Una vecchia discussione sulla Sicilia, nella sua percezione esterna e interna, spesso viene àncorata alla nomea storica positiva e negativa, meravigliosa e criminale. Dalle stragi di Falcone e Borsellino però molti intellettuali e personaggi locali hanno chiesto una rilettura – o un ulteriore sviluppo – del topos siciliano ammettendo intrinsicamente che lo sviluppo dell’isola è legato alla necessità di voltare pagina, di “cambiare registro” sociale e culturale. Non sono poche le voci in merito e Gaetano Savattieri è uno di questi. Nel suo libro «Non c’è più la Sicilia di una volta» (ed. Laterza, pp. 262, 16,00 euro) l’autore scrive di non poterne più “di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa…. dei vinti, di uno, nessuno e centomila, di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata». È innegabile che le carenze strutturali, il miraggio della migrazione altrove, la gattopardiana assenza di iniziativa è anche riferita a una sorta di preservazione viziosa di una identità che và, in un qual modo, rivista. Consapevoli sono anche i due cominci più rappresentativi, Ficarra e Picone, che ammettono che i fatti di Mafia, la corruzione, hanno “ucciso la risata” anche come elemento metaforico della modernità e dello sviluppo. “La Sicilia non esiste” citando le ultime parole alla chiusura del convegno si intuisce la necessità di dire apertamente al popolo siciliano che quanto fina ad oggi a percepito come propria identità deve essere setacciato, modificato e per alcuni versi messo da parte. Al mattino, il rettore Fabrizio Micari, dopo i saluti preliminari, ha espresso l’auspicio che Palermo diventi sempre più città europea per qualità di servizi attraverso l’efficace azione della pubblica amministrazione al di fuori di logiche clientelari e di appartenenza «e dove l’Università esalti il proprio ruolo a servizio del territorio». Proprio una nuova cultura nasce, secondo il mio modesto parere, attraverso uno sviluppo primo dell’educazione civica e culturale. Ormai il mondo globalizzato non ci chiede solo di sapere di Pirandello e Verga, Antonello da Messina o Serpotta: il mondo ci chiede di ampliare gli orizzonti nella vasta gamma dello sviluppo individuale e specialistico-economico. Un azienda agraria non deve più essere quella del “Mastro Don Gesualdo” come un cittadino deve sapere di Hugo, Satre, Michelangelo o i fratelli Pisano. La Sicilia dovrebbe limitare quel strabordante campanilismo che la tiene legata e quasi fossilizzata al suo mondo, ai suoi usi, ai suoi costumi. “Aprirsi al mondo”: questo ci chiede la contemporaneità, lo sviluppo, il senso stesso della nostra identità di cittadini italiani ed europei. Ma è altrettanto innegabile che il torpore di menti e cuori ha avuto un breve quanto lieve sussulto dopo le stragi: un moto spontaneo ha contribuito a una coscienza comune del male delle entità mafiose. Davanti all’Italia intera la Sicilia si poneva come paese quasi da Far West, senza regole ne civiltà, molti siciliani spontaneamente diedero sfoggio invece di una lucida quanto infaticabile azione anti-mafia. Ma niente, o poco, si riuscì a fare in altri ambiti come la cultura e l’economia. In un contesto statico come questo, alcune personalità, come il magistrato Francesco Del Bene, il magistrato Di Matteo o piuttosto che Arianna Occhipinti, Florinda Saieva o il presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci – che è fortunosamente scampato ad un agguato e al quale vanno i miei auguri -, hanno dimostrato grande coraggio e grande dedizione nell’ottica di un miglioramento. Ma non è abbastanza. È impossibile un reale sviluppo finché “l’eccezione non diventi regola”, finché non avvenga quel cambiamento, o più giustamente modifica, auspicato, tra gli altri, dal Savattieri. La presenza di svariati artisti ed intellettuali ( Lello Analfino, Giuseppina Torregrossa, Alessandro Bellavista etc. ) sono un indicatore un grande potenziale, in termini teorici, che la Sicilia, o più lautamente l’Italia, dovrebbe mettere in campo.

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