ANNA – Un racconto breve di Laura Amore

La finestra lunga e stretta faceva intravedere solo un lato del viale, illuminato da un lampione che spandeva una luce rossastra sull’acciottolato reso lucido dalla pioggia.

Anna se ne stava lì da una ventina di minuti, con una tazza di tisana diventata ormai fredda, stretta in un plaid  azzurro polvere.

Erano le dieci di sera. Non le andava di fare altro che starsene lì a fissare le gocce di pioggia che disegnavano strane figure si vetri della finestra.

I piatti della cena giacevano abbandonati nel lavello della cucina,  in attesa che lei si decidesse a lavarli.

Sapeva che le rimaneva solo una mezzora, non più.

Suo marito sarebbe rientrato da lì a poco da una riunione di lavoro o almeno diceva così e se entrando in cucina avesse visto ancora tutto in disordine l’avrebbe fissata con quello sguardo di disapprovazione che lei conosceva bene, senza dire una parola.

Si decise ad allontanarsi dalla finestra e si sedette su una sedia vicino al tavolo ancora ingombro dei resti della cena.

Poggiò la tazza sul tavolo e prese a giocherellare con delle briciole di pane che erano rimaste sulla tovaglia, anche quello era un gesto che dava molto fastidio a suo marito.

“Che  fai? La smetti o no…non sei mica una bambina. Piantala, mi dai su ai nervi!”

Anna pensava seriamente che c’erano ben poche che lei faceva e che non davano fastidio a suo marito.

Alzò lo sguardo verso i ripiani della cucina su cui se ne stavano riposte, in buon ordine, le tazze gialle e blu della colazione, i piatti a piccoli disegni provenzali.

Aveva scelto tutto lei, con pazienza e con cura, aveva buon gusto e quella era una delle poche cose che suo marito le riconosceva.

“ Del resto è il tuo mestiere o no?”

Accanto alle tazze una piccola mensola conteneva una serie di libri di cucina, ma a lei non era mai piaciuto cucinare.

“ Sei negata, lascia perdere. Cazzo,questa pasta è immangiabile!”

In questi casi, per niente rari, lui si alzava lanciando il tovagliolo sul tavolo e spingendo via il piatto con disgusto, annunciandole che avrebbe mangiato fuori, poi usciva sbattendo la porta.

“ Meglio un cazzo di panino che questo schifo.”

Lei non diceva niente, se ne stava lì a capo chino, come una bambina che avesse combinato un’altra marachella e subisse il giusto rimprovero paterno.

Lo sguardo rimaneva fisso su quei libri che tanto poco erano riusciti a insegnarle.

Un tempo la sua libreria era molto più nutrita. Libri di letteratura, romanzi dei quali conservava ancora qualche copia e libri di arredamento de design.

Tre anni persi. Per quello aveva studiato, fatto stage e poi, non sapeva nemmeno lei come, era finita lì in quella minuscola cucina, davanti a quella finestra stretta che dava su un cortile ad allungare il collo per vedere un pezzetto di strada, a inseguire una lama di luce su un viale deserto.

Guardò l’orologio  sulla parete della cucina. I minuti scorrevano in fretta e lei sapeva che avrebbe dovuto alzarsi e sparecchiare, lavare i piatti e andare a letto o mettersi seduta sul divano davanti alla Tv.

E se non l’avesse fatto? Se fosse rimasta seduta lì ad aspettare il “ritorno del guerriero”?

E se al suo ritorno anziché abbassare lo sguardo, con aria colpevole, lo avesse guardato dritto negli occhi e al suo muto rimprovero avesse risposto: “ Che cazzo hai da guardare? Puliscila da te la cucina, stronzo!”

Questo pensiero la eccitava. Sorrise impercettibilmente.

Il sorriso si spense quasi subito, sapeva bene che non ne sarebbe stata capace.

Quando era l’ultima volta che era stata felice, quando era stata l’ultima volta che la sua mente era stata attraversata da un sogno, da una speranza? Non lo ricordava più.

Quando aveva conosciuto suo marito, subito dopo l’università, le era sembrato tutto così bello, inaspettato.

Pensava certo di essere felice. Ma adesso capiva che non poteva esserci vera gioia nella menzogna.

Era stato lui a fingersi diverso da quello che realmente era o era stata lei così stupida a non vedere la realtà, a pensare che lui fosse davvero quella persona che si spacciava di essere.

Simpatico, dinamico e soprattutto innamorato. Un uomo gentile, che diceva di avere rispetto per le donne.

Già questo avrebbe dovuto metterla sull’avviso. Lo diceva troppo spesso: “ Io ho un grande rispetto per il sesso femminile”.  Calcava l’accento su quelle due parole ‘sesso femminile’.

Anche allora le dava un senso di fastidio, un campanello d’allarme suonava nella sua testa, tutte le volte che lui usava quelle espressioni,  ma in modo così flebile da essere appena percettibile e lei , naturalmente, lo aveva ignorato.

Si alzò dalla tavola e tornò a sbirciare la notte dalla finestra. Aveva smesso di piovere. Qualche macchina passava lanciando spruzzi d’acqua verso i marciapiedi deserti.

Si girò a contemplare il disordine della stanza e decise che era meglio mettersi all’opera. Ormai le restava poco tempo.

Mentre sparecchiava e lavava i piatti pensava a che scuse avrebbe potuto accampare se suo marito fosse rientrato in quel momento e l’avesse trovata ancora in cucina a rigovernare.

Potrei dire che ero stanca e che mi sono addormentata sul divano.

Ma sapeva già che non avrebbe funzionato.

In primo luogo perché i piatti si fanno prima di andare a sedersi sul divano. ‘Prima il dovere e poi il piacere’.

Suo marito aveva una serie infinita di questi pseudo proverbi da demente.

In secondo luogo le avrebbe chiesto perché mai era stanca. “ Te ne stai tranquilla a casa, ti alzi quando ti pare, fai i lavori quando ti pare. Lascia parlare me di stanchezza che mi rompo il culo tutto il giorno per mandare avanti sta baracca, per farti stare comoda comoda nel tuo guscio e non dire eresie!”

Il suo guscio. Quella era proprio la parola esatta. Un guscio stretto, soffocante.

All’inizio quella piccola casa al centro che avevano ristrutturato,  che lei aveva arredato con amore era il suo rifugio. Ma l’illusione era stata di breve durata.

Cos’era adesso? Una dura buccia di un frutto amaro del quale era costretta a nutrirsi, senza più forze per romperne la crosta e fuggire via.

Aveva appena finito di rigovernare che sentì la porta d’ingresso aprirsi e richiudersi con uno scatto secco che la fece sobbalzare.

La ventiquattrore fece il suo solito tonfo, lanciata a terra vicino all’ingresso, il tintinnio delle chiavi posate sul mobiletto dell’ingresso, i passi del marito.

Quella era una colonna sonora che lei conosceva bene.  

“Anna…Anna.”

Il suo nome echeggiò per l’appartamento con un suono strano, come se  la casa fosse vuota e tutti i mobili fossero stati portati via.

Lei se ne stava immobile, con lo straccio per asciugare i piatti ancora tra le mani.

Suo marito si affacciò alla porta della cucina con aria interrogativa.

“ Allora, perché non rispondi? Sei diventata sorda?”

Magari fosse stata sorda e cieca, muta lo era già.

“ Stai ancora qui in cucina?”

Anna continuava nella sua immobilità, senza rispondere nulla.

Lui scosse il capo, esasperato e cominciò a slacciarsi la cravatta.

“Io me ne vado a letto, sono stanco, tu fai come ti pare.”

Anna ripose lo straccio nell’appendino e si tolse il grembiule.

I suoi pensieri continuavano a vagare nel mare delle possibilità che ormai le sembravano impossibili da raggiungere.

Andavano a quel lavoro appena iniziato e lasciato a metà perché lui voleva dei figli e quando dopo vari tentativi non erano arrivati, lui le aveva gentilmente proposto di restare a casa per qualche tempo.

“ Ti stanchi troppo, stai fuori quasi tutto il giorno, non capisci che hai bisogno di assoluto riposo?”

Lui avrebbe pensato a tutto, guadagnava bene o quanto meno in modo sufficiente a provvedere alle loro necessità.

Il primo aborto, il secondo e lo sguardo di lui che ogni volta le faceva sentire tutto il peso della sconfitta.

Era tutta colpa sua, ne era sicura.

Si erano ormai rassegnati al fatto che non avrebbero mai avuto un figlio, ma sentiva che lui covava nei suoi confronti un rancore sordo.

Non avrebbe mai contemplato l’ipotesi di una adozione. Voleva un figlio tutto suo o niente.

Anna si diresse verso il bagno.

Suo marito era già andato a letto e aveva acceso la Tv . Le arrivava l’eco di un programma sportivo.

Fece scorrere l’acqua nel lavandino e si sciacquò più volte il viso.

Lo specchio le rimandava l’immagine di una donna ormai sfiorita, un volto segnato che dimostrava più dell’età che effettivamente aveva.

Si era chiesta spesso perché lui non la lasciasse, ma  non aveva trovato alcuna risposta.

Tornò a fissare il suo volto nello specchio. Quella faccia la fissava con negli occhi un muto rimprovero: “ e tu, tu perché non lo pianti, perché continui a farti umiliare ad appassire in questa casa dove non c’ è più aria.”

Una volta, mentre suo marito era al lavoro, aveva persino preparato la valigia e l’aveva nascosta nello stanzino, messa al suo posto, come se fosse vuota.

Forse era ancora lì. Non l’ aveva mai svuotata. Le dava un senso di conforto, di possibilità.

Ma dove mai poteva andare? A quarantacinque anni, senza un lavoro, senza nessuno disposto ad aiutarla.

   I genitori erano morti da un pezzo, non aveva fratelli né sorelle.

Gli amici, i pochi che aveva avuto, erano tutti spariti all’orizzonte, infastiditi dal modo di fare di suo marito e dalla sua aria perennemente depressa.

Suo marito aveva sempre disprezzato le sue amiche: quella era isterica, quell’altra una poco di buono. Solo i suoi amici erano gente a posto, persone che valeva la pena frequentare.

Peccato che fossero quasi tutti maschi e senza famiglia al seguito e che lui uscisse con loro per conto suo.

Del resto una donna sola che diavolo aveva da condividere in una riunione tra uomini.

Anna cominciò a spalmare lentamente la crema idratante sul viso con gesti circolari.

Era solo un’abitudine come un’altra. Del suo aspetto non le importava più da tanto tempo.

Aveva persino pensato di rivolgersi a qualche centro di aiuto per le donne in difficoltà.

Ma cosa avrebbe potuto dire? Lui non le aveva mai torto un capello, le aveva solo rubato la vita e lei lo aveva lasciato fare.

“ Anna, Anna, ma che cavolo fai?”

La voce di suo marito la fece sobbalzare.

“ Un attimo, arrivo.” Disse con un soffio di voce.

Sentiva che lui borbottava e imprecava.

Pensò con orrore che adesso avrebbe potuto chiederle di fare l’amore, ma ‘fare l’amore’ non era la parola giusta.

Ogni volta che stavano insieme lei si sentiva sporca, come se si fosse prostituita e non era questo in fondo che faceva?  Aveva bisogno di mangiare, di un tetto sulla testa perché non era in grado di procurasi da vivere da sola.

Si avviò verso la camera da letto. Un sospiro di sollievo. Lui aveva già spento la TV , forse dormiva.

Lasciò accesa la luce del corridoio per avere un po’ di luce a cominciò a spogliasi.

La camicia da notte bianca era fredda, le sembrò di indossare un sudario.

Si infilò piano sotto le coperte, restando ad un angolo del letto, nel timore di toccarlo involontariamente con il corpo e farlo svegliare.

Con gli occhi fissi sul soffitto rimase immobile, così immobile da sembrare morta.

Anche questa ipotesi le era più volte balenata nel cervello, ma sapeva già che non ne avrebbe avuto il coraggio.

‘ Il coraggio’…che bellissima parola, un concetto che per lei rimaneva vago e astratto, impossibile da raggiungere.

Forse domani ce la farò, aspetterò che lui vada al lavoro, prenderò la valigia e andrò via.

Si girò piano, dando le spalle al marito, con il viso rivolto verso lo spiraglio di luce che giungeva dalle persiane socchiuse.

Era una luce lunare bianca, evanescente.

Chiuse gli occhi, immaginando di cavalcare quel raggio di luce, così puro e fuggire via lontano in un’altra dimensione.

Poi la sua voce…” Dormi?”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *