Il Romanzo

Le storie

C’era brusio vicino alla torre e al palazzo degli Acciauoli, lungo le rive dell’Arno. La notte, oscura propaggine del giorno, ronfava spolverandosi dalla stanchezza mentre Giorgio de Piergiorgi passeggiava quieto tra gli anfratti angusti e bui. A stento si vedeva l’architrave, le mensole modanate, della porta della torre o le finestre centinate; solo con la fantasia si poteva immaginare d’altronde il chiostro fiorito interno al palazzo. Un foro con la chiesa di Santi Apostoli si apriva poco distante, proprio nel mezzo tra la torre e il lung’Arno. Era in tufo, merlata e completamente affrescata con dei gigli in facciata e delle colonne, che separavano le volticcuole, in marmo serpentino di Prato. Era stata costruita da Turpino Arcivescovo da poco ma era popolarmente considerata, senza alcun motivo, opera dell’imperatore vivente Carlo Magno. Giorgio ponderò il brusio con riflessioni vaghe e si stupì alquanto del silenzio che gli succedette. Era quasi grottesco, deformato dalle ombre della luna, quasi minaccioso alla vista di un occhio non abituato a vivere in quella città e con quel nome. Quasi si sorprese quando un uomo completamente ubriaco passò correndo e inseguendo una figura femminile lunga e rinsecchita. Scansò l’uomo per poco, imprecando contro di lui e sorbendosi gli isterici risolini della donna. Giorgio de Piegiorgi era un nobile di antico lignaggio, proveniva da Lucca per madre e da Fiesole per padre. Attraverso gli ingenti sforzi economici della sua famiglia Firenze era stata ricostruita e popolata dopo il saccheggio e le devastazioni dei Longobardi. In quell’epoca era una piccola cittadina, molto debole in verità, ma si andò ingrossando e arricchendo in poco tempo grazie alla sua laboriosità fino allo scontro con Fiesole. Proprio per quell’evento la famiglia non si schiero apertamente tanto che vennero chiamata “ Conturno”, l’antica calzatura adatta per ogni cliente. Pian piano questa nomea perse il suo senso originario ma rimase come nome della famiglia di Giorgio che popolarmente era chiamata “de Conturno”. Un legame tenue ma seppur presente legava i nobili provinciali al Re Carlo Magno, sovrano di Francia. Questo, dopo aver ricondotto sotto la sua giurisdizione i Sassoni, aveva volto il suo sguardo verso i Saraceni che ancora mantenevano una parte cospicua dell’Iberia, della Sicilia, della Sardegna. Con il supporto, seppur cauto e titubante, del pontefice Adriano I, aveva chiamato a raccolta tutta la cristianità poiché partecipasse all’impresa. La “Reconquista” così passerà alla storia quell’azione – cantata tra gli altri nella “Chanson de Roland”. A quelle gesta che esprimevano l’eternità, come fu Troia, Giorgio pensava con entusiasmo e sete di gloria. Tutta una vita gli era servita per prepararsi, aveva avuto una disciplina ferrea, quasi greco-laconica, che mischiava allenamento fisico e nozioni culturali. La sua famiglia riteneva che dagli antichi e dai moderni bisognasse apprendere quanto più conviene al proprio status. Per questo le esigenze religiose e la prassi dei rapporti sociali erano demandati al moderno mentre la preprarazione intima, psico-fisica, era raggiunta tramite una sorta di ginnasium post datato e privato. Mentre osservava stralunato e pensoso la porta di un magazzino improvvisamente raggiunse la decisione che aveva maturato già molte settimane prima: sarebbe partito con le truppe carolingie. In un attimo le nervature del corpo si irrigidirono, si tesero fin all’estremo sforzo, e, chiuso il pugno, una sensazione di impazienza lo assalì. Fece alcuni passi, svoltò il vicolo per il lung’Arno, respirò a fondo e affettatamente: c’era in lui quasi un infantile esigenza di prendere le armi subito e scagliarsi contro il primo malcapitato ubriaco e gozzovigliante. Un venticello fresco lo accarezzò e immediatamente si senti quasi ridicolo. Distolse i suoi pensieri e si diresse verso il palazzo per riposarsi. Dormì in tutto tre ore assalito da sogni belligeranti e si alzò alle prime luci dell’alba. Un emissario era stato mandato alla corte di Francia per fare presente la sua partecipazione e per capire quale posizione avrebbe occupato Giorgio nelle truppe di Carlo Magno. Aveva, inoltre, riunito su di sè molte genti provenienti dalla Toscana e dalla vicina Tuscia e dalla Lombardia. Il campo di riunione era stato predisposto nei pressi della Torre e del palazzo dei Cavalcanti, aldilà delle mura cittadine. Di lì sarebbero partiti per ricongiungersi alle truppe francesi e longobarde. Altri contingenti, pontifici, erano stati inviati dal pontefice.
Il Signor Alessandre Bozzoni lesse queste prime righe del romanzo, sdraiato come era su un divano.
La luce del sole filtrava dalle imposte semi-aperte illuminando il busto di Dante Alighieri ed il libro, mentre la biblioteca, carica di volumi, linda e pinta e colorata, occupava quasi tutto l’ambiente. Il signor Bozzoni era un gran lettore ed, a parte questo, un brav’uomo: uomo semplice di modi ma profondamente colto. Di professione faceva l’impiegato: il maestro di Storia dell’Arte al Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Prato. Era uno di quelli scapoli apprezzati dalla gente: buon vicino, buon parente, in conclusione, buono in tutto e per tutti. La sua vita fin lì l’aveva trascorsa tra il lavoro, i libri e la confraternita del Sacro Cuore. Amava il teatro e ogni tanto prendeva una stanza di Hotel a Firenze per assistere a qualche spettacolo. Abitava in un casa ricevuta in eredità, al primo piano c’era la cucina mentre al secondo c’era la camera da letto e il suo studio. Centocinquanta metri quadri in tutto.
Senti bussare alla porta, si alzò ed andò ad aprire.
Era un suo amico con il quale si incontrava per discutere di tutto: del più e del meno come di letture, arte e politica. A dire il vero non era mai stato un grande portatore degli ideali politici, era per il Partito della Pagnotta dove per pagnotta si intende anche la lettura e l’informazione. Il suo amico Luciano non si trattenne molto, era passato per un saluto cosicché, dopo essersi fatto un bel latte caldo e biscotti, il nostro impiegato tornò al suo libro. Gli era stato consiglia nella confraternita come “carino” e dalle prime pagine aveva pensato che fosse un libro godibile ma che non l’avrebbe “preso” abbastanza – si sbagliava!. Si gettò quasi a peso morto sul divano, si sistemò come un cagnone nella sua cuccia e ricominciò a leggere.
La primavera si affacciava su Firenze con un sole che cominciava a svegliarsi e rinvigorirsi. Gli uccelli arrivavano dai posti freddi, a stormi, in una nube di milioni di esemplari. Era l’anno domini 814 e Giorgio de Conturno seppe che tra qualche mese si attendeva la visita di Carlo Magno in persona. Il re dei Franchi, questo titolo lo accompagnò fino a quasi la morte pur essendo diventato imperatore nel natale dell’800. Questi era rosso dai capelli lunghi, gli occhi marini e trasparenti, baffi spessi e arricciati con un pettine su una barba fluida e lunga. Aveva un corpo vigoroso, robusto e ben proporzionato. Emanava quel khrîsma, quell’unzione regale che tanto mancò al suo erede Luigi XIII. Sua madre aveva nome Bertrada e Carlo, figlio di Carlo Martello, nacque in una zona imprecisata tra la Loira ed il Reno. Lui, più di tutti rese vere le parole della Lex Salica: “inclita gente dei Franchi, fondata da Dio, coraggiosa in guerra e costante in pace, convertita alla fede cattolica ed indenne da ogni eresia.”- o almeno questo sperava e in parte raggiunse. Giorgio de Conturno a quell’epoca aveva diciotto anni appenna, era molto tradizionalista per natura e per posizione sociale.
“Quei selvaggi e SenzaDio – diceva degli infedeli – dovranno perire della mia lama”.
Poco importava che non lontano da lui, in Sicilia, vivevano e conviveno musulmani, cristiani ed ebrei…
L’indole sanguinaria l’aveva preso dal nonno materno famoso per il massacro di alcuni popolani rei di aver pascolato nelle sue proprietà.
Tutta Firenze era in subbuglio per l’arrivo di Carlo Magno.
I preparativi furono fastosi per il re di Francia ma furono inutili poiché il re morì quello stesso anno. A lui succedette il figlio Luigi mentre i saraceni occupavano definitivamente la Sicilia (827). Giorgio prese la strada della chiesa dell’Annunziata dove c’erano una statua di San Rocco lignea di mirabile fatture, il nostro protagonista non era un fervente cristiano né credeva in Dio. Come tanti simili a lui credeva nella forza del suo braccio e nella gloria terrena.
“Cristo – diceva agli intimi – è il lasciapassare per la buona società”.
Quel giorno Giorgio si recò al Palazzo della Signoria e da lì nelle sue proprietà in zona Albergaccio, Tavarnuzze, fino a Sant’Andrea a Percussine. Nel Palazzo della Signoria si decideva se e chi mandare a un prevedibile attacco contro i Saraceni. Da quanto i fautori di Maometto erano sbarcati in Sicilia, tutta l’Italia era in fibrillazione e il re francese aspettava solo la ratifica della sua corona per adempiere allo sbarco nell’isola. Nella stanza del consilio c’erano i consoli, i priori e un nutrito gruppo di gentiluomini.
“Le truppe sono fuori Firenze” ripeteva il console.
“Mandare qualcuno è indispensabile – faceva eco un anziano gentiluomo – il papa ce lo chiede! Il re di Francia ce lo chiede!
“Ebbene le casse dello stato sono solide ma esigue per una missione di tale portata; vanno bene per mantenere dignitosa la città ma per quanto riguarda assoldare delle truppe e mandarle in Sicilia…”
Il tesoriere aveva ragione, la città era in una piccola inflessione dopo lo sviluppo esponenziale che dalla guerra con Fiesole era arrivato fino a pochi anni prima.
Si continuò per un bel pò almeno fino a quando non intervenne Giorgio
“Signori – disse – io guiderò, con il vostro permesso, parte delle truppe e mi impegno, sia economicamente che con il cuore, a combattere e a vincere per la gloria di Firenze”.
“Devo dire, giovane – rispose il console – che la tua proposta vada oltre le tue possibilità anche se degna di rispetto e onore”
“No signori – riprese il Piergiorgi – riempiamo di nostri cavalieri un esercito, che si impegnino come me in questa guerra, facciamo vedere che Firenze è la ricca Cesarea di Fiorino. Su… signori, andiamo! Da quando Firenze non combatte per la giustizia o per la divina podestà di Dio Onnipotente!?”
Molti furono persuasi dalle parole di Giorgio, per convenienza politica e non; qualche d’uno era oltransista per il “non intervento” sia dentro Palazzo della Signoria che fuori, tra il popolo. Uno di questi ultimi si chiamava Giulio di Carpeto.
“La guerra non possiamo permettercela – disse – e d’altronde il popolo non la vuole, i nobili sono restii ad abbandonare tutto e a partire per terre lontane per le quali non hanno alcun beneficio. A benefiaciare saranno i francesi e i capitolini…. non noi!”
Tali parole indussero l’assemblea a procastinare la decisione. Giorgio, furioso per l’esito, tornò a palazzo, fece chiamare il suo faccendiere e gli disse:
“Prendi contatti con qualche cuciniere della casa di Carpeto, pagalo profumatamente e mettilo a nostro servizio; ho una missione da compiere”.
Il faccendiere prese tre dei suoi bravi e, con le buone e con le cattive, abbordò un cuoco di casa Carpeto, tale Francesco da Orvieto, al quale impose di passare tutte le informazioni che riusciva a sentire. Questo Francesco era un uomo buono, fino a risultare sempliciotto, aveva una paura matta di essere scoperto o di essere importuno ai bravi: in entrambi i casi era lui ad avere la peggio. Non passava giorno che non diceva un pater nostro o un ave maria, pregando di uscire vivo da quell’intrigo. Fornì qualche notizia utile, volente o dolente: Giulio, il suo padrone, era in contatto con Lotario di Francia che nella sua sete di conquista vedeva di mal occhio l’espandersi del dominio di suo fratello.
Giorgio prese una decisione definitiva: sopprimere tutta la famiglia Carpeto.
Per fare questo , decise che sarebbe servito il cuoco e che questi doveva, Dio sa come, avvelenare i propri padroni. Le suppliche, i pianti, i singhiozzi del brav’uomo non fecero indietreggiare i bravi che gli imposero tale risoluzione. Il giorno indicato fu preparata una minestra di legumi con brodo di gallina vecchia, la famiglia era a tavola e fu servita normalmente. Dopo pochi istanti tutti caddero, con la bava alla bocca: cominciando con la figlia e finendo con il primogenito. Tutti pagarono per le colpe del padre e per la crudeltà di Giorgio.
Il Signor Bozzoni smise di leggere, guardava nel vuoto rimurginando sul testo appena letto. Lo colpì la crudeltà del protagonista, l’ambizione, la tenacia e, nello stato di confusione in cui era, non potè fare altro che biasimarlo. Si alzò sospirando per uscire di casa e passeggiare lungo le strade principali di Prato, magari prendere un caffè e qualche pasticcino.
In quel momento era con una vestaglia nero lucido e con le ciabatte: doveva vestirsi.
Accese la radio mentre si sistemava la camicia e la cravatta, color rosso con pallini bianchi. Una musichetta pop invase la stanza, di quelle moderne, dando un aria allegra alle fasi della toilette. La musica però terminò ben presto e un breve tg radio snocciolava, come se nulla fosse, le notizie quotidiane. Un politico esprimeva con parole crude il suo disprezzo per l’immigrazione, soprattutto musulmana. Inoltre si parlava della guerra in Iraq: dando i dettagli meticolosi dall’avanzamento delle truppe americane. Il Signor Bozzoni ascoltava con un senso di disgusto innato. Non aveva mai riflettuto sulle parole dei politici, non gli aveva mai dato peso. Quello strano turbamento era per l’appunto “strano” come naturale. Tentò di non pensarci, finì di vestirsi e chiuse la radio. Finalmente uscì. Abitava in arteria vicino il centro: via San Silvestro. Svoltò per via Mazzini e il suo prolungamento entro le mura – via Benedetto Cairoli – e si ritrovò a Piazza Santa Maria in Castello dove prese un caffè e fumò una sigaretta. Un ragazzotto di colore, di quelli che il comune adoperava in lavori socialmente utili, spazzava per terra vicino ad una panchina. Il Signor Bozzoni si sedette, un suo amico, che lo aveva visto, lo chiamò e si avvicinò.
“Buonasera Alessandre… buonasera!” gli disse sorridente
“Ciao Michele” rispose Bozzoni
“Allora che mi dici? Che fai? Io passeggiavo per far compere, devo comprare un regalo a mia figlia”.
“Niente… anch’io passeggiavo, solite cose, casa – lavoro… hai sentito della guerra, dei profughi… poco fà alla radio passava un politico che li insultava, belli loro… in giacca e cravatta ad insultare i poveracci!”
“Calma.. calma.. che novità è questa? Da quando ti interessa la politica? Di guerre ce n’è una o più d’una ogni secolo, la gente muore…”
Il signor Bozzoni rimase muto anche se dal colorito del viso si vedeva che era turbato ed arrabbiato.
“Eh si..” rispose ma esitava, come preso da un profondo rimorso.
Vide la sua vita fino ad allora così superficiale che quasi non se ne capacitava. Ad un certo punto aveva smesso di credere, ecco qual era il fatto, ma non sapeva né quando né perché. Forse la mancata vita conuigale, forse la maggiore età: si domandava ma non sapeva darsi risposta. Pensò a tutto questo mentre rincasava e un senso di stanchezza cominciò ad opprimerlo. Ebbe poco appetito, mangio giusto un boccone ed andò a letto. Di solito la sera leggeva ma quella volta non ebbe cuore di farlo. Si sdraiò e accese la tv, cosa alquanto rara per lui, prima che si addormentasse. Si svegliò, come suo solito, alle sei del mattino, fece colazione e andò a scuola. I colleghi e le colleghe lo salutarono entrando nell’aula docenti mentre qualcuno gli si avvicinava per qualche chiacchiera. Nella III B del Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Prato il Professor Bozzoni spiegava l’impressionismo: Monet, Fantin, Cezanne. Nel spiegarlo però si turbò. Il rapporto intimo degli impressionisti con i loro quadri era la parte che il Signor Bozzoni non aveva mai recitato; dovette fare uno sforzo su se stesso per non violentare il suo ego. Era da sempre e per tutti un brav’uomo ma – si chiedeva – quanto profondamente lo era?. È strano come la vita cambi con le pagine di un libro, in fondo leggere è un piacere sdoganato a cui non diamo alcun peso ma, se ci mettiamo attenzione, le pagine man mano regolano quello che sei, il tuo carattere, il tuo ego e fa niente se sei uno spazzino o un imprenditore, dopo un buon libro sarai sempre migliore. Nel profondo quel libro stava agendo sul Professor Bozzoni ponendogli domande nuove. Le ore di lezione passarono e il nostro protagonista ritornò a casa, si mise la vestaglia e le ciabatte, mangiò e si recò nel suo studio. Prese il libro e continuò la lettura.
Eliminato il maggiore fautore del “non intervento”, Giulio de Carpeto come detto, il fronte dei falchi ebbe mano libera per preparare la strada alla guerra, a maggior conto che un araldo di Luigi di Francia li pregava di preparare le truppe ed aspettarsi una sua discesa per la toscana. Giorgio venne incaricato di assoldare le truppe e mettersi a capo di esse. Finalmente il de Conturno poteva sognare liberamente gloria, onori e un nuovo grado nei possedimenti siciliani. Era l’anno domini nostri 829 e Luigi deluse ancora i fiorentini poiché era in lotta con fratelli e figli in quella che passerà alla storia come “la guerra tra i Carolingi”. In compenso inviava, e invitava a fare lo stesso ai fiorentini, truppe inufficiose a sostegno dei bizantini che tentavano di recuperare la Sicilia ai Saraceni. L’esercito fiorentino sotto il comando di Giorgio dalla pieve dopo il palazzo dei Cavalcanti si spostò lungo la via Cassia e dalla via Latina raggiunsero la Campania, imbarcandosi a Napoli. Siracusa, la città principale della Magna Grecia, era sotto assedio da un mese: i bizantini non potevano durare oltre, bisognava aiutarli. Le navi con gli eserciti uniti di francesi, pontifici e italici fecero vela allora verso quella città, approdando nel Porto Grande di Siracusa. La battaglia fu cruenta e, inferiori di nuomero, i confederati dovettero riparare entro le mura. Purtroppo per loro, attraverso macchine da guerra e mine sotterranee, i Saraceni espugnarono la città. Tutta la popolazione venne uccisa mentre Giorgio, agli arresti, attendeva sempre spavaldo ad una morte certa.

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