I morti e i vivi

La luce filtrava rada ma fluente nel tramonto di quella Firenze del 1409, le grate che incorniciavano le finestrelle lasciavano trasparire un vespro infuocato, rosso, arancio, che illuminava gran parte dell’augusta celletta del monastero di San Pier Maggiore. Le mura, che non facevano da specchio, erano nella penombra, con angoli freddi e lividi irrobustiti dalla calce biancastra e giallina. Un braccio penzolava esanime da un letto a baldacchino, robusto, in legno di quercia, il brusio di un pianto vivace ma insieme cupo rimbalzava per l’abbazia insieme alla voce infelice della morte della abadessa. Di sussurro in sussurro, di sospiro in sospiro tutto il monastero ora si accalcava in quella stanza o nei corridoi adiacenti. L’abadessa era una donna in età avanzata dalle molte rughe e dalla pelle aggrinzita; gli occhi, di un colore topazio, erano spenti fissando un punto lontano fuori dalle mura. Ai suoi piedi una giovane che singhiozzava vistosamente, disperandosi. Era sui quattrordici e i quindici anni, capelli castani chiarissimi, occhi marroni brillanti, una graziosa dama che nulla avrebbe dovuto invidiare alle gentildame delle Corti Europee se non il rango. Pareva di estrazione borghese ma abituata a modi raffinati, non c’era bisogno di indugiare su di lei per capire che parlava il latino fluentemente e financo il greco. Mi conceda lettore di continuare a fare dei ritratti che ci permetteranno di immaginarci la scena così come essa fu. Oltre le monache che ingombravano gran parte della stanza, vi erano in un angolo due uomini con il cappello in mano e gli abiti da viaggio. L’uno vegliardo, capelli bianchi, barba bianca, di costituzione longilinea e all’apparenza gracile, l’altro un giovane sui vent’anni di corporatura robusta, baffi castani e capelli castani su degli occhi azzurri. Il primo si chiamava Cecco di Jacopo da Poggibonsi, il figlio prendeva nome di Ludovico. Questi due uomini erano portatori di un messaggio per l’abadessa. Era il maggio del 1409 e il feretro della badessa veniva cumalato nella chiesa del monastero, nella cappella cosiddetta dei “pesci”, dove rimase esposto prima di essere sostituito dal mirabile affresco di San Antonio che risuscita la fanciulla intorno alla metà del XVI secolo. Era gonfaloniere a quei tempi Piero Baroncelli e Firenze era in piena trattativa con il cardinale Acciaiuoli se concedere, o no, Pisa per un concilio che sperava dovesse sanare lo scisma tra Urbano VI e Clemente VII. Cecco di Jacopo di Poggibonsi con il figlio sentiva la città, che era stata teatro ai suoi tempi di lotte sociali, ora divisa in filo-francesi e anti-francesi. Lo scacchiere europeo ha sempre àncorato a sè gli avvenimenti italiani tanto da attirarci irrimedibilmente in un macro-cosmo che ci appartiene e ci ripugna allo stesso tempo. Uscirono. Passarono il ponte vecchio e dalla porta di San Pier Gattolini proseguirono sulla strada maestra verso destra passando dalla Chiesa di San Giovanni di Dio. In origine chiamata Santa Maria dell’Umiltà o Spedale de Vespucci dal popolo di Santa Lucia d’Ognissanti. Alla Porta di San Pier in Gattolino, Luogo laicale con una messa ogni giorno e un altare dove celebrarla, e, per i bisognosi, come riparo per la notte. Situato su un promontorio. Amerigo Vespucci successivamente, scopritore del nuovo mondo, discende da questa famiglia e la chiesa si triova vicino al Ponte di Carraja. Il fuoco dell’amore ardeva nelle vene di Ludovico in un senso di alterazione dell’umore, l’estasi della vista, il cuore in tumulto, i nervi scossi e tesi e un eccitazione ormonale che lambiva la frustrazione. Leggere nell’animo di Ludovico in quel tratto che separa Firenze da Lucca era leggervi tutte le passioni: dalle più dolorose a quelle afrodisiache e celestiali. Il cuore, sbattendo di qui e di là, sembrava estrapolarsi dal corpo, l’anima era sospinta verso tutta quella scena funerea e, in particolare, alla ragazza ai piedi della salma. Un senso di amarezza improvvisamente sconvolse il nostro innamorato mentre il padre taceva e rifletteva con gli occhi che gli brillavano dall’emozione. Per tutto il tragitto padre e figlio rimasero in silenzio ognuno con le loro pressanti riflessioni. La vita scorreva nel giovane, prorompente, mentre il padre decantava saggiamente il tempo passato e un paesaggio verde e magnifico. Solo “l’Altolà” di una sentinella a Lucca risvegliò entrambi da quella greve ed estasiante relazione con se stessi. Ludovico si scosse, dette stancamente le sue generalità e quelle di Cecco di Jacopo da Poggibonsi, per ritornare a casa dove giunse durante il vespro serale. Lasciamo per un attimo la fantasia legarsi alla dolce massaia e madre che accoglierà, dandogli ristoro, il nostro innamorato – poiché tale è – e il padre, per continuare a sbirciare nel Monastero di San Pier Maggiore in Firenze. La giovane e leggiadra donzella che abbiamo lasciato delirante di dolore alla funzione è un orfanella di cui si conosce ben poco ma che l’abadessa a fatto entrare nel noviziato e poi come corista e suora. Da voci di corridoio si dice figlia di una nobile decaduta e quattrinata. Abbandonata in fascie davanti la porta del monastero e dalla confraternità. Era di indole dolce e mansueta, molto affezzionata all’ambiente del cenobio in particorale all’ultima abadessa che noi sappiamo essere non altri che Rosalba de Medici. Aveva avuto un’infanzia difficile: tormentata dalle orfanelle che per indole erano più sfrontate e libertine e coltivava poche amicizie. Aveva mantenuto, grazie alla benevolenza di Rosalba, i capelli floridi e lunghi che incorniciava in un chignon sotto il velo. Aveva un ovale del volto perfetto, bianco e roseo, seni proprozionati e tutta la beltà della giovinezza in fiore. Per avere un’idea postuma avrebbe potuto posare in tutto il suo splendore per la Pallade del Parmigianino: stesso collo flessuoso e stessi riflessi dorati nei capelli. Aveva raccolto la cartapecora che era caduta dalle mani ormai senza vita della abadessa e, non avendo avuto il coraggio o la forza di aprirlo e leggerlo, l’aveva riposto nel suo povero segretaire come faceva con tutti i ricordi della sua vita. E’ arrivato il momento di dare un nome proprio a questa ragazza e con il nome un destino: si chiamava Caterina o Suor Caterina. Questo è quello che sappiamo. Quello che scopriremo pian piano è che per intero il suo nome passerà alla storia come Caterina di Brono de Medici, strega. Il lettore arguto avrà di certo capito che il suo nome reale è Caterina prosapia Fiorentina de Lion, figlia illeggittima dell’illustre sorella di Salvestro de Medici. Arrivata al cenobio in fascie quando l’abadessa era Madre Geltrude e Suor Rosalba faceva da assistente, dopo averle tagliato i capelli seguiva tutte le prescrizioni dovute alle orfane come le messe, le processioni e la vita conventuale. La vita da ragazza fu duramente solitaria: molte delle ragazze in vero accoglieno amanti o addirittura clienti nel cenobio e vivevano della loro piccola mondanità: si abbigliavano provocanti nelle ore notturne e spendevano le poche risorse in diamanti, collane e spille. Conobbe una ragazzetta abbastanza timida e introversa a cui dedicava il suo tempo. Di nome si chiamava Natalie. Era di salute cagionevole, capelli rasati ma che primitivamente dovevano essere floridi e rossicci. Si riunivano nell’orto del cenobio e parlavano per ore tra risate malcelate. La gioia e l’orgoglio di quella amicizia riempiva il cuore di Caterina finché non l’amò così profondamente e carnalmente da sentirsi in peccato mortale e respingere con oggi sofferenza ogni impulso saffico. Gli occhi languidi di Natalie, sempre malinconici e verde smerardo, tormentavano Caterina che ne piangeva disperata. Avvertiva la paura di quell’amore giovanile, la passione, la gelosia, il terrore di perderla. Il suo umore divenne triste e lunatico: a volte scappava addirittura, dispensando scuse, allo sguardo della sua amata. Un bacio! Che cos’è? Tutto. Emozione, sangue e anima: elemento minimo della luce e anima della natura. Arrivò dolce e smisurato tra Caterina e Natalie che da allora divennero amanti timidi e appassionioti. Si cercavano, si sfioravano, si baciavano nel silenzio di un grazioso boscetto o nei camminatoi solitari dei chiostri. Scomparve la paura, il pianto, il dolore e si amarono con foga e passione giovanile.
“Mi ami?” chiese un giorno Natalie.
“Si… molto” rispose abbassando gli occhi Caterina: piangeva di gioia.
“Non sai – riprese Natalie – quanto mi preoccupa questa passione, fino al delirio!”
Caterina non diede risposta, piangeva ora amaramente, in silenzio rotto dai singhiozzi la abbracciò e la baciò. Quelle donne splendide si abbracciavano e si baciavano in ogni lembo di pelle, piangendo, soffocando singhiozzi e la voglia di conoscersi carnalmente, subito, immediatamente.
“Fermati mia dolce Saffo! – disse improvvisamente Natalie – le tue carezze sono amare sia nel farmi sentire viva e innamorata sia nel perdermi”.
Caterina si allontanò delicatamente abbassando la testa, eccitata e innamorata, voluttuosa nella sua veste monacale. Il petto che andava su e giù, il respiro mozzato, le mani giunte sul petto. Natalie la guardò languida e impaurita, si era calmata, gli mandò un bacio e fuggi via.
Come tutti gli amori giovanili la passione travolge le anime e i cuori, i corpi sono in fermento e la mente è presa da uno stato di confusione ed estasi. I corpi si cercano, le anime si colgono, si uniscono, s’intersecano: uno stato di dolce sogno riflette gli occhi delle amanti. In questa maniera si incontrarono i due corpi, stringendosi, baciandosi, in poche parole amandosi. I loro incontri avvenivano di notte, nel primo vialetto del boschetto di aceri adiacente il monastero. I primi tempi fuorono felici come lo può essere un incontro galante, un amore puro e giovanile, il canto delle lucciole e quello dei grilli, il profumo dei fiori. I corpi sdraiati nudi dopo l’amplesso e le carezze nel prato, le costellazioni nel cielo, la luna che rifletteva un sistema cangiante di chiarore riflesso. Ma d’altronde lasciando gli amanti ai loro sospiri non dobbiamo perdere d’occhio un altro protagonista di questa presente storia: Ludovico. Questi si era invaghito terribilmente di Caterina e, come Natalie, amava ardentemente. Aveva deciso fin da subito di ritornare a Firenze, non fosse altro per incontrare la sua bella. E questa decisione fu comunicata al padre in maniera dolce ma decisa profusa di dolci parole e di promesse. Cecco di Jacopo diede il suo benestare e concesse al figlio, dopo tanti crucci, di chiedere liberamente la mano della ragazza. In vista di Firenze trovò una piccola chiesa: laChiesa di Sant’Apostolo con colonne di Marmo serpentino di Prato verde, capitelli e volticcuole. Fuori dalle antiche mura di borgo di San Pier maggiore, di S. Lorenzo, di San Pancrazio e di Sant’Apostolo la chiesetta era vetusta e rudimentale. Ludovico entrò e pregò, strappò un mazzo di viole da un prato e li appoggiò sull’altar maggiore. Quindi decise di scrivere un biglietto che lasciò insieme alle viole: “Alla donna che amo”. Entrò in città nel primo pomeriggio, un pomeriggio sereno ma fresco. Decise di vagare, o meglio a dirsi, il suo amore lo spingeva nei pressi di San Pier Maggiore. Si appostò presso la porta di Faenza dove si trovava un’altra chiesa questa volta per lo più monumentale Chiesa di Sant’Antonio Abate. Qui si trova la presenza corpo di Sant’Antonio portato nel 1093 un cavaliere francese del castello di San Desiderio. Presenza della Congregazione degli Spedalieri nello Spedale formata da otto gentiluomini. Nel corso del XIII secolo presero la regola di Sant’Agostino. L’abito loro è nero con una Tau turchina sopra la veste e sopra il mantello. In facciata lo stemma di Fra Giovanni Guidotti da Pistoia con vai nella parte inferiore dello scudo e un leone nella parte superiore. Un gran muro divideva il giardino dalle case, in gran numero, e da altri giardini e campagne. Nelle case e nei tre chiostri c’erano pitture di Lippo ( disegno di gente nelle case e disegno di sant’antonio nel chiostro) e Buonamico Buffalmacco. Ludovico allo stremo delle forze, nella tarda notte, andò in taverna e prese a pensione una stanza. Credo che in questi amori spirituali ci sia una sorta di dipendenza dall’amata in maniera decisamente superiore di quanto si può ottenere da un rapporto fisico. Se è vero che siamo di aria e luce in eterno, di un anima che ulula, fischia, carezza e ama, odia, il rapporto di dipendenza di cui poc’anzi discorrevamo non è strano. E’ forse il nucleo fondamentale dell’anima, la sua essenza che si protrae per l’eterno, uniti a Dio o agli Dei. Quella di Ludovico era natura ardente come poteva esserlo un giovane del XV secolo, con le emozioni intatte ma che difficilmente concepisce un uomo che vive una realtà attuale frammentata emotivamente e più che mai liquida. Il giovane mangiò e salì in camera, dormì poco e male tormentato dal suo amore e dalla scena della camera ardente dell’abadessa.
L’amore

La giornata si svegliava con una certa frigidità e l’odore aromatico di rugiada sul virgulto appena nato. Caterina era già in chiesa per la messa mattutina prima di un pasto frugale e le orazioni. Guardava ogni tanto languidamente Natalie e per quanto si negasse questa debolezza della carne in chiesa aveva uno sguardo che saltuariamente la portava a fissare l’oggetto del suo desiderio quasi involontariamente. Mentre questo avveniva, a pochi passi Ludovico si svegliava dal leggero torpore e si rivestiva di tutto punto con veste, sottoveste, brache e stivali, pugnale e spada. Era il giorno dettato dal suo cuore, il giorno metaforico dell’assedio dell’amata e della sua fortezza. Un agitazione, un desiderio irrefrenabile quasi lo sconvolgeva, impazziva, come delle vertigini, una frenesia di annullare il tempo che lo divideva dalla ragazza.L’innamorato si inoltrò vededo assiepate delle persone AAL Chiostro degli aranci dove ci sono Istorie di San Benedetto di Louis Gonzales de Portugal. L’innovativo maestro innamorato di Firenze e di quell’arte nova e umana che noi storici e romanzieri indichiamo come rinascimentale. Il lettore a questo punto lascierà andare il giovane per il suo percorso, per osservare Caterina che, finite le funzioni si ritrovava in giardino con il breviario seduta su una panca del giardino. Le lacrime scendevano silenziose bagnando come rugiada il libro che teneva in mano. Natalie si avvicinò silenziosa le si sedette accanto, gli strinse il capo con le sue braccia e pianse pure lei. Al contatto con l’amata Caterina sussultò come presa da uno spasmo. Stranamente in un conflitto interiore istintivamente una sorta di impulso repulsivo si sovrappone momentaneamente alla ragione. E’ un impulso che definirei morale per la sua definizione moralistica e filosofica oltreché psichica. Natalie alzò leggermente la tonaca di Caterina e vide il sangue raffermo degli strumenti di autoflaggellazione. Con la stessa meticolosità slegò lo scapolare e vide altre flaggellazioni questa volta fatte con la frusta uncinata battuta sulla schiena. Era evidente che la ragazza aveva vegliato e si era fustigata per lei. Pianse. Per la verità dopo pochi minuti il pianto di Natalie fu seguito da Caterina che posò con rassegnazione e disperazione la sua adorabile testa sulla spalla dell’amica. Per la prima volta un triste bacio si posò, come un cardellino, leggero e malinconico, sulla bocca dell’una e dell’altra. L’amore saffico delle due cresceva ogni giorno, lettera scarlatta vista con ribrezzo dalla società Ma non altro amore indispensabile come tutti gli amori che, come il vino, maturano e si decantano con il tempo. Taluna avrebbe sacrificato reputazione e beni financo la vita per l’altra. Un amore ardente, dunque, che poteva essere nascosto ad un prezzo altissimo. Mentre Ludovico, fulminato da quella creatura incantevole e lacrimante sulle spoglie della badessa, si accingeva a versare il suo cuore nell’amata, Caterina amava, e follemente, Natalie. Ludovico era arrivato a San Pier Maggiore ignaro di due fatti: come sarebbe entrato e come avrebbe rivisto Caterina. Chiedere l’aiuto della badessa era fuori discussione: il voto è intangibile. L’unica possibilità era farsi assumere come aiuto giardiniere. Per quella via stretta e tortuosa decise di inoltrare i suoi ardenti desideri alla sua amata. Bussò ripetutamente al grande portone ligneo e il custode lo avvertì che doveva aspettare l’uscita del giardiniere per gli affari che sarebbe avvenuta da lì a poco. Di buona lena e armato di pazienza il giovanotto attese due ore passati le quali, come detto, il vecchio monaco uscì. Era un uomo di età avanzata con il saio nerastro dei cappuccini, tozzo e panciuto con un viso dove le rughe davano un espressione armonica con la lunga barba e i pochi capelli. Aveva occhi di un azzurro intenso, segno tangibile che era stato un bell’uomo in passato. Ludovico si fece avanti di qualche passo ma fu il monaco il primo a parlare.
“So già tutto e ora che ti vedo così robusto ammetto che mi servirebbe un giovane come te per le aiuole e i patri” disse il monaco in maniera spicciola e diretta.
Ludovico tentò di restare calmo ma si vedeva che irradiava gioia e sentiva di aver vinto su quel nemico muto che erano le mura del monastero. Si sentiva già amato dalla fanciulla e vicino a lei. Si sorprese a sognare, fu un attimo, un fulmine di cupidea follia. Si risvegliò d’improvviso solo per dire poche parole.
“Allora, quando posso venire per iniziare?” domandò quasi estraniato
“Domani all’alba, riceverai un fiorino di compenso e vivrai con me nel maniero” disse il monaco e procedette in avanti.
“Grazie” riuscì a biascicare Ludovico mentre il monaco si allontanava.

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