petalo di rosa. Rosalba raccoglie il pezzo di carta, lo legge, sospira e rientra a Palazzo.
Musiche. Luigi Boccherini. Fandango
Scena XIII
Casa di Odette. La ragazza e la padrona di casa.
Padrona di casa (irritata): “Mi devi ancora due fiorini del mese scorso, quando hai intenzione di pagare?!”
Odette (spiritata): “Le lettere! Parole dolce, sussurri, fragili asticelle scomparse per sempre”
Padrona di casa (allibita): “Cosa dici?!”
Odette (entusiasmandosi senza alcun motivo): “Oh epistole piene d’affetto, non c’è affetto ora! Solo queste seggiole, questo tavolo dove scrivevo supina sulla carta! Timeo! Timeo! Timeo!”
Padrona di casa (indignata pensando che la stesse prendendo in giro ): “Ah…”
Odette (prendendo per mano la padrona di casa e accennando ad un ballo): “In Francia amavo ballare, da piccola, ora amo….oh…non amo più” – scoppia a piangere – “non amo senta non batte più il cuore”
Casa di Odette. La ragazza viene sfrattata e si ritrova per le strade.
Padrona di Casa (burbera): “Esci da casa mia, sono mesi che non paghi!”
Odette (in un momento di lucidità, poi spiritata): “Ma non ho dove andare! Vuol dire che mi librerò nell’aria come una dolce, candida farfalla”
Padrona di Casa ( arrabbiata ): “Vai dove vuoi basta che esci da casa mia!! – e aggiunge – dammi le chiavi!?”
Gli strappa la piccola chiave dalla collana che teneva al collo.
Padrona di casa: “Ora vai!!”
La padrona di casa prende Odette e la scaraventa fuori per strada, lei inciampa sui gradini e cade sul selciato. Alcuni passanti la guardano altri proseguono per la loro strada indifferenti. Odette si rialza e và verso la vicina mentre la padrona di casa esce, chiude a chiave e va via

Musiche. Salieri. Sinfonie Veneziane. ( accompagna la scena )
Odette (piangendo): “Ha visto le lettere del mio unico amore…”
Vicina di casa: “Veramente…”
Odette (saltellando ora entusiasta): “Io le ho viste portare dal messo qualche giorno or sono…si sono qui!!! Da qualche parte…”
La dama d’improvviso stagna per terra sul selciato in una pozza di vomito giallastro. Smagrita, cerea, con gli occhi socchiusi viene raccolta da delle suore Orsoline e portata al convento.
Prima Suora (carezzevole).
“Andiamo…su…figliuola, alzati. Ti aiuteremo noi”

Odette (saltando su spiritata).
“Dov’è mio figlio?!”

Seconda Suora.
“Lo cercheremo… per adesso andiamo…avrai un pasto caldo e tutto l’amore che potremo darti!”

Odette (lanciandosi in ginocchio).
“Oh mia signora sapete ho un figlio bellissimo venuto alla luce dall’amore con un gran cavaliere…cercatelo ve ne prego”

Seconda Suora (affettuosa).
“Si andiamo ora…”

Odette.
“J’avais un fils par le lion! J’avais un fils par le lion!”

Fine I Atto

La piaggia di Naja

Novella

                         AL LETTORE

Seppur alcuni personaggi – come alcuni fatti – sono realmente esistiti e accaduti, la trama e la storia sono frutto di autentica fantasia. Ogni riferimento a cose o persone private è puramente casuale.

                                                                                       Cordialmente
                                                                                    Francesco Rotondo

[…] E con esse innalzar le insegne al vento
dalle ruine dell’antica Gela,
Alle piagge di Naja ed Agrigento
grande schiera a spiagar l’ardita vela […]
Gerusalemme Conquistata. T. Tasso, Canto I vers LXVII

A mio fratello

“A dorso di mulo”

“E mentre oduro, e aduru, in tanti arduri

Gaudi, e pati in un tempu lu miu pettu”

