Squillò il telefono, il Signor Bozzoni si alzò e andò a rispondere, era il suo amico Luciano che gli domandava come era andata la giornata.
“Sai – gli disse il nostro professore ad un certo punto – vorrei fare un associazione”
“Un club di lettura?” domandò la voce al telefono
“Anche… ma pensavo ad una cosa più… come dire… più politica!”
Luciano rise a telefono.
“e perché?”
“Pensavo a una “Prato senza frontiere” o una “Prato Multiculturale e pacifista”… qualcosa insomma che parli di immigrazione e di guerre”
“E come mai questa decisione?”
“Niente, pensavo fosse una bella idea!”
“E lo è! Faccio un giro di chiamate e ne parliamo domani davanti un bel caffè, va bene?”
“Va bene Luciano, a domani”
Il Signor Bozzoni riattaccò la cornetta e si sistemò per continuare la lettura.
Siracusa era un cumulo di macerie e di corpi abbandonati qui e là per i vicoli e le piazze: erano uomini, donne, bambini crudelmente falciati come esempio dello strapotere saraceno.
Si sà, la guerra è guerra… e nel IX secolo ancora di più!
Giorgio de Conturno aspettava la sua sorte chiuso in un sotterraneo della fortezza Maniace, ogni tanto le guardie passavano senza darsi pena né di guardarlo né di controllarlo. L’unico motivo per il quale era ancora in vita era che nessuno si ricordava di lui. Questo comportava il fatto che nessuno gli dava da mangiare e da bere, detto ciò, se non l’avessero ucciso sarebbe morto comunque di stenti. I morsi della fame cominciarono a farsi sentire.
“Uccidetemi! Presto!” cominciò a gridare Giorgio ma nessuno sembrava ascoltarlo, esserci, provare pietà per lui. Solo un Imam si avvicinò, tale Al Eazimallah, e cominciò a parlagli.
“Sono morti abbastanza innocenti perché un colpevole voglia morire.”gli disse
“Che deliri vecchio pazzo!? – rispose Giorgio digrignando i denti – uccedetemi e finiamola qui!”
“E se io avessi compassione di te?.”
“Non la voglio la tua pietà, Saraceno!”
“Torno subito, cavaliere, ma non fare rumore, non gridare.”
Il vecchio andò in una stanza attigua, che doveva fungere da guardiola, prese un tozzo di pane e un calice di acqua e lo portò al prigioniero.
“Bevi e mangia, rimurginando sui tuoi peccati, cristiano”.
Giorgio divorò il pane e bevve voracemente. Il vecchio Imam tornava ogni giorno a portagli del cibo e delle bevande, o la notte quando le guardie erano lontane. Ma il tempo trascorse e la risoluzione sulla vita o la morte del prigioniero giunse, invitabilmente: forse per la noia di vederlo, forse per le sue miserande condizioni, non vi erano motivi “politici” quanto di necessità. La morte del prigioniero era qualcosa di scontato e molti si sorprendevano che vivesse ancora. Si cominciò a parlare della sua esecuzione sbrigativa tra le guardie, cosa che arrivò all’orecchio dell’Iman. La sera, approfittando che le guardie si erano allontanate, Al Eazimallah andò da Giorgio.
“Cristiano – lo apostrofò perentorio – voglio darti un’altra possibilità, qui dove sei sei morto. Vengono ad ucciderti! Allah, il quale servo, non vuole la tua vita, anche se rea di colpa contro il suo popolo,” e gettati degli indumenti nella cella “indossali – gli disse e vedendo che questo esitava continuò – sbrigrati, cristiano!”
Giorgio si vestì in fretta: era un caffetano e una mantellina bianca che doveva servire per coprire il capo del prigioniero rendendolo irriconoscibile alle guardie. Una volta pronto l’Imam aprì la cella che dava al vestibolo, una gioia folle e crudele divampò nell’animo di Giorgio. Uscì, era libero. Una brezza calda gli scivolò sul viso, sentiva le gambe scricchiolare ad ogni passo, tanto poco erano state usate in precedenza, respirò divorando l’aria con una sete inestinguibile di vita. Quando ebbe percoso tutta la fortezza e fu fuori, finalmente al sicuro, barcollò, stava quasi per svenire. Corse, Corse, Corse… fin quando le gambe lo sostennero.
Il Signor Bozzoni alzò gli occhi dal libro e fu incuorisito nell’immaginare la scena della fuga che doveva essere passata lungo vallati sterminate di orzo. Ed infatti la piana di Lentini dove, favoleggiando il Signor Bozzoni aveva fatto giungere tacitamente il protegonista del romanzo,era piena a quei tempi di grano selvatico.
