Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – Il cosiddetto concetto-forza

  1. L’archetipo del cosiddetto concetto-forza
    “L’angelo del Signore gli apparve
    in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto”
    Esodo 3:1-4:17
    Elementi primordiali emergono e vengono percepiti materialisticamente; tra i quali è bene enunciare quello
    che Carl Gustav Jung definisce il “concetto-forza”: un’energia innata che ha riscontri nei secoli.
    “l’idea dell’energia e della sua conservazione deve essere un’immagine originaria latente nell’inconscio” ed
    inoltre che “le religioni primitive nelle più diverse zone del mondo sono fondate su quest’immagine”
    Le trasfigurazione che si hanno nella storia di quest’energia sono molteplici e ciclicamente riscontrabili. Il
    “fuoco civilizzatore” rubato da Prometeo dal carro solare e consacrato da Pisistrato nel giardino
    dell’Accademia. Gli stessi Pritanei, spazi sacri dove risiedevano i custodi del sacro focolare. Il culto di Vesta
    associato anche architettonicamente alla regia. Nell’antico testamento
    “Il monte Sinai era tutto fumante, perchè su di esso era sceso il signore nel fuoco e nel suo fumo saliva come
    il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto”
    Nella Sura XLIV (Ad-Dukhân, Il Fumo) quel “fumante” assume valori apocalittici rimandando alla
    ristaurazione di un armonia originaria
    “8. Non c’è dio all’infuori di Lui, Colui Che dà la vita e dà la morte, il vostro Signore e il Signore dei vostri
    più lontani antenati.
  2. Ma quella gente invece dubita e scherza!
  3. Ebbene, aspetta il Giorno in cui il cielo recherà un fumo ben visibile”
    Nei testi coranici il fuoco passa dal suo valore positivo e inerente alla divinità ad un altro del tutto negativo.
    La stessa dualità, la stessa sinapsi simbolica prospettata per l’archetipo della madre è prorogabile per
    l’engramma del concetto-forza. Le funzioni che assorbe sono alquanto indifferenziate, vaghe e molteplici
    proprio nel solco di una sacralità indistinta.
    “191. che in piedi, seduti o coricati su un fianco ricordano Allah e meditano sulla creazione dei cieli e della
    terra, [dicendo]: “Signore, non hai creato tutto questo invano. Gloria a Te! Preservaci dal castigo del Fuoco.
  4. O Signore, colui che fai entrare nel Fuoco lo copri di ignominia e gli empi non avranno chi li soccorra.
    Anche nei testi indiani il fuoco persiste ad essere connotato con valenze negative anche se solo parzialmente.
    La distruzione che produce indìce anche la rigenerazione degli elementi prospettandosi nel suo valore di
    genesi e di conclusione.
    “Alla fine di ogni periodo cosmico il serpente vomita il fuoco ardente della distruzione che divora tutta la
    creazione”
    ( Vishnu Purana II, 5, 23 )
    Nel testo neo testamentario in atti 2,16 3-4 si legge in riferimento alla discesa dello spirito ( Pentecoste ):
    “…Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono
    tutti pieni di Spirito Santo..”
    ed, ancora, in rimando al testo vetero testamentario in Gi 3,1-5 il profeta Gioèle annuncia:
    ” Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona
    i vostri figli e le vostre figlie profeteranno
    i vostri giovani avranno visioni
    e i vostri anziani faranno dei sogni.
    E anche su i miei servi e le mie serve
    in quei giorni effonderò il mio Spirito
    ed essi profeteranno.
    Farò prodigi in alto nel cielo
    e segni in basso sulla terra
    sangue, fuoco e nuvole di fumo.
    Il sole si muterà in tenebre
    e la luna in sangue..”
    La stessa professione di fede trinitaria dell’associazione del Padre al Figlio e allo Spirito costituisce
    l’attestazione dell’associazione alla divinità del concetto-forza suddetto ponendolo quindi come base
    religiosa. Anche l’estasi dei santi – in una iniziazzione analoga a quella sciamanica – medievale ci riconduce a
    questo spirito come è evidente da varie pitture e sculture dell’estasi di San Francesco o in quella di Santa
    Teresa. Il concetto-forza, infatti, è espressione
    ” di Dio, salute, forza fisica, fertilità, potere magico, influsso, potenza, prestigio, rimedio medicinale, come
    pure per certi aspetti dell’animo dove si serba lo scatenamento degli affetti”.
    Inoltre, nel considerare lo studio dello sciamanismo e degli sciamani indonesiani si rileva la loro
    caratteristica di “dominatori del fuoco” – dominatori di fatto di questa energia primordiale. Uno sciamano
    yauta afferma che il neofita muoia ritualmente per tre giorni e che poi risorga nella pienezza mistica. Inoltre,
    nel rituale di reclutamento presso i samoiedi yurak di Lehtisalo l’aspirante sciamano entra in connessione
    prima con varie divinità ( divinità silvo- pastorali e degl’Inferi ) ascendendo al Cielo o negl’Inferi. Dappoi,
    gli animali guida lo conducono al Centro del Mondo , sulla vetta della Montagna Cosmica dove troverà
    l’albero del mondo e il Signore Universale; oltre a ciò questi viene simbolicamente smembrato dalle interiora
    e dalle viscere da parte dei “demoni” – spiriti degli antenati – nel periodo dell’estasi iniziatica. La morte
    rituale e la risurrezione sono argomento anche del paragrafo precedente ma qui voglio indicare la pregnante
    presenza ancestrale nella formazione iniziatica del futuro sciamano in assimilazione a quella di un re, eroe o
    profeta. Proprio in questo senso gli studi antropologici che scaturiscono ne “il ramo d’oro” giustificano la
    genesi dei sacrifici rituali nel modo seguente:
    intendono “perpetuare l’energia divina nella pienezza del vigore giovanile, far rivivere gli dei o quantomeno
    cogliere un collegamento intermediario per rapportarsi con loro intentendo con questo preservare i costrutti
    eziologici che permettono la vita”
    Molto di vero esiste in questa interpretazione anche se ci concediamo lincenza di articolare in modo
    segmentario le argomentazioni proproste da Frazer. Rifiutiamo, innanzitutto, la tesi addotta da Manuel
    Orozco y Berra per la situazione azteca, e avvalorata da Laurette Séjourné, su una fondamentale
    rappresentazione dell’anima dell’uomo primitivo. La speculazione metafisica sull’anima ha genesi
    relativamente recente e, d’altronde, si è visto come ancora in Platone e Socrate sia rappresentata da qualifiche
    materiali ( conoscenza, olfatto, tatto, etc etc. ). Interessante è invece discorrere su quella “energia divina nella
    pienezza del vigore giovanile” (as a means of perpetuating the divine energie in the fulness of youthful
    vigour) di sapore frezeriano. In se racchiude molteplici sfaccettature genetiche che colgono perfettamente le
    realtà ultime insite in varie raffiguarazioni icografiche e simboliche. Come in un gioco di mille specchi tutte
    le civiltà che si sono succedute nell’era storica hanno prodotto piattaforme filosofico-teologiche che
    prevedevano la presenza di “facoltà o particelle divine” ( il logos greco, l’anima induista o la Sapienza nella
    cultura orientale ) nell’uomo. Nel caso specifico questa frase dell’antropologo scozzese interseca in modo
    evidente due verità diverse ma essenzialmente concilianti. L’uno è questo engramma psichico latente
    nell’inconscio che si qualifica come concetto-forza. L’altro è una facoltà che sembra molto semplice, banale
    addirittura, che nasce da esigenze reali dell’uomo: quella di poter sostentare sé e i propri cari. Anche
    attualmente il maggior attivismo sociologico si incardina su un arco cronologico a cavallo tra l’età
    adolenscenziale e la tarda età adulta. In un contesto in cui la vita dell’uomo nasce e muore con il suo ruolo
    sociale è evidente che quello che era maggiormente auspicabile era la capacità fisica di essere “valore
    produttivo e funzionale” nell’ambito del proprio clan. In un certo senso gli attributi junghiani nella
    epistemologia di questo engramma trovano senso pratico e radice comune. Mi sembra sia inutile discernere
    sul “far rivivere gli dei” (to revivify the gods ) e sul “collegamento intermediario per rapportarsi con loro” (
    establishing a link with a deities called ) di cui abbiamo già parlato abbastanza. Allora procediamo. Per lo
    studio della società romano arcaica diviene a questo punto importante costatare le stratigrafie archeologiche
    cercando di interpretarne i possibili scenari sociali. In pieno arcaismo si edifica nel foro romano una domus
    publica che, molto probabilmente, doveva essere il fulcro del sistema monarchico delle origini ( sede del “rex
    sacrorum”). Con il disfacimento di questa strutturazione sociale e il volgersi verso una nuova organizzazione
    repubblicana la vita archeologica dell’edificio non viene recisa. Le ispezioni delle pendici settentrionali del
    Palatino hanno scoperto un ristrutturazione areale apparentemente differente. L’ambiente interno viene
    separato in due tronconi che ospiteranno rispettivamente: l’atrium Vestae, che si avvia a diventare la sede
    delle vestali, e la sede del Pontefice Massimo. In realtà sono convinto che queste modifiche siano solo
    segmentazioni formali di una piattaforma cultuale arcaica. Dagli studi che abbiamo condotto è più che lecito
    ipotizzare inizialmente il connubio tra potere sacrale e politico. Entrambi coesistono nella figura del rex che
    quindi assorbe le funzioni magico religiose del futuro Pontefice Massimo. Le sepolture in situ, scoperte
    durante le ispezioni archeologiche, potrebbero essere un ulteriore dimostrazione di analogie tipologiche con
    il caso di Lefkandi/Xeropolis. Inoltre, a livello mitologico, questa regia permarrà per lungo tempo sotto il
    culto di Marte e Ops Corsiva. Ops è una divinità silvo-pastorale, agreste, della fecondità mentre per Marte
    non è da escludere che alle caratteristiche belliche siano associate funzioni agricole, simbolo della fertilità
    primaverile. Ritornano i due piani di discussione su cui si è basata in gran parte della nostra disanima: la
    proiezione teogonica si dirige in due direzioni, in qualche modo strettamente collegate, quella agreste da un
    lato e quella ancestrale. Per di più ora sappiamo propriamente che la costatazione di un culto agreste
    riconduce inevitabilmente ad una forma divina originaria onnicomprensiva che racchiude in sè sia il concetto
    di esistenza che quello di non esistenza. Ma esiste un terzo elemento che si associa ai due su esposti che
    chiude la nostra esposizione come situazione tipica della religiosità arcaica. Le vestali erano, infatti, in
    primis le “custodi del sacro focolare”. Possiamo allora dedurre che non vi nessura cesura, almeno a livello
    simbolico, dell’ uso areale dell’edificio che mantiene analogo valore speculativo anche se ormai reso
    frammentario e inorganico. Ma se non vi è mutamento interpretativo non vuol dire che non vi sia un
    cambiamento nella cognizione religiosa insita, a sua volta, ad una più generalizzata trasformazione sociopolitica
    ed economica. Già lo studio della giurisprudenza romana ci permette di costatare una progressiva
    separazione del potere civile da quello religioso. Ma questa spiegazione di per se ci risulta personalmente
    carente. è nostra opinione, infatti, che il decadimento dell’arcaismo spirituale – prole diretta dell’impulso
    psichico – e socio-politico abbia condotto in poco tempo ad una religiosità standardizzata e immateriale dove
    permanevano segmentazioni stratigrafiche mitologiche primitive. Con la cementazione delle strutture
    gerarchiche e, a maggior ragione, con l’istaurarsi dell’oligarchia repubblicana, gli attributi magico- religiosi e
    la conseguente apoteosi ancestrale sia rimasta latente ma abbia perso gran parte del suo valore originario.
    Proprio in quest’ottica non vi è nulla di straordinario nella costruzione augustea sulla domus regis sacrorum
    del tempio del Divo Iulio. Con tale atto si perpetrava essenzialmente qualcosa che era di per sé insito nella
    mores degli antichi romani. Augusto non è un innovatore anzi tutt’altro: la sua politica si basa su un
    tradizionalismo assoluto e radicale in una realtà ormai religiosamente estremamente diversa. Innegabili sono,
    dunque, gli scopi politici, più che cultuali, di tale propaganda che comunque rientrava perfettamente
    nell’ordine di idee della civitas romanorum. L’unica cosa che doveva apparire suggestiva agli antichi è il
    luogo dove viene costruito il tempio cesariano che lo pone in collegamento diretto con il sistema monarchico
    originario, sopratutto con l’eroe ecistico Romolo. Ma, probabilmente, proprio questo collegamento è lo
    scopo, la base e il costrutto di tutto il programma politico-cultuale augusteo. Una mitizzazione, questa volta
    profondamente cambiata e formale, torna a far capolino nella storia dell’uomo dimostrando ancora una volta
    la sua perpetua longevità. Scrive Frezer:
    “Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d’Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti
    fuochi di gioia, in certi giorni dell’anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra. Vi sono testimonianze storiche del
    Medioevo sull’esistenza di questi usi e forti prove intrinseche dimostrano che la loro origine si deve cercare
    in un periodo molto anteriore alla diffusione del cristianesimo. Anzi le prime tracce o prove della loro
    esistenza nell’Europa settentrionale ci vengono date dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di
    abolirli in quanto riti pagani. Non è raro che in questi fuochi si ardano dei fantocci o che si finga di ardervi
    una persona viva; e c’è ragione di credere che anticamente vi fossero davvero bruciati degli esseri umani. “
    La prima domenica di quaresima Grand- Halleux nelle Ardenne belghe si approntano sette falò su tutte le
    alture e viene bruciata una pertica che viene chiamata makral ( la strega ). Nella zona confinante con
    Morlanwelz acceso il rogo si brucia con esso un uomo di paglia. Giovani e bambini danzano e cantano
    intorno a questo e, appena spento, calpestano le ceneri per assicurare buoni raccolti. Nell’Alvenia, durante la
    sera della domenica quaresimale, si accendono sia in luoghi pubblici che nelle case private dei roghi. Il
    popolo vi salta e balla intorno per poi ingegnarsi nella ceremonia che prende il nome di Gramnas-mias. Per
    tale atto liturgico viene usato proprio questo Gramno-mio che è una torcia legata da una fune in cima ad una
    pertica. Appena accese tali fiaccole la popolazione corre per i campi, i giardini e i frutteti cantando: “
    Gramno mio amico, Gramno mio padre, Gramno mia madre”. Giunti per le coltivazioni il motivo assume
    forma di auspicio rituale. Ripetono infatti: ” Ardi tizzone! Ogni ramo un cesto pieno!” e passando dai campi
    spargono per terra le ceneri della torcia. In conclusione della cerimonia si installa in ogni casa un banchetto a
    base di frittelle e focacce. Manifestazioni analoghe ci sono in Piccardia, nel Berry e in Germania, Austria e
    Svizzera. In particolare vanno ricordate quelle delle montagne Eifel della Prussia renana e in Svevia dove la
    prima domenica di quaresima si fa, con dei vestiti in disuso, una figura che si attacca ad una pertica detta “la
    strega”, “la vecchia sposa” o la “nonna dell’inverno”. Particolari cerimonie, inoltre, prevedevano che si
    bruciasse una capanna con un fantoccio di paglia all’interno: dal fumo che ne scaturiva si deduceva se il
    raccolto sarebbe stato abbondante. Molti altri rituali legati al concetto-forza si celebravano in Europa in vari
    periodi dell’anno. In tutta la Germania si accendevano fuochi il giorno di Pasqua e in altri svariati periodi
    dell’anno come quello di San Giovanni. Proprio in questo periodo dell’anno nella Piccola Russia si realizza
    un rituale del tutto analogo a quelli realizzati nell’apotesi post mortem ancestrale. In realtà a dover perdere la
    vita e risorgere questa volta è una divinità indigena, Kupalo. Il fuoco rappresenta ovviamente l’elemento
    cardine di tutta il processo religioso. Innanzitutto veniva fatta un’effige della divinità vestita in abiti
    femminili. Dopodiché abbattuto un albero lo si pone in un posto determinato detto Marena (Inverno) vicino
    al quale si mette l’effige e si appronta un banchetto. Acceso allora un rogo le fanciulle e i ragazzi vi giravano
    intorno cantando e danzando e, tenendo l’effige, saltavano dentro le braci morenti. Il giorno seguente, dopo
    aver disadornato sia l’albero che la figura di Kupalo, solennemente li gettavano nel fiume. Alcuni esempi
    sono stati riscontrati a Oldenburgo, nell’Harz, nella Vestfalia, a Konz bassa, a Wurzburg e nel Baden. Anche
    in Danimarca, in Norvegia e nei paesi balcanici è testimoniata questa pratica che assume valore eziologico
    importante in Inghilterra, Scozia e in Galles. Qui il Frezer ci riporta la descrizione di un rituale particolare
    che si celebrava negli Highlands centrali scozzesi. Vale la pena, al fine dei nostri argomenti, riproporre
    fedelmente tale racconto fatto a suo tempo da John Ramsay:
    La più notevole delle feste druidiche è quella di Beltane o del 1 maggio celebrata poco fa in alcune parti
    degli Highlands (…) Come altre funzioni religiose dei Druidi, pare che la festa di Beltane si celebrasse su
    colline o alture. (…) Quivi si raccoglievano sul mattino e tagliavano una trincea, in cima alla quale facevano
    un sedile di zolle erbose per la compagnia. Ponevano in mezzo una catasta di legna e altro combustibile che
    anticamente accendevano con il tein- eigin ossia fuoco forzato, fuoco della miseria ( need-fire). Benché da
    molti anni si siano contentati di fuoco comune, descriveremo il processo, perchè si vedrà poi che in casi
    straordinari ricorrono ancora al tein-eigin. La notte precedente si spegnevano con cura tutti i fuochi della
    contrada e al mattino si preparava il materiale per produrre questo fuoco sacro. Pare fosse nelle isole di
    Skye, Mull e Tiree che si usassero i metodi più primitivi. Si procurava una tavola di quercia, ben stagionata,
    vi si trivellava un buco nel mezzo. Poi vi si applicava un trapano anche di quercia, cosicché il capo si
    adattasse al buco. In certi luogi ci volevano tre volte tre persone, in altri tre volte nove per far girare a turno
    l’assale. (…) Appena il violento attrito produceva qualche scintilla, vi si applicava una specie di agarico che
    cresce sulle vecchie betulle, e che è molto infiammabile. (…) Dopo aver acceso il fuoco con il tein-eigin la
    compagnia preparava il pranzo; dopo si divertivano qualche tempo a cantare e a ballare intorno al fuoco.
    Verso la fine della festa la persona che officiava da maestro di cerimonie portava una grande torta di uova,
    centinata ai margini e chiamata am bonnach beal-tine, cioè la torta di Beltane. (…) Una fetta speciale della
    torta procurava a colui cui fosse capitata in sorte il nome di caileach beal-tine, cioè il carline di Beltane,
    titolo di grande spregio. Quando il malcapitato veniva conosciuto, parte della compagnia gli metteva le
    mani addosso fingendo di gettarlo nel rogo: e veniva salvato per interposizione degli altri. In alcuni luoghi
    lo gettavano in terra facendo le viste di squartarlo. Poi gli si gettavano addosso dei gusci di uova e gli
    restava per tutto l’anno l’odioso nome: anzi finché la festa era fresca nella memorie della gente ostentava di
    parlare del cailleach beal-tine come morto.”
    Questa tipologia teogonica doveva rappresenta una fase in molte civiltà per così dire “transitoria” e per lo più
    in seguito sostituita dall’utilizzo generalizzato di bestiame sacrificale. A questa prassi evoluzionistica in
    realtà si devono obiettare mille eccezioni: sacrifici umani sono testimoniati nella cultura ellenistica, in quella
    romana e per certi versi tale significato può essere attribuito ai pogrom che seguirono la peste dell’europa
    medievale. Mettendo un’attimo da parte tale parentesi continuamo il nostro discorso. Il mutamento socioculturale
    che predispone questo scenario di sacrificio umano è l’elevarsi del re-sacerdote a figura ormai
    preminente e ritualmente inviolabile. Da ciò scaturisce la necessità di trovare altre vittime da immolare per
    preservare l’esistenza della specie. Se guerre sacre rimpinguavano gli altari di prigionieri e schiavi, vi è
    inoltre da supporre che anche persone interne alla tribù potevano subire il “martirio sacro” in casi di
    eccezionale calamità o per semplice necessità liturgica. Il sincretismo tra un individualismo nascente e un
    collettivismo pienamente diffuso pone qualsiasi individuo, che non sia il re-sacerdone o un’officiante
    religioso, potenzialmente e teoricamente sacrificabile. Fanciulle e fanciulli in età puberale erano i pretendenti
    privilegiati ad incorrere in questa sorte giacché socialmente inefficaci ed essenzialmente privi di qualsiasi
    impurità rituale ( ciclo mestruale, parto etc etc) che potevano inquinare la cerimonia. Fin qui abbiamo
    tralasciato di occuparci in modo articolato della saga prometelica seppur questo mito riservi agli anacronismi
    spazio esiguo e ci mostri fedelmente l’intrecciarsi di engrammi inconsci ben definiti. Innanzitutto
    premettiamo il fatto che già l’atto di rubare agli dei il fuoco significa essenzialmente che questi è avulso dalla
    natura umana ed è, di per sé, connotabile come attributo della divinità. Qualcosa a cui l’uomo ha accesso o
    che rimane alla sua portata non necessita ovviamente che sia sottratto ad alcuno: basterebbe solo sporgere un
    braccio ed appropiarsene. In questo caso, invece, il fuoco rappresenta qualcosa che “caratterizza gli dei” sul
    quale l’uomo non ha apparentemente capacità di dominio. Solo con l’intervento di uno di loro tale elemento
    può essere affidato nelle mani umane.
    Come si assise ( Zeus ) al trono di suo padre
    divise i privilegi tra gli dei,
    a ognuno i suoi, distribuì i poteri:
    e non contò i mortali, gl’infelici,
    ma voleva annientare il loro seme
    e seminare un’altra stirpe umana.
    Nessuno gli si oppose, tranne me.
    Io l’osai. E liberai i mortali
    dell’essere dispersi nella morte.
    Mi piegano per questo tali pene
    dolenti a me, pietose a chi mi vede.
    Inoltre, è indicativo come questo sia uno stralcio della conversazione che Prometeo sostiene con Corifea, una
    delle figlie della divinità acquatica Tety. Paradossalmente l’intrusione mitologicamente anacronistica che
    caratterizza il “Prometeo incatenato” di Eschilo è la presenza di Efesto, il dio-fabbro. Questi non ha alcun
    valore a livello psichico, nel senso sacrale propriamente detto, ma ne possiede nell’ambito socio-economico.
    Solo con l’evolversi di un commercio e di un nucleo finanziario basato sulla manifattura artigianale è
    comprensibile la sua attestazione seppur non la sua preminenza nel racconto. Dovendo rappresentare
    cognitivamente il concetto-forza l’autore crea quel sincretismo tra engrammi inconsci e relazioni sottoposte
    alla coscienza, per lo più di carattere materiale e sociologiche. Nel territorio africano del Sanga,
    precisamente nell’Ogol Basso, esiste una prassi mitica e cerimoniosa dove si attesta la presenza di “ladri
    rituali”. Qui esiste l’abitudine rituale di piantare fra i campi dei promontori dei bastoni bruciacchiati
    rozzamente scolpiti con forme di animali dalle fauci spalancate. Queste oggetti liturgici sono espressione di
    un mito complicato ed interessante del tutto simile a quello prometelico. Innanzitutto questi bastoncini
    scolpiti avevano fatto la loro comparsa durante il furto di un frammento di sole commesso dal fabbro.
    Secondo la tradizione: ” Durante la discesa dal Granaio Celeste i Nommo del cielo hanno scagliato due
    fulmini, la femmina prima e il maschio dopo. è questo che ha affrettato la corsa, ed è per questo che vi è stato
    un urto all’arrivo e le braccia e le gambe del fabbro si sono spezzate.” I fulmini, intanto, infrangendosi con il
    mantice che conteneva il frammento solare si incendiarono ed il fabbro, spento l’incendio, scoprì due legni
    carbonizzati, scolpiti in forma di fauce spalancata. Il maschio prese il nome di Anahyè e la femmina quello
    di Badu. Esiste, inoltre, un’interpretazione largamente collegata a questo mitologema secondo la quale le
    folgori erano state lanciate anche per un’altro motivo. Essendo sia il furto che la discesa stati prodotti
    attraverso la volontà dei Nommo-antenati, i due Nommo-figli di Dio volevano essere presenti nei culti che
    sarebbero stati istituiti in seguito a tale evento. Per tale motivo la bocca di Badu ricorda quella del bastone
    con il quale il ladro aveva preso possesso del frammento di sole. Ricordano gli indigeni che: “nella bocca di
    questo bastone il fuoco è cominciato ed è questo bastone che il fabbro ha donato al mondo”. A Sanga, ogni
    patriarca possedeva un bastone da furto e doveva partecipare attivamente, anche tramite deleghe, alle “razzie
    rituali”. Questa liturgia veniva fatta da una sorta di collegio e solo in merito alla morte di un proprio
    membro. La cerimonia era istituita in tali termini:
    “Dopo la razzie e il bachetto in comune la schiera dei supplenti si recava nei villaggi. Catturata una capra
    la si portava nella casa del defunto, sgozzandola nella terrazza sovrastante la camera mortuaria. In
    quest’atto badavano bene che uno stelo di miglio guidasse il sangue della vittima lungo un foro di
    collegamento fin sul petto del cadavere. In tale modo loro dicono che la forza vitale si conservava nel
    bastone del ladro dello scomparso.”
    Dettò ciò, può sembrare ripetitivo apprestarci ad un’interpretazione dettagliata per questo mi limiterò a
    sottolineare i fattori consueti che si associano alla nascita del fuoco: il culto ancestrale, una divinità
    polivalente (Badu) che si connettono entrambi con rituali funebri ben definiti. Particolare che ancora lo
    connette alla figura di Prometeo è il rigenerarsi dell’energia vitale. un simbolico richiamo all’immortalità.
    Nella cultura dei Veda quello che è parzialmente intuibile dai testi fin qui descritti assume caratterestiche
    totalizzanti del tutto omogenee alla fondamentale natura disordinata della psiche. Il fuoco, come gli altri
    engrammi inconsci, procede in maniera universale definendo sensazioni intime di uno stridente contrasto
    emotivo. Rientra nel concetto inconscio di sacro e proprio per tale appartenenza è espressione di stimoli
    irrazionali. Per i Veda “la comprensione della natura del fuoco equivale alla comprensione della natura
    dell’universo”. La trasfigura di questo elemento nell’india vendica è attribuita alla figura preminente di Agni
    cioè Colui che penetra ogni cosa ( Vaishvanara ). Le formazioni mitologiche che raccontano le cronache di
    questa divinità (Agni Purana) rappresentano un fulcro fondamentale per il tradizionalismo indigeno. Svarieta
    interpretazioni sono state costruite intorno a questa figura in parte custidita dal Vishnu Purana. Prenderle in
    esame dettagliatamente costituisce per noi un esercizio utile per coglierne la stratigrafia composita.
    Innanzitutto viene rappresentano come figlio dell’Essere immenso anche se il sistema con cui viene costituito
    il mitologema possiede più di una “inconcruenza”. Seppur la persona cosmica (Virat-purusha) è il
    fondamento dell’equilibrio universale ad Aqui viene attribuito il titolo di Creatore (Brahma – Agni ). Il suo
    ruolo di Demiurgo, come nel caso della teologia gnostica, è del tutto improbabile e assolutamente estraneo
    alla cultura vendica e induista in generale. Per questo si deve ipotizzare la sua organicità all’Essere
    primordiale più che la sua estraneità. Definire nuclei scissi di un conglomerato sacrale originariamente del
    tutto omogeneo ha creato incoerenze figurative del tutto coerenti con un’idea speculativa e astrattiva
    postuma. Non è il solo esempio e non è neanche l’ultimo. Poniamo ora in analisi la rappresentazione che di
    questa divinità si ha tra gli uomini:
    “Agni fu generato, sotto forma di fuoco rituale, dalla Figlia della luce ( Vasubharya ), sposa della legge
    della perfezione ( Dharma ). L’intelligenza (Medha ) è sua sorella. La sua sposa è la parola che accompagna
    l’offerta (Svaha ). Essa gli generò tre figli: Puro (Pavaka ), Purificatore (Pacamana) e Purezza (Shuci). “
    Nel conglomerato semantico si hanno svariate trasfigurazione che riproducono forme caratteristiche del
    sacro ed elementi della sua funzione sociale. Il tendere tra queste due realtà è un’elemento comune per il
    mitologema ma questo piccolo passo può essere considerato come una summa dell’eziologia mitica. L’ambito
    aprioristico è riservato al Vesubharya e ad Agni mentre le impersonificazioni successive riguardano la
    funzione svolta dal fuoco nel sacrificio rituale. Il Dharma, infatti, è la base tradizionalista che sorregge la
    struttura socio-culturale del clan mentre lo Svaha è il processo cerimoniale di immolazione della vittima. Il
    risultato che si intende ottenere con quest’interazione di fattori è inteso nella prole che ne scaturisce cioè
    essere mondati da qualsiasi tabù permettendo così la preservazione dell’ordine cosmico. Anche cercando di
    cogliere un significato negli svariati nomi con cui viene appallato il dio Agni si configura per noi questo
    stesso ordine mentale. Tra i nomi che lo caratteristizzano vi è paradossalmente il termine di puro (pavaka)
    ma sopratutto esistono due termini che intendono rendere la sua dimensione razionale e irrazionale. Il
    termine che lo indica come Mangiatore delle offere (Hutasha) è del tutto comparabile con un’altro che lo
    indentifica come reggente dello spazio (Harivamsha) mentre l’ appellativo di Vahni, erroneamente tradotto
    con il termine messaggero, ci conduce direttamente al dio principale dell’induismo Vishnu

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *