1. L’archetipo della madre: l’esperienza dell’esistenza e della non esistenza
    L’archetipo uterino rappresenta un sistema semantico il cui l’irrazionale è costituito dalla nascita
    dell’individuo. Rappresenta probabilmente un “engramma organico”, un’immagine atemporale latente
    nell’inconscio. Non esiste una cronologia di acquisizione, come nel caso degli altri archetipi, ma lo sviluppo
    è insito nell’uomo fin dalla sua generazione. Ovviamente questo porta a comprendere come questo engramma
    sia per sua natura legato all’esistenza. La formulazione che ne dà Carl Gustav Jung però arriva ad uno strato
    ulteriore, corroborato dalla mitologia, che lega quest’immagine sia alla nascita come alla morte, alla non –
    esistenza. In questo difatti si sviluppa la dualità dell’esistenza e della non-esistenza come di cose
    estremamente collegate da un nesso comune. Come nel caso dei Miti di Creazione questa dualità è
    espressione della psiche e in particolare dell’incoscio come incubatore dell’irrazionale. Segue la definizione
    dell’archetipo della madre fatta dallo psicoanalista svizzero che ci rende perfettamente l’idea della
    complessità dell’engramma.
    Le sue proprietà sono il materno: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che
    trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la
    fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto e l’impulso
    soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce,
    intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile
    Nelle prime comunità di uomini l’archetipo uterino è la prima forma di sacralità. Ma non è solo questo.
    L’irrazionale si indiava nella natura per la qual cosa si ha una mitizzazione degli agenti agresti. Inoltre però
    questa prima fase teogonica traduce le forme agresti in una divinità femminile, positiva e negativa insieme,
    onnicomprensiva. Nella sua Philosophia ad Athenienses Paracelso dice che la materia prima in alchimia
    riempie tutta la regio aetherea ed è “madre” degli elementi e di ogni creatura. L’autonomia e l’eternità della
    prima materia rinviano, in Paracelso, a un principio uguale a Dio, principio che corrisponde a una dea mater.
    Riguardo la prima materia è detto: “La sua origine risale ai tempi primordiali, a giorni immemorabili
    (Michea 5.2 ) Il testo che segue è una delle basi portanti di questa prima divinità agreste femminile e della
    dualità psichica.
    Questo è il caso della grande dea che poteva avere anche il nome Hekate. Nel suo aspetto “Persefone” essa
    risale all’idea greca della non esistenza, nel suo aspetto “Demeter” essa è la forma ellenica dell’idea di
    madre di tutti gli esseri. Chi fosse portato a considerare le divinità greche sotto forme pure, dovrebbe in
    questo caso tenersi una dualità di dee fondamentalmente differenti. “Dovrebbe tuttavia comprendere che
    l’idea religiosa greca della non esistenza è, in pari tempo, un aspetto-radice dell’esistenza”
    Rientrando in un sistema semantico relativo alla divinità il fuoco costituisce spesso nella cultura indiana
    l’identificazione dell’anima. La saga di Demetra-Persefone ha il pregio di istaurare la dualità in modo
    esplicito Le fondamentali ambivalenze etiche in cui sono incappati molti studiosi nell’analisi dei testi
    sinottici riflettono la prospettiva dualista e onnicomprensiva che proietta in sè il “Bene” ( ..ciò che è
    benevolo, protettivo, tollerante..) ed il “Male” ( ciò che è segreto, occulto, tenebroso)
    Il Signore disse a Mosè: ” Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere
    altrimenti ne cadrà una moltitudine! Anche i sacerdoti, che si avvicinano al Signore si tengano in stato di
    mondezza, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro!”
    Ed ancora:
    “Il Signore disse allora a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che
    soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte; il popolo lo
    lapiderà. Anch’io volgerò la faccia contro quell’uomo e lo eliminerò dal suo popolo “
    Spiegato il sistema duale passiamo ora all’analisi del concetto di divinità .Nei riti russi questa divinità
    polivalente è evidente e la cultualità biforca la sua prassi in un sistema di cultualità uterina e morte della
    divinità :
    In Russia, in determinati periodi dell’anno, si celebra “l’espulsione della morte” di certe figure mitiche. Una
    di queste prendeva il nome di Kostrubonko, una divinità fortemente agreste. I residui della cerimonia ci
    mostrano elementi consueti a quanto si è detto fin ora. In San Giovanni o in primavera, infatti una fanciulla
    veniva adagiata sul suolo come morta mentre un cerchio di cantori le girava intorno cantando:
    Morta, morta è Kostrumbonko!
    Morta, morta è la nostra cara!
    ( La ragazza alzava il busto seguita dal vociare gaudente del coro)
    é risorta, è risorta Kostrumbonko
    è risorta, è risorta la nostra cara!
    Mi soffermerei un’attimo su questo mitologema che esprime un concetto ampio e articolato. Vedremo e
    specificheremo cosa intendiamo per morte della divinità ma per adesso basti anticipare che molto spesso
    abbiamo riscontrato un sacrificio rituale – traslitterato in mitologema – di carattere maschile. In verità la
    cultualità primitiva era di tipo femminile, legata all’esistenza e alla non esistenza, onnicomprensiva. Proprio
    per questo la morte della divinità deve avere rappresentanza femminile. Purtroppo la struttura tribale a
    carattere patriarcale rimarcava la preminenza di un individuo di sesso maschile. In questi termini il sacrificio
    rituale era caratterizzato dalla morte di un uomo. Ma quella che è la realtà pratica non combacia con la forma
    mentis che la supporta per la quale la divinità è di tipo uterino. Stride il fattore materiale da quello spirituale
    e si attestano dei mitologemi dell’antenato come riflesso del sistema patriarcale. La semantica si adegua alla
    società. Esiste un’altra variante che caratterizza il tipo androgino. L’idea Nàhuatl di divinità, infatti, viene
    identificata con il titolo di Ometeotl, dio della dualità o del duo, che risiedeva nel “luogo delle dualità”
    (Omeyocan). Questa idea del sacro come apparente antinomia procede anche a livello sessuale. Ometeotl era
    allo stesso tempo Signora e Signore “della nostra carne” ed era connotato da un vestiario che si caratterizzava
    di una forte espressività polivalente e simbolica: “quella vestita di nero” ( tecolliquenqui ); e “quello vestito
    di rosso” ( yeztlaquenqui ). Innegabili sono le valenze cosmologiche connesse a tale divinità che, come scrive
    Leon-Portilla, essenzialmente “sostiene en pie a la tierra”. Di questa si afferma:
  2. Madre degli dei, padre degli dei; il dio vecchio
  3. Giacente nell’ombelico della Terra
  4. Nascosto in una chiusura turchese
  5. Quello che stà nell’acqua color dell’uccello azzurro, quello che stà chiuso nelle nubi
  6. Il dio vecchio che abita nella penombra della regione dei morti
  7. Signore del fuoco e dell’anno
    L’ambivalenza di tipo sessuale è il risultato di un processo complicato di interazione di fattori inconsci e
    materiali. Per spiegarlo prendiamo in esame la saga di Io, la sacerdotessa amata da Zeus e perseguitata da
    Hera. Questa ha per noi la capacità di comprime in sè l’idea archetipica di “morte della divinità” che
    articoleremo meglio in seguito. Ci basti ora sapere che, guardando da un punto di vista empirico, “Io
    trasformata in giovenca” appare come una traslitterazione simbolica della “Grande Madre che diventa
    vittima sacrificale”. Connota più una forma mentis che una realtà fattuale giacché il sistema molto spesso
    patriarcale non permetteva di fatto l’egemonia, seppur simbolica, di una donna. Sono dell’opinione che
    proprio lo stridere del fattore psichico con quello materiale abbia creato rappresentazioni dell’archetipo della
    madre di tipo androgino. In quest’ottima l’androgenismo, che dovrebbe disfare completamente la nostra tesi,
    in realtà ne sostruisce lo schema portante come prima vera attestazione di una sorta di “materialismo
    mitologico”.
  8. La Montagna Sacra: un engramma archetipico
    Negli anni 40 Arias rintraccia in contrada Caruso nella locride un luogo di culto rupestre in una grotta nelle
    immediate adiacenze di un vallone poco all’esterno della città. Costituito da un ninfeo, questo, era servito da
    una canalizzazione di acqua dove era posto un altare. I ritrovamenti prevedettero alcune figurine di divinità
    sedute provenienti dal Persephoneion e che risultano attribuibili a divinità ancestrali. probabilmente fluviali.