Insomma, pensò il nostro professore come Diodoro Siculo, che il primato alla terra più fertile vada alla Sicilia e, conformemente a questo, una qualche dea che ha scoperto il grano doveva essere venerata tra i Sicelioti. In un attimo ricordò il ratto di Kore e la vicenda di Demetra che avvenne proprio in Sicilia, per la precisione nei prati vicino Enna. Il paesaggio, a quell’epoca, doveva apparire come per decenni era stato: con grano, orzo, viti e zone boschive e paludose. Ricordò l’immane e eterno poeta:
“Oggi infine possiamo dire che abbiamo visto, con i nostri occhi, come la Sicilia abbia potuto meritare l’onorevole nome di granaio d’Italia. Non sono delle grandi pianure, ma dei dorsi di montagne e di colline dolcemente inclinate l’una verso l’altra e interamente coperte di frumento e d’orzo che offrono allo sguardo un quadro immenso di fertilità.”
Michele Bozzoni pensava a quelle parole stupito di ricordarsi precisamente quel pensiero che forse – si diceva – lo aveva colpito. Si distrasse, allungò la mano e prese un depliant del Regio Teatro di Firenze tra le carte del suo comodino. Voleva scorrere il programma per vedere se c’era qualcosa che lo interessasse. C’era un concerto – Completa Sonata per Violino e Violoncello di Luigi Boccherini – decise che sarebbe andato. Prese il cellulare e telefonò al solito hotel tre stelle a pochi passi dal centro.
“Pronto” gli risposero
“Sono il Professor Bozzoni, signora” disse lui.
“Ah caro Michele, solita camera? Va a teatro questo sabato?”
“Si signora, vado a teatro…”
“Ebbene mi fa molto piacere! Ci vediamo sabato!”
L’albergo, di media comodità, si trovava nei pressi di Santa Maria Novella. Era una stanza angusta ma confortevole con tv, wifi, stereo e bagno in camera. Il telefono, che era stato richiuso prontamente, squillò ininterrottamente l’ennesima volta. Era un amica del Signor Bozzoni che lo invitava a bere una tazza di thé caldo con un piattino di pasticcini. Il freddo era pungente ed anche se uscire significava essere a tu per tu con le intemperie, non si poteva negare ad un invito così piacevole. Imbacuccato ben bene da un copri-abito di stoffa pesante dove traspariva il vestito nero e la cravatta bizzarra a strisce verdi digradanti, uscì. Si incontrarono ad uno dei Cafè del centro, la signora indossava un vestitino di raso bordeaux legato alla cintola con una cordicella coperto da una giacca di Cashmere nero opaco. Il professor Bozzoni salutò cordiale e la compagna altrettanto dolcemente. Si sedettero e ordinarono.
“Michele – disse la donna – ho saputo che vorresti creare un circolo o qualcosa del genere…è vero?”
“Ebbene si – rispose Michele sornione – scendo in campo!”
“Ma vuoi creare una lista civica o qualcosa di più “nature”?”
“Qualunque cosa servi a rendermi utile! Sai Margherita sono stanco della monotonia”.
“Bene! Mi sembra un ottima idea cominciamo con un associazione culturale, poi si vedrà!” e aggiunse – “Che fai sabato?”
“Vado a teatro”
“Prenota anche per noi, veniamo con te! Allora, facciamo così: sabato pomeriggio ci riuniamo per l’associazione e poi, tutti insieme, prendiamo il treno per Firenze, ci stai?”
“Sono felicissimo, cara Margherita!”
“Ottimo!”
Il dialogo si protrasse per altri rivoli e rivoletti retorici fin quando sul far della sera non si separarono. Il professor Bozzoni rimase nel parco a passeggiare e ad assaporare la frescura della sera. Improvvisamente una donna di colore con una bimba, accasciate al suolo sotto spesse coperte, attirarono la sua attenzione. La bimba batteva i denti, la madre tentava di coprirla vieppiù. Michele Bozzoni andò in uno dei tanti Cafè, prese due bicchieroni di latte caldo, comprò ad un market una busta di biscotti e si avvicinò alla clochard. La donna sembrava impaurita e non parlava l’italiano. Da quello che apprese fu facile capire che la donna si chiamava Monique e la figlia Cristin. Bozzoni tornò a casa con uno strano senso di soddisfazione, tra il pensieroso e l’euforico capì che aveva trovato uno scopo nella vita e che doveva perseguirlo. Spinse la porta di casa dopo aver girato la chiave, entrò in salotto: si spogliò, si mise il pigiama di flanella e si accoccolò ben bene sul divano riprendendo il romanzo. No…! Prima occorreva una tazza di latte e biscotti, pazientemente li preparò e li sorbì beatamente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *