DOMENICA

ENRICO

La porta si spalancò di colpo, fancendolo trasalire. La voce di suo padre invase la stanza e lui ebbe l’impressione che le pareti tremassero.“ Ti ho detto di preparare lo zaino e andare a letto. Cazzo! E’ da mezz’ora che ti dico di preparare quello stramaledetto zaino. Vai subito a dormire che poi al mattino sembri uno zombie. Ti do dieci minuti, dopo di che sai quello che ti aspetta.”Le parole rimasero a volteggiare nell’aria come una nuvola nera. Sì, lo sapeva bene cosa lo aspettava se non avesse obbedito agli ordini di suo padre. Lui riusciva solo parlare a quel modo e, con estrema coerenza, non minacciava mai invano. Si toccò automaticamente il viso. Gli schiaffi erano sempre lì pronti a bruciargli le guance. Gli occhi gli diventarono lucidi, ma non era il dolore fisico a intimorirlo quanto l’umiliazione.Anche se a quella condizione ormai sarebbe dovuto essere abituato. Tutti lo umiliavano di continuo, a scuola soprattutto.Chiuse il tablet e si alzò dalla sedia. Si avvicinò alla finestra. Grosse gocce di pioggia rigavano i vetri appannati.La strada s’intravedeva appena perché una fitta nebbia avvolgeva l’intero viale, nuvole bianche facevano da corona ai vecchi platani, disegnando chiome canute sulle foglie scure.Subito gli vennero in mente dei versi, avrebbe voluto tornare alla scrivania e mettersi a scrivere prima che quelle parole svanissero via, inghiottite dalla nebbia, ma sapeva che se suo padre l’avesse trovato ancora in piedi sarebbe finita male.Sua madre, tutte le volte che sentiva le urla e il suono inconfondibile degli schiaffi che si abbattevano sul suo volto si limitava a piangere, come al solito e lui odiava vedere piangere sua madre o quel che restava di lei. Una figura opaca, spenta… uno spettro.Pensò che lui non avrebbe mai fatto questa fine. Ma come evitare l’inevitabile?Si trovò a fissare se stesso riflesso.Si era chiesto più volte cosa lo rendesse tanto diverso dagli altri suoi compagni, forse i suoi capelli troppo biondi e sottili o gli occhi di un verde quasi trasparente o magari il pallore del volto e l’aspetto gracile.Eppure anche Matteo era magro come uno stecchino, ma nessuno gli diceva niente, nessuno si permetteva di prenderlo in giro, di spintonarlo in corridoio, nessuno lo chiamava “elfo bastardo”, “mezzasega”, “mozzarella” e via dicendo.Sorrise amaro, avrebbe potuto scrivere una poesia futurista sfruttando gli innumerevoli insulti che doveva sorbirsi dentro e fuori casa.Chiuse le imposte e preparò in fretta lo zaino, non ci teneva a rivedere la faccia di suo padre fare capolino dalla porta, con quella espressione soddisfatta per averlo colto in fallo e quindi avere l’occasione di potere sfogare su di lui tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.Non somigliava per niente a suo padre, un uomo alto e massiccio, con gli occhi e i capelli scuri.Lui era la copia spiccicata di sua madre, eterea e impalpabile, quasi inconsistente. Pensò che sua madre non sarebbe mai morta ma, semplicemente, quando sarebbe arrivato il suo turno, sarebbe evaporata nell’aria, lasciando dietro sé una sottile scia di fumo bianco e nient’altro.Fece appena in tempo a mettersi sotto le coperte e a spegnere l’abatjour ed ecco che la porta si spalancò facendo filtrare una lama di luce. La sagoma di suo padre apparve sulla porta socchiusa, un’ombra scura e minacciosa. Stette lì a fissare Enrico per un po’ e poi richiuse la porta con uno scatto secco.Per tutto il tempo lui aveva tenuto gli occhi ben stretti, fingendo di dormire.Non appena la porta si era richiusa aveva aperto gli occhi e si era messo a sedere sul letto.Non aveva un briciolo di sonno. Troppi pensieri si agitavano nella sua testa.Pensava a cosa lo aspettava l’indomani, non appena avrebbe messo piede a scuola.Lo aveva giurato che gliela avrebbe fatta pagare e lui non era tipo da non mantenere una promessa.Del resto Enrico capiva bene. Il suo compagno non avrebbe potuto tirarsi indietro ormai perché aveva minacciato apertamente Enrico davanti a tutti. Era successo nel cortile della scuola, appena prima del week end.Enrico si alzò dal letto piano, evitando di riaccendere la luce. Il pavimento freddo lo fece rabbrividire.Dalla finestra filtrava la luce dei lampioni e una sottile lama di luna illuminava il pavimento.Cominciò ad andare avanti e indietro per la stanza a piccoli passi e con le orecchie ben tese ad ascoltare i rumori che provenivano dal corridoio.Ecco, la porta del bagno si chiudeva, si apriva quella della camera da letto. Tutto tranquillo.“Tranquillo un cazzo”, pensò.Si sedette di nuovo sul letto, ripercorrendo gli avvenimenti che avevano fatto precipitare gli eventi, una situazione già talmente incasinata e orribile che lui, da masochista, aveva ulteriormente peggiorato.A bassa voce cominciò a ripetere, come un mantra: “che cazzo mi è saltato in testa…che cazzo mi è saltato in testa”.Si rivide in piedi, nelle docce della scuola, con la faccia da fesso ed un asciugamano avvolto attorno alla vita.Era lento, glielo dicevano tutti. Odiava l’ora di ginnastica. Quell’anno suo padre aveva voluto che si iscrivesse nella squadra di nuoto della scuola. Qualsiasi tentativo di opporsi era stato inutile.Lo aveva stressato per più di una settimana. “Ma non lo vedi che hai un fisico da femminuccia rachitica? Devi mettere su un po’ di muscoli. Il nuoto è uno sport completo, è proprio quello che ci vuole per te. Ci parlo io con l’istruttore della scuola.”Inutili le sue proteste, inutili le riserve dell’istruttore. Suo padre era riuscito a convincere anche lui con la scusa che Enrico era troppo timido e chiuso e aveva bisogno di socializzare. Uno sport di squadra era proprio quello che ci voleva.Il lunedì mattina successivo, con la borsa contenente il necessario era cominciato il suo calvario.Non appena gli altri componenti della squadra lo avevano visto arrivare, nel suo costume ridicolo (del resto qualsiasi costume addosso a lui sarebbe stato ridicolo), era stato accolto a suon di fischi e grasse risate.L’istruttore ci aveva messo un bel po’ a calmare gli animi.Era cominciato così l’inizio della sua fine. Perché sarebbe stata la sua fine, ne era certo.Negli spogliatoi veniva preso di mira, spintonato, deriso. Sapeva che era inutile parlare con suo padre, non avrebbe di certo cambiato idea. Anzi, se la sarebbe presa con lui e così avrebbe dovuto subire ulteriori umiliazioni anche a casa, come se non ne subisse già abbastanza.Per qualche giorno aveva provato a fingersi malato per non andare a scuola, ma era un espediente che gli dava un sollievo momentaneo e che gli lasciava l’amaro in bocca.Si distese sul letto senza coprirsi, sentiva freddo. Strinse gli occhi fino a vedere, nella penombra della stanza, tante lucine colorate.Ma cosa gli era saltato in mente, perché la sua faccia si era mossa in quel sorriso scemo?“Sono un idiota’, mormorò, ‘sono uno stupido idiota”!La situazione era precipitata il venerdì pomeriggio. Due giorni di agonia e adesso, tra poche ore sarebbe dovuto rientrare a scuola e lui, anzi tutti loro, gliela avrebbero fatta pagare.Nel week and non si era mosso da casa, era come paralizzato. Sua madre si era preoccupata, ma non troppo. Non era la prima volta che passava il fine settimana tappato a casa.Continuava a rivivere quella scena a tratti, a rallenty o velocemente.Quando finivano gli allenamenti lui cercava sempre di perdere tempo. Non gli andava di andare a fare la doccia nello stesso momento in cui la facevano gli altri. Sapeva che avrebbe corso troppi rischi.Durante gli allenamenti, bene o male, la presenza dell’allenatore contribuiva a tenere a freno l’esuberanza dei suoi compagni. Quante volte aveva sentito quella stupida frase che giustificava ogni ignominia: “…del resto, sono ragazzi!”. Bella scusa. E lui, lui cos’era? Un essere strano? Un alieno?Anche quel maledetto venerdì si era perso in complicate manovre per sistemare la sua roba nel borsone e solo quando aveva creduto che tutti i suoi compagni avessero finito di fare la doccia, si era avviato verso lo spogliatoio.Invece non tutti erano usciti. Li aveva sentiti ridacchiare non appena aveva finito di spogliarsi e si stava avviando, coperto in parte da un asciugamano, verso le docce.Se ne era reso conto troppo tardi e se li era trovati davanti. Il cuore gli era balzato in gola e si era arrestato di botto. In un attimo aveva realizzato che quei due non erano lì per aspettare lui e giocargli un brutto scherzo, no. Non erano rimasti lì per quello.Se adesso ripensava a quello che aveva visto, avrebbe tranquillamente potuto dire di non aver capito proprio nulla. In effetti quei due, seppur così vicini e sotto la stessa doccia, non stavano facendo niente di strano.Ma allora perché si erano bloccati e lo guardavano con uno sguardo prima allarmato e poi carico di odio?Luca e Matteo, le punte di diamante della squadra. Invidiati, venerati e ricercatissimi da tutte le ragazze della scuola.Il primo a muoversi e parlare, dopo aver rivolto un rapido cenno d’assenso al compagno, era stato Matteo.“Che cazzo ci fai qui, che hai da guardare?”Poi si era rivolto a Luca che era rimasto zitto e immobile, lasciando al compagno l’incombenza di trarsi d’impaccio.Aveva fatto un sorriso cattivo. “Hai visto, la checca è venuta a guardarci!”Luca aveva fatto una espressione strana, un lungo punto interrogativo si era disegnato sulla sua faccia. Del resto non brillava certo per intelligenza. I suoi voti a scuola erano pessimi e se la cavava solo perché suo padre aveva le mani in pasta in politica e riusciva sempre a salvarlo in extremis.Lui, a sentirsi dare della checca era rimasto di sasso.“Questo no!”, aveva pensato.Non perché avesse qualcosa contro gli omosessuali o gay, come si usava chiamarli adesso, ma lui era di certo un eterosessuale.Cavolo, l’anno prima aveva quasi rischiato di essere bocciato perché si era preso una cotta pazzesca per Silvia, una ragazza che frequentava la terza superiore. Quel brutto termine che usavano i suoi compagni, “frocio” gli apparve davanti agli occhi a caratteri cubitali. Quello no, non avrebbe proprio potuto sopportarlo.Ma Matteo continuava ad insultarlo. Poi anche Luca si era messo un accappatoio addosso e gli aveva detto: “Se solo parli con qualcuno sei morto!”. Lui dapprima aveva arretrato spaventato, poi aveva cercato di mettere a fuoco la situazione. Parlato? Ma di che cosa avrebbe dovuto parlare? Aveva cercato di ricordare quello che pochi minuti prima aveva visto e non riusciva a capire a cosa si riferisse Luca, cosa avrebbe potuto riferire agli altri compagni di così compromettente per quei due. Luca e Matteo fermi, nudi, l’uno accanto all’altro sotto la doccia. Li aveva sentiti ridacchiare. All’improvviso la verità gli era stata chiara. Con un misto di stupore e soddisfazione, aveva capito a cosa si riferivano quei due che gli intimavano di non parlare. I froci erano loro, loro le checche e tutti gli epiteti che stavano a indicare gli omosessuali e che non era suo costume usare e che anzi detestava gli vennero in mente. La sua bocca si aprì. Forse avrebbe voluto dirglielo in faccia e cancellare per sempre dal loro volto quel ghigno pompato di testosterone. Invece riuscì solo a fare una smorfia, molto simile a un sorriso che, evidentemente e suo malgrado, ai due era sembrato un gesto di scherno.Matteo perse le staffe e così, nudo com’era lo incollò alle mattonelle fredde e umide della doccia.”Ti ammazzo, brutta checca, ti faccio fuori una volta per tutte.”Il trambusto aveva attirato l’attenzione di un gruppetto di ragazzi che erano tornati dentro e incuriositi si stavano avvicinando rapidamente verso le docce.Matteo s’infilò l’accappatoio lasciando la presa e schizzò dentro gli spogliatoi. Luca gli lanciò un ultimo sguardo carico d’odio e di disprezzo e gli sibilò contro: “Sei un frocio e adesso lo sapranno tutti. Non potrai nemmeno andare al bagno perché prima o poi qualcuno ti farà la festa” e, sputandogli contro, per fortuna senza riuscire a colpirlo, si diresse verso lo spogliatoio.Intanto un gruppetto di tre o quattro ragazzi era entrato nelle docce.Non capivano cosa fosse accaduto, videro solo lui accasciato per terra quasi nudo perché, nel cadere, l’asciugamano gli era scivolato via.Si guardarono tra loro e poi tornarono sui loro passi. Non gli chiesero neppure cosa fosse accaduto o se stesse male. Lui era lo strambo, l’elfo e adesso pure il frocio, a nessuno importava cosa gli passava per la testa o cosa fosse realmente successo.Fuori dalla scuola trovò i due fermi in un angolo del cortile. I borsoni abbandonati per terra, parlavano nervosamente tra loro. Lo aspettavano. Nel frattempo altri ragazzi erano arrivati per il rientro pomeridiano. Enrico cominciò ad attraversare lentamente il cortile. Faceva freddo fuori, ma gocce di sudore gli scorrevano lungo la schiena, gli mancava il fiato e quei pochi passi verso il cancello d’uscita sembravano ai suoi occhi una distanza infinita. Gli mancavano le forze.All’improvviso, dietro di sé sentì ridere e a seguire molte altre voci e una sorta di risata collettiva che andava via via crescendo e lo inseguiva, come un’onda che minacciava di sommergerlo.Lui cercò di accelerare il passo, ma non successe niente, nessuno gli si avvicinò o gli mise le mani addosso.Arrivò alle sue orecchie un fischio, allegro e orribile. Un fischio prolungato che di solito si rivolge, stupidamente, nei confronti di una bella ragazza.Si sentì morire. Uscì da scuola così, al suono di un coro di fischi che decretavano il suo nuovo stato: per tutti adesso lui era il nuovo “frocio della scuola”.Sapeva cosa volesse dire appartenere a quella “categoria”, sapeva bene cosa lo avrebbe aspettato dal lunedì successivo.Ricordava perfettamente quello che era successo a scuola l’anno prima ad un ragazzo di primo anno che avevano deciso di prendere di mira.Lo aspettavano dappertutto. Nei corridoi, in bagno, in cortile e giù grasse risate e volgarità di ogni genere e spintoni, fino a quando lo avevano trovato semisvenuto in bagno. Lo avevano pestato a sangue. Nessuno aveva mai saputo chi fossero stati l’autore o gli autori di quello scempio.Il ragazzo non aveva parlato e si era ritirato dalla scuola. Avevano sentito dire che forse si era iscritto in un istituto privato in una città vicina. Chissà che fine aveva fatto. A scuola nessuno ne aveva più parlato.L’elemento estraneo, marcio, era stato espulso dal corpo scolastico e la vita poteva riprendere il suo ritmo e le sue solite attività.Enrico guardò l’orologio, erano quasi le tre. Tra poche ore sarebbe dovuto tornare a scuola. Non aveva via di scampo… o forse sì.Inventarsi l’ennesimo malore non serviva a niente, non avrebbe fatto altro che allungare la sua agonia.Forse avrebbe potuto parlare con sua madre, spiegargli che quella scuola non era adatta a lui, che lì non ci poteva più stare. Ma era inutile. Lei forse avrebbe capito, ma non sarebbe stata in grado di convincere suo padre, di ribellarsi ai suoi diktat, alle sue convinzioni da gallo di periferia che aveva avuto la disgrazia di avere un figlio pappamolle e senza spina dorsale.Se suo padre avesse saputo quello che gli era accaduto, sicuramente avrebbe pensato che la colpa era tutta sua e che in fondo anche lui aveva sempre pensato che suo figlio, così magro, così etereo, un po’ checca lo fosse davvero.Enrico si alzò per l’ennesima volta dal letto e si avvicinò alla finestra, spalancandola.Una folata di aria fredda lo investì, facendolo rabbrividire.Guardò giù. Abitavano al quarto piano. Magari poteva buttarsi di sotto. Un solo volo d’angelo e poi silenzio… un silenzio perfetto e assoluto.Rimase lì per un po’. I pensieri gli si affastellavano nella testa senza ordine. Sentiva un continuo ronzio nelle orecchie. Se fosse stato meno stupido e orgoglioso, magari avrebbe potuto avere qualche amico, una spalla su cui piangere. Non avrebbe risolto i suoi problemi, ma sarebbe stato già qualcosa.Invece niente. In due anni alle superiori non era riuscito a farsi un amico, un amica poi non ne parliamo.Persino i più sfigati della classe lo trattavano con sufficienza. Un “paria”, ecco cos’era. L’ultimo gradino della piccola società che si crea in ogni comunità ristretta.Sarebbe potuto scappare. Immaginava la scena: lui che metteva qualcosa alla rinfusa nello zaino, che prendeva i pochi soldi che aveva messo da parte, che apriva piano la porta della camera ed attraversava in assoluto silenzio il soggiorno. Lui che apriva piano la porta di casa e la richiudeva dietro di sé, finalmente.Si sarebbe ritrovato in strada, nel freddo e nel buio della notte e sarebbe scomparso così in fondo al viale per non fare mai più ritorno.Al mattino sua madre sarebbe andata a svegliarlo e, non trovandolo nel letto, avrebbe pensato che magari era già in bagno. Avrebbe aspettato un po’ e poi guardato l’orologio. Sarebbe andata a bussare alla porta del bagno e poi si sarebbe resa conto che lì dentro non c’era nessuno.Sarebbe corsa da suo padre e lui si sarebbe incazzato, come sempre. Avrebbe inveito contro di lui, minacciando di distruggerlo con le proprie stesse mani non appena avesse fatto ritorno a casa… ma lui non sarebbe tornato indietro mai più.Andare via. Ma per andare dove? Per andare dove?Se ne stava lì, attaccato al parapetto della finestra, con le mani bloccate ormai completamente congelate dal freddo, continuava a guardare la lunga striscia nera dell’asfalto che scorreva sotto di lui come un immenso fiume nero.Le lancette dell’orologio continuavano ad andare avanti, tra poco sarebbe arrivata l’alba.Forse doveva semplicemente diventare più cattivo, ma come?C’è una scuola che t’insegna a diventare veramente bastardo?Qualcuno avrebbe potuto pensare che la vita stessa t’insegna ad indurirti, ma anche in quello era un pessimo alunno, con gravi difficoltà di apprendimento.Non era riuscito a trattare male neppure Ludovico, il suo ex migliore amico.Avevano fatto insieme elementari e medie e poi entrambi avevano scelto lo stesso liceo.Enrico si sentiva fortunato ad avere un amico così, qualcuno con cui parlare. Soprattutto a cui confidare tutte le ingiustizie che doveva subire, le vessazioni del padre e la sua violenza. Enrico, dal canto suo, era stato molto vicino al suo amico quando i suoi genitori si erano separati e il padre di Ludovico era andato via da casa. Aveva pianto per il suo amico, senza vergogna perché sapeva che con lui poteva permettersi di mostrare la sua fragilità senza essere frainteso.E qual era stato il risultato? Dopo solo un paio di mesi dall’inizio dell’anno scolastico, Ludovico aveva capito che stare accanto al suo vecchio amico era diventato poco salutare. Troppo rischioso essere assimilato allo sfigato per eccellenza, a quello preso di mira, al perdente di turno. Quella è una malattia contagiosa e Ludovico non voleva proprio beccarsela.Progressivamente si era allontanato da lui. All’inizio solo a scuola, nel tempo libero continuavano a frequentarsi, poi Ludovico era entrato in una squadra di calcio, aveva fatto nuove conoscenze e le sue visite erano diventate più sporadiche, fino a esaurirsi del tutto.Quella mattina, fuori da scuola, il suo “caro amico” era stato uno dei primi a fischiargli contro.Enrico richiuse la finestra. Non lo odiava, no. Dopo quello che gli aveva fatto Ludovico, dopo il suo voltafaccia, non riusciva comunque ad odiarlo.Si sedette davanti alla scrivania, prese un foglio con l’intento di scrivere e avere, in tal modo, un po’ di sollievo. Mettere sul foglio i suoi pensieri riusciva sempre a farlo sentire meno solo. Gli era sempre piaciuto farlo, fin da piccolo.C’era stato un tempo nel quale suo padre entrava nella sua stanza per dargli la buona notte e non per urlargli contro, come adesso, un tempo nel quale lui si sedeva accanto al letto e gli leggeva le favole di La Fontaine, un tempo nel quale la sua mano si avvicinava al suo volto per dargli una ruvida carezza, per augurargli buona notte. In quei momenti suo padre sembrava felice e anche lui lo era. Come sarebbe stato bello imparare a scrivere storie, parole magiche, una dietro l’altra che magari qualcuno avrebbe letto, rendendo felice un’altra persona, una persona degna d’amore.Così era nata la sua passione per la scrittura. Suo padre lo aveva ispirato.Ed anche adesso suo padre era la sua “musa”, solo che le parole erano rosse e crudeli.Stracciò il foglio sul quale aveva provato a scrivere un paio di righe e lo buttò nel cestino.A che serviva? A niente.Nessuno poteva ridargli l’amore di suo padre, perduto per sempre, finito nella sua eterea adolescenza in quel figlio così imperfetto e lontano da quello che avrebbe dovuto essere.Nessuno poteva salvarlo dallo scherno dei compagni, dalle angherie che ogni giorno doveva subire, da quello che lo aspettava l’indomani a scuola.Andò a letto, sentiva molto freddo ed era quasi giorno.L’indomani in classe avrebbe avuto l’aria più stralunata del solito, ma che importava.Gli venne in mente un film che avevano trasmesso a scuola, Elephant. Quel film lo aveva molto colpito.Forse, se avesse avuto un’arma, anche a lui sarebbe piaciuto far tacere per sempre quegli stronzi, vedere le loro facce sorprese fissare la canna di un fucile.Ma sapeva benissimo che non ne sarebbe stato capace, neppure se a casa avesse avuto un arsenale.Un trillo interruppe il corso dei suoi pensieri. Era la sveglia. Si girò a guardare l’ora: le sette.Tra poco sua madre avrebbe aperto la porta della sua stanza e lo avrebbe chiamato, con quella voce appena udibile. Lui si sarebbe alzato, avrebbe fatto la doccia e fatto colazione, sotto lo sguardo torvo del padre.Poi avrebbe preso il giubbotto e lo zaino, avrebbe salutato sua madre con un bacio e suo padre con un semplice ciao, al quale sarebbe seguito solo il silenzio. Avrebbe preso il bus che lo avrebbe portato a scuola e, non appena fosse sceso, si sarebbe ritrovato nel suo piccolo inferno quotidiano.

Un pensiero su “Un anteprima dell’opera “Seven Nights” – Laura Amore”

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