La Mafia – Cosa Falcone non aveva capito

La Mafia è si un fatto umano ma dobbiamo costatare che la longevità e quasi la salute dello Stato rendono la salute stessa e la longevità della Mafia. La Mafia è un fatto statale che a differenza del terrorismo non mira alla sovversione dello status quo ma che si abbevera alla stessa fonte statale e si occupa di monitoraggio territoriale e affari più o meno leciti. Di quelli illeciti il riciclo da’ incremento della liquidità in circolo. E’ indicativo come i candelotti di dinamite usati per la strage di Capaci venissero da una ditta bresciana ed erano di tipo Brixia. Quella del caporale che manda pizzini da un tugurio è pura mistificazione. Da sempre un corpo per funzionare ha bisogno delle sue parti integre. Rileviamo dunque che se lo Stato è la testa, le braccia fin alle dita sono i “mafiosi”. Io stesso ho avuto un incontro con un signore sulla cinquantina che poi ho scoperto essere il summu caput della ‘Ndrangheta. Il dialogo è stato cordiale e per puro caso, in una parola ha fatto capire che la nostra eloquenza era inutile tanto mi conosceva benissimo. “Tu sei un agnellino”: quelle parole vagano nella mia memoria. Speriamo non sia sacrificale, non ci tengo particolarmente a fare il martire.

Niente bandiere né tricolore né europea

Prendendo spunto dall’editoriale su “Avvenire” di oggi a cura di Marco Iasevoli e dal titolo fortemente veritiero “Una Repubblica. Venti Staterelli” auspico una riflessione sui conflitti logoranti del campanilismo, o detto al politicamente corretto, “autonomismo”. Un vecchio ritornello patriottico superato dalla storia era “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani”, ora declinato nel più recente “Abbiamo fatto l’Europa, ora facciamo gli europei”. Tralasciando il fatto fortemente rilevante che gli italiani sono ancora borbonici e leghisti e che i piagnistei contortamente storici su libri come “Terroni” non aiutano neanche a creare gli italiani tanto meno gli europei. Oggi come non mai siamo praticamente nell’Ottocento ma la folgore che colpì Ernesto Rossi e Gualtiero Spinelli non si è estinta. L’Europa ha l’occasione di prendersi la rivincita sui sovranismi se alla ricerca, in questo caso medica, viene data una dimensione europea. Il Sars-Covid 19 e il cambiamento climatico sono occasioni di maturità per l’Europa e la Bce. Se l’Europa riesce ad essere solidale ha vinto “campo e partita” altrimenti restiamo coi populismo più o meno marcati.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Il cosiddetto concetto-forza

  1. L’archetipo del cosiddetto concetto-forza
    “L’angelo del Signore gli apparve
    in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto”
    Esodo 3:1-4:17
    Elementi primordiali emergono e vengono percepiti materialisticamente; tra i quali è bene enunciare quello
    che Carl Gustav Jung definisce il “concetto-forza”: un’energia innata che ha riscontri nei secoli.
    “l’idea dell’energia e della sua conservazione deve essere un’immagine originaria latente nell’inconscio” ed
    inoltre che “le religioni primitive nelle più diverse zone del mondo sono fondate su quest’immagine”
    Le trasfigurazione che si hanno nella storia di quest’energia sono molteplici e ciclicamente riscontrabili. Il
    “fuoco civilizzatore” rubato da Prometeo dal carro solare e consacrato da Pisistrato nel giardino
    dell’Accademia. Gli stessi Pritanei, spazi sacri dove risiedevano i custodi del sacro focolare. Il culto di Vesta
    associato anche architettonicamente alla regia. Nell’antico testamento
    “Il monte Sinai era tutto fumante, perchè su di esso era sceso il signore nel fuoco e nel suo fumo saliva come
    il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto”
    Nella Sura XLIV (Ad-Dukhân, Il Fumo) quel “fumante” assume valori apocalittici rimandando alla
    ristaurazione di un armonia originaria
    “8. Non c’è dio all’infuori di Lui, Colui Che dà la vita e dà la morte, il vostro Signore e il Signore dei vostri
    più lontani antenati.
  2. Ma quella gente invece dubita e scherza!
  3. Ebbene, aspetta il Giorno in cui il cielo recherà un fumo ben visibile”
    Nei testi coranici il fuoco passa dal suo valore positivo e inerente alla divinità ad un altro del tutto negativo.
    La stessa dualità, la stessa sinapsi simbolica prospettata per l’archetipo della madre è prorogabile per
    l’engramma del concetto-forza. Le funzioni che assorbe sono alquanto indifferenziate, vaghe e molteplici
    proprio nel solco di una sacralità indistinta.
    “191. che in piedi, seduti o coricati su un fianco ricordano Allah e meditano sulla creazione dei cieli e della
    terra, [dicendo]: “Signore, non hai creato tutto questo invano. Gloria a Te! Preservaci dal castigo del Fuoco.
  4. O Signore, colui che fai entrare nel Fuoco lo copri di ignominia e gli empi non avranno chi li soccorra.
    Anche nei testi indiani il fuoco persiste ad essere connotato con valenze negative anche se solo parzialmente.
    La distruzione che produce indìce anche la rigenerazione degli elementi prospettandosi nel suo valore di
    genesi e di conclusione.
    “Alla fine di ogni periodo cosmico il serpente vomita il fuoco ardente della distruzione che divora tutta la
    creazione”
    ( Vishnu Purana II, 5, 23 )
    Nel testo neo testamentario in atti 2,16 3-4 si legge in riferimento alla discesa dello spirito ( Pentecoste ):
    “…Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono
    tutti pieni di Spirito Santo..”
    ed, ancora, in rimando al testo vetero testamentario in Gi 3,1-5 il profeta Gioèle annuncia:
    ” Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona
    i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
    i vostri giovani avranno visioni
    e i vostri anziani faranno dei sogni.
    E anche su i miei servi e le mie serve
    in quei giorni effonderò il mio Spirito
    ed essi profeteranno.
    Farò prodigi in alto nel cielo
    e segni in basso sulla terra
    sangue, fuoco e nuvole di fumo.
    Il sole si muterà in tenebre
    e la luna in sangue..”
    La stessa professione di fede trinitaria dell’associazione del Padre al Figlio e allo Spirito costituisce
    l’attestazione dell’associazione alla divinità del concetto-forza suddetto ponendolo quindi come base
    religiosa. Anche l’estasi dei santi – in una iniziazzione analoga a quella sciamanica – medievale ci riconduce a
    questo spirito come è evidente da varie pitture e sculture dell’estasi di San Francesco o in quella di Santa
    Teresa. Il concetto-forza, infatti, è espressione
    ” di Dio, salute, forza fisica, fertilità, potere magico, influsso, potenza, prestigio, rimedio medicinale, come
    pure per certi aspetti dell’animo dove si serba lo scatenamento degli affetti”.
    Inoltre, nel considerare lo studio dello sciamanismo e degli sciamani indonesiani si rileva la loro
    caratteristica di “dominatori del fuoco” – dominatori di fatto di questa energia primordiale. Uno sciamano
    yauta afferma che il neofita muoia ritualmente per tre giorni e che poi risorga nella pienezza mistica. Inoltre,
    nel rituale di reclutamento presso i samoiedi yurak di Lehtisalo l’aspirante sciamano entra in connessione
    prima con varie divinità ( divinità silvo- pastorali e degl’Inferi ) ascendendo al Cielo o negl’Inferi. Dappoi,
    gli animali guida lo conducono al Centro del Mondo , sulla vetta della Montagna Cosmica dove troverà
    l’albero del mondo e il Signore Universale; oltre a ciò questi viene simbolicamente smembrato dalle interiora
    e dalle viscere da parte dei “demoni” – spiriti degli antenati – nel periodo dell’estasi iniziatica. La morte
    rituale e la risurrezione sono argomento anche del paragrafo precedente ma qui voglio indicare la pregnante
    presenza ancestrale nella formazione iniziatica del futuro sciamano in assimilazione a quella di un re, eroe o
    profeta. Proprio in questo senso gli studi antropologici che scaturiscono ne “il ramo d’oro” giustificano la
    genesi dei sacrifici rituali nel modo seguente:
    intendono “perpetuare l’energia divina nella pienezza del vigore giovanile, far rivivere gli dei o quantomeno
    cogliere un collegamento intermediario per rapportarsi con loro intentendo con questo preservare i costrutti
    eziologici che permettono la vita”
    Molto di vero esiste in questa interpretazione anche se ci concediamo lincenza di articolare in modo
    segmentario le argomentazioni proproste da Frazer. Rifiutiamo, innanzitutto, la tesi addotta da Manuel
    Orozco y Berra per la situazione azteca, e avvalorata da Laurette Séjourné, su una fondamentale
    rappresentazione dell’anima dell’uomo primitivo. La speculazione metafisica sull’anima ha genesi
    relativamente recente e, d’altronde, si è visto come ancora in Platone e Socrate sia rappresentata da qualifiche
    materiali ( conoscenza, olfatto, tatto, etc etc. ). Interessante è invece discorrere su quella “energia divina nella
    pienezza del vigore giovanile” (as a means of perpetuating the divine energie in the fulness of youthful
    vigour) di sapore frezeriano. In se racchiude molteplici sfaccettature genetiche che colgono perfettamente le
    realtà ultime insite in varie raffiguarazioni icografiche e simboliche. Come in un gioco di mille specchi tutte
    le civiltà che si sono succedute nell’era storica hanno prodotto piattaforme filosofico-teologiche che
    prevedevano la presenza di “facoltà o particelle divine” ( il logos greco, l’anima induista o la Sapienza nella
    cultura orientale ) nell’uomo. Nel caso specifico questa frase dell’antropologo scozzese interseca in modo
    evidente due verità diverse ma essenzialmente concilianti. L’uno è questo engramma psichico latente
    nell’inconscio che si qualifica come concetto-forza. L’altro è una facoltà che sembra molto semplice, banale
    addirittura, che nasce da esigenze reali dell’uomo: quella di poter sostentare sé e i propri cari. Anche
    attualmente il maggior attivismo sociologico si incardina su un arco cronologico a cavallo tra l’età
    adolenscenziale e la tarda età adulta. In un contesto in cui la vita dell’uomo nasce e muore con il suo ruolo
    sociale è evidente che quello che era maggiormente auspicabile era la capacità fisica di essere “valore
    produttivo e funzionale” nell’ambito del proprio clan. In un certo senso gli attributi junghiani nella
    epistemologia di questo engramma trovano senso pratico e radice comune. Mi sembra sia inutile discernere
    sul “far rivivere gli dei” (to revivify the gods ) e sul “collegamento intermediario per rapportarsi con loro” (
    establishing a link with a deities called ) di cui abbiamo già parlato abbastanza. Allora procediamo. Per lo
    studio della società romano arcaica diviene a questo punto importante costatare le stratigrafie archeologiche
    cercando di interpretarne i possibili scenari sociali. In pieno arcaismo si edifica nel foro romano una domus
    publica che, molto probabilmente, doveva essere il fulcro del sistema monarchico delle origini ( sede del “rex
    sacrorum”). Con il disfacimento di questa strutturazione sociale e il volgersi verso una nuova organizzazione
    repubblicana la vita archeologica dell’edificio non viene recisa. Le ispezioni delle pendici settentrionali del
    Palatino hanno scoperto un ristrutturazione areale apparentemente differente. L’ambiente interno viene
    separato in due tronconi che ospiteranno rispettivamente: l’atrium Vestae, che si avvia a diventare la sede
    delle vestali, e la sede del Pontefice Massimo. In realtà sono convinto che queste modifiche siano solo
    segmentazioni formali di una piattaforma cultuale arcaica. Dagli studi che abbiamo condotto è più che lecito
    ipotizzare inizialmente il connubio tra potere sacrale e politico. Entrambi coesistono nella figura del rex che
    quindi assorbe le funzioni magico religiose del futuro Pontefice Massimo. Le sepolture in situ, scoperte
    durante le ispezioni archeologiche, potrebbero essere un ulteriore dimostrazione di analogie tipologiche con
    il caso di Lefkandi/Xeropolis. Inoltre, a livello mitologico, questa regia permarrà per lungo tempo sotto il
    culto di Marte e Ops Corsiva. Ops è una divinità silvo-pastorale, agreste, della fecondità mentre per Marte
    non è da escludere che alle caratteristiche belliche siano associate funzioni agricole, simbolo della fertilità
    primaverile. Ritornano i due piani di discussione su cui si è basata in gran parte della nostra disanima: la
    proiezione teogonica si dirige in due direzioni, in qualche modo strettamente collegate, quella agreste da un
    lato e quella ancestrale. Per di più ora sappiamo propriamente che la costatazione di un culto agreste
    riconduce inevitabilmente ad una forma divina originaria onnicomprensiva che racchiude in sè sia il concetto
    di esistenza che quello di non esistenza. Ma esiste un terzo elemento che si associa ai due su esposti che
    chiude la nostra esposizione come situazione tipica della religiosità arcaica. Le vestali erano, infatti, in
    primis le “custodi del sacro focolare”. Possiamo allora dedurre che non vi nessura cesura, almeno a livello
    simbolico, dell’ uso areale dell’edificio che mantiene analogo valore speculativo anche se ormai reso
    frammentario e inorganico. Ma se non vi è mutamento interpretativo non vuol dire che non vi sia un
    cambiamento nella cognizione religiosa insita, a sua volta, ad una più generalizzata trasformazione sociopolitica
    ed economica. Già lo studio della giurisprudenza romana ci permette di costatare una progressiva
    separazione del potere civile da quello religioso. Ma questa spiegazione di per se ci risulta personalmente
    carente. è nostra opinione, infatti, che il decadimento dell’arcaismo spirituale – prole diretta dell’impulso
    psichico – e socio-politico abbia condotto in poco tempo ad una religiosità standardizzata e immateriale dove
    permanevano segmentazioni stratigrafiche mitologiche primitive. Con la cementazione delle strutture
    gerarchiche e, a maggior ragione, con l’istaurarsi dell’oligarchia repubblicana, gli attributi magico- religiosi e
    la conseguente apoteosi ancestrale sia rimasta latente ma abbia perso gran parte del suo valore originario.
    Proprio in quest’ottica non vi è nulla di straordinario nella costruzione augustea sulla domus regis sacrorum
    del tempio del Divo Iulio. Con tale atto si perpetrava essenzialmente qualcosa che era di per sé insito nella
    mores degli antichi romani. Augusto non è un innovatore anzi tutt’altro: la sua politica si basa su un
    tradizionalismo assoluto e radicale in una realtà ormai religiosamente estremamente diversa. Innegabili sono,
    dunque, gli scopi politici, più che cultuali, di tale propaganda che comunque rientrava perfettamente
    nell’ordine di idee della civitas romanorum. L’unica cosa che doveva apparire suggestiva agli antichi è il
    luogo dove viene costruito il tempio cesariano che lo pone in collegamento diretto con il sistema monarchico
    originario, sopratutto con l’eroe ecistico Romolo. Ma, probabilmente, proprio questo collegamento è lo
    scopo, la base e il costrutto di tutto il programma politico-cultuale augusteo. Una mitizzazione, questa volta
    profondamente cambiata e formale, torna a far capolino nella storia dell’uomo dimostrando ancora una volta
    la sua perpetua longevità. Scrive Frezer:
    “Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d’Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti
    fuochi di gioia, in certi giorni dell’anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra. Vi sono testimonianze storiche del
    Medioevo sull’esistenza di questi usi e forti prove intrinseche dimostrano che la loro origine si deve cercare
    in un periodo molto anteriore alla diffusione del cristianesimo. Anzi le prime tracce o prove della loro
    esistenza nell’Europa settentrionale ci vengono date dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di
    abolirli in quanto riti pagani. Non è raro che in questi fuochi si ardano dei fantocci o che si finga di ardervi
    una persona viva; e c’è ragione di credere che anticamente vi fossero davvero bruciati degli esseri umani. “
    La prima domenica di quaresima Grand- Halleux nelle Ardenne belghe si approntano sette falò su tutte le
    alture e viene bruciata una pertica che viene chiamata makral ( la strega ). Nella zona confinante con
    Morlanwelz acceso il rogo si brucia con esso un uomo di paglia. Giovani e bambini danzano e cantano
    intorno a questo e, appena spento, calpestano le ceneri per assicurare buoni raccolti. Nell’Alvenia, durante la
    sera della domenica quaresimale, si accendono sia in luoghi pubblici che nelle case private dei roghi. Il
    popolo vi salta e balla intorno per poi ingegnarsi nella ceremonia che prende il nome di Gramnas-mias. Per
    tale atto liturgico viene usato proprio questo Gramno-mio che è una torcia legata da una fune in cima ad una
    pertica. Appena accese tali fiaccole la popolazione corre per i campi, i giardini e i frutteti cantando: “
    Gramno mio amico, Gramno mio padre, Gramno mia madre”. Giunti per le coltivazioni il motivo assume
    forma di auspicio rituale. Ripetono infatti: ” Ardi tizzone! Ogni ramo un cesto pieno!” e passando dai campi
    spargono per terra le ceneri della torcia. In conclusione della cerimonia si installa in ogni casa un banchetto a
    base di frittelle e focacce. Manifestazioni analoghe ci sono in Piccardia, nel Berry e in Germania, Austria e
    Svizzera. In particolare vanno ricordate quelle delle montagne Eifel della Prussia renana e in Svevia dove la
    prima domenica di quaresima si fa, con dei vestiti in disuso, una figura che si attacca ad una pertica detta “la
    strega”, “la vecchia sposa” o la “nonna dell’inverno”. Particolari cerimonie, inoltre, prevedevano che si
    bruciasse una capanna con un fantoccio di paglia all’interno: dal fumo che ne scaturiva si deduceva se il
    raccolto sarebbe stato abbondante. Molti altri rituali legati al concetto-forza si celebravano in Europa in vari
    periodi dell’anno. In tutta la Germania si accendevano fuochi il giorno di Pasqua e in altri svariati periodi
    dell’anno come quello di San Giovanni. Proprio in questo periodo dell’anno nella Piccola Russia si realizza
    un rituale del tutto analogo a quelli realizzati nell’apotesi post mortem ancestrale. In realtà a dover perdere la
    vita e risorgere questa volta è una divinità indigena, Kupalo. Il fuoco rappresenta ovviamente l’elemento
    cardine di tutta il processo religioso. Innanzitutto veniva fatta un’effige della divinità vestita in abiti
    femminili. Dopodiché abbattuto un albero lo si pone in un posto determinato detto Marena (Inverno) vicino
    al quale si mette l’effige e si appronta un banchetto. Acceso allora un rogo le fanciulle e i ragazzi vi giravano
    intorno cantando e danzando e, tenendo l’effige, saltavano dentro le braci morenti. Il giorno seguente, dopo
    aver disadornato sia l’albero che la figura di Kupalo, solennemente li gettavano nel fiume. Alcuni esempi
    sono stati riscontrati a Oldenburgo, nell’Harz, nella Vestfalia, a Konz bassa, a Wurzburg e nel Baden. Anche
    in Danimarca, in Norvegia e nei paesi balcanici è testimoniata questa pratica che assume valore eziologico
    importante in Inghilterra, Scozia e in Galles. Qui il Frezer ci riporta la descrizione di un rituale particolare
    che si celebrava negli Highlands centrali scozzesi. Vale la pena, al fine dei nostri argomenti, riproporre
    fedelmente tale racconto fatto a suo tempo da John Ramsay:
    La più notevole delle feste druidiche è quella di Beltane o del 1 maggio celebrata poco fa in alcune parti
    degli Highlands (…) Come altre funzioni religiose dei Druidi, pare che la festa di Beltane si celebrasse su
    colline o alture. (…) Quivi si raccoglievano sul mattino e tagliavano una trincea, in cima alla quale facevano
    un sedile di zolle erbose per la compagnia. Ponevano in mezzo una catasta di legna e altro combustibile che
    anticamente accendevano con il tein- eigin ossia fuoco forzato, fuoco della miseria ( need-fire). Benché da
    molti anni si siano contentati di fuoco comune, descriveremo il processo, perchè si vedrà poi che in casi
    straordinari ricorrono ancora al tein-eigin. La notte precedente si spegnevano con cura tutti i fuochi della
    contrada e al mattino si preparava il materiale per produrre questo fuoco sacro. Pare fosse nelle isole di
    Skye, Mull e Tiree che si usassero i metodi più primitivi. Si procurava una tavola di quercia, ben stagionata,
    vi si trivellava un buco nel mezzo. Poi vi si applicava un trapano anche di quercia, cosicché il capo si
    adattasse al buco. In certi luogi ci volevano tre volte tre persone, in altri tre volte nove per far girare a turno
    l’assale. (…) Appena il violento attrito produceva qualche scintilla, vi si applicava una specie di agarico che
    cresce sulle vecchie betulle, e che è molto infiammabile. (…) Dopo aver acceso il fuoco con il tein-eigin la
    compagnia preparava il pranzo; dopo si divertivano qualche tempo a cantare e a ballare intorno al fuoco.
    Verso la fine della festa la persona che officiava da maestro di cerimonie portava una grande torta di uova,
    centinata ai margini e chiamata am bonnach beal-tine, cioè la torta di Beltane. (…) Una fetta speciale della
    torta procurava a colui cui fosse capitata in sorte il nome di caileach beal-tine, cioè il carline di Beltane,
    titolo di grande spregio. Quando il malcapitato veniva conosciuto, parte della compagnia gli metteva le
    mani addosso fingendo di gettarlo nel rogo: e veniva salvato per interposizione degli altri. In alcuni luoghi
    lo gettavano in terra facendo le viste di squartarlo. Poi gli si gettavano addosso dei gusci di uova e gli
    restava per tutto l’anno l’odioso nome: anzi finché la festa era fresca nella memorie della gente ostentava di
    parlare del cailleach beal-tine come morto.”
    Questa tipologia teogonica doveva rappresenta una fase in molte civiltà per così dire “transitoria” e per lo più
    in seguito sostituita dall’utilizzo generalizzato di bestiame sacrificale. A questa prassi evoluzionistica in
    realtà si devono obiettare mille eccezioni: sacrifici umani sono testimoniati nella cultura ellenistica, in quella
    romana e per certi versi tale significato può essere attribuito ai pogrom che seguirono la peste dell’europa
    medievale. Mettendo un’attimo da parte tale parentesi continuamo il nostro discorso. Il mutamento socioculturale
    che predispone questo scenario di sacrificio umano è l’elevarsi del re-sacerdote a figura ormai
    preminente e ritualmente inviolabile. Da ciò scaturisce la necessità di trovare altre vittime da immolare per
    preservare l’esistenza della specie. Se guerre sacre rimpinguavano gli altari di prigionieri e schiavi, vi è
    inoltre da supporre che anche persone interne alla tribù potevano subire il “martirio sacro” in casi di
    eccezionale calamità o per semplice necessità liturgica. Il sincretismo tra un individualismo nascente e un
    collettivismo pienamente diffuso pone qualsiasi individuo, che non sia il re-sacerdone o un’officiante
    religioso, potenzialmente e teoricamente sacrificabile. Fanciulle e fanciulli in età puberale erano i pretendenti
    privilegiati ad incorrere in questa sorte giacché socialmente inefficaci ed essenzialmente privi di qualsiasi
    impurità rituale ( ciclo mestruale, parto etc etc) che potevano inquinare la cerimonia. Fin qui abbiamo
    tralasciato di occuparci in modo articolato della saga prometelica seppur questo mito riservi agli anacronismi
    spazio esiguo e ci mostri fedelmente l’intrecciarsi di engrammi inconsci ben definiti. Innanzitutto
    premettiamo il fatto che già l’atto di rubare agli dei il fuoco significa essenzialmente che questi è avulso dalla
    natura umana ed è, di per sé, connotabile come attributo della divinità. Qualcosa a cui l’uomo ha accesso o
    che rimane alla sua portata non necessita ovviamente che sia sottratto ad alcuno: basterebbe solo sporgere un
    braccio ed appropiarsene. In questo caso, invece, il fuoco rappresenta qualcosa che “caratterizza gli dei” sul
    quale l’uomo non ha apparentemente capacità di dominio. Solo con l’intervento di uno di loro tale elemento
    può essere affidato nelle mani umane.
    Come si assise ( Zeus ) al trono di suo padre
    divise i privilegi tra gli dei,
    a ognuno i suoi, distribuì i poteri:
    e non contò i mortali, gl’infelici,
    ma voleva annientare il loro seme
    e seminare un’altra stirpe umana.
    Nessuno gli si oppose, tranne me.
    Io l’osai. E liberai i mortali
    dell’essere dispersi nella morte.
    Mi piegano per questo tali pene
    dolenti a me, pietose a chi mi vede.
    Inoltre, è indicativo come questo sia uno stralcio della conversazione che Prometeo sostiene con Corifea, una
    delle figlie della divinità acquatica Tety. Paradossalmente l’intrusione mitologicamente anacronistica che
    caratterizza il “Prometeo incatenato” di Eschilo è la presenza di Efesto, il dio-fabbro. Questi non ha alcun
    valore a livello psichico, nel senso sacrale propriamente detto, ma ne possiede nell’ambito socio-economico.
    Solo con l’evolversi di un commercio e di un nucleo finanziario basato sulla manifattura artigianale è
    comprensibile la sua attestazione seppur non la sua preminenza nel racconto. Dovendo rappresentare
    cognitivamente il concetto-forza l’autore crea quel sincretismo tra engrammi inconsci e relazioni sottoposte
    alla coscienza, per lo più di carattere materiale e sociologiche. Nel territorio africano del Sanga,
    precisamente nell’Ogol Basso, esiste una prassi mitica e cerimoniosa dove si attesta la presenza di “ladri
    rituali”. Qui esiste l’abitudine rituale di piantare fra i campi dei promontori dei bastoni bruciacchiati
    rozzamente scolpiti con forme di animali dalle fauci spalancate. Queste oggetti liturgici sono espressione di
    un mito complicato ed interessante del tutto simile a quello prometelico. Innanzitutto questi bastoncini
    scolpiti avevano fatto la loro comparsa durante il furto di un frammento di sole commesso dal fabbro.
    Secondo la tradizione: ” Durante la discesa dal Granaio Celeste i Nommo del cielo hanno scagliato due
    fulmini, la femmina prima e il maschio dopo. è questo che ha affrettato la corsa, ed è per questo che vi è stato
    un urto all’arrivo e le braccia e le gambe del fabbro si sono spezzate.” I fulmini, intanto, infrangendosi con il
    mantice che conteneva il frammento solare si incendiarono ed il fabbro, spento l’incendio, scoprì due legni
    carbonizzati, scolpiti in forma di fauce spalancata. Il maschio prese il nome di Anahyè e la femmina quello
    di Badu. Esiste, inoltre, un’interpretazione largamente collegata a questo mitologema secondo la quale le
    folgori erano state lanciate anche per un’altro motivo. Essendo sia il furto che la discesa stati prodotti
    attraverso la volontà dei Nommo-antenati, i due Nommo-figli di Dio volevano essere presenti nei culti che
    sarebbero stati istituiti in seguito a tale evento. Per tale motivo la bocca di Badu ricorda quella del bastone
    con il quale il ladro aveva preso possesso del frammento di sole. Ricordano gli indigeni che: “nella bocca di
    questo bastone il fuoco è cominciato ed è questo bastone che il fabbro ha donato al mondo”. A Sanga, ogni
    patriarca possedeva un bastone da furto e doveva partecipare attivamente, anche tramite deleghe, alle “razzie
    rituali”. Questa liturgia veniva fatta da una sorta di collegio e solo in merito alla morte di un proprio
    membro. La cerimonia era istituita in tali termini:
    “Dopo la razzie e il bachetto in comune la schiera dei supplenti si recava nei villaggi. Catturata una capra
    la si portava nella casa del defunto, sgozzandola nella terrazza sovrastante la camera mortuaria. In
    quest’atto badavano bene che uno stelo di miglio guidasse il sangue della vittima lungo un foro di
    collegamento fin sul petto del cadavere. In tale modo loro dicono che la forza vitale si conservava nel
    bastone del ladro dello scomparso.”
    Dettò ciò, può sembrare ripetitivo apprestarci ad un’interpretazione dettagliata per questo mi limiterò a
    sottolineare i fattori consueti che si associano alla nascita del fuoco: il culto ancestrale, una divinità
    polivalente (Badu) che si connettono entrambi con rituali funebri ben definiti. Particolare che ancora lo
    connette alla figura di Prometeo è il rigenerarsi dell’energia vitale. un simbolico richiamo all’immortalità.
    Nella cultura dei Veda quello che è parzialmente intuibile dai testi fin qui descritti assume caratterestiche
    totalizzanti del tutto omogenee alla fondamentale natura disordinata della psiche. Il fuoco, come gli altri
    engrammi inconsci, procede in maniera universale definendo sensazioni intime di uno stridente contrasto
    emotivo. Rientra nel concetto inconscio di sacro e proprio per tale appartenenza è espressione di stimoli
    irrazionali. Per i Veda “la comprensione della natura del fuoco equivale alla comprensione della natura
    dell’universo”. La trasfigura di questo elemento nell’india vendica è attribuita alla figura preminente di Agni
    cioè Colui che penetra ogni cosa ( Vaishvanara ). Le formazioni mitologiche che raccontano le cronache di
    questa divinità (Agni Purana) rappresentano un fulcro fondamentale per il tradizionalismo indigeno. Svarieta
    interpretazioni sono state costruite intorno a questa figura in parte custidita dal Vishnu Purana. Prenderle in
    esame dettagliatamente costituisce per noi un esercizio utile per coglierne la stratigrafia composita.
    Innanzitutto viene rappresentano come figlio dell’Essere immenso anche se il sistema con cui viene costituito
    il mitologema possiede più di una “inconcruenza”. Seppur la persona cosmica (Virat-purusha) è il
    fondamento dell’equilibrio universale ad Aqui viene attribuito il titolo di Creatore (Brahma – Agni ). Il suo
    ruolo di Demiurgo, come nel caso della teologia gnostica, è del tutto improbabile e assolutamente estraneo
    alla cultura vendica e induista in generale. Per questo si deve ipotizzare la sua organicità all’Essere
    primordiale più che la sua estraneità. Definire nuclei scissi di un conglomerato sacrale originariamente del
    tutto omogeneo ha creato incoerenze figurative del tutto coerenti con un’idea speculativa e astrattiva
    postuma. Non è il solo esempio e non è neanche l’ultimo. Poniamo ora in analisi la rappresentazione che di
    questa divinità si ha tra gli uomini:
    “Agni fu generato, sotto forma di fuoco rituale, dalla Figlia della luce ( Vasubharya ), sposa della legge
    della perfezione ( Dharma ). L’intelligenza (Medha ) è sua sorella. La sua sposa è la parola che accompagna
    l’offerta (Svaha ). Essa gli generò tre figli: Puro (Pavaka ), Purificatore (Pacamana) e Purezza (Shuci). “
    Nel conglomerato semantico si hanno svariate trasfigurazione che riproducono forme caratteristiche del
    sacro ed elementi della sua funzione sociale. Il tendere tra queste due realtà è un’elemento comune per il
    mitologema ma questo piccolo passo può essere considerato come una summa dell’eziologia mitica. L’ambito
    aprioristico è riservato al Vesubharya e ad Agni mentre le impersonificazioni successive riguardano la
    funzione svolta dal fuoco nel sacrificio rituale. Il Dharma, infatti, è la base tradizionalista che sorregge la
    struttura socio-culturale del clan mentre lo Svaha è il processo cerimoniale di immolazione della vittima. Il
    risultato che si intende ottenere con quest’interazione di fattori è inteso nella prole che ne scaturisce cioè
    essere mondati da qualsiasi tabù permettendo così la preservazione dell’ordine cosmico. Anche cercando di
    cogliere un significato negli svariati nomi con cui viene appallato il dio Agni si configura per noi questo
    stesso ordine mentale. Tra i nomi che lo caratteristizzano vi è paradossalmente il termine di puro (pavaka)
    ma sopratutto esistono due termini che intendono rendere la sua dimensione razionale e irrazionale. Il
    termine che lo indica come Mangiatore delle offere (Hutasha) è del tutto comparabile con un’altro che lo
    indentifica come reggente dello spazio (Harivamsha) mentre l’ appellativo di Vahni, erroneamente tradotto
    con il termine messaggero, ci conduce direttamente al dio principale dell’induismo Vishnu

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Colorimetria – Appunti Scientifici

Colorimetria.
Sogno 16.
Il fiore azzurro. Dopo un lungo vagabondare, il sognatore trova sulla sua strada un fiore azzurro.
Sogno 13.
II serpente nero ed il serpente bianco: Sono in giardino ed un
grosso serpente nero viene dalla porta di casa, e vuole
prendermi; io scappo con grande paura; all’improvviso, pròprio
quando sento di non farcela più, un serpente tutto bianco
piove dal cielo ed affronta lui il serpente nero.
Situazione personale: Bambina anni sette; estroversa; carenza
affettiva oggettiva nel rapporto con la madre; nevrosi isterica
Sogno 18.
La trasformazione del teschio. Un teschio. Il sognatore vuole allontanarlo con il piede, ma non ci riesce.
Il teschio si trasforma gradatamente in una sfera rossa, poi in una testa di donna che emana luce.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Colorimetria archetipica.

  1. Colorimetria archetipica: un’analisi alchemica
    Victor Turner: “questi tre colori – bianco, nero, rosso – offrono una sorta di classificazione primordiale della
    realtà”
    Tra le popolazioni dell’Africa subsahariana, i tre colori primari, nero, bianco e rosso costituiscono i principi
    che governano il cosmo. Troviamo un’idea analoga nei tre guna della cosmologia indiana, che entrano nella
    composizione di tutte le cose: tamas nero, rajas rosso e sattva bianco. I primi quattro termini di colore (nero,
    bianco, rosso e giallo ) sono anche i termini cromatici primari che abbracciano l’intero corpus alchemico:
    nigredo, albedo, xanthosis o citrinitas e iosis o rubedo. Nel compilare i loro elenchi dei termini cromatici
    usate nelle lingue di tutto il mondo, Berlin e Kays giungono alla seguente conclusione: in tutte le lingue
    esistono termini per indicare il chiaro e lo scuro, ovvero il bianco e il nero; se in una lingua c’è anche un
    terzo termine questo è sempre il rosso; se esiste un quarto si tratta del giallo oppure del verde. Perchè una
    sostanza alchemica entri nella fase del nigrendo occorrono delle operazioni che nel linguaggio alchemico
    vengono chiamate mortificatio, putrefactio, calcinatio e iteratio. In altra lettura si assegna al nigrendo
    semplicemente una precedenza temporale nel corso d’opera, quando la nerezza verrà superata e
    dall’offuscamento e dalla disperazione verrà un nuovo giorno di albedo. I testi mettono in chiaro come il
    nigredo non coincida con la prima materia, la quale rappresenta un paniere di stati molto più vasto. Primo in
    quanto non colore il nero estingue il mondo percettivo colorato. L’annerimento nega la luce, si tratti della
    luce della conoscenza, alla conoscenza solare intesa come intesa come previsione lungimirante o della
    sensazione che i fenomeni siano intelligibili. Il nero ci è ignoto, dissolve il significato e la speranza che in
    questo si pone. Siamo pertanto ignoranti, ottenebrati. I due processi più importanti per produrre nerezza, la
    putrefazione e la mortificazione, scompaginano la coesione interna di tutti gli stati di fissità. La putrefazione
    lo fa mediante la decomposizione o disgregazione; la mortificazione riducendo in polvero. Come la morte
    esso è portatore del significato di casuale e di informe. Un buco nero risucchia e fa scomparire le
    fondamentali strutture di sicurezza della coscienza. Il nero scardina il paradigma: dissolve ciò su cui
    contiamo in quanto caro e reale. Se il bene è la conoscenza, allora il nero la confonde con nubi di
    sconoscenza; se il bene è la vita, ecco che il nero sta dalla parte della morte ; se il bene sono le virtù morali,
    allora il nero significa il male. Uno dei nomi per indicare il fine ultimo dell’intera impresa alchemica è il Sol
    niger. Il Sol niger scioglie la maledizione del nigredo perchè è più nero del nero. Questo annerisce con una
    oscurità inassimilabile. è vissuta come “l’immagine intollerabile”. Eppure è pur sempre un’immagine del Sol,
    un sole che illumina, il quale può bensì oscurare ogni positivismo del mondo diurno ma non del tutto lo
    sguardo interiore. In quanto negazione di una negazione, il sole nero estirpa ontologicamente la paura
    primordiale del non-essere, l’incolmabile abisso: avvero, labisso diventa il terreno sconfinato del possibile.
    La negazione concepita come male teologico, come stadio di un processo dialettico o come potenza
    manichea, conferisce una funzione positiva all’oscurità, accentuando l’ottimismo solare, discendendo in una
    negazione positivistica che si disvela come “l’orrore, l’orrore”. Secondo la tradizione la simbologia della
    morte nell’antico egitto, come ci attesta l’affresco di Arinefer (Deir el Medina, Egitto), voleva che nel Regno
    delle Tenebre anche il Sole diventasse nero. Nel fare anima degli alchimisti, l’oro è preceduto dall’argento.
    Questo significa che l’oro nasce dall’argento, il rosso dal bianco, il sole dalla luna. La concezione alchimista
    dunque unifica e congiunge l’idea solare con quella lunare. Il termine greco per indicare l’argento è argos
    che, oltre al significato base di candido, identifica i cani di Diana/Artemide. Oltre a questo, Argo è anche il
    veicolo che permette agli argonauti il passaggio nel regno del Sole alla ricerca del Vello d’oro. Abbiamo
    anche qui una congiunzione alchemica per cui per giungere all’oro si passa per l’argento, dal bianco al rosso.
    L’argentatura è l’imbiancamento, la fase di albedo dell’opus, e la lunificazione fa riferimento a qualunque
    processo che possa produrre nel materiale uno stato di bianchezza e lucentezza. A pieno diritto metallo della
    Luna possiede le stesse ambiguita di un’astro nel pieno del suo vigore notturno. Unisce in sè l’esistenza della
    condizione solare e la non-esistenza dell’oscurità senza scampo. Nel simbolismo cromatico dell’alchimia il
    bianco rappresenta lo stadio principale tra il nero e il rosso, tra morte e vita, tra disperazione e passione. Ma
    esistono due tipi di bianco in qualche maniera riproducono minuziosamente costrutti di nascita e morte.
    Queste non sono formulazioni dai perimetri netti e riscontrabili ma si compenetrano, sono in qualsivoglia
    modo in contatto. Il bianco originale è immacolato ( senza macchia o pecca ), innocente (senza colpa,
    innocuo ), ignaro ( senza conoscenza, non curante , pulito e incontaminato. Questi viene prima del nero, è
    originario e si annerisce ustinandolo, graffiandolo, maledicendolo, guastandolo. Il secondo bianco emerge
    dal nero come dalla non esistenza si formi l’esistenza. Si ha un recupero dell’innocenza ma non nella forma di
    prima. Qui l’innocenza non è pura e semplice inesperienza ma qualcosa che in qualche modo la trascende,
    non si identifica pienamente con l’esperienza. Risulta essere una trasfigurazione post mortem qualcosa di
    contaminato dall’uomo ma comunque del tutto estraneo a questi. Anche nell’analisi dell’ignoranza connessa
    con questo secondo bianco si ha una “giusta maniera”, un modus operandi caratterizzato dalla ponderatezza,
    della naturalezza con cui trattare il mondo e le cose del mondo. Questo secondo bianco è in definitiva quello
    che per l’alchimia è il principale componente dell’operare, l’albedo. Questo stesso bianco ritroviamo in quel
    prato di asfodelo dove per i greci si aggiravano le ombre dei morti.
    Poi, la cittade incenerita, in nave
    Delle spoglie più belle adorno e carco
    Montava, e illeso: quando lunge, o presso,
    Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto
    Del ferito Neottolemo si desse.
    Dissi; e d’Achille alle veloci piante
    Per li prati d’asfodelo vestiti
    L’alma da me sen giva a lunghi passi,
    Lieta, che udì del figliuol suo la lode.
    (Odissea XI )
    Indubbiamente abbiamo tralasciato di enunciare i parallelismi dell’albedo con l’Anima e il Battesimo in
    particolare. In questo senso il battesimo è inteso come morte e trasfigurazione, una rinascita, dove il “nero
    scompare del tutto”. Nell’Eden il tentatore è il serpente, ma una volta fuori e lo stesso Giardino a sedurre
    irremedibilmente. Da qui abbiamo la connessione con l’armonia primordiale e sia il bianco originale che
    l’albedo rappresentano le due fasi del raggiungimento di questo stato primario. In questo mitologema
    abbiamo la presenza dei due colori già descritti: il nero e il rosso.
    “Un giorno stavo a dormire nel mio letto di pena quando uno spirito mi si avvicinò. Era una donna
    bellissima, molto esile, più alta di mezzo arshin (71 cm). Nel viso e nelle vesti rassomigliava del tutto a una
    delle nostre golde. I capelli gli cadevano sulle spalle con piccole trecce nere. Vi sono sciamani che dicono di
    aver avuta la visione di una donna il cui viso è metà nero e metà rosso. Essa mi disse: “Sono l’ayami dei
    tuoi antenati, gli sciamani. Io ho insegnato loro l’arte sciamanica; ed ora quest’arte insegnerò a te. I vecchi
    sciamani sono morti l’uno dopo l’altro e non c’è più nessuno che si occupi dei malati. Tu diverrai sciamano!
    […] Ti amo. Sarai mio marito, perché ora non ne ho, e io tua moglie. Ti darò degli spiriti che ti aiuteranno
    nell’arte di guarire; t’insegnerò quest’arte e io stessa ti assisterò. La gente ci porterà il cibo – volendogli
    resistere ella allora esclamò – Se non mi obbedisci tanto peggio per te. Io ti ucciderò.”
    Nella Pinacoteca comunale di Sansepolcro, nel polittico della Misericordia di Piero della Francesca, il
    drappello della Vergine e la mantella sono rispettivamente rosso e nero. Lo stesso motivo ritroviamo nella
    famosa Madonna Ruccellai di Duccio da Buoninsegna. Queste colorazioni assorbono e condensano
    sensazioni controverse, mantengono inalterate le realtà oscure dell’archetipo uterino. Quella che è l’angoscia
    inquieta di questi due quadri diviene ostentata tranquillità e canonicità nel trittico della Madonna dell’Umiltà
    con i Santi Marco e Giovanni Battista di Lorenzo Veneziano- collocato alla Nacional Gallery di Londra. La
    Vergine è palesemente celeste, né nera né rossa, con un corpetto oro e una mantella azzurra. L’azzurro è del
    cielo ma anche dei mari, dei fuimi, delle fonti che ci trasmettono un engramma di transizione, preservazione
    e nascita. Anche nell’opus alchemica questo passaggio è ben presente. La transizione alchemica tra il nero e
    il bianco passa a volte da altri colori in particolare dai toni cromatici dell’azzurro. Ma sopratutto l’azzurro è il
    risultato della “sofferenza” dell’argento oppure dà l’argento come risultato. Così scrive Goethe:
    778 …l’azzurro conduce ancora sempre con sè qualcosa di scuro
    779 …Come colore è energia e tuttavia, trovandosi dal lato negativo è per così dire, nella massima purezza,
    un nulla eccitante. Esso è, nell’aspetto, una contraddizione composta di eccitazione e di pace.
    780 Come vediamo azzurri il cielo alto e i monti lontani, così anche la superficie azzurra sembra arretrare
    dinanzi a noi.
    781…l’azzurro…ci attrae a sé
    782 L’azzurro ci dà un senso di freddo, come d’altronde ci ricorda l’ombra. Come esso derivi dal nero, già ci
    è noto.
    La stessa inquietudine dell’azzurro ritroviamo nel già menzionato affresco della tomba di Arinefer dove le ali
    degli uomini sono azzurre.Nel greco antico i termini usati per indicare l’azzurro connotano il mare. Nel passo
    che segue dell’Odissea Omero inserisce questo colore negli infissi della porta di Alcinoo.
    Perchè v’era un chiarore come il sole o di luna
    nella casa dall’alto soffitto del magnanimo Alcinoo:
    muri di bronzo correvano ai lati
    dalla soglia all’interno; orlati da un fregio azzurrino:
    porte d’oro serravano la solida casa di dentro…
    (Od VII 84-88 )
    La porta omerica rappresenta l’entrata in un’altra realtà, una nascita, una morte; l’atto di entrare è l’immettersi
    in una realtà divina. Proprio per questo gli infissi sono decorati da fregi azzurri e le porte sono auliche.
    Ancora nelle pitture della Tomba degli Auguri a Tarquinia una porta dipinta in rosso e in giallo-oro
    manifesta simbolicamente la soglia dell’oltretomba. Ai lati due personaggi nell’atteggiamento di commianto
    con il defunto. Lo zoccolo è di un azzurro-verde mare sviluppando le funzioni che a questo colore sono
    proprie e che sono di transizione. Lo stesso zoccolo ritroveremo nella Tomba dei Giocolieri o quella delle
    Leonesse. In particolare in questa ci sono delle specifità del mare ( e forse del cielo?) come delfini e uccelli.
    Progressivamente, infatti, con la prese di coscienza del sistema cosmologico, il significato della parola
    azzurro si arricchisce di nuovi particolari. In Tertulliano e Isidoro di Siviglia, infatti, questo colore è riferito
    sia al cielo che al mare, così come bathus in greco, e altus, in latino, connotavano in un unico termine sia
    l’altezza che la profondità. Possiamo affermare che la parola azzurro segua l’evoluzione mitica molto spesso
    mischiato con l’oro che nei quadri di forte matrice simbolica, nel medioevo e non solo, può sostituirlo. Se il
    bianco alchemico dipiende dall’azzurro, allora quell’azzurro dipende anche dal nero. Questa sequenza ci
    rende evidente come sia il colore che ciò che rappresenta ( mari, fiumi, laghi, cieli) abbia facoltà di
    trasmissione più che canoni di per se stabiliti. Ma non è tutto. Nella mia interpretazone, la nozione junghiana
    che attribuisce all’azzurro funzioni di pensiero fa riferimento all’antichissima associazione di questo con
    l’anima. Come abbiamo potuto appurare in queste pagine l’anima proprio per la sua diacronica lettura
    teologico-filosofica fa parte del divino. è una sorta di particella di Dio donata all’uomo anche se in realtà la
    costruzione mitologica non rispecchia la veridicità dei fatti che è ben diversa. Ma atteniamoci al colore.
    L’azzurro rappresenta secondo Hillman un pòthos platonico che si scioglie attraverso lo struggersi e la
    sensazione amorosa della ricerca verso qualcosa lontano. Quest’analisi porta il nostro colore a unirsi al
    mondo dei defunti come già abbiamo visto per il nigredo e per l’albedo. Esiste un’irrequietezza dell’azzuro
    ben prospettate sia da Goethe che da Cézanne. Questi basava la sua pittura su “percorsi e contorni ombra” da
    cui emergevano come punti locali di concentrazione “gli oggetti reali”. La concezione immaginativa, l’ombra
    visionaria, è origine e supporto dell’oggetto reale veduto nella natura. “Il colore-ombra più profondo dei
    dipinti di Cézanne, quello che sorregge la composizione ed è quanto mai appropriato per le ombre, è
    l’azzurro”. “Quando usava l’azzurro in questo modo, Cézanne trascendeva ogni speciale connotazione
    associata ai suoi usi precedenti. C’era ora il riconoscimento che esso atteneva ad un livello più profondo
    dell’esistenza. Esprimeva l’essenza delle cose e…situava le cose in una posizione di inattingibile lontananza”.
    Quando il nero si volge in azzurro, ecco che l’oscurità può essere penetrata ( a differenza che nella nigrendo,
    la quale assorbe in sé ogni visione interiore, aggravando l’oscurità con introspezioni letterali, impenetrabili,
    tabù). Secondo Jakob Bohme, “l’immaginazione del grande mistero, dove nasce una mirabile Vita
    essenziale” nasce dai colori. Proseguamo la nostra analisi ponendo sotto osservazione un’altro colore,
    importante per noi, il giallo. Vedremo l’oro in seconda analisi ed ora vediamo il colore che lo caratterizza. Il
    giallo ha ovviamente una quantità di colori solari e vitali. Il tedesco gelb e i latini galbus e galbinus derivano
    da radici che significano radioso e lucente, come l’oro, e perciò in Omero Achille e Apollo hanno i capelli
    gialli, biondi, chiari, lucenti come il sole. Più particolare è per noi prendere in considerazione il vestiario del
    Sole, dell’Aurora, del Tramonto presso gli antichi greci. Il sole nascente era rappresentato come Eos, la
    “precocemente nata”, una divinità femminile dalle “rosee dita” e dal manto “color zafferano” mentre il
    fratello Elio, il sole diurno, era rappresentato come un giovane fiorente negli anni con il capo circondato da
    una chioma bionda.
    Quando Lucifero esce ad annunziare la luce alla terra
    e dietro si estende sul mare l’Aurora pleplo di croco
    (Omero, Iliade )
    Gli autori descrivono sempre Apollo legato al materiale aulico, l’oro. D’oro è intrisa la sua nascita, l’oro
    connota la sua immagine adulta; d’oro sono la tunica e il fermaglio, i calzari, la lira, l’arco e la faretra oltre ai
    capelli.
    L’oro è il figlio di Zeus
    che non tarme ne vermi mangiano
    l’oro scrorre dalla sua stessa forza
    (Pindaro)
    Per tutta l’antichità l’oro fu considerata la sostanza degli dei, il simbolo dell’eterno e delle virtù
    soprannaturali.; in Grecia, Mesopotamia, Egitto e Palestina queste credenze facevano si che questo venisse
    utilizzato esclusivamente per l’ambito sacrale. Zeus stesso abitava “dietro le nubi d’oro” nel palazzo divino
    fatto di “oro, elettro, argento e avorio”. Ancora lo stesso Dio compare sotto forma di una pioggia d’oro nel
    mito di Danae per fecondare la giovane rinchiusa dal padre in una torre di bronzo perchè conservasse la sua
    verginità. Ficino, nel descrivere l’antica tradizione dell’uso dei talismano e immagini scolpite o dipiente
    indicanti gli stati dell’anima, spiega:
    Per una vita lunga e felice fabbricavano un’immagine di Giove in una pietra chiara o bianca. Era un uomo
    che, seduto sopra un acquila o un dragone, incoronato, nell’ora di Giove, quando Giove ascende felicemente
    nella sua esaltazione, vestito di una veste giallo – oro … Per curare le malattie foggiavano nell’oro l’immagine
    del Sole … un re in trono, con una veste giallo – oro … Per la letizia e la forza del corpo, costruivano
    l’immagine di Venere fanciulla …vestita di vesti bianche e color giallo – oro.
    Se l’attributo dell’oro e quindi del giallo sono attribuiti al Sole, Apollo, Elio o Zeus che sia, vi è un’altra dea
    al quale questo colore è consacrato. Se immaginiamo i colori disposti lungo una scala dal semplice al
    complesso, allora il verde-giallo diventa il ponte essenziale tra nero-bianco-rosso e tutti i termini cromatici
    successivi. Questa tonalità, che i greci chiamavano cloròs, descriveva per gli antichi la dea della Terra
    Demetra. Il chloròs di Demetra, senza mai lasciarsi totalmente ridurre a un significato univoco, rappresenta i
    due opposti come nel caso dell’archetipo uterino. Citrinitas e xanthos: i testi e i commenti alchemici tendono
    a presentare il lato più “benevolo” del colore, quello solare per intenderci, e dall’altro lato la destrutturazione
    causata dal passare del tempo, la decomposizione, l’ingiallimento.
    e la destra parea tra bianca e gialla;
    la sinistra a vedere era tal, quali
    vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
    C’è inoltre da ricordare come alle fonti sulfuree sia riservato un culto particolare nell’antichità. Un’esempio
    tra gli altri si riscontra in contrada Tumazzo nella zona della sicilia geloa. Ulteriori parallelismi del triangolo
    metodico giallo – zolfo – sacralità sono da riscontrare in un nome attribuito allo zolfo che è hydor theion,
    “acqua santa”. Il processo organico della putrefazione è rafforzato dallo zolfo cosicché la mente alchemica
    può pensare questi mutamenti percepiti con il naso e con gli occhi la riprova del detto: “Mediante la
    putredine hanno luogo mutamenti essenziali”. Questo ci rimanda al nero e dal nigredo alla disperazione, al
    paradigma alla morte. Nell’opera dantesca le anime dell’inferno vengono flagellate, punite e vituperosiamente
    afflitte e immerse in fiumi di pece e di zolfo. Questo minerale identifica più di qualsiasi altro elemento
    l’odore di Lucifero stesso nell’immaginario medievale. Anche ne Il Paradiso Perduto di John Milton c’è la
    stessa idea dantesca dello zolfo:
    « (…) egli subito osserva quell’aspro e pauroso e desolato luogo,
    quella prigione orribile e attorno fiammeggiante,
    come una grande fornace, e tuttavia da quelle
    fiamme nessuna luce, ma un buio trasparente, una tenebra
    nella quale si scorgono visioni di sventura,
    regioni di dolore e ombre d’angoscia, e il riposo e la pace
    non si troveranno, né mai quella speranza che ogni cosa
    solitamente penetra; e solo una tortura senza fine
    urge perenne, e un diluvio di fiamme nutrito
    di zolfo sempre ardente, mai consunto (…) »
    In alchimia le espressioni paradossali e iperboliche che descrivono lo zolfo sono per Jung un’indicazione
    delle sue affinità con il diavolo (in quanto corruttore ) e con Cristo (colui che dona calore e vita). In entrambe
    le dimensioni, Cristo o diavolo, lo zolfo è di solito immaginato come un essere maschile, infuocato, dotato di
    un irriducibile corpo terragno, famelico come un drago o un leone. Scrive Jung:
    Vengono distinte quattro fasi … che sono caratterizzate dai colori originari già menzionati da Eraclito: e
    precisamente la melanosi (innerimento), la leucosi (imbiancamento), la xanthosi (ingiallimento), la iosi
    (irrossimento) … L’albedo è, in certo qual modo, l’alba; ma soltanto la rubedo è il sorgere del sole. Il
    passaggio è costituito dall’ingiallimento (Citrinitas o xanthos)
    Ma questo passaggio dal albedo al rubedo non è così semplice. Come dice Figulus: “La materia, portata a
    bianchezza si rifuita di essere corrotta”. Il bianco rifiuta di diventare giallo, Il bianco è freddo, soddisfatto di
    sè; il giallo è troppo caldo, maleodorante, maschile, attivo. Eppure Figulus ci dice anche che la bianchezza
    rimane imperfetta, ove non sia portata con il calore al rosso più intenso; anzi, finchè questo non accade,
    rimane “morta”. Altri autori concordano nel dire che l’ingiallimento infonde vita, tanto che lo chiamano
    “risurrezione”. La rubendo come passaggio al rosso porpora è detta anche, con parola greca, iosis, il cui
    significato è “avvelenamento”: La morte in questo momento dell’opus, è la “dissoluzione del Sol”, che
    avviene “per natura”. è un processo simile a quello per cui l’insidiosa forza oscura di yin intacca dall’interno
    il luminoso yan.

Il Romanzo – Parte II

Squillò il telefono, il Signor Bozzoni si alzò e andò a rispondere, era il suo amico Luciano che gli domandava come era andata la giornata.
“Sai – gli disse il nostro professore ad un certo punto – vorrei fare un associazione”
“Un club di lettura?” domandò la voce al telefono
“Anche… ma pensavo ad una cosa più… come dire… più politica!”
Luciano rise a telefono.
“e perché?”
“Pensavo a una “Prato senza frontiere” o una “Prato Multiculturale e pacifista”… qualcosa insomma che parli di immigrazione e di guerre”
“E come mai questa decisione?”
“Niente, pensavo fosse una bella idea!”
“E lo è! Faccio un giro di chiamate e ne parliamo domani davanti un bel caffè, va bene?”
“Va bene Luciano, a domani”
Il Signor Bozzoni riattaccò la cornetta e si sistemò per continuare la lettura.
Siracusa era un cumulo di macerie e di corpi abbandonati qui e là per i vicoli e le piazze: erano uomini, donne, bambini crudelmente falciati come esempio dello strapotere saraceno.
Si sà, la guerra è guerra… e nel IX secolo ancora di più!
Giorgio de Conturno aspettava la sua sorte chiuso in un sotterraneo della fortezza Maniace, ogni tanto le guardie passavano senza darsi pena né di guardarlo né di controllarlo. L’unico motivo per il quale era ancora in vita era che nessuno si ricordava di lui. Questo comportava il fatto che nessuno gli dava da mangiare e da bere, detto ciò, se non l’avessero ucciso sarebbe morto comunque di stenti. I morsi della fame cominciarono a farsi sentire.
“Uccidetemi! Presto!” cominciò a gridare Giorgio ma nessuno sembrava ascoltarlo, esserci, provare pietà per lui. Solo un Imam si avvicinò, tale Al Eazimallah, e cominciò a parlagli.
“Sono morti abbastanza innocenti perché un colpevole voglia morire.”gli disse
“Che deliri vecchio pazzo!? – rispose Giorgio digrignando i denti – uccedetemi e finiamola qui!”
“E se io avessi compassione di te?.”
“Non la voglio la tua pietà, Saraceno!”
“Torno subito, cavaliere, ma non fare rumore, non gridare.”
Il vecchio andò in una stanza attigua, che doveva fungere da guardiola, prese un tozzo di pane e un calice di acqua e lo portò al prigioniero.
“Bevi e mangia, rimurginando sui tuoi peccati, cristiano”.
Giorgio divorò il pane e bevve voracemente. Il vecchio Imam tornava ogni giorno a portagli del cibo e delle bevande, o la notte quando le guardie erano lontane. Ma il tempo trascorse e la risoluzione sulla vita o la morte del prigioniero giunse, invitabilmente: forse per la noia di vederlo, forse per le sue miserande condizioni, non vi erano motivi “politici” quanto di necessità. La morte del prigioniero era qualcosa di scontato e molti si sorprendevano che vivesse ancora. Si cominciò a parlare della sua esecuzione sbrigativa tra le guardie, cosa che arrivò all’orecchio dell’Iman. La sera, approfittando che le guardie si erano allontanate, Al Eazimallah andò da Giorgio.
“Cristiano – lo apostrofò perentorio – voglio darti un’altra possibilità, qui dove sei sei morto. Vengono ad ucciderti! Allah, il quale servo, non vuole la tua vita, anche se rea di colpa contro il suo popolo,” e gettati degli indumenti nella cella “indossali – gli disse e vedendo che questo esitava continuò – sbrigrati, cristiano!”
Giorgio si vestì in fretta: era un caffetano e una mantellina bianca che doveva servire per coprire il capo del prigioniero rendendolo irriconoscibile alle guardie. Una volta pronto l’Imam aprì la cella che dava al vestibolo, una gioia folle e crudele divampò nell’animo di Giorgio. Uscì, era libero. Una brezza calda gli scivolò sul viso, sentiva le gambe scricchiolare ad ogni passo, tanto poco erano state usate in precedenza, respirò divorando l’aria con una sete inestinguibile di vita. Quando ebbe percoso tutta la fortezza e fu fuori, finalmente al sicuro, barcollò, stava quasi per svenire. Corse, Corse, Corse… fin quando le gambe lo sostennero.
Il Signor Bozzoni alzò gli occhi dal libro e fu incuorisito nell’immaginare la scena della fuga che doveva essere passata lungo vallati sterminate di orzo. Ed infatti la piana di Lentini dove, favoleggiando il Signor Bozzoni aveva fatto giungere tacitamente il protegonista del romanzo,era piena a quei tempi di grano selvatico.
Insomma, pensò il nostro professore come Diodoro Siculo, che il primato alla terra più fertile vada alla Sicilia e, conformemente a questo, una qualche dea che ha scoperto il grano doveva essere venerata tra i Sicelioti. In un attimo ricordò il ratto di Kore e la vicenda di Demetra che avvenne proprio in Sicilia, per la precisione nei prati vicino Enna. Il paesaggio, a quell’epoca, doveva apparire come per decenni era stato: con grano, orzo, viti e zone boschive e paludose. Ricordò l’immane e eterno poeta:
“Oggi infine possiamo dire che abbiamo visto, con i nostri occhi, come la Sicilia abbia potuto meritare l’onorevole nome di granaio d’Italia. Non sono delle grandi pianure, ma dei dorsi di montagne e di colline dolcemente inclinate l’una verso l’altra e interamente coperte di frumento e d’orzo che offrono allo sguardo un quadro immenso di fertilità.”
Michele Bozzoni pensava a quelle parole stupito di ricordarsi precisamente quel pensiero che forse – si diceva – lo aveva colpito. Si distrasse, allungò la mano e prese un depliant del Regio Teatro di Firenze tra le carte del suo comodino. Voleva scorrere il programma per vedere se c’era qualcosa che lo interessasse. C’era un concerto – Completa Sonata per Violino e Violoncello di Luigi Boccherini – decise che sarebbe andato. Prese il cellulare e telefonò al solito hotel tre stelle a pochi passi dal centro.
“Pronto” gli risposero
“Sono il Professor Bozzoni, signora” disse lui.
“Ah caro Michele, solita camera? Va a teatro questo sabato?”
“Si signora, vado a teatro…”
“Ebbene mi fa molto piacere! Ci vediamo sabato!”
L’albergo, di media comodità, si trovava nei pressi di Santa Maria Novella. Era una stanza angusta ma confortevole con tv, wifi, stereo e bagno in camera. Il telefono, che era stato richiuso prontamente, squillò ininterrottamente l’ennesima volta. Era un amica del Signor Bozzoni che lo invitava a bere una tazza di thé caldo con un piattino di pasticcini. Il freddo era pungente ed anche se uscire significava essere a tu per tu con le intemperie, non si poteva negare ad un invito così piacevole. Imbacuccato ben bene da un copri-abito di stoffa pesante dove traspariva il vestito nero e la cravatta bizzarra a strisce verdi digradanti, uscì. Si incontrarono ad uno dei Cafè del centro, la signora indossava un vestitino di raso bordeaux legato alla cintola con una cordicella coperto da una giacca di Cashmere nero opaco. Il professor Bozzoni salutò cordiale e la compagna altrettanto dolcemente. Si sedettero e ordinarono.
“Michele – disse la donna – ho saputo che vorresti creare un circolo o qualcosa del genere…è vero?”
“Ebbene si – rispose Michele sornione – scendo in campo!”
“Ma vuoi creare una lista civica o qualcosa di più “nature”?”
“Qualunque cosa servi a rendermi utile! Sai Margherita sono stanco della monotonia”.
“Bene! Mi sembra un ottima idea cominciamo con un associazione culturale, poi si vedrà!” e aggiunse – “Che fai sabato?”
“Vado a teatro”
“Prenota anche per noi, veniamo con te! Allora, facciamo così: sabato pomeriggio ci riuniamo per l’associazione e poi, tutti insieme, prendiamo il treno per Firenze, ci stai?”
“Sono felicissimo, cara Margherita!”
“Ottimo!”
Il dialogo si protrasse per altri rivoli e rivoletti retorici fin quando sul far della sera non si separarono. Il professor Bozzoni rimase nel parco a passeggiare e ad assaporare la frescura della sera. Improvvisamente una donna di colore con una bimba, accasciate al suolo sotto spesse coperte, attirarono la sua attenzione. La bimba batteva i denti, la madre tentava di coprirla vieppiù. Michele Bozzoni andò in uno dei tanti Cafè, prese due bicchieroni di latte caldo, comprò ad un market una busta di biscotti e si avvicinò alla clochard. La donna sembrava impaurita e non parlava l’italiano. Da quello che apprese fu facile capire che la donna si chiamava Monique e la figlia Cristin. Bozzoni tornò a casa con uno strano senso di soddisfazione, tra il pensieroso e l’euforico capì che aveva trovato uno scopo nella vita e che doveva perseguirlo. Spinse la porta di casa dopo aver girato la chiave, entrò in salotto: si spogliò, si mise il pigiama di flanella e si accoccolò ben bene sul divano riprendendo il romanzo. No…! Prima occorreva una tazza di latte e biscotti, pazientemente li preparò e li sorbì beatamente.

Il Romanzo

Le storie

C’era brusio vicino alla torre e al palazzo degli Acciauoli, lungo le rive dell’Arno. La notte, oscura propaggine del giorno, ronfava spolverandosi dalla stanchezza mentre Giorgio de Piergiorgi passeggiava quieto tra gli anfratti angusti e bui. A stento si vedeva l’architrave, le mensole modanate, della porta della torre o le finestre centinate; solo con la fantasia si poteva immaginare d’altronde il chiostro fiorito interno al palazzo. Un foro con la chiesa di Santi Apostoli si apriva poco distante, proprio nel mezzo tra la torre e il lung’Arno. Era in tufo, merlata e completamente affrescata con dei gigli in facciata e delle colonne, che separavano le volticcuole, in marmo serpentino di Prato. Era stata costruita da Turpino Arcivescovo da poco ma era popolarmente considerata, senza alcun motivo, opera dell’imperatore vivente Carlo Magno. Giorgio ponderò il brusio con riflessioni vaghe e si stupì alquanto del silenzio che gli succedette. Era quasi grottesco, deformato dalle ombre della luna, quasi minaccioso alla vista di un occhio non abituato a vivere in quella città e con quel nome. Quasi si sorprese quando un uomo completamente ubriaco passò correndo e inseguendo una figura femminile lunga e rinsecchita. Scansò l’uomo per poco, imprecando contro di lui e sorbendosi gli isterici risolini della donna. Giorgio de Piegiorgi era un nobile di antico lignaggio, proveniva da Lucca per madre e da Fiesole per padre. Attraverso gli ingenti sforzi economici della sua famiglia Firenze era stata ricostruita e popolata dopo il saccheggio e le devastazioni dei Longobardi. In quell’epoca era una piccola cittadina, molto debole in verità, ma si andò ingrossando e arricchendo in poco tempo grazie alla sua laboriosità fino allo scontro con Fiesole. Proprio per quell’evento la famiglia non si schiero apertamente tanto che vennero chiamata “ Conturno”, l’antica calzatura adatta per ogni cliente. Pian piano questa nomea perse il suo senso originario ma rimase come nome della famiglia di Giorgio che popolarmente era chiamata “de Conturno”. Un legame tenue ma seppur presente legava i nobili provinciali al Re Carlo Magno, sovrano di Francia. Questo, dopo aver ricondotto sotto la sua giurisdizione i Sassoni, aveva volto il suo sguardo verso i Saraceni che ancora mantenevano una parte cospicua dell’Iberia, della Sicilia, della Sardegna. Con il supporto, seppur cauto e titubante, del pontefice Adriano I, aveva chiamato a raccolta tutta la cristianità poiché partecipasse all’impresa. La “Reconquista” così passerà alla storia quell’azione – cantata tra gli altri nella “Chanson de Roland”. A quelle gesta che esprimevano l’eternità, come fu Troia, Giorgio pensava con entusiasmo e sete di gloria. Tutta una vita gli era servita per prepararsi, aveva avuto una disciplina ferrea, quasi greco-laconica, che mischiava allenamento fisico e nozioni culturali. La sua famiglia riteneva che dagli antichi e dai moderni bisognasse apprendere quanto più conviene al proprio status. Per questo le esigenze religiose e la prassi dei rapporti sociali erano demandati al moderno mentre la preprarazione intima, psico-fisica, era raggiunta tramite una sorta di ginnasium post datato e privato. Mentre osservava stralunato e pensoso la porta di un magazzino improvvisamente raggiunse la decisione che aveva maturato già molte settimane prima: sarebbe partito con le truppe carolingie. In un attimo le nervature del corpo si irrigidirono, si tesero fin all’estremo sforzo, e, chiuso il pugno, una sensazione di impazienza lo assalì. Fece alcuni passi, svoltò il vicolo per il lung’Arno, respirò a fondo e affettatamente: c’era in lui quasi un infantile esigenza di prendere le armi subito e scagliarsi contro il primo malcapitato ubriaco e gozzovigliante. Un venticello fresco lo accarezzò e immediatamente si senti quasi ridicolo. Distolse i suoi pensieri e si diresse verso il palazzo per riposarsi. Dormì in tutto tre ore assalito da sogni belligeranti e si alzò alle prime luci dell’alba. Un emissario era stato mandato alla corte di Francia per fare presente la sua partecipazione e per capire quale posizione avrebbe occupato Giorgio nelle truppe di Carlo Magno. Aveva, inoltre, riunito su di sè molte genti provenienti dalla Toscana e dalla vicina Tuscia e dalla Lombardia. Il campo di riunione era stato predisposto nei pressi della Torre e del palazzo dei Cavalcanti, aldilà delle mura cittadine. Di lì sarebbero partiti per ricongiungersi alle truppe francesi e longobarde. Altri contingenti, pontifici, erano stati inviati dal pontefice.
Il Signor Alessandre Bozzoni lesse queste prime righe del romanzo, sdraiato come era su un divano.
La luce del sole filtrava dalle imposte semi-aperte illuminando il busto di Dante Alighieri ed il libro, mentre la biblioteca, carica di volumi, linda e pinta e colorata, occupava quasi tutto l’ambiente. Il signor Bozzoni era un gran lettore ed, a parte questo, un brav’uomo: uomo semplice di modi ma profondamente colto. Di professione faceva l’impiegato: il maestro di Storia dell’Arte al Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Prato. Era uno di quelli scapoli apprezzati dalla gente: buon vicino, buon parente, in conclusione, buono in tutto e per tutti. La sua vita fin lì l’aveva trascorsa tra il lavoro, i libri e la confraternita del Sacro Cuore. Amava il teatro e ogni tanto prendeva una stanza di Hotel a Firenze per assistere a qualche spettacolo. Abitava in un casa ricevuta in eredità, al primo piano c’era la cucina mentre al secondo c’era la camera da letto e il suo studio. Centocinquanta metri quadri in tutto.
Senti bussare alla porta, si alzò ed andò ad aprire.
Era un suo amico con il quale si incontrava per discutere di tutto: del più e del meno come di letture, arte e politica. A dire il vero non era mai stato un grande portatore degli ideali politici, era per il Partito della Pagnotta dove per pagnotta si intende anche la lettura e l’informazione. Il suo amico Luciano non si trattenne molto, era passato per un saluto cosicché, dopo essersi fatto un bel latte caldo e biscotti, il nostro impiegato tornò al suo libro. Gli era stato consiglia nella confraternita come “carino” e dalle prime pagine aveva pensato che fosse un libro godibile ma che non l’avrebbe “preso” abbastanza – si sbagliava!. Si gettò quasi a peso morto sul divano, si sistemò come un cagnone nella sua cuccia e ricominciò a leggere.
La primavera si affacciava su Firenze con un sole che cominciava a svegliarsi e rinvigorirsi. Gli uccelli arrivavano dai posti freddi, a stormi, in una nube di milioni di esemplari. Era l’anno domini 814 e Giorgio de Conturno seppe che tra qualche mese si attendeva la visita di Carlo Magno in persona. Il re dei Franchi, questo titolo lo accompagnò fino a quasi la morte pur essendo diventato imperatore nel natale dell’800. Questi era rosso dai capelli lunghi, gli occhi marini e trasparenti, baffi spessi e arricciati con un pettine su una barba fluida e lunga. Aveva un corpo vigoroso, robusto e ben proporzionato. Emanava quel khrîsma, quell’unzione regale che tanto mancò al suo erede Luigi XIII. Sua madre aveva nome Bertrada e Carlo, figlio di Carlo Martello, nacque in una zona imprecisata tra la Loira ed il Reno. Lui, più di tutti rese vere le parole della Lex Salica: “inclita gente dei Franchi, fondata da Dio, coraggiosa in guerra e costante in pace, convertita alla fede cattolica ed indenne da ogni eresia.”- o almeno questo sperava e in parte raggiunse. Giorgio de Conturno a quell’epoca aveva diciotto anni appenna, era molto tradizionalista per natura e per posizione sociale.
“Quei selvaggi e SenzaDio – diceva degli infedeli – dovranno perire della mia lama”.
Poco importava che non lontano da lui, in Sicilia, vivevano e conviveno musulmani, cristiani ed ebrei…
L’indole sanguinaria l’aveva preso dal nonno materno famoso per il massacro di alcuni popolani rei di aver pascolato nelle sue proprietà.
Tutta Firenze era in subbuglio per l’arrivo di Carlo Magno.
I preparativi furono fastosi per il re di Francia ma furono inutili poiché il re morì quello stesso anno. A lui succedette il figlio Luigi mentre i saraceni occupavano definitivamente la Sicilia (827). Giorgio prese la strada della chiesa dell’Annunziata dove c’erano una statua di San Rocco lignea di mirabile fatture, il nostro protagonista non era un fervente cristiano né credeva in Dio. Come tanti simili a lui credeva nella forza del suo braccio e nella gloria terrena.
“Cristo – diceva agli intimi – è il lasciapassare per la buona società”.
Quel giorno Giorgio si recò al Palazzo della Signoria e da lì nelle sue proprietà in zona Albergaccio, Tavarnuzze, fino a Sant’Andrea a Percussine. Nel Palazzo della Signoria si decideva se e chi mandare a un prevedibile attacco contro i Saraceni. Da quanto i fautori di Maometto erano sbarcati in Sicilia, tutta l’Italia era in fibrillazione e il re francese aspettava solo la ratifica della sua corona per adempiere allo sbarco nell’isola. Nella stanza del consilio c’erano i consoli, i priori e un nutrito gruppo di gentiluomini.
“Le truppe sono fuori Firenze” ripeteva il console.
“Mandare qualcuno è indispensabile – faceva eco un anziano gentiluomo – il papa ce lo chiede! Il re di Francia ce lo chiede!
“Ebbene le casse dello stato sono solide ma esigue per una missione di tale portata; vanno bene per mantenere dignitosa la città ma per quanto riguarda assoldare delle truppe e mandarle in Sicilia…”
Il tesoriere aveva ragione, la città era in una piccola inflessione dopo lo sviluppo esponenziale che dalla guerra con Fiesole era arrivato fino a pochi anni prima.
Si continuò per un bel pò almeno fino a quando non intervenne Giorgio
“Signori – disse – io guiderò, con il vostro permesso, parte delle truppe e mi impegno, sia economicamente che con il cuore, a combattere e a vincere per la gloria di Firenze”.
“Devo dire, giovane – rispose il console – che la tua proposta vada oltre le tue possibilità anche se degna di rispetto e onore”
“No signori – riprese il Piergiorgi – riempiamo di nostri cavalieri un esercito, che si impegnino come me in questa guerra, facciamo vedere che Firenze è la ricca Cesarea di Fiorino. Su… signori, andiamo! Da quando Firenze non combatte per la giustizia o per la divina podestà di Dio Onnipotente!?”
Molti furono persuasi dalle parole di Giorgio, per convenienza politica e non; qualche d’uno era oltransista per il “non intervento” sia dentro Palazzo della Signoria che fuori, tra il popolo. Uno di questi ultimi si chiamava Giulio di Carpeto.
“La guerra non possiamo permettercela – disse – e d’altronde il popolo non la vuole, i nobili sono restii ad abbandonare tutto e a partire per terre lontane per le quali non hanno alcun beneficio. A benefiaciare saranno i francesi e i capitolini…. non noi!”
Tali parole indussero l’assemblea a procastinare la decisione. Giorgio, furioso per l’esito, tornò a palazzo, fece chiamare il suo faccendiere e gli disse:
“Prendi contatti con qualche cuciniere della casa di Carpeto, pagalo profumatamente e mettilo a nostro servizio; ho una missione da compiere”.
Il faccendiere prese tre dei suoi bravi e, con le buone e con le cattive, abbordò un cuoco di casa Carpeto, tale Francesco da Orvieto, al quale impose di passare tutte le informazioni che riusciva a sentire. Questo Francesco era un uomo buono, fino a risultare sempliciotto, aveva una paura matta di essere scoperto o di essere importuno ai bravi: in entrambi i casi era lui ad avere la peggio. Non passava giorno che non diceva un pater nostro o un ave maria, pregando di uscire vivo da quell’intrigo. Fornì qualche notizia utile, volente o dolente: Giulio, il suo padrone, era in contatto con Lotario di Francia che nella sua sete di conquista vedeva di mal occhio l’espandersi del dominio di suo fratello.
Giorgio prese una decisione definitiva: sopprimere tutta la famiglia Carpeto.
Per fare questo , decise che sarebbe servito il cuoco e che questi doveva, Dio sa come, avvelenare i propri padroni. Le suppliche, i pianti, i singhiozzi del brav’uomo non fecero indietreggiare i bravi che gli imposero tale risoluzione. Il giorno indicato fu preparata una minestra di legumi con brodo di gallina vecchia, la famiglia era a tavola e fu servita normalmente. Dopo pochi istanti tutti caddero, con la bava alla bocca: cominciando con la figlia e finendo con il primogenito. Tutti pagarono per le colpe del padre e per la crudeltà di Giorgio.
Il Signor Bozzoni smise di leggere, guardava nel vuoto rimurginando sul testo appena letto. Lo colpì la crudeltà del protagonista, l’ambizione, la tenacia e, nello stato di confusione in cui era, non potè fare altro che biasimarlo. Si alzò sospirando per uscire di casa e passeggiare lungo le strade principali di Prato, magari prendere un caffè e qualche pasticcino.
In quel momento era con una vestaglia nero lucido e con le ciabatte: doveva vestirsi.
Accese la radio mentre si sistemava la camicia e la cravatta, color rosso con pallini bianchi. Una musichetta pop invase la stanza, di quelle moderne, dando un aria allegra alle fasi della toilette. La musica però terminò ben presto e un breve tg radio snocciolava, come se nulla fosse, le notizie quotidiane. Un politico esprimeva con parole crude il suo disprezzo per l’immigrazione, soprattutto musulmana. Inoltre si parlava della guerra in Iraq: dando i dettagli meticolosi dall’avanzamento delle truppe americane. Il Signor Bozzoni ascoltava con un senso di disgusto innato. Non aveva mai riflettuto sulle parole dei politici, non gli aveva mai dato peso. Quello strano turbamento era per l’appunto “strano” come naturale. Tentò di non pensarci, finì di vestirsi e chiuse la radio. Finalmente uscì. Abitava in arteria vicino il centro: via San Silvestro. Svoltò per via Mazzini e il suo prolungamento entro le mura – via Benedetto Cairoli – e si ritrovò a Piazza Santa Maria in Castello dove prese un caffè e fumò una sigaretta. Un ragazzotto di colore, di quelli che il comune adoperava in lavori socialmente utili, spazzava per terra vicino ad una panchina. Il Signor Bozzoni si sedette, un suo amico, che lo aveva visto, lo chiamò e si avvicinò.
“Buonasera Alessandre… buonasera!” gli disse sorridente
“Ciao Michele” rispose Bozzoni
“Allora che mi dici? Che fai? Io passeggiavo per far compere, devo comprare un regalo a mia figlia”.
“Niente… anch’io passeggiavo, solite cose, casa – lavoro… hai sentito della guerra, dei profughi… poco fà alla radio passava un politico che li insultava, belli loro… in giacca e cravatta ad insultare i poveracci!”
“Calma.. calma.. che novità è questa? Da quando ti interessa la politica? Di guerre ce n’è una o più d’una ogni secolo, la gente muore…”
Il signor Bozzoni rimase muto anche se dal colorito del viso si vedeva che era turbato ed arrabbiato.
“Eh si..” rispose ma esitava, come preso da un profondo rimorso.
Vide la sua vita fino ad allora così superficiale che quasi non se ne capacitava. Ad un certo punto aveva smesso di credere, ecco qual era il fatto, ma non sapeva né quando né perché. Forse la mancata vita conuigale, forse la maggiore età: si domandava ma non sapeva darsi risposta. Pensò a tutto questo mentre rincasava e un senso di stanchezza cominciò ad opprimerlo. Ebbe poco appetito, mangio giusto un boccone ed andò a letto. Di solito la sera leggeva ma quella volta non ebbe cuore di farlo. Si sdraiò e accese la tv, cosa alquanto rara per lui, prima che si addormentasse. Si svegliò, come suo solito, alle sei del mattino, fece colazione e andò a scuola. I colleghi e le colleghe lo salutarono entrando nell’aula docenti mentre qualcuno gli si avvicinava per qualche chiacchiera. Nella III B del Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Prato il Professor Bozzoni spiegava l’impressionismo: Monet, Fantin, Cezanne. Nel spiegarlo però si turbò. Il rapporto intimo degli impressionisti con i loro quadri era la parte che il Signor Bozzoni non aveva mai recitato; dovette fare uno sforzo su se stesso per non violentare il suo ego. Era da sempre e per tutti un brav’uomo ma – si chiedeva – quanto profondamente lo era?. È strano come la vita cambi con le pagine di un libro, in fondo leggere è un piacere sdoganato a cui non diamo alcun peso ma, se ci mettiamo attenzione, le pagine man mano regolano quello che sei, il tuo carattere, il tuo ego e fa niente se sei uno spazzino o un imprenditore, dopo un buon libro sarai sempre migliore. Nel profondo quel libro stava agendo sul Professor Bozzoni ponendogli domande nuove. Le ore di lezione passarono e il nostro protagonista ritornò a casa, si mise la vestaglia e le ciabatte, mangiò e si recò nel suo studio. Prese il libro e continuò la lettura.
Eliminato il maggiore fautore del “non intervento”, Giulio de Carpeto come detto, il fronte dei falchi ebbe mano libera per preparare la strada alla guerra, a maggior conto che un araldo di Luigi di Francia li pregava di preparare le truppe ed aspettarsi una sua discesa per la toscana. Giorgio venne incaricato di assoldare le truppe e mettersi a capo di esse. Finalmente il de Conturno poteva sognare liberamente gloria, onori e un nuovo grado nei possedimenti siciliani. Era l’anno domini nostri 829 e Luigi deluse ancora i fiorentini poiché era in lotta con fratelli e figli in quella che passerà alla storia come “la guerra tra i Carolingi”. In compenso inviava, e invitava a fare lo stesso ai fiorentini, truppe inufficiose a sostegno dei bizantini che tentavano di recuperare la Sicilia ai Saraceni. L’esercito fiorentino sotto il comando di Giorgio dalla pieve dopo il palazzo dei Cavalcanti si spostò lungo la via Cassia e dalla via Latina raggiunsero la Campania, imbarcandosi a Napoli. Siracusa, la città principale della Magna Grecia, era sotto assedio da un mese: i bizantini non potevano durare oltre, bisognava aiutarli. Le navi con gli eserciti uniti di francesi, pontifici e italici fecero vela allora verso quella città, approdando nel Porto Grande di Siracusa. La battaglia fu cruenta e, inferiori di nuomero, i confederati dovettero riparare entro le mura. Purtroppo per loro, attraverso macchine da guerra e mine sotterranee, i Saraceni espugnarono la città. Tutta la popolazione venne uccisa mentre Giorgio, agli arresti, attendeva sempre spavaldo ad una morte certa.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Appunti Scientifici

  1. L’archetipo uterino.
    Sogno 2.
    La sconosciuta oscura. Quattro bambini portano un grande anello scuro. Camminano in cerchio. Appare la
    sconosciuta “oscura” e dice che tornerà perchè ora è la festa del solstizio.
    Sogno 3.
    La figura femminile velata. Una figura femminile velata è seduta su una scala
    Sogno 4.
    La donna velata. La donna velata scopre il volto. Esso riluce come il Sole.
    Sogno 5.
    La donna sconosciuta. Nel paese delle pecore c’è la donna sconosciuta che indica la via.
    Sogno 6.
    La madre versa dell’acqua. La madre versa dell’acqua da un bacile all’altro. Quest’azione viene eseguita
    con grande solennità; essa ha infatti un’importanza estrema per l’ambiente del sognatore. Successivamente
    viene ripudiato dal padre.
    Il sogno è sviluppato come se il sognatore avesse stralciato una prescrizione tabù per la qual cosa appare
    l’acqua per le lustrazioni e in seguito viene isolato, “ripudiato dal padre”.
    Sogno 7.
    La donna sul globo. Un globo; su questo sta la donna sconosciuta e adora il Sole.
    Sogno 8.
    La donna che insegue. Una donna sconosciuta insegue il sognatore. Egli corre sempre in cerchio.
    Sogno 9.
    La “donna – bambola”. Sulla Peterhofstatt di Zurigo si trovano il sognatore, il medico, un’uomo con il
    pizzo e la “donna – bambola”. Quest’ultima è una donna sconosciuta, che non parla, e alla quale non si
    parla. Dubbi a chi dei tre appartenga la donna
    Sogno 10.
    L’aeroplano e la donna sconosciuta. Il sognatore, il medico, un pilota e la donna sconosciuta stanno
    volando in aeroplano. Improvvisamente una palla da croquet frantuma lo specchio, che è indispensabile
    strumento per la navigazione, e l’aeroplano precipita. Anche qui nuovi dubbi riguardo a chi appartenga la
    sconosciuta.
    Sogno 11.
    La ragazza sull’autobus. Il sognatore sale sull’autobus insieme ad altri conoscenti. Arriva una ragazza
    bionda che è succube di uno scherno collettivo. Questa donna sconosciuta prova a salire sul mezzo ma non
    dalle consuete portiere ma attraversa con una mano il telaio del fondo dell’autobus come un fantasma. Il
    sognatore l’aiuta a salire tra lo scherno collettivo.
    Sogno 12.
    Una ragazza che piangeva. Una ragazza conosciuta che piangeva seduta ad un tavolo.
  2. La montagna e l’acqua
    Sogno 3.
    La montagna e il lago. “Si trovava sul versante di una montagna, sotto la quale giaceva una valle profonda
    che conteneva un lago oscuro. Egli sapeva, in sogno, che qualche cosa lo aveva trattenuto dall’avvicinarsi
    al lago, ma quella volta decise di raggiungerlo. Mentre si avvicinava alla riva, l’atmosfera si fece buia e
    tetra e un soffio di vento guizzò dallo specchio dell’acqua. Allora, preso dal panico, egli si svegliò”
    Sogno 4.
    L’uomo e la donna in nero. “Un paziente sogna di essere in un deserto e di scorgere, in cima a un picco, un
    uomo in nero che si copre il volto con le mani. A un tratto l’uomo in nero avanza verso il precipizio: una
    donna, pure in nero, appare e tenta di trattenerlo. Ma l’uomo precipita, trascinando con sé la donna. Il
    sognatore si desta con un grido d’angoscia.”
    Sogno 5.
    Monaci tibetani galleggianti. In una bella foresta di pini, monaci tibetani galleggiano nell’aria con una
    specie di paracadute rigido attaccato alla schiena. Si tengono su con l’energia sviluppata da fiori che
    bruciano. Per partire ciascuno sceglie dal campo un fiore, che gli piace particolarmente, che « fa » per lui, e
    lo accende da uno dei numerosi fiori del campo, che risultano perennemente brucianti. A loro piace
    galleggiare tra i pini, ne sulla terra, ne nel cielo, ma fra questi due, come le api. Un monaco, vecchio, cerca
    a lungo un fiore che gli piaccia. Trova uno che va quasi bene, ma ripensandoci non lo prende. Poi trova
    quello che va davvero bene per lui. Per trovarlo però si è un po’ allontanato dal campo e non ci sono più
    fiori brucianti per accenderlo. Arriva ad una villa moderna, dove abitano i sigg. Mi. Li incontra fuori casa e
    prende dal Sig. Mi. il suo accendino, che è un Dunn il d’oro. Con questo potrà accendere il suo fiore. Tutta
    la famiglia gli cammina accanto, supplicandolo di non andare via; è tardi e fa freddo là, dove lui vuole
    andare. « È vero — dice il vecchio monaco — ma io ho un biscotto di semi di sesamo, che servirà per
    sostentarmi. Ho anche una bottiglietta di whisky»; e i figli di Mi. sembrano credere che sarà piuttosto quello
    a proteggerlo dal freddo, lo invece penso che la porta soltanto per dar loro l’immagine del « nonno che va a
    bere ». Infatti questo piccolo inganno funziona abbastanza bene; adesso lo supplicano soltanto di non
    portare il biscotto di sesamo. « Non ti aiuterà per nulla » gli dicono. « Va bene » dice il vecchio « non lo sto
    portando » e lo passa a me di nascosto, facendo capire che debbo ridarglielo, quando partiamo. Lo
    supplicano sempre, ma ora non ascolta più. Adesso vedo dove andrà quando accenderà il suo fiore: verso la
    sorgente di un grande fiume, largo e forte, illuminato dalla luce della luna, in mezzo ad una foresta di pini;
    li troverà il suo destino, e quando sarà stanco, si stenderà sulla riva del fiume e morirà ».
    Sogno 6.
    Sulla riva del mare. Il mare irrompe sulla terra, sommergendo tutto. Poi il sognatore si trova seduto su
    un’isola deserta.
    Sogno 8.
    L’acqua speciale. Il sognatore si reca con il padre in una farmacia. dove si possono avere cose preziose a
    buon mercato, principalmente un acqua speciale. Il padre gli racconta del paese dal quale l’acqua proviene.
    Poi il sognatore attraversa in treno il Rubicone.
    Sogno 9.
    Quattro persone e il fiume. Quattro persone discendono lungo un fiume: il sognatore, il padre, un certo
    amico e la donna conosciuta.

Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici. La Madre, la montagna e l’acqua

  1. L’archetipo della madre: l’esperienza dell’esistenza e della non esistenza
    L’archetipo uterino rappresenta un sistema semantico il cui l’irrazionale è costituito dalla nascita
    dell’individuo. Rappresenta probabilmente un “engramma organico”, un’immagine atemporale latente
    nell’inconscio. Non esiste una cronologia di acquisizione, come nel caso degli altri archetipi, ma lo sviluppo
    è insito nell’uomo fin dalla sua generazione. Ovviamente questo porta a comprendere come questo engramma
    sia per sua natura legato all’esistenza. La formulazione che ne dà Carl Gustav Jung però arriva ad uno strato
    ulteriore, corroborato dalla mitologia, che lega quest’immagine sia alla nascita come alla morte, alla non –
    esistenza. In questo difatti si sviluppa la dualità dell’esistenza e della non-esistenza come di cose
    estremamente collegate da un nesso comune. Come nel caso dei Miti di Creazione questa dualità è
    espressione della psiche e in particolare dell’incoscio come incubatore dell’irrazionale. Segue la definizione
    dell’archetipo della madre fatta dallo psicoanalista svizzero che ci rende perfettamente l’idea della
    complessità dell’engramma.
    Le sue proprietà sono il materno: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che
    trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la
    fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto e l’impulso
    soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce,
    intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile
    Nelle prime comunità di uomini l’archetipo uterino è la prima forma di sacralità. Ma non è solo questo.
    L’irrazionale si indiava nella natura per la qual cosa si ha una mitizzazione degli agenti agresti. Inoltre però
    questa prima fase teogonica traduce le forme agresti in una divinità femminile, positiva e negativa insieme,
    onnicomprensiva. Nella sua Philosophia ad Athenienses Paracelso dice che la materia prima in alchimia
    riempie tutta la regio aetherea ed è “madre” degli elementi e di ogni creatura. L’autonomia e l’eternità della
    prima materia rinviano, in Paracelso, a un principio uguale a Dio, principio che corrisponde a una dea mater.
    Riguardo la prima materia è detto: “La sua origine risale ai tempi primordiali, a giorni immemorabili
    (Michea 5.2 ) Il testo che segue è una delle basi portanti di questa prima divinità agreste femminile e della
    dualità psichica.
    Questo è il caso della grande dea che poteva avere anche il nome Hekate. Nel suo aspetto “Persefone” essa
    risale all’idea greca della non esistenza, nel suo aspetto “Demeter” essa è la forma ellenica dell’idea di
    madre di tutti gli esseri. Chi fosse portato a considerare le divinità greche sotto forme pure, dovrebbe in
    questo caso tenersi una dualità di dee fondamentalmente differenti. “Dovrebbe tuttavia comprendere che
    l’idea religiosa greca della non esistenza è, in pari tempo, un aspetto-radice dell’esistenza”
    Rientrando in un sistema semantico relativo alla divinità il fuoco costituisce spesso nella cultura indiana
    l’identificazione dell’anima. La saga di Demetra-Persefone ha il pregio di istaurare la dualità in modo
    esplicito Le fondamentali ambivalenze etiche in cui sono incappati molti studiosi nell’analisi dei testi
    sinottici riflettono la prospettiva dualista e onnicomprensiva che proietta in sè il “Bene” ( ..ciò che è
    benevolo, protettivo, tollerante..) ed il “Male” ( ciò che è segreto, occulto, tenebroso)
    Il Signore disse a Mosè: ” Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere
    altrimenti ne cadrà una moltitudine! Anche i sacerdoti, che si avvicinano al Signore si tengano in stato di
    mondezza, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro!”
    Ed ancora:
    “Il Signore disse allora a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che
    soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte; il popolo lo
    lapiderà. Anch’io volgerò la faccia contro quell’uomo e lo eliminerò dal suo popolo “
    Spiegato il sistema duale passiamo ora all’analisi del concetto di divinità .Nei riti russi questa divinità
    polivalente è evidente e la cultualità biforca la sua prassi in un sistema di cultualità uterina e morte della
    divinità :
    In Russia, in determinati periodi dell’anno, si celebra “l’espulsione della morte” di certe figure mitiche. Una
    di queste prendeva il nome di Kostrubonko, una divinità fortemente agreste. I residui della cerimonia ci
    mostrano elementi consueti a quanto si è detto fin ora. In San Giovanni o in primavera, infatti una fanciulla
    veniva adagiata sul suolo come morta mentre un cerchio di cantori le girava intorno cantando:
    Morta, morta è Kostrumbonko!
    Morta, morta è la nostra cara!
    ( La ragazza alzava il busto seguita dal vociare gaudente del coro)
    é risorta, è risorta Kostrumbonko
    è risorta, è risorta la nostra cara!
    Mi soffermerei un’attimo su questo mitologema che esprime un concetto ampio e articolato. Vedremo e
    specificheremo cosa intendiamo per morte della divinità ma per adesso basti anticipare che molto spesso
    abbiamo riscontrato un sacrificio rituale – traslitterato in mitologema – di carattere maschile. In verità la
    cultualità primitiva era di tipo femminile, legata all’esistenza e alla non esistenza, onnicomprensiva. Proprio
    per questo la morte della divinità deve avere rappresentanza femminile. Purtroppo la struttura tribale a
    carattere patriarcale rimarcava la preminenza di un individuo di sesso maschile. In questi termini il sacrificio
    rituale era caratterizzato dalla morte di un uomo. Ma quella che è la realtà pratica non combacia con la forma
    mentis che la supporta per la quale la divinità è di tipo uterino. Stride il fattore materiale da quello spirituale
    e si attestano dei mitologemi dell’antenato come riflesso del sistema patriarcale. La semantica si adegua alla
    società. Esiste un’altra variante che caratterizza il tipo androgino. L’idea Nàhuatl di divinità, infatti, viene
    identificata con il titolo di Ometeotl, dio della dualità o del duo, che risiedeva nel “luogo delle dualità”
    (Omeyocan). Questa idea del sacro come apparente antinomia procede anche a livello sessuale. Ometeotl era
    allo stesso tempo Signora e Signore “della nostra carne” ed era connotato da un vestiario che si caratterizzava
    di una forte espressività polivalente e simbolica: “quella vestita di nero” ( tecolliquenqui ); e “quello vestito
    di rosso” ( yeztlaquenqui ). Innegabili sono le valenze cosmologiche connesse a tale divinità che, come scrive
    Leon-Portilla, essenzialmente “sostiene en pie a la tierra”. Di questa si afferma:
  2. Madre degli dei, padre degli dei; il dio vecchio
  3. Giacente nell’ombelico della Terra
  4. Nascosto in una chiusura turchese
  5. Quello che stà nell’acqua color dell’uccello azzurro, quello che stà chiuso nelle nubi
  6. Il dio vecchio che abita nella penombra della regione dei morti
  7. Signore del fuoco e dell’anno
    L’ambivalenza di tipo sessuale è il risultato di un processo complicato di interazione di fattori inconsci e
    materiali. Per spiegarlo prendiamo in esame la saga di Io, la sacerdotessa amata da Zeus e perseguitata da
    Hera. Questa ha per noi la capacità di comprime in sè l’idea archetipica di “morte della divinità” che
    articoleremo meglio in seguito. Ci basti ora sapere che, guardando da un punto di vista empirico, “Io
    trasformata in giovenca” appare come una traslitterazione simbolica della “Grande Madre che diventa
    vittima sacrificale”. Connota più una forma mentis che una realtà fattuale giacché il sistema molto spesso
    patriarcale non permetteva di fatto l’egemonia, seppur simbolica, di una donna. Sono dell’opinione che
    proprio lo stridere del fattore psichico con quello materiale abbia creato rappresentazioni dell’archetipo della
    madre di tipo androgino. In quest’ottima l’androgenismo, che dovrebbe disfare completamente la nostra tesi,
    in realtà ne sostruisce lo schema portante come prima vera attestazione di una sorta di “materialismo
    mitologico”.
  8. La Montagna Sacra: un engramma archetipico
    Negli anni 40 Arias rintraccia in contrada Caruso nella locride un luogo di culto rupestre in una grotta nelle
    immediate adiacenze di un vallone poco all’esterno della città. Costituito da un ninfeo, questo, era servito da
    una canalizzazione di acqua dove era posto un altare. I ritrovamenti prevedettero alcune figurine di divinità
    sedute provenienti dal Persephoneion e che risultano attribuibili a divinità ancestrali. probabilmente fluviali.
    Nel V secolo i piccoli rilievi in terracotta presentano in numero di tre teste femminili, qualificabili come tre
    ninfe, nella cui parte inferiore poteva essere rappresentato a rilievo Acheloos – cosa che seguirebbe il solco di
    un identificazione con divinità acquatiche. Testimonianza del rapporto con l’eroe Eurythmos si porge così il
    nesso tra la Natura cosmica e l’eroe. L’apogeo del culti – nell’utilizzo del sito – si ha tra il V e il III secolo a.C.
    a giudicare dai ritrovamenti dei Bothoi votivi, dagli ex voto per lo più rappresentanti figure femminili –
    molto probabilmente Persephone/ Aphrodite. Il ritrovamento subito a monte Caruso di strutture abitative con
    fornaci attesta la produzione in loco degli elementi fittili. Altre aree della locride hanno visto riemergere una
    coroplastica fittile attribuibile a divinità femminili. Testimonianza ne abbiamo in località Centocamere dove
    i resti archeologici mettono in evidenza ina stoà dedicata ad Aphrodite o in località Parapezza dove vi è un
    culto ctonio collegato a Demetra. Nella Sibarite, inoltre, a Francavilla Marittima, in località di Timpone
    Motta durante gli scavi del 1963 è emerso un santuario silvo-pastorale. Il sito cultuale è collocato su un’altura
    dominante la valle e il torrente Raganello. In una prima fase vi si trova un altare in terra protetto da una
    capanne in legno infissi al suolo. Molte ulteriori testimonianze ci pervengono dalla spagna preromana. Il
    deposito di Rio de Huelva, datato al 1000-850 a.C., ci ha restituito circa 400 frammenti metallici giacenti
    nell’estuario fluviale che si colloca ai piedi di una montagna. . Faccio notare l’interessante presenza a Huelva
    di una serie di sepolture che si approssimano all’impianto cultuale dove la presenza di spade e di elmi ci
    induce a pensare ad un legame evidente con personaggi eminenti dell’età del Bronzo (guarrieri in
    particolare). Altri ritrovamenti di attributi maschili e sopratutto elitari sono presenti in quasi tutto il territorio
    anche sotto forma di carri votivi: testimoniaze ve ne sono a Merida, per esempio, e in portogallo Senhora da
    Guia (Baiões). Oltre ad una casistica infinita di ex voto collocati in situazioni paritetiche, le ricerche
    archeologiche hanno ispezionato in Spagna almeno sei veri e propri santuari che hanno situazioni
    morfologiche analoghe a quelle già considerate. I siti specifici sono: Castellar de Santisteban, Collado de los
    Jardines situati nella comarca della Sierra Morena (Jaén), Nuestra Señora de la Luz (Murcia), Castulo (Jaén),
    Torreparedones (Córdoba), y Cerro de los Santos (Albacete). I depositi votivi indicano la presenza di patere
    per libagioni sacrificali denotando una fase ulteriore della cultualità primitiva. Nell’Egitto predinastico
    esistono dei parallelismi dacché si attesta la diffusione generalizzata, in contesti santuariali analoghi a quelli
    considerati, di ceramica funeraria caratteristica della cultualità riservata al Faraone. Un impostazione
    psichica che viene ripresa nella Sura LII del Corano chiamata At-Tur ( il Monte ):
  9. Per il Monte
  10. per un Libro scritto
  11. su pergamena distesa,
  12. per la Casa visitata.
  13. per la volta elevata,
  14. per il mare ribollente.
    Il testo islamico si riferisce essenzialmente ai comandamenti mosaici ricevuti sul monte Sinai ma non si
    esime di esprimersi ad engrammi organici. Più che ad un fedele collegamento con i testi vetero testamentari
    la narrazione intende riferirsi ad un sistema rituale e d’interpretazione. Di fatti non vi è alcun rimando a corsi
    fluviali nei testi sinottici se non quelli utilizzate per le lustrazioni:
    “Il signore disse a Mosè: ” Va dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti
    per il terzo giorno, perchè il terzo giorno il Signore scenderà dal Monte Sinai alla vista di tutto il popolo.
    Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le sue
    falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere
    lapidato o colpito con tiro di arco.”
    La sommità della montagna non va considerata dal punto di vista altimetrico ma in quando è anche
    l’ombelico della terra, il punto in cui ha inizio la creazione. Secondo la tradizione Mesopotamica l’uomo è
    stato creato nell’ombelico della terra, là dove si trova anche Dur-an-ki, il legame tra cielo e terra.
    “Il Santissimo ha creato il mondo come un embrione. Proprio come l’embrione cresce a partire
    dall’ombelico, così Dio ha iniziato a creare il mondo dall’ombelico e di là esso si è espanso in tutte le
    direzioni”
    Il paradiso si trovava secondo la tradizione siriana nella montagna più alta di tutte le altre. Questa proiezione
    del binomio associativo tra montagna e acqua è ricolmo di significati. Nell’Apocalisse di Enoch si trova il
    motivo della montagna ardente. Enoch vede le sette stelle incatenate come grandi monti ardenti sul luogo
    della punizione degli angeli.
  15. L’acqua: engramma di creazione, preservazione e transizione
    L’elemento fluviale è un engramma che ritroviamo nel sistema semantico di cristallizzazione mitologica.
    Risulta essere una costante che riguarda trasversalmente sia miti di creazione che culti ancestrale.
    Analizzandolo nel dettaglio ricostruiremo anche il suo legame con l’esistenza e la non esistenza. La sua
    presenza nelle tombe di Tarquinia – lo zoccolo ha una pittura murarea azzurra con l’intersezione spesso di
    animali acquatici – proietta il nostro discorso sul versante del mondo dei morti, l’oltretomba. Siamo di fronte
    ad un engramma onnicomprensivo di genesi come di transizione. A ben vedere, come l’andamento del
    termine azzurro ci dimostra, il mare nel suo primo significato era riferito ai corsi fluviali come al cielo, in
    un’estensione che poteva avvenire solo in quanto si disconoscessero i processi celesti se non totalmente
    almeno parzialmente. L’associazione nelle tombe tarquinensi di animali acquatici e volatili in generale
    dimostra la “confusione” semanti degli antenati. L’acqua ha forme divine; queste le ritroviamo già in Omero
    che associa l’acqua – e i fiumi in particolare – con una fisignomica ultramondana.
    “Prima si offerse a me la nobil Tiro …
    Innamorò costei
    Del divino Enipèo, di tutti i fiumi
    Che le campagne irrigano il più bello.
    Nelle correnti limpide del fiume
    Spesso a bagnarsi entrava. Enosigèo,
    Del vorticoso Iddio la forma assunta,
    Corcossi alla sua foce; il flutto azzurro
    L’attorneggiò qual monte e in guisa d’arco
    Curvatosi, celò nel vasto seno
    La donzella ed il nume che le sciolse
    La zona virginale, ed un soave
    Sonno le infuse. Poi che l’amorosa
    Opra Nettun fornì, per man la prese,
    Nomolla e sì le disse: “O donna mia,
    T’allegra del mio amor. Non il suo giro
    Compirà l’anno, che due figli egregi
    Partorirai …
    Tiro al mondo già diè Pèlia e Nelèo,
    Amendue Re, ministri a Giove sommo.
    Ricco di greggi, nella vasta Iolco
    Stanza Pèlia fermò..”
    ( Odissea lib XI ver. 300 – 330 )
    I miti di Creazione più in generale sono formulati attraverso questo elemento. Abbiamo già visto un accenno
    seppur breve all’inizio e ora riferiremo altri due mitologemi dove questo elemento è primordiale, creativo. I
    Nahuatl mesoamericani rappresentavano la terra come una piattaforma circolare interamente circondata
    dall’acqua.Tale trasfigurazione mitica focalizzava la sua attenzione sull’anello marino perimetrale che veniva
    chiamato Anáhuatl “anello” o Cem-anahuatl ” l’anello completo”.
    “Da questo mare (che circonda il mondo), sorge ad est la mattina il sole perdendosi nel mare nel
    pomeriggio verso ovest. I messicani pensano che la loro gente sia venuta dal mare, da dove nasce la luce
    (oriente ) sono arrivati fino alla costa Atlantica. Inoltre, questi pensano che i morti, nel loro viaggio verso
    l’inferno, debbano attraversare un vasto mare che si chiama chicunauh-apan “il nove volte esteso” o “acqua
    che si diffonde in tutte le direzioni “.
    Il secondo ci viene dall’antica grecia:
    “Dall’acqua riscaldata e dalla terra sorsero o pesci o esseri simili ai pesci. In tali esseri si formarono gli
    uomini che rimasero dentro di essi fino alla pubertà. Allora gli esseri simili ai pesci si aprirono . Uomini e
    donne ne uscirono, ed erano già in grado di nutrirsi”
    Alla non – esistenza si riferisce il passo che segue che trasmette il paradiso raffigurandolo come la
    Gerusalemme Celeste dei testi sinottici. In modo analogo nella Sura III (Âl ‘Imrân, La Famiglia di Imran):
    Quanto a coloro che credono e fanno il bene, Allah li farà entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli.
    Coloro che non credono avranno effimero godimento e mangeranno come mangia il bestiame: il Fuoco sarà
    il loro asilo.
    In un narrazione gnostica, inoltre, il figlio è mandato dai genitori a cercare la perla che si è a staccata dalla
    corona del padre. Questa si trova nel fondo di un lago nella terra degli egizi, protetta da un drago. Giunto in
    questo luogo il giovane si abbandona agli appetiti carnali dimendicandosi quella sua missione dacché una
    missiva non lo riconduce alla via che aveva in dovere di compiere. Allora si mette in cammino e trovato il
    lago si tuffa nello specchio d’acqua sul cui fondo trova la perla che offrirà alla divinità. La montagna è,
    inoltre, simbolo cosmogonico. L’associazione con la montagna è una “costante archeologica” e la prima vera
    forma di cultualità. Altre saghe mitologiche relative ad eroi e divinità sono presenti; ne riferiamo un’ulteriore
    esempio
    “Dopo che tu ti sei tagliati i capelli, per avvolgermi in essi venni gettato fra le schiume della risacca. Le
    alghe marine mi formarono e mi modellarono. Le maree, infrangendosi, mi avvilupparono in un groviglio di
    fuco, rotolandomi da una parte all’altra; finalmente i venti che passano a fior di mare mi spinsero
    nuovamente alla deriva; morbide meduse mi coprirono e m protessero sulla spiaggia di sabbia” fin quando
    non fu ritrovato dal divino Tamaniki-te Rangi
    L’acqua figura come elemento transitorio anche nella nascita di eroi. Diacronicamente si insinua in un
    contesto di rapporto tra la nascita del personaggio e la sua elezione divina . Così lo riscontreremo in un
    mitologema Babilonese e nella saga terrena di Mosè oltreché per l’evoluzione mitologica di Romolo e Remo.
    ” Sargon, il re potente, il re di Arage sono io. Mia madre fu una vestale, mio padre non l’ho conosciuto
    mentre il fratello di mio padre abitava sulle montaqgne. Nella città di Azupirami, che si trova sulle rive
    dell’Eufrate, mia madre, la Vestale, mi concepì. In segreto mi partorì. Mi pose in un recipiente di giunchi,
    chiuse con pece il mio soprtello e mi abbandonò alla corrente, che non mi sommerse. La corrente mi portò
    dove era Akki, che attinge l’acqua, Akki che attinge l’acqua, nella bontà del suo cuore, mi trasse fuori. Akki,
    che attinge l’acqua, mi allevò come figlio. Akki, che attinge l’acqua, fece di me suo giardiniere. Mentre
    facevo il giardiniere, Ishtar ( la dea ) si innamorò di me, divenni re e regnai per quarantacinque anni”
    Come detto anche in Mosè l’acqua si snoda come elemento essenziale transitorio ma iniziatico allo stesso
    tempo.
    “Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un
    figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre prese
    un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla
    riva del Nilo (…) Ora la figlia del faraone scese nel Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle
    passeggiavano la sponda del Nilo. Essa vide il cetello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo.
    L’aprì e vide il bambino: ecco era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: ” è un bambino
    degli ebrei” (…) Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse dalla figlia del faraone. Egli divenne un figlio
    per lei ed ella lo chiamò Mosè..” ( Esodo 2, 1-10 )
    Ancora più evidente è la potenzialità dell’engramma se prendiamo ad esame il rituale del battesimo.
    Esporremo la sua prima attestazione nei testi sinottici.
    “In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però
    voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli
    disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni
    acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
    scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio
    prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
    Nel racconto indico del Mārkandeyasamāsyparven del Mahābhārata il saggio eremita Mārkandeya incontra
    sotto un albero di Nyagrodha un bambino. Questo fanciullo divino, che è il dio universale si chiama
    Nārāyana etimologicamente “colui che abita nelle acque”. Aprendo la bocca il piccolo assorbe l’eremita che
    nel suo ventre cammina per oltre cento anni senza giungere ai confini e ritrovando tutto il mondo coi suoi
    imperi e i suoi animali, gli dei e tutto ciò che vi era nella terra.
    Sorse un uomo su dal mare,
    un eroe salì dall’onda:
    grande grande egli non era
    e nemmen proprio piccino:
    alto un pollice d’un uomo,
    una spanna d’una donna.
    Così si esprime un racconto di una nascita presso gli antichi Armeni pagani:
    “Partoriva il cielo, partoriva la terra,
    Partoriva il purpureo mare.
    Aveva le doglie, nel mare, la canna sanguigna
    Dal grembo della canna uscì un fumo,
    dal grembo della canna uscì una fiamma
    E dalla fiamma saltò fuori un bambino..”
    Esiste una trasfigurazione o per meglio dire un’assimilazione dell’elemento fluviale ad elementi fisiologici.
    Nella stesura che troviamo in Erodoto il mitologema della nascita di Ciro, re dei persiani, abbiamo
    un’alterazione formale che intende esprimersi come vera e propria “contestazione o rivalsa politica”. Seppur
    la grandezza di Ciro doveva assumere la sua cristallizzazione mitologica, tutta la scena, compresi gli
    elementi inconsci, viene spostata su un piano irrazionale, immorale e grottesco – in parole semplici barbaro.
    “Astiage ebbe una figlia che chiamò Mandane; e una volta sognò che Mandane orinava con tanta abbondanza
    da sommergere la sua città e inondare l’Asia intera.”
    Il re persiano formalmente non nasce da una divinità anzi questa, attraverso il sogno, interviene per negargli
    il diritto ad esistere. In realtà la simbologia psichica che supporta il quadro del mitogema riprende l’idea di
    una religiosità ambivalente in bilico tra l’orrore profondo e il fascino ammiccante. Riprende essenzialmente
    quella cognizione del sacro indifferenziata che era stata sopressa con i processi di civilizzazioni. Se ne
    deduce che quindi Ciro nasce da una divinità ma anche che tale nascita può minare alla base tutte le
    conquiste socio-culturali raggiunte fino a quel punto. Vi è un diretto rapporto tra l’archetipo della madre e la
    procrazione del re persiano senza l’utilizzo di speculazioni ulterioti. Di fatti l’ elemento acquatico, di solito
    sublimato nel vigore e nell’ordine razionale dei fiumi, degli oceani e dei mari, diventa cruda e rozza orina
    connotando da un lato l’inciviltà e la barbarie mentre dall’altro questa discendenza simbolicamente
    inopinabile. Ma, trasponendo in questi termini il mito, l’autore lascia a noi una testimonianza importante su
    come veniva inteso il lavoro onirico oltre l’allegoria religiosa. Se per decenni si è sostenuto che gli antichi
    vedevano il sogno come un’atto ultramondano, inumano, divino, ci accorgiamo adesso con sorpresa che
    inconsapevolmente leggevano i processi onirici nel modo che oggi riteniamo parzialmente giusto: della
    stessa matrice della manifestazione divina. Ovviamente non vi era sentore di inconscio o processi psichici
    ben definiti, per i quali ci sono voluti secoli e secoli di ricerche scientifiche, eppure in modo del tutto analogo
    ad un moderno psicanalista della corrente analitica l’indovino del VII secolo a.C. affronterà l’interpretazione
    del sogno con la stessa metodologia con cui si accosta al sistema religioso e rituale. Penso sia appropriato, a
    questo punto, cercare di allargare il campo eziologico per riscontrare sia elementi validi per il presente lavoro
    sia valutazioni embrionali e quanto mai semplicistici sulla teoria freudiana generale dei sogni. L’osservazione
    che segue, estrapolata dall’analisi della letteratura onirica che apre “l’interpretazione dei sogni”, seppur
    fattualmente vera non lo è, come abbiamo visto, nella sostanza. Scrive Freud:
    “gli antichi prima di Aristotele non consideravano il sogno un prodotto della psiche sognate, bensì una
    manifestazione divina. Le due contrapposte visioni nella valutazione della vita onirica, che ritroveremo in
    ogni epoca, esistevano già allora.. Si distinguevano sogni veritieri e dotati di valore, inviati al sognatore per
    avvertirlo o preannunciargli il futuro, da sogni futili, fallaci e privi di valore, il cui scopo era quello di
    portarlo all’errore e alla rovina”
    Innanzitutto abbiamo fin qui definito il concetto di “mafestazione divina” come reazione psichica ad impulsi
    irrazionali. Presupponendo questo abbiamo sviluppato il rapporto della psicologia analitica che collega i
    processi onirici a quelli mitologici. In sostanza paradossalmente abbiamo creato un collegamento tra quelli
    che Freud chiama “prodotti della psiche sognante e “idea del sacro”. In questi termini la suddivisioni tra
    sogno e fenomenologia religiosa è del tutto arbitraria ed essenzialmente priva di fondamento reale. Cercare
    di scindere, sostenendone l’inorganicità, un prodotto dal sostrato in cui nasce mi sembra una pratica alquanto
    artificiosa che seppur si può sostenere in maniera allegorica perde ogni capacità d’esistere nei processi
    materiali. C.G. Jung, infatti, ebbe già modo di vedere come il lavoro onirico, facente parte dell’inconscio,
    sia di matrice del tutto analogo con l’apparato mitologico. La classificazione onirica successiva fatta da Freud
    dipende probabilmente dalla capacità di rinscontrare “elementi del sacro” cioè trasfigurazioni più o meno
    confuse di engrammi inconsci. Credo che da questo dipendeva in antico se il sogno doveva essere
    considerato profetico o inutile. Nella saga mitologica di Romolo e Remo la proizione archetipica è del tutto
    simile a quella mosaica.
    Questi (Amulio ) commise un crimine dietro l’altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea
    Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un’onorificenza), tolse la
    speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.Credo comunque che rientrassero in
    un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l’inizio della più grande potenza del mondo
    dopo quella degli dei. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in buona
    fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio,
    dichiara Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dei né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla
    crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella
    corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d’acqua stagnante,
    non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due
    neonati venissero ugualmente sommersi dall’acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella
    convinzione di aver eseguito l’ordine del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento,
    là dove ora c’è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi
    erano allora completamente deserti. Tutt’ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l’acqua
    bassa lascia in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata
    proveniente dai monti dei dintorni devii la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offre loro il
    suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale – pare si chiamasse Faustolo – la trova
    intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li
    allevasse…Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per
    i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, non
    affrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori
    il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava
    giorno dopo giorno.
    In varie leggende nella profondità dell’acqua marina giace il figlio del Re, quasi fosse esanime; egli invevce
    vive e dal profondo invoca: “Chi mi libererà dalle acque e mi porterà allo stato di seccheza, sarà
    ricompensato con ricchezze perpetue. Risulta evidente il nesso con il “Rex marinus” della Visio Arislei.
    Arisleo racconta delle sue avventure presso il “Rex marinus”, nel cui regno nulla prospera e nulla si
    riproduce, perché nel suo regno non ci sono filosofi. Il simile si mescola soltanto col simile, e di conseguenza
    non c’è procreazione. Ora, su consiglio dei filosofi, il Re deve accoppiare Thabritius con Beya, i due figli che
    egli ha portato in gestazione nel suo cervello. Lo stesso elemento è presente in Khunrath:
    Perciò studia, medita, suda, lavora, cucina… e ti sarà aperto un getto salutare che fluisce nel cuore del figlio
    del grande mondo, un’acqua che ci è data dal figlio stesso del grande mondo e che sgorga dal suo corpo e
    dal suo cuore, affinché sia per noi una vera Natura Aqua Vitae.
    In ambito alchemico estrapolo adesso un segmento del “explicatio locorum signarium” dove appare un mare
    nero. Scrive Libavius:
    Una corrente d’acqua nera, come nel caos, che rappresenta la putrefazione, dalla quale si erge un monte
    nero alla base e bianco sulla vetta, e dalla vetta sgorga una fonte argentea. Perchè tale è l’immagine della
    prima dissoluzione e coagulazione, e della seconda dissoluzione che ne consegue.
    Ancora prendiamo in prestito dall’alchimia. Secondo Rifley, la prima materia è l’acqua; l’acqua è il principio
    materiale di tutti i corpi, ed è la hyle che in virtù dell’atto divino della creazione è sorta come sfera oscura dal
    caos. Nel Ripley Scrowle la sfera d’acqua è rappresentata con le ali di un drago. Nel Verses Belonging to an
    Emblematical Scrowle lo spiritus Mercurii dice:
    Del mio sangue e acqua io so
    che al mondo ce n’è in quantità.
    Scrorre in ogni luogo.
    Chi lo trova possiede la grazia:
    scorre dappertutto al mondo
    e gira, rotondo come una palla

Teatro Ellenistico-Romano (Naro AG)

Teatro ellenistico – romano (Naro AG)

Quando questa fase transitoria finirà, sperando presto, dovremmo ripartire ed io ho una proposta per l’On. Sindaco di Naro e la sua giunta. La mia richiesta consiste nella consistenza della mia scoperta di un Teatro Ellenistico – Romano a Naro. Io ho agito da topografo antichista attraverso le foto satellitari e un primo procedimento di studio sul campo. Lo strato di crollo che ho incontrato in un giardino in loco è del XVII- XVIII secolo quindi è deducibile che possiamo dare un datazione post quem per la scomparsa del teatro. Di fatti né l’Aurea Fenice né altri scritti ne parlano. L’essenza della mia proposta sta in rilevamenti della Cavea attraverso uno strumento topografico che si chiama livella ottica tramite l’ingaggio di un ingegnere e una seconda fase di scavi perimetrali – saggi di tre metri per tre -su via del teatro vecchio e su via Archeologica. In caso di esito positivo una ricostruzione AutoCad del Treatro e vari scritti scientifici sulle varie fasi. Ho già una volta presentato la proposta all’On Brandara ed è stata bellamente ignorata. Speriamo nel futuro.