    Nel V secolo i piccoli rilievi in terracotta presentano in numero di tre teste femminili, qualificabili come tre
    ninfe, nella cui parte inferiore poteva essere rappresentato a rilievo Acheloos – cosa che seguirebbe il solco di
    un identificazione con divinità acquatiche. Testimonianza del rapporto con l’eroe Eurythmos si porge così il
    nesso tra la Natura cosmica e l’eroe. L’apogeo del culti – nell’utilizzo del sito – si ha tra il V e il III secolo a.C.
    a giudicare dai ritrovamenti dei Bothoi votivi, dagli ex voto per lo più rappresentanti figure femminili –
    molto probabilmente Persephone/ Aphrodite. Il ritrovamento subito a monte Caruso di strutture abitative con
    fornaci attesta la produzione in loco degli elementi fittili. Altre aree della locride hanno visto riemergere una
    coroplastica fittile attribuibile a divinità femminili. Testimonianza ne abbiamo in località Centocamere dove
    i resti archeologici mettono in evidenza ina stoà dedicata ad Aphrodite o in località Parapezza dove vi è un
    culto ctonio collegato a Demetra. Nella Sibarite, inoltre, a Francavilla Marittima, in località di Timpone
    Motta durante gli scavi del 1963 è emerso un santuario silvo-pastorale. Il sito cultuale è collocato su un’altura
    dominante la valle e il torrente Raganello. In una prima fase vi si trova un altare in terra protetto da una
    capanne in legno infissi al suolo. Molte ulteriori testimonianze ci pervengono dalla spagna preromana. Il
    deposito di Rio de Huelva, datato al 1000-850 a.C., ci ha restituito circa 400 frammenti metallici giacenti
    nell’estuario fluviale che si colloca ai piedi di una montagna. . Faccio notare l’interessante presenza a Huelva
    di una serie di sepolture che si approssimano all’impianto cultuale dove la presenza di spade e di elmi ci
    induce a pensare ad un legame evidente con personaggi eminenti dell’età del Bronzo (guarrieri in
    particolare). Altri ritrovamenti di attributi maschili e sopratutto elitari sono presenti in quasi tutto il territorio
    anche sotto forma di carri votivi: testimoniaze ve ne sono a Merida, per esempio, e in portogallo Senhora da
    Guia (Baiões). Oltre ad una casistica infinita di ex voto collocati in situazioni paritetiche, le ricerche
    archeologiche hanno ispezionato in Spagna almeno sei veri e propri santuari che hanno situazioni
    morfologiche analoghe a quelle già considerate. I siti specifici sono: Castellar de Santisteban, Collado de los
    Jardines situati nella comarca della Sierra Morena (Jaén), Nuestra Señora de la Luz (Murcia), Castulo (Jaén),
    Torreparedones (Córdoba), y Cerro de los Santos (Albacete). I depositi votivi indicano la presenza di patere
    per libagioni sacrificali denotando una fase ulteriore della cultualità primitiva. Nell’Egitto predinastico
    esistono dei parallelismi dacché si attesta la diffusione generalizzata, in contesti santuariali analoghi a quelli
    considerati, di ceramica funeraria caratteristica della cultualità riservata al Faraone. Un impostazione
    psichica che viene ripresa nella Sura LII del Corano chiamata At-Tur ( il Monte ):
  9. Per il Monte
  10. per un Libro scritto
  11. su pergamena distesa,
  12. per la Casa visitata.
  13. per la volta elevata,
  14. per il mare ribollente.
    Il testo islamico si riferisce essenzialmente ai comandamenti mosaici ricevuti sul monte Sinai ma non si
    esime di esprimersi ad engrammi organici. Più che ad un fedele collegamento con i testi vetero testamentari
    la narrazione intende riferirsi ad un sistema rituale e d’interpretazione. Di fatti non vi è alcun rimando a corsi
    fluviali nei testi sinottici se non quelli utilizzate per le lustrazioni:
    “Il signore disse a Mosè: ” Va dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti
    per il terzo giorno, perchè il terzo giorno il Signore scenderà dal Monte Sinai alla vista di tutto il popolo.
    Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le sue
    falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere
    lapidato o colpito con tiro di arco.”