Le strade polverose hanno qualcosa di monotono, quella mattina anche una leggera brezza calda accompagnava il senso di torpore. L’estate siciliana è sempre terribilmente afosa anche nelle ore che appartengono ancora alla notte. Il giorno, infatti, non era ancora apparso; una luna rotonda e argentata illuminava e rischiarava il cielo accompagnata da una minuscola stella smeraldina, qualche altro astro disperso tra la conca era ben più solitario e distante. “A dorso di mulo” si viaggia stancamente anche se abbastanza comodamente, se si tiene in considerazione che l’animale, appesantito dalle gravezza di due sacche di cuoio ricolme, arranca fiacco per le salite e deve essere frenato in discesa. Ma, oltre questi piccoli particolari, c’è una certa tranquillità nelle strade e nel viaggio che precede il lavoro. Viaggio anche metaforico. Per noi gente comune il significato essenziale del cammino della nostra vita stà dalla casa, che abbiamo appena lasciato armoniosa alle spalle, ed il lavoro, che ci accingiamo a riprendere. Quella via “a dorso di mulo” rappresenta responsabilità, dolcezza, fatica, gioia. La responsabilità di vivere, la dolcezza delle nostre case, la fatica del tragitto, la gioia momentanea che sia tutto sicuro e stabile, tranquillo. Ma poi c’è il “dorso” e c’è il “mulo” come ci sono io: certezze. Con me cammina mio padre, ha una vecchie cavalla dal pelo mogano bassa e tozza, anche lei un pò mal messa ma che comprò da un mezzadro per qualche Tarì. Si facevano dei sacrifici e l’acquisto di questa cavalla era uno di esso. Il baglio si trovava tra Ciccobriglio e la Mintinella, un promontorio e una vallata traboccante di zolle nere e fangose – fertili – dove si stagliano i vigneti, i mandorleti e gli olivi. Alla torrecciuola di guardia arrivammo con le prime luci. Il guardiano ci apostrofò benevolo, mio padre salutò cordiale ed io me ne stavo zitto zitto sul mio mulo, sonnacchiante e meditabondo. Dalla Torricciuola si scendeva per una lunga via inflessa a formare un ellissi dove si scorgeva facimente all’orizzonte la struttura del baglio e i casolari. Giusto al confine con il baglio adiacente, costruito in tempi analoghi e di uguale proprietà, c’èra il Palmento con alcuni avelli e ruote per le olive. Da oggi fino al sabato successivo avremmo lavorato senza posa, dormendo nei casamenti del podere, particolarmente dediti alla raccolta delle mardorle e ad altri lavoretti. La nostra è una famiglia di braccianti che, fin dai tempi di mio nonno, si tramanda quest’arte. Prima lavoravamo nelle grandi tenute di contrada Fansina ma poi, dopo la costruzione di questo baglio – intorno alla seconda metà del XVII secolo –, ci siamo trasferiti in questo; qui si lavora meglio. Io mi chiamo Renato Mangione e mio padre, quello con la cavalla mogano, è Calogero. Mia sorella, molto carina e molto virtuosa, si chiama Rosa: è straordinaria, con lei ho un rapporto di venerazione reciproca.. Questi dati, oltre che ad annoiarvi, servono a ridarmi tutti i ricordi della mia vita: di adolescente prima, di uomo poi; serviranno a narrare ciò che ho da dirvi in seguito. Ad ogni modo. Il sole cominciava a riscaldare grandemente, mi sentivo ognor più sudaticcio e sapevo che gli insetti fastidiossimi dei mandorli ben presto avrebbero infestato il mio collo, le mie spalle e la mia testa. Ma ero tanto abituato che mi grattavo solo sporadicamente e senza troppo impeto. Raccolte tutte le mandorle che erano per terra cominciammo a stendere i teli, di stoffa unticcia, grossolana e grigiastra. Mio padre, e altri con lui, cominciarono a vibrare di rintoppo contro l’albero che sembrava reticente a lasciar andare il suo frutto. Il mezzadro si arrampicò sull’albero, tra i rami. Era aggrappato ai rametti, in piedi sul grosso ramo selvatico su cui si è innestata la pianta, cercava di dare colpi a destra e a manca, fin quando i rametti si spezzarono, il piede gli scivolò e cadde. Una grande paura invase i presenti, cadendo, il mezzadro, aveva battuto la testa. L’uomo era svenuto quando tutti accorsero, anche io mi gettai nella mischia, questi aveva un colorito pallido, tortora, e seppur cercammo di rianimarlo sembrava come morto. Il problema di un infortunio nella campagna in quel tempo era quello, ovvio, che non si poteva dare soccorso rapidamente al ferito. Erano due le modalità con cui si procedeva: o si mandava un uomo a cavallo fino al dottore per chiamarlo e farlo venire, o si metteva su un carro l’infermo – quando si poteva – e si trasportava in città. In quel caso era possibile trasportarlo, anzi era auspicabile visto che un eventuale emorragia celebrale si sarebbe aggravata di minuto in minuto e non si poteva aspettare che il dottore arrivasse. Mio padre, insieme ad un compagno, partì trotterellando verso Naro mentre io rimasi a lavorare. Il dottore abitava in una casetta vicino il monumentale Spedale di San Rocco. Era in una, la minore, delle due arterie che tragliavano perpendicolarmente il colle – dove sorgeva la città – all’altezza del costolone sud/est, dove vi erano mura e la porta, e la zona sud/ovest, dove finivano le abitazioni. Questa zona si trovava immediatamente al di sotto dell’antico foro greco-romano della città ora sovrastato dalla grande mole dalla chiesa e dal convento e dal palazzo dei PP Gesuiti. Dove c’era il foro nel 1614 si costruì il chiostro dei frati, l’antica basilica dell’età romana venne a coincidere perfettamente con l’odierna chiesa mentre i palazzi e i casamenti occupavano la zona del capitolium. Superata la breccia delle mura denominata Porta di Licata, penetrarono per via Piave dove il terreno fungeva da contrafforte alle mura. Intanto il malato proseguiva pallido e febbricitante mentre mio padre menava colpi al cavallo. Superata Santa Caterina D’Alessandria con il suo splendido giardino e la bella costruzione medievale proseguirono per circa dieci – quindici metri prima di giungere alla porta del dottore. Questa, in alto, aveva una maschera d’uomo di stile fidiaco: acceso di spirito, trascendente, dai lineamenti morbidi e soffusi. L’infermo arrivò in coma dal dottore e questi dovette costatare, angustiato, che c’era ben poco da fare. Di questo fatto venne immediatamente avvertito Padre Melchiorre Milazzo, che aveva sovvenzionato le terra in cui lavoravano e che ne era in qualche modo propretario. Questi era un uomo smilzo, ossuto ed abbastanza alto con i capelli neri radi e a ciocche che fuoriuscivano indisciplinate dalla mitra sacerdotale, aveva gli occhi marroni, il cranio sproporzionata e una barba folta che gli copriva il mento e le labbra. Aveva un carattere forte e carismatico, esuberante per alcuni versi ma sempre molto colto e molto legato alla virtus teologica ed ecclesiastica. Padre Conventuale Minore, nacque a Naro nel 1640 da nobile prosapia appartenente alla mastra giuritoria, ossia a quelle famiglie che avevano facoltà di eleggere ed alle quali doveva appartenere il Capitano, i Giurati e i Senatori. La sorella, Donna Felicia Milazzo, si adoperava per l’acquisto di nuovi libri ed era una grandissima studiosa e lettrice. Il fratello, Baldassare Milazzo, era teologo della congragazione de propaganda fidei ed esaminatore sinodale a Roma. Era a quel tempo Capitano di giustizia Francesco Torricelli Valguarnera mentre Spett.ssimi Giurati erano: Diego Alletti, Vincenzo Gueli, Modesto Pispico, Sebastiano Brancato e Patrizio di Carlo Grugno. In quell’anno grandi festeggiamenti avvennerò poiché il figlio del Barone Ludovico Lucchesi, Patrizio di Gioacchino Lucchesi, aveva sposato in prime nozze la figlia di Patrizio di Carlo Grugno, donna Maria Lucia. Le piazze erano adombrate di gentiluomini e prelati, la chiesa di San Salvatore addobbata con sterdardi con il leone e l’acquila. Mio sorella Rosa Mangione era entrata al servizio della sorella di Padre Melchiorre Milazzo, Donna Felicia, e la serviva con fervore e fedeltà. In poco tempo adorò prontamente quella donna, tanto colta, tanto gentile, ed entrò nelle sue grazie. Rosa era di temperamento timido ma leale, il suo amore – se concesso – superava di gran lunga ogni più rosea previsione – anche per questo l’amavo così profondamente e non avevo segreti con lei. Era la maggiore in tutto e i suoi consigli sapevano esser saggi, ponderati e mai imposti. Trattava con gentilezza e amava con ardore, in entrambi i fattori con discernimento e ragione. Il carattere di Donna Felicia, da quello che potei capire col tempo, era complesso, quasi nevrotico. Era carismatica come i fratelli e intraprendente, ma ben più frustrata e malinconica. Non aveva particolari doti estetiche ma sapeva affascinare e ammaliare l’interlocutore con un sorriso benigno e una semplicità elegante che la facevano primeggiare immediatamente negli ambienti nobiliari. Per il resto aveva i capelli lunghi e mogano, il volto scarno, membra ossute e sguardo intelligente. Nei libri ella trovava quiete ed erano comunque anche i mezzi con i quali si manifestava la sua potenza di lignaggio, dava lustro alla sua casata e dava senso ai suoi giorni. La vita di Felicia Milazzo era scandita dalle messe, dalle letture e dalle visite. La casa era sempre piena sia di nobili che di gente comune, naritani che svolgevano i mestieri più disparati. L’amore non aveva fatto breccia nel suo cuore: vuoi perché lo riteneva inutile, vuoi perché “non aveva tempo per simili mondanità” – come diceva lei. Mia sorella Rosa divenne in poco tempo la sua unica e vera confidente ma poco mi volle raccontare sulle parole e sui sentimenti segreti della sua padrona. Dovetti fare tutto io, circospetto carpirne i segreti. Mi successe di recarmi nel palazzo dei Milazzo dopo poco tempo. Era una bella struttura solida, in tufo giallo con decorazioni grottesche, maschere e vitigni scolpiti. Le stanze erano intonacate di calce bianca ma arredate con gusto eccentrico, Donna Felicia mi invitò a seguirla nella sua biblioteca personale. Era una stanza sontuosa circondata da scaffali di noce, segmentata da erma di antenati dei Milazzo e marmi di Santi Francescani. Vi si trovavano ad esempio busti di Mariano Milazzo, giurato nel 1568, o quelli di Santa Chiara, San Francesco e di Sisto V pontefice francescano. Con noi vi era mia sorella Rosa, il barone Nicolò Gueli e altre due dame, l’una era Donna Caterina Micciché e l’altra una sua dama di compagnia e di servizio.
“Ebbene – mi disse ad un certo punto Donna Felicia – vostra suoru mi parla spessu di tia. Vi chiamati Renatu se non sbaglio… è vero?”
“In vostra grazia… si, signora.” Risposi.
“Ma dicitimi: come vi trovati ni terri di Ciccubrigliu!? Chi bedda aria si respira ‘dduocu! Aria salubre! Mi facissi volentieri ‘na passiata in campagna…”
“Si permettiti: picchì nun chiditi a vuostru frati Melchiorri? Avissi a venire qualchi vota a vidiri i so turrena… potreste accompagnarlo! No?”
“Sarà… ma dicitimi di chiù su di tia! Sugnu curiosa di sapiri! Vostra suoru mi dice che siete intelligentissimo, aviti ‘mparatu a leggeri e i rudimenti di la scrittura sulu, è veru?”
“Mia sorella mi sopravvaluta signora… si, m’haiu imparato qualcosina ma pochi cosi, facezie!”
“Facezie… facezie! Bravu! Vi regalu un libru di Marinu, lu scritturi che è di moda pi ora.”
“Lieggiu picca, signora. Sugnu na frana!”
“Na frana! E picchi? Avete un animo nobile amico mio! Sarete un bravo prelato se decidete di prendere gli ordini! Avete la mia benedizione…”
“Con il vostro consenso vi saluto signora.”
Improvvisamente dopo essersi fatta il segno della croce benedicendomi successe un fatto che non mi era mai successo prima: Donna Felicia mi porse la mano per baciarla. Mai, prima di allora, una gentildonna mi aveva permesso di sfiorarla – neanche in maniera casuale -, a noi non era lecito fingerci gentiluomini: eravamo l’ultimo gradino della scala sociale. Donna Felicia stese la sua mano candida e ossuta, ne vidi le dita scarne ma ben curate, l’anello brillare come un miraggio. Per un attimo il volto del barone Gueli si irrigidì, come vedendo qualcosa che gli provocava disgusto, ma rimase impassibile. Io esitai in un primo momento, quasi perplesso, ma infine cedetti e mi gettai genuflesso ad inumidire quella mano. Fu da quel momento che la mia indifferenza verso Donna Felicia divenne stima, e da stima amore. Dopo la caduta del mezzadro e il suo stato di incoscienza, mio padre divenne l’amministratore del Baglio di Ciccobriglio e la Mintinella. Padre Melchiorre Milazzo veniva tre volte l’anno a visitare quei poderi – mai accompagnato dalla sorella. In suo vece un monaco tozzo e robusto diceva la messa due volte al giorno, di mattina e di sera, nella chiesetta vicino il Palmento. Mio padre non rincasava più, non tornava a Naro se non per commissioni da Padre Milazzo. Questi era alle prese con la ristrutturazione della chiesa e monastero di San Francesco del quale nel 1668 fu nominato da Papa Innocenzo XI “Guardiano perpetuo del Convento”. La chiesa fu lasciata incompleta, con cappellone e soffitto di canne e con le pareti di intonaco, per la morte del Padre Maestro Francesco Micciché avvenuta nel 1635. Così la trova Melchiorre Milazzo. Pertanto la chiesa all’interno fu rifinita da lui con quei complicati arabeschi di tipico gusto del periodo. Il cappellone fu dipinto in oro zecchino che faceva da cornice alle figure dipinte dei quattro pontefici francescani: Nicolò IV, Alessandro V, Sisto IV, Sisto V. La volta fu dipinta in arabeschi dorati, le pareti avevano quattro nicchie per lato, con statue in stucco bianco su sfondo azzurro che rappresentavano San Francesco. S. Antonio, San Bonaventura e San Calogero. Nel coro gli stalli corali, dodici per lato, che ancora oggi possiamo ammirare, sono scanditi da braccioli e girali fogliacei e decorati con conchiglie, vasotti e motivi a foglie. La facciata era coperta da ponteggi lignei infissi alla parete con piccoli buchi dove lavorano senza sosta muratori e scalpellini. Già da allora si diceva che il prospetto era stato consigliato da dei monaci che erano stati missionari francescani nelle nuove terre oltre oceano e che avevano visto gli antichi simulacri pagani. Frattanto la storia della Sicilia nella seconda metà del XVII secolo d.C. narra di una situazione di approvigionamento, una storia economico – amministrativa. Le imposte servivano necessariamente anzitutto per continuare a pagare e a nutrire le truppe spagnole ed evitare un ammutinamenti che avrebbe causato danni enormi. Inoltre ventimila scudi fu il contributo siciliano imposto per la dote dell’imperatrice, quattordicimila ne furono inviati in Germania in un’altra situazione di emergenza , altri quattromila all’ambasciatore spagnolo a Vienna, quindicimila a Milano e altri quindicimila al Duca di Mantova per ulteriori spese militari. Inoltre alcuni di questi “sussidi” erano ricorrenti e quindi la Sicilia dovette, ancora una volta, dare il proprio contributo per zone e scopi che la interessavano solo marginalmente. Per recuperare denaro la vendita dei titoli era il mezzo più sicuro, sicuramente superiore a quello di abolire i privilegi feudali, e per poco Naro non fu venduta come baronato. Io lavoravo senza sosta, con il vento gelido dell’inverno e con il caldo asfissiante dell’estate. Pregavo, qualche volta. Giungevo le mani perché credevo in un Dio d’amore e pietoso che sazia gli affamati e risolleva gli oppressi. Tanto pregai che forse Dio si stancò di starmi ad ascoltare ed ebbe misericordia di me. Entrava l’anno 1670 quando alla messa della mattina a Ciccobriglio vidi apparire Padre Melchiorre Milazzo e Dama Felicia. Si sedettoro nei primi posti presso l’altare mentre mio padre assisteva alla liturgia subito dietro di loro. Io ero defilato in un cantuccio vicino alla porta con gli altri cotandini i cui volti ancora ricordo con nostalgia. Finito quel momento, che la vista della dama delle mie brame aveva reso sublime, ci immergemmo nel lavoro e io amaramente dovevo ora vederla solo da lontano. Improvvisamente però la vidi avvicinarsi, alzandosi la veste, con suo fratello e mio padre al seguito.
“Salve” mi disse
“Non posso pretendere che si ricordi proprio di me” pensai e dissi:
“Salve, signora, cu vuostru pirmissu sugnu Renatu, i frati di Rosa, vostra affezionatissima servitrice!”
“Mi ricurdu di tia – mi sentii rispondere – u me giovani menestrellu! Ti detti un libru, u liggisti?”
“Tuttu a un cuorpu, in vostra grazia”
“Quindi è veru ca siti estremamente intelligente. E pinsare ca tutta sta inclinazione si pò perdiri! Dugnu a to suoru n’antro libru, mi prumietti ca tu lieggi?”
“Putiti ben dirlo, signora”
“Viniti.. viniti o me palazzu, ca vu dugnu di presenza e ca vuogliu parlarvi nuovamente”
“Sarà fattu, cuntatici!”
Una gioia indescrivibile divampò sulle mie gote, divenni purpureo; il sangue mi salì dal cuore al volto e poi ridiscese lentamente. Fortuna volle che nessuno si accorse del mio stato di alterazione momentaneo anche se molti dei miei compagni si accorsero che restai stralunato per tutto il corso della giornata. Mio padre e Padre Melchiorre discutendo si allontanarono e Donna Felicia li seguì goffamente. Ero però così innamorato che quella goffagine mi sembrava quasi sublime, quella delicatezza immacolata simbolo di un animo affine al mio. A fine giornata ripensai a tutti quegli avvenimente e su questo, in uno stato di beata allucinazione, mi addormentai.

Il Venerdì Santo

“Hor in qual loco mai
Che in gelosia m’agguagli amante stassi
Se mi son rivali anche i sassi?”

Dopo la benedizione della chiesa di Malerba posseduta da Baldassere Amalio nel proprio feudo, il 2 aprile, si avvicinava la Santa Pasqua e con questa ci venne concesso un periodo di riposo per partecipare alle celebrazioni. Io tornai sul mio mulo a Naro, abitavo in una casetta arroccata vicino la Chiesa di Maria SS. “Madonna della Rocca”. Questa venne ristrutturata nel 1655 in occasione della visita di Monsignor Ferdinando Sanchez. In questo luogo sorgeva la torre della Fenice che veniva accesa nel medioevo nelle solennità. Era in pietre magmatica, merlata, circolare con due camminatoi. La chiesa nel 1655 era molto semplice con finestra rettangolare e portone, facciata priva di decorazioni, una casupola ecclesiastica, residenza del parroco, e una piccola torretta campanaria. Era rialzata da un basamento in blocchi incassato nel costolone scosceso e pietroso del colle. La mia abitazione era un largo stanzone dove abitavamo io, mio padre e mia madre e gli animali. Era cosparsa di fieno nel lato meridionale, con braciere ben distante in un cantuccio dove stazionava una ceramica di coccio grossolana e nerastra. L’odore era nefasto, in particolare in estate, ma mi ero così tanto abituato che quasi mi piaceva. L’aroma di mia madre era un misto di vapori culinai ed erbacei. Profumava di erbette fresche, di cipolla e di pane: era una goduria dell’olfatto. Mio padre non si riposava quasi mai, acchiappando al volo l’occasione della sua presenza a Naro, passava le giornate nel Monastero di San Francesco o a San Giorgio in Alga con Padre Melchiorre. Era il Venerdì Santo, il lungo corteo con a capo i prelati e i monaci in particolare i PP Cappuccini, portavano la bara del Signore. Vicino alla chiesa di San Calogero e al convento dei PP di San Giorgio in Alga c’erano le Sacre Stazioni della passione di Cristo ed una croce con basamento neoclassico. Erano cinque cappellete dove erano dipinti i Sacri Misteri:
Cristo all’Orto. Gesù in ginocchio orante mentre un angelo gli appare
Cristo legato alla colonna. Gesù legato ad una colonna per il supplizio.
Cristo coronato di spine. Il corpo nudo schernito dal pallio regale e dalla corona di spine.
Cristo porta la crocre lungo la via. Gesù, evidentemente sofferente, porta la croce in spalla piegato in due.
Il popolo in corteo innalzava le sue preghiere fermandosi davanti a queste immagini. Oltre ai prelati ed agli ecclesiastici aprivano le lunghe file il capitano di giustizia Ferdinando Alletti Arena, i Giurati: Diego Alletti e Placido Gueli, e il sindaco Giuseppe Rossi. Io ero con i compagni di una vita: Francesco Bordino e Nuccio Rotolo. Noi tre formavamo gli amici di sempre, quelli che conoscendosi da tenera età sanno capirsi senza aprir bocca. Non avevo parlato loro del mio amore per Donna Felicia, non perché me ne vergognassi ma perché era semplicemente impossibile. Ma a ben vedere, i miei amici si accorsero di quella infatuazione appena la dama fu a venti passi da noi. La ricordo come se fosse ieri: aveva un velo nero e un vestito di raso nero con filamenti in oro. Era accompagnata da mia sorella e qualche altra dama, in particolare una donna robusta e grassoccia. Restai come pietrificato e al saluto solenne di mia sorella feci una smorfia dolorosa. Trascorsi quell’istante in una profonda malinconia e i minuti che seguirono in un misto di rabbia e di fastidio.
“Strana scelta…” mi disse dopo un attimo mormorando il mio amico Nuccio.
“Quantumenu unnè medusa…” ribattè divertito Francesco.
Quelle battute mi fecero tornare il sorriso per la qual cosa seguii la liturgia un pò più tranquillo. Non avevo dimenticato l’invito al palazzo dei Milazzo che mi aveva rivolto Donna Felicia. Il lunedì dell’Angelo mi preparai il più elegantemente possibile e chiesi il permesso per una visita. Il permesso fu accordato anche se seppi dall’inserviente che la padrona era molto occupata con un nuovo arrivato: tale Mauro Barone della Menta della Casa Caldarera. Era un uomo ben fatto elegante e raffinato, era stato a Sevilla quindi parlava una lingua con forte ricerca di spagnolismi. Donna Felicia evidentemente lo trovava attraente perché lo trattava con la massima cura e cortesia . Io entrai abbassando la testa, sia per timidezza, sia perchè ero vittima ardente della gelosia. Per un attimo rimasi a guardare il pavimento marmoreo poi Donna Felicia, per pietà o per cortesia, mi rivolse la parola sfilandosi dal Barone della Menta.
“Il mio menestrello! Mi fa piaciri viditi! Comu stati? Stati beni?”
“Bene, signora.”
“Mi compiacciu ca stati beni allura, chi mi cuntati? Fatemi la grazie di parlari, parlari, parlari.”
“Nun vuogliu annugliarvi, signora.”
“Ma chi diciti?! Comunque studiati un pò – vogliu essiri benevola – e si vuliti piggliari i Sacri Voti intercederò io stessa sia economicamente che con le mie influenze. Vi piaci cuomu idea?”
“ Non posso chiediri di megghiu…”
“Va bene! Tiniti chist’antro libru e andate, ci rivedremo.”
“In vostra signoria…”
Mi alzai, misi il cappello in testa e uscii mentre Donna Felicia diceva al suo ospite che suo fratello Melchiorre era stato eletto Ministro Provinciale a Trapani. La strada del ritorno fu la più triste della mia vita: ero corroso dalla gelosia, innamorato perso. Volli stare seduto per ore tra i sassi dell’antico teatro.
Quanto era stato imponente quella struttura! Quanto gli antichi padri erano migliori di quelli dei giorni nostri! Ma non è rimasto nulla… massi, grotte e casupole malconcie.
Nell’antico teatro avevano preso dimora alcune famiglie che abitavano nelle grotte. Alcune mi guardarono sospettose, altre facevano finta di non accorgersi di me. Io me ne stavo muto, con la testa bassa a pensare. Niente sembrava distrarmi da quelle meditazioni finché il sole sarebbe stato alto nel cielo io sarei stato lì. Di fatti il sole lentamente superò l’orizzonde scendendo verso il basso, un lieve freddo veniva portato dall’altitudine. Rincasai e andai subito a letto: l’indomani dovevo partire per il baglio di Ciccobriglio.
In quel tempo ebbi modo di conoscere il giovane barone Carlo di Castillett. Dalla madre aveva acquisito il lignaggio dei Gaetani mentre dal padre quello dei di Castillett. Abitava nell’odierna piazza Gaetini dove aveva un magnifico palazzo con stemma gentilizio in facciata. Era da poco entrato tra i monaci di San Francesco, alle strette dipendenza di Padre Melchiorre Milazzo. Aveva i capelli corti marrone chiaro con un ciuffetto , all’attaccatura del cranio, riccioluto e ordinato, aveva i baffi e il pizzetto che riflettevano quasi un biondo, gli occhi verdi e profondi. Era di carattere vivace e pragmatico, molto acceso alle cose terrene, molto attivo in società sia per i problemi quotidiani che come predicatore. Allora aveva la mia età e mio padre, sotto la presenza di Padre Melchiorre, ci fece conoscere. Il carattere di Carlo di Castellett non era altezzoso quindi non si creava problemi ad interloquire con me da pari a pari. Diventammo ottimi amici e quando ero libero qualche volta lo andavo a trovare. Avevamo serie e lunghe discussioni, da lui appresi molte cose e molte cose mi servirono come bagaglio di esperienze per tutta la vita. Facevamo lunghe passeggiate, anche fuori delle mura, passando da Sant’Erasmo fino alle ultime propagini occidentali della città, dove risiedevano gli agostiniani. Non era un appassionato cultore delle cose antiche di Naro ma si divertiva a domandare e io, in bonta sua, dovevo raccontare quello che a mia volta mi aveva narrato mio nonno. Sant’Erasmo, per esempio, era un magazzino degli eredi di Don Francesco Randazzo che vi eressero una chiesa nel 1630 sotto il volere del vescovo Traina. Gli raccontai della peste del 1575 e di come fu costruito il lazzaretto e la chiesa – che probabilmente aveva funzionato anche per la peste nera del XIV secolo. Si trovava proprio sotto la chiesa del Carmelo, fondata nel 1458 dai PP Carmelitani ed ancora integra e incompleta ai nostri tempi. Ad ogni modo. Gli spazi laconici e agresti in città come nelle immediate vicinanze erano molti, c’era un arietta profumata sotto un cielo caldo. Gli uccelletti cantavano, i piccioni starnazzavano posandosi tra le erbaccie e su qualche albero. La città era in uno stato di ristrutturazione generale: case, palazzi, chiese ed edicifi erano immerse nei lavori, nuove strutture si ergevano o vecchie strutture si rinvigorivano. Entrò l’anno 1673 e capitano di giustizia era Francesco Andolina Crescenzi mentre scosse la città lo scontro tra la famiglia Gueli e la famiglia Piazza, dove perse la vita Pompeo Gueli. Il contenzioso avvenne nello spiazzo adiacente al monastero di San Domenico e alla chiesa di San Giovanni Battista. Gli uomini in lotta potevano essere perlopiù una diecina tra questi e quelli. Tutto era nato per questioni d’onore: Placido Gueli voleva che gli si cedesse il passo mentre Francesco Piazza voleva passare per primo. In poco tempo i fautori delle due fazioni si erano scontrate crudelmente e solo con l’intervento del capitano di giustizia si erano momentaneamente acquetati gli animi. Anche i funerali furono tesi e solo a stento si tenne a bada la folla che voleva ardere le case dei Piazza. Mentre questo avveniva, in questo stesso anno, rese l’anima a Dio la beata Suor Serafina Pulsella Lucchesi che fu sepolta nella chiesa dei PP Cappuccini. In odore di santità già in vita, questa badessa ardeva di fervente amore per la Santa Vergine e si adoperava per il soccorso degli infermi. Io avevo, per un certo tempo, tralasciato il mio amore per Donna Felicia, lavoravo di gran lena e leggevo molto, in particolare la sera dopo la messa. I libri li ricevevo da Carlo, alcuni da mia sorella Rosa. In proposito sono stato negligente nel raccontare la sua storia. Mia sorella era cresciuta ed era diventata una splendida donna: capelli corvini, occhi verdi, corpo magro e statuario, mani affusolate, carnagione mulatta. Con il tempo, e sotto la mia benedizione, aveva cominciato un amore reciproco con il mio amico Francesco Bordino. Lui la corteggiavana senza tregua e ne era innamoratissimo. Lei ne era innamorata e lusingata ma non lo dava a vedere. Io che cercavo di carpire i segreti di Donna Felicia non ottenevo altro che le confidenze amorose tra mia sorella Rosa e il suo spasimante. Erano frasuccie del tipo “oggi passo dal palazzo dei Milazzo…” o “quanto è caro quel tuo amico…” e io nel sentirle mi sentivo allo stesso tempo irritato e divertito. Trascorsi un periodo di intenso lavoro nei campi e mi ripromisi di approfondire la storia di Naro. Cercai, allora, informazioni in Diodoro Siculo, Tucidide e Polibio. Lessi interamente i libri di questi autori e di altri classici come Omero, Stazio, Virgilio, Sofocle. Ci presi gusto, quindi, passavo gran parte delle sere su quei manoscritti che mi arrivano a grappoli da più persone. In quello stesso tempo passarono per Naro due nobili tedeschi in viaggio per studio e per piacere. Come era usuale a quel tempo, furono invitati al desinare da i nobili naritani. C’erano Carlo di Andrea, Giacomo Lucchesi, duca di Camastra, Diego Alletti e qualche altro nome tra le grandi casate del paese. Mia sorella assistette al convivio e me ne racconto le simpatiche scenette. E’ curioso che i naresi si prodigarono in elogi appassionati ed entusiasti verso l’imperatore Federico II di Svevia. I poveretti forestieri, forse per pietà nei nostri confronti, o forse perché non volevano turbare i commensali, non informarono gli astanti che l’imperatore, tanto lodato, era morto da parecchio tempo. L’anno 1675 arrivò con un clima parecchio turbolento al confronto con la perpetua stasi della situazione meteorologica siciliana: pioggia, un leggero nevischio e alcune tremende grandinate piegarono il raccolto e la popolazione. Ebbero però effetti benefici poichè “pulirono” le strade dalle fogne a cielo aperto e dalla sporcizia – il fetido portato delle acque, infatti, scorreva a valle. L’aria si fece più respirabile, le vie fangose ma limpide, la città linda e pinta brillava nelle poche giornate di sole. Capitano di Giustizia era Placido Gueli. Nel Luglio 1674 scoppiò la rivoluzione a Messina ed io partii con le milizie spagnole sotto la guida di Carlo di Castellet. Praticamente la città aveva negato l’ingresso alle truppe spagnole e aveva fatto decapitare alcuni capi democratici. I ribelli avevano, inoltre, chiesto aiuto alla Francia, alla Turchia e avevano addirittura offerto il trono di Sicilia al figlio illegittimo del re d’Inghilterra. Luigi XIV di Francia non ignorava l’importanza strategica della Sicilia e, secondo informazione giunte in Spagna, inviò segretamente un ingegnere militare per esplorare il terreno. Quando Messina fece appello a lui, nominò il duca di Vivonne, fratello della sua amante del momento, governatore della Sicilia. La nostra guarnigione arrivò nei pressi di Messina alla fine del 1675 mentre agli inizi dell’anno successivo giunsero le truppe francesi a dar man forte alla città sotto assedio. Lo scontro interessò tutta la costa nord della Sicilia e navi francesi e spagnoli si diedero battaglia fin dentro il porto di Palermo. Oltre noi, di siciliani ve ne erano ben pochi. Il nostro campo era pieno di spagnoli, olandesi, mantovani, sardi e combattenti corsi. Si cantava, si ballava, si trangugiava vino, pane e broccoli crudi. La nostra piazzaforte si stendeva per una vallata, davanti un colle grigiastro e dentato. Era di forma triangolare allungata con le tende degli ufficiali vicino al colle insieme all’infermeria e alla tenda liturgica. Conobbi un ragazzo, il marchese Giulio Cagliostro, con il quale trascorrevo parte del tempo. Era simpatico, valoroso in battaglia e rude nei modi come poteva esserlo un popolano qualsiasi. Dopo l’attacco del 20 Marzo 1675 mi disse nella nostra tenda:
“Hai del talento, chissà che non ti faranno barone o marchese?”
“Non credo..” risposi io
“Di questi tempi, amico mio, baroni non solo si nasce ma si diventa!”
“Se tu non sei diventato conte o principe per qual motivo dovrei diventare barone?”
“ Io sono un ufficiliale della guarnigione, vivo per l’esercito. Tu, invece, hai ancora una vita davanti, e sei valoroso, farai strada amico mio.”. Ma, oltre le lusinghe del marchese, io ero un soldato mediocre anche se fervente e, se non fosse che combattevo in una nube di miei compagni, non sarei qui a raccontare la mia storia. Durante il 1677 i cittadini di Messina si andarono distaccando dai francesi. Per tre anni il commercio era rimasto interrotto e l’aumento dei prezzi stava causando una guerra intestina tra le fazioni della città. Oltre la carestia in cui versava Messina, un altro problema, sicuramente minore ma che aggravava la situazione, era il fatto che nessuno, neanche tra i nobili messinesi, comprendeva il francese; sebbene Vivonne desse dei balli di Stato per la nobiltà, né lui né i suoi ufficiali erano in grado di essere leggittimati dai comuni cittadini. La reggenza francese di Messina fu un esperienza tragica per la città poiché questi poco si curavano degli interessi messinesi anzi chiedevano del grano e non lo pagavano, reclamavano sinecure stipendiate e non rinunciavano alle loro antiche restrinzioni sul commercio anche quando la città stava morendo di fame. Anche l’Inghilterra, alleata francese, aveva abbandonato il campo poiché era preoccupata dall’imperialismo di Luigi XIV. Il trattato di Pace giunse nel 1678 dopo che la guerra aveva visto un progressivo tendersi in favore delle guarnigioni spagnole. Molti della prosapia senatoria della città fuggirono prima in Francia, poi a Tunisi o a Costantinopoli. Io ricevetti il cavalierato e la medaglia al valore oltre un piccolo feudo nei pressi di Scibulone, Salme 3.

Storia

“Zeferu torna e si smanta la terra
Di virdi erbetti e culuriti xhiuri
Veneri da e Cupidu s’afferra
Li dardi d’oru e l’ardente caluri”

C’è chi ritiene Naro in antico abitata da Giganti Lotofagi, che prendeva il nome da una ninfa Nαίς – Naro – , figlia di Giove e Asterope, e poi c’è chi la ritiene originariamente l’antica Agragante Jonicum o l’antica Indara. Io ritengo sia l’antica fortezza di Monthyum, di origine troiana, dove avvenne che, caduto Ilio, gli esuli si rivolsero ad altre mete. La storia narrata da Omero la ritengo anche la nostra storia, la storia della nostra origine. Approdati i troiani sulla sponde del Hipsa, scoprirono un monte ricolmo di acque. Un fiume, un laghetto collinare e vari rivoli e rivoletti bagnavano la collina. Dopo poco tempo i Cartaginesi, che avevano occupato varie città in Sicilia, fatti soggetti della grande emigrazione ellenica, ridimensionarono i propri possedimenti occupando anche Naro – o Montyum, come veniva chiamata. Dal dominio fenicio-cartaginese ci permane il nome: quel NAHAR che nel toponimo originario significa “fiamma” – dalle torri di avvistamento dei nemici. Almeno questo io credo da quello che mi tramandano i miei avi e quello che ho letto negli storici del passato. Ho dimenticato di dirvi che io, Renato Mangione, ero diventato Don Renato, non avevo ancora il titolo di “Eccellenza” ma c’era di che montarsi la testa. Alcuni del popolo mi cedevano il passo per la via e riuscii ad assicurare per me e la mia famiglia un buon posto in chiesa. La tenuta non rendeva un granché, circa 100-150 scudi annui, era rocciosa e sabbiosa. La lavorava mio padre con alcuni uomini e mia madre si trasferì con lui in quel feudo. Mi potevo ben dire benestante, comprai una casetta di due piani e mi inserirono come amministratore cittadino, al catasto. Questa mia vita pubblica che s’involava fu immediatamente controbilanciata da una autentica tragedia privata. Donna Felicia, la donna che più amavo al mondo, si sposò il 24 Giugno 1678 con il barone della Menta della Casa Caldarera. Era stata una cerimonia fastosa, per giorni si dettero ricevimenti e balli dove erano invitati le nobili casate naritane. Per l’occasione Padre Melchiorre fece distribuire grano e fieno a tutta la popolazione meno abbienta. Io, invitato ad alcuni eventi, mentre per altri escluso, me ne stavo muto a struggermi nel mio dolore. Mi dovevo aspettare che sarebbe, prima o poi, successo ma ritenevo ingiusto che in quell’istante, che la società mi aveva posto più vicino a lei, lei mi sfuggiva eternamente. Lo confesso: ho pianto amaramente. Mai avevo assaporato una bruciante delusione come quella volta, mi sentivo quasi febbricitante e quasi senza forze. Al fatto compiuto non potevo porre rimedio, potevo solo annullarmi.
Ma fin quanto? Il mio cuore diceva per sempre mentre la mia testa mi intimava che era un fatto normale e del tutto aspettato.
Provavo un certo dolore, quasi fisico, nel pensare a lei: era il periodo di più acute sofferenze alle quali sarebbe succeduta la rassegnazione. Era però una rassegnazione parziale, non completa, mitigata da una speranza vaga quanto irreale. Vissi in queste condizioni i primi amorucci che costellarono la mia vita. Cominciai con dama Croce Maria Lauricella, con la quale ebbi una storia appassionata e segreta, dall’erotismo prorompente e dalla poca dolcezza. Era una dama smilza e avorio, con capelli biondi e occhi marroni. Era intelligente e caparbia, un pò permalosa ma poco civettuola. La incontrai ad uno dei tanti mercati cittadini che venivano allestiti presso la chiesa del Carmelo. Poi la rividi in un ballo dei di Castellett dove cominciammo a parlare.
“Cuomu vi chiamati, signore? “ mi domandò
“Con ossequo, Renato Mangione” risposi
“ah siti chiddu ca j a la guerra!” esclamò quasi sorprendendosi e continuò: “Bedda storia a vostra! Raccontate… Raccontate pure…”
“Beh ho combattuto maldestramente” risposi io sorridente
“Un mi diciti accussi! Siete un cavaliere reale! … qualchi cosa bbona a facistivu!”
“Embé qualcosina nica però”
La dama sorrise e mi salutò guardandomi fin che ne ebbe la possibilità.
Il mio amico Francesco Bordino e mia sorella Rosa si sposarono l’8 Dicembre 1680 per la festa della Vergine. Lo ricordo perfettamente poiché, per i lavori, la chiesa di San Francesco non venne addobbata con ricchi drappi di damaschi rossi tempestati d’oro e d’argento, né dalle arcate e lungo le paraste tra un altare e l’altro pendevano, con eleganza e grandioso disegno, i parati rossi e bianchi tempestati di stelle con larghi tocchi d’oro e fregiati all’estremità. La celebrazione avvenne a Santa Caterina d’Alessandria, in quella bella chiesetta gotica a tre navate. Il mio amico Francesco era divenuto mezzadro a Ciccobriglio e alla Mintinella, in sostituzione di mio padre, e mia sorella imparò a tessere ed a lavorare per la corporazione dei Tintori. Abitavano nello stanzone delle “Madonna della Rocca” anche se io mi ero adoperato per trovare una sistemazione migliore. Non ne vollero sapere di lasciare quel luogo.
“Mi dispiaci anzi ca mancavu pi accussì tantu tiempu di cca..” mi diceva mia sorella se sollevavo la questione. Capitano di Giustizia quell’anno era Giuseppe Rossi mentre Spett. Giurati e Giudici erano Patrizio di Michele Morreale, Francesco Fanara, Michelangelo Liuzza e Giacomo Castrogiovanni. Quell’anno conobbi la mia seconda amante e anche la più legata a me da sentimenti nobili: Margherita Teresa Mendola. Fu un’amore senza troppe stranezze, celebrale, tanto che questa mi chiese ad un certo punto di sposarla. Seppur ne fossi attratto e tentato mi accorsi ben presto che ero incapace di concludere con chicchessia le mie vicende amorose. Ero ancora innamorato di Donna Felicia e legato a lei da uno strano sentimento di illusione e di istinto. Proprio questa spinta innata, questa tendenza a e per Donna Felicia, creava un vuoto dentro di me ed era “croce e delizia” dei miei giorni. Mantenni per un certo tempo il mio rapporto con dama Margherita mentre ogni tanto vedevo Donna Felicia per le strade o presso la chiesa ed il convento di San Francesco dove operava suo fratello Melchiorre. Questo era stato eletto Commissario Generale e Visitatore e Presidente del Capitolo in Calabria, Visitatore sopra la Diocesi di Mazzara e Monisteri. Insomma era divenuto uno tra i più influenti uomini in tutto il paese; ben voluto, omaggiato, affascinava il popolo con le sue prediche. Nel frattempo Messina continuava sorprendentemente a chiedere nuovi privilegi. Per la ribellione appena consumata, e per le idee autonomiste, era invisa a molti, sia in Spagna che a Palermo, i quali chiedevano una punizione più energica. Proprio per la disposizione d’animo mite verso questa città fu esautorato il Viceré Gonzaga e nel 1679 fu sostituito da Santisteban. Questi intervenne prepotentemente radendo al suolo Messina e, come segno simbolico, arò la zona e la seminò col sale. La campana della città – la stessa che aveva aperto la ribellione – venne fusa, e lo scultore palermitano Serpotta ne usò il metallo per ritrarre il re di Spagna che calpestava l’idra della ribellione. Lo strategoto e il senato di Messina furono entrambi aboliti. Santisteban declassò la nobiltà locale e la sostituì con spagnoli fidati e fece costruire una fortezza che sovrastava la città. Le armi da fuoco furono confiscate e la Zecca Reale fu trasferita a Palermo. Io mi recai a Messina spesso in quel periodo, facevo la spola tra Naro, Messina e Palermo. A Naro si respirava un aria tesa, le campagne, i briganti, erano incubatori eterni di conflitti sociali. La micro-criminalità e gli assassinii facevano da cornice ad un periodo instabile. Caddero sotto i sopprusi dei banditi alcuni tra i popolani e pochi nobili. Tra loro vi erano Lillo Paci, Gaetano Curto e Tito Virone. Tutti e tre trovati senza vita nei pressi di contrada San Marco. Ormai la mia vita, con un volo di fantasia, si poteva dire normalizzata; per quanto “normale” si potesse dire un amante ufficiale e una rendita mensile. Non ero sposato: è vero!
Ma con il tempo concepii che Donna Felicia era il fantasma che si sarebbe frapposto con una futura sposa. Declinai quindi ogni ragione e mi dedicai al momento, alla giornata, come fà un randagio per le strade della città. Non me la passavo poi così tanto male, in fin dei conti. Bisognava non aspettarsi nulla, e io lo facevo, bisognava dare senso ai giorni, e io passavo le mie giornate tranquillamente. Ebbi modo di parlare con Donna Felicia solo sporadicamente, andava invecchiando: delle rughe e dei solchi andavano disegnadosi sul volto, la pelle si faceva raggrinzita, le orbite più incavate. Rimaneva comunque una bella donna, o almeno io la ritenevo tale. Quando mi vide, mi disse:
“Quindi “Don Renatu”! u sapia iu ca eratu stupefacenti!”
“Madonna…” risposi con un sorriso amaro.
“Tiniti… tiniti n’antru libru! E vostra suoru? Comu stà Rosa? Beni, me ne compiaccio! Aviti dicisu di pigliari i Sacri Voti o no?”
“Nun sacciu si sugnu all’altezza, signora.”
“Vidiemmu… un siti maritatu, picchì?
“Casi, signora..” risposi turbato
“E allora Diu voli ca vi faciti monaco o parrinu! Putiti trasiri tra i franciscani o i cappuccini – ho amici tra i Lucchesi…”
“Ci penserò Madonna…”
“Va beni, va beni… vieni a trovami ogni tantu!”
“Ogni so desideriu…”
E così me ne andai.
Per qualche giorno pensai che negli incontri con Donna Felicia potevo essere un pò più ammiccante e adulatorio ma lo ritenevo un onta all’onore di quella donna e una vergogna per me. Mi decisi che non era il caso. La sera andai a trovare mia sorella e ne approfittai per una sortita nella parte alta della città: tra l’antico castello e l’ancor più antico Duomo. Le strade tortuose dell’acropoli mettono a dura prova anche le membra più robuste. Io, magretto, caracollavo rapidamente dando sfoggio di notevole prestanza fisica. Il Reggio Castello era nelle ultime tele del tramonto; assorbiva gli aulici raggi nel tufo pregno e friabile. Nella funzione di decadenza era un pò trascurato ma, seppur vetusto, era splendido e splendente. Sotto Federico III di Aragona si costruì la torre quadrata nel 1330, alta 1000 palmi, e larga per ogni facciata 40 palmi. Nella struttura fortilizia si innestano torri circolari, di tipo orientale. La facciata del prospetto nord, vista trasversalmente, è ornata da due pregevoli bifore. La vista dall’acropoli si perde per la vallata di Canicattì da un lato e dall’altro giù, giù fino alle coste del Mar Mediterraneo. Si narra che una antica dama che abitava il castello, Donna Giselda, si innamorò del proprio paggio Beltrado. In una notte di luna piena, mentre Beltrando le cantava sulla terrazza il suo amore, accompagnato dalle dolci note del liuto, furono sorpresi dal marito, Pietro Giovanni Calvello. Il giovane paggio fu ucciso, l’onore lo richiedeva, e buttato dalla torre mentre Giselda, rinchiusa in un segreta, si lasciò morire di fame e di dolore. Dice la leggenda che, ancora oggi, nelle notti chiare d’autunno, un bianco fantasma di donna vaghi sulla terrazza del Castello: è Giselda alla ricerca dell’amato Beltrando. Volte le spalla al Reale Castello risalii per una scoscesa stradina, tra le molte case arroccate ve ne erano di solenni e di belle. Giunsi di lì a poco presso il Duomo. Era invaso dalle impalcature; era stata una moschea araba e forse anche una chiesa bizantina – almeno questo presumo. All’antico impianto ad unica navata si è aggiunto il transetto che ha trasformato perimetralmente la struttura a croce latina. Riuscii ad entrare, vari operai facevano avanti e indietro. C’erano la bella acquassantiera del XIII secolo d.C., il “dolore” interamente dipinta con colori vivaci e nell’abside lo splendido affresco della Dormitio Virginis. Questo, quasi un unicum nelle rappresentazioni, ha svariate influenze copte, sicuramente orientale nello stile e nel rendere una storia complessa della vita di Maria Vergine. Tra le montagne di sabbia e blocchi, uscii, era tardi, quasi sera, tra un pò non avrei visto ad un palmo dal naso, dovetti rientrare. Mi addormentai esausto ma abbastanza soddisfatto, l’indomani sarebbe stato un’altro giorno, forse unico, forse solo uno dei tanti.

Eccomi oh Dio!

“Tutti son d’un voler, tutti d’un cor”

Le coordinate del mio paese, per un’altitudine di 596 m s.l.m, sono di 37° nord e 13° Est.
A me, seduto in cima al monte, mi venivano in mente mille pensieri ma rinunciai a riflettere su ogni cosa. Ultimamente mi faceva male pensare alla mia vita quindi obliavo il passato e cercavo di non pensare al futuro. Era un meccanismo di difesa, e come tale, tamponava il problema senza però risolverlo. Non che avessi mai provato a risolverlo, semplicemente, non me ne curavo, non gli davo linfa per invadere il mio cerchio vitale. Per anni avevo trascurato questo mio lato e anche tra gli orizzonti della sommità del colle non trovai la volontà di pormi certe domande. Oltretutto non sapevo cosa rispondere; era giusto vivere a rallentatore? Era giusto vivere nell’apatia? Era giusto chiudersi spesso al mondo? Domande, risposte… ma né queste né quelle mi erano di utilità alcuna anzi ne soffrivo vivamente. Distrattamente pensai a Donna Felicia Milazzo. “Distrattamente”: termine sottolineato poiché, sulla scorta delle domande, anche le forme eteree dei sentimenti cercavo ardentemente di annullarle. Per quanto? Non lo sò
Serve a quancosa? Non lo sò, sicuramente apparentemente stavo meglio.
Sicuro che nell’attimo vissuto, e nel pensare solo a quello, ci fosse la verità, smisi ad un certo punto di pensare, emozionarmi – in poche parole di vivere. La frustrazione mi assaliva in proporzione alle domande che mi ponevo e più queste ricercavano nel profondo, più stavo male. Proprio per questo l’oblio della mente mi sembrava un dolce frutto. L’11 Gennaio 1689 alle ore sei, un terremoto scosse tutta la Sicilia e a Naro recò notevoli danni. La parte alta della città, più robusta, fu la meno colpita mentre nella Valle le casupole mal costruite collassarono inghiottendo intere famiglie. Molti danni fece il sisma a Catania e a Caltagirone e le macerie erano innumerevoli. Grazie, però, ai finanziamenti di Giuseppe Duca di Camastra molte città furono restaurate. Era una prodigalità che intendeva aumentare il proprio prestigio e propozionalmente il peso politico. In tutta la Sicilia si respirava un aria tesa. Il potere spagnolo agonizzava, trascinandosi verso una fine imminente. Anche a Naro i rumori non si fecero attendere: casus belli fu una nuova tassa sulla macina. Le problematiche nacquero per fronteggiare i problemi finanziari dell’Università, che, come ricordiamo, aveva sede nel colleggio dei Gesuiti. Si aspettava una donazione di una tale principessa: la principessa della Torre. Questo credito fu invece disatteso e per ovviare al problema si legiferò una gabella di tarì 16, 18 e 20 su ogni salma di terra coltivata. Alla trasmissione della legge, il 20 Febbraio 1689, il popolo insorse. Iracondo, a grappoli, usciti per strada si recarono nella cosa del banditore Diego e in quella di Nicolò Milo direttore dell’Università con la viva intenzione di ardere ogni cosa. Quel trambusto di grida e suoni fu udito dai maggiori e dal sagrestano della campana dell’orologio che cominciò, con fragore, a suonare. Tale pratica chiamava a consiglio il capitano di giustizia, il sindaco e i giudici per risolvere la questione. Melchiorre Milazzo, sapute tali cose, mandò Carlo di Castillett prima, in seguito andò di persona a sedare il popolo. Casualmente io ero con Carlo quel giorno e quindi sono testimone di ogni fatto. Inizialmente con cautela inziò a calmare gli animi, li rimbrottava e li ammansiva con tal vigore che alla fine una parte della folla si dissuase di proseguire nel tumulto. Ma immediatamente dopo, alla calma apparente ottenuta da Melchiorre Milazzo, molti del contado e altri, che serbavano l’ostilità, scoppiarono in un nuovo tumulto ancor più feroce. Tanta gente affluiva per le strade, una folla che a stento era contenuta dalle vie. Obiettivo ora della sollevazione era la casa di Guglielmo Lucchesi. Non potendo penetrare nel palazzo, inveirono, creando molti danni alla facciata. Gli ufficiali e i nobile erano in preda alla paura per la propria vita, si riurivano dentro le chiese e nei conventi facendo la massima attenzione acché non fossero seguiti. Dal palazzo Lucchesi, i rivoltosi, al suono della tromba, andarono alla casa di Girolamo Argirò e degli altri giurati per poi riunirsi al Comune. I nobili chiesero di parlare con un rappresentante del popolo commosso e cercarono così di ammansire quei rumori. Il precettore dell’Università fu brutalmente ucciso e da Palermo giunse un commissario regio. I magistrati che reggevano la città erano Ignazio Conterini, capitano di giustizia, e i Spett. Giurati Girolamo Argirò, Vincenzo di Gueli, Benedetto Palmeri, Patrizio di Diego Alletti. La riunione si tenne nel chiostro di San Francesco sotto la tutela di Melchiorre Milazzo e l’inviolabile santità del luogo. Girolamo Argirò era infuriato, Vincenzo di Gueli più conciliante, il rappresentante del popolo si atteggiava altezzoso dalla sua posizione di forza sicuro di ottenere un buon risultato. Melchiorre Milazzo iniziò la discussione.
“Basta coi supprusi di oi! Calmatevi! In nome di Cristo abbiate degno rispetto per la vostra città.”
“Non stamu cà pi na tassa ingiusta!?” disse il rappresentante e continuò: “ Nun è giustu ca pagammu nantri pi l’Università”.
“L’università ci porta benessere, stolto!” disse Argirò digrignando i denti.
“L’università a mia un mi porta nenti! Bada cuomu parli!” rispose l’individuo infervorato e spavaldo.
“Calma! Calma!” si frappose Melchiorre Milazzo.
“Iu un naiu tiempu di perdiri, livati a tassi si o no? “ disse baldante allora il rappresentante del popolo.
“No!” intevenne Palmeri.
“Allura fatti vostri!” l’individuo fece un gesto di stizza, si girò su se stesso e se ne andò.
Tutti erano spaventati ma Melchiorre Milazzo fu il primo ad intuire a pieno il periocolo. Seguì l’uomo e uscito con lui si mise a predicare e iniziò una processione che calmò il popolo. Dopo giorni tesi e terribili pian piano la rivoltà rientrò e man mano che il tempo passava la tenacia dei rumori affievoliva fin quanto non si spense completamente. L’uragano era passato, lasciando macerie e conflitti, ma era collassato nella sua stessa rabbia. L’anno che succedette a questi fatti io divenni monaco conventuale francescano e cappellano della chiesa di San Francesco. In quel tempo conobbi Prospero Favara che viveva nelle cellette rustiche che erano state di Sant’Eustachio e i suoi discepoli. Questi nacque a Naro nell’anno Domini Nostri 1647 dal notaro Don Lorenzo – monumento sepolcrale nella sala antistante la sagrestia di S. Agostino – e la madre che si chiamava Elisabetta Nobile. Celebre orientalista e monaco agoostiniano, fu profondo conoscitore della lingua ebraica e di quella greca. Fu teologo dell’inquisitore di Lipari: Girolamo Ventimiglia. Si dilettò, inoltre, in opere ascetiche e poesie neoclassiche. Suo ispiratore era Pindaro. Ottenne inoltre grande fama come oratore e predicatore. Nell’anno 1690 da Roma, dove aveva acquisito la laurea, ritornò a Naro per difendere i propri cari ingiustamente perseguitati. Era un uomo mite e colto, molto conservatore e molto fiero delle sue radici storiche. Lo conobbi quando aveva cinquant’anni anche se ne avevo sentito parlare, la sua fama come dotto lo precedeva. Diventammo molto amici e un giorno mi disse:
“Spero che l’epoca che sopravviverà a noi prosegua con le nostre idee ma vedo ormai bizarrie e materialismo, lotte aristocratiche e “mal guvernu” .
“Picchì, padre?” gli risposi.
“Vedo le avvisaglie, figlio mio… i tempi stanno cambiando e non in bene.”
Forse aveva ragione, forse no; fatto è che i tempi erano suddivisi in fronti e segmenti tra chi restava innovatore e progressiste e chi conservatore e neoclassicista. Di questi due schieramente Padre Prospero aveva una idea ben chiara: era amante della grecità, della sua organizzazione, della sua cultura. Credeva nella Somma Giurisdizione del Santo Padre ma alla fine anche Solone era un “re senza corona”. Secondo il suo modo di pensare una eminenza era conciliabile con la democrazia. Non si fidava delle innovazioni: lo scoraggiavano anzi e lo avvilivano. Guardava al passato con occhi curiosi e studiosi mentre guardava al futuro con meno fiducia. Io non ho un opinione in merito, francamente non sò se sbagliava. Se fossi vissuto un’altro secolo avrei avuto la risposta, ma la mia vita non sarebbe durata tanto. Ad ogni modo. Donna Felicia il 7 febbraio 1701 restò vedova. Non l’avevo più vista da parecchi anni. Era molto invecchiata e anch’io d’altronde, la vidi al funerale, prima che ulteriori anni passarono poiché la vedessi di nuovo.
Ne ero ancora innamorato?
In fondo si, non riuscivo a dimenticarla.
Le giornate nel monastero erano laboriose e sfibranti. C’erano le liturgie, le prediche in pubblico, le commissioni, i lavoretti e le amministrazioni. Mi recai qualche volta a Ciccobriglio. Il baglio era vecchio e fuori moda, quasi fatiscente, i braccianti lavoravano senza sosta; c’era mio cognato Francesco, marito di Rosa, a coordinare il tutto. Trattare con lui era come trattare con un fratello, oltre alla parentela aveva un carettere mite e allegro. La mezzadria era leale e schietta e anche ad offrigli qualche soldo, con il benestare di Padre Melchiorre, non accettava mai o quantomeno accettava solo nell’ estrema necessità. Francesco e mia sorella mi diedero un nipote, Michelangelo Bordino, che cresceva a vista d’occhio. Mio padre morì l’anno che precedette la rivolta, alla veneranda età di ottantasei anni mentre mia madre straordianariamente nel 1689 all’età di ottantauno. La gente paradossalmente, invece di dolersi di quella morte, si congratularono con me per la grande longevità dei miei genitori e anche in vita, i miei, erano visti come una sorta di fenomeno di Dio. Suggestivo, il 1702, le valli di “a margunia” e “i scaliddi” brillavano di rugiada, le viti intersecate tra le zolle emanavano un aria dolce e profumata. La città era affascinante nei cantieri, le strade polverose, il giallo di edifici e chiese. Naro era un altare a quel dio Apollo venerato dagli antichi, dalla bionda chioma, dal vestito oro. A questo splendido paesaggio però facevano da contro-peso le incursioni dei briganti e dei malfattori che dalle campagne, e nelle campagne, saccheggiavano e depradavano. In un incursione di tal fatta furono arrestati due delinquenti, degli sgherri efferati e assassini. Famoso rimane il loro processo e la loro esecuzione davanti la chiesa di Santa Maria di Gesù, poco oltre le mura. Furono giudicati dal magistrato penale di allora: Don Ignazio Avantaggio. In tribunale c’era molta gente, molti curiosi che avevano avuto il coraggio di assistere all’udienza. I due si chiamavano Nunzio Caprara e Giacomo Vitaliano. Alle accuse del giudice i due dapprima non rispondevano poi insolentiro tanto la discussione da irritare Don Ignazio Avantaggio.
“Siete rei di assassinii e ogni sorta di nefandezza! È vero?”
“Siamo uomini siffatti, forti e onorati” rispose il primo brigante.
“Sono un gentiluomo, signore! Si scusi…” rispose il secondo
Nessuno aveva il coraggio di ridere, la tensione si respirava nell’aria.
“Avete ucciso tra gli altri Amedeo Vinci, Stefano Curto e Giuseppe Pacinella. Avete, inoltre, devastato Funtanazzi, Virdillo e Calandrino.”
Silenzio
I due guardavano con ferocia il giudice che li guardava di rimando.
La sentenza di morte fu trasmessa subito dopo e furono impiccati il 4 Agosto 1703 alla presenza di una folla numerosa.
Anche la situazione sociale era d’altronde tesa, i maggiori stavano in uno stato di agitazione per le continue austerità delle entrate e l’esborsi di denaro pubblico, l’ultimo dei quali era di 40 scudi. La popolazione, inoltre, era soggetta a svariate frustrazioni economiche e civili. Una leggera contrazione ad inzio anno e una piccola crisi sostituì il fiorente XVIII secolo. Così, oggi 15 Gennaio 1704, la morte si appresta a prendermi e per mano dell’amore della mia vita, Donna Felicia Milazzo, scrivo questi ultimi ricordi ed invito i posteri a scrivere quando io solo vedrò tra le “beate genti” per intercessione di Gesù Cristo Nostro Signore.

Fine

Post Scriptum

⦁ La chiesa di Sant’Agostino. La chiesa con il priore Giuseppe Ziné nel 1707, sotto consiglio di Prospero Favara , fu progettata da Francesco Querni, ma rimase incompiuta.
⦁ Fu completata con l’aggiunta del secondo ordine del prospetto, che rispecchia a grandi linee San Giovanni in Laterano – simbolismo reazionario? -, ad opera dell’architetto Calogero Ferracani ed, in parte, da Don Felice Vinci.
⦁ Nel 1700 il Duomo Vecchio era sede della Confraternita del SS Sacramento.
⦁ Padre Melchiorre Milazzo morì nel 1724 all’età di settantasette anni.
⦁ Nel febbraio del 1720 la Sicilia ricade sotto il dominio di Vienna.
⦁ – Donna Felicia, la donna che ha amato Renato Mangione tutta la vita e mia madre, sopravvisse solo un anno al suo spasimante, morì nel 1705.

Rosa Maria Milazzo Mangione
Ciccobriglio, 20 Agosto 1762