    La sommità della montagna non va considerata dal punto di vista altimetrico ma in quando è anche
    l’ombelico della terra, il punto in cui ha inizio la creazione. Secondo la tradizione Mesopotamica l’uomo è
    stato creato nell’ombelico della terra, là dove si trova anche Dur-an-ki, il legame tra cielo e terra.
    “Il Santissimo ha creato il mondo come un embrione. Proprio come l’embrione cresce a partire
    dall’ombelico, così Dio ha iniziato a creare il mondo dall’ombelico e di là esso si è espanso in tutte le
    direzioni”
    Il paradiso si trovava secondo la tradizione siriana nella montagna più alta di tutte le altre. Questa proiezione
    del binomio associativo tra montagna e acqua è ricolmo di significati. Nell’Apocalisse di Enoch si trova il
    motivo della montagna ardente. Enoch vede le sette stelle incatenate come grandi monti ardenti sul luogo
    della punizione degli angeli.
  15. L’acqua: engramma di creazione, preservazione e transizione
    L’elemento fluviale è un engramma che ritroviamo nel sistema semantico di cristallizzazione mitologica.
    Risulta essere una costante che riguarda trasversalmente sia miti di creazione che culti ancestrale.
    Analizzandolo nel dettaglio ricostruiremo anche il suo legame con l’esistenza e la non esistenza. La sua
    presenza nelle tombe di Tarquinia – lo zoccolo ha una pittura murarea azzurra con l’intersezione spesso di
    animali acquatici – proietta il nostro discorso sul versante del mondo dei morti, l’oltretomba. Siamo di fronte
    ad un engramma onnicomprensivo di genesi come di transizione. A ben vedere, come l’andamento del
    termine azzurro ci dimostra, il mare nel suo primo significato era riferito ai corsi fluviali come al cielo, in
    un’estensione che poteva avvenire solo in quanto si disconoscessero i processi celesti se non totalmente
    almeno parzialmente. L’associazione nelle tombe tarquinensi di animali acquatici e volatili in generale
    dimostra la “confusione” semanti degli antenati. L’acqua ha forme divine; queste le ritroviamo già in Omero
    che associa l’acqua – e i fiumi in particolare – con una fisignomica ultramondana.
    “Prima si offerse a me la nobil Tiro …
    Innamorò costei
    Del divino Enipèo, di tutti i fiumi
    Che le campagne irrigano il più bello.
    Nelle correnti limpide del fiume
    Spesso a bagnarsi entrava. Enosigèo,
    Del vorticoso Iddio la forma assunta,
    Corcossi alla sua foce; il flutto azzurro
    L’attorneggiò qual monte e in guisa d’arco
    Curvatosi, celò nel vasto seno
    La donzella ed il nume che le sciolse
    La zona virginale, ed un soave
    Sonno le infuse. Poi che l’amorosa
    Opra Nettun fornì, per man la prese,
    Nomolla e sì le disse: “O donna mia,
    T’allegra del mio amor. Non il suo giro
    Compirà l’anno, che due figli egregi
    Partorirai …
    Tiro al mondo già diè Pèlia e Nelèo,
    Amendue Re, ministri a Giove sommo.
    Ricco di greggi, nella vasta Iolco
    Stanza Pèlia fermò..”
    ( Odissea lib XI ver. 300 – 330 )
    I miti di Creazione più in generale sono formulati attraverso questo elemento. Abbiamo già visto un accenno
    seppur breve all’inizio e ora riferiremo altri due mitologemi dove questo elemento è primordiale, creativo. I
    Nahuatl mesoamericani rappresentavano la terra come una piattaforma circolare interamente circondata
    dall’acqua.Tale trasfigurazione mitica focalizzava la sua attenzione sull’anello marino perimetrale che veniva
    chiamato Anáhuatl “anello” o Cem-anahuatl ” l’anello completo”.
    “Da questo mare (che circonda il mondo), sorge ad est la mattina il sole perdendosi nel mare nel
    pomeriggio verso ovest. I messicani pensano che la loro gente sia venuta dal mare, da dove nasce la luce
    (oriente ) sono arrivati fino alla costa Atlantica. Inoltre, questi pensano che i morti, nel loro viaggio verso
    l’inferno, debbano attraversare un vasto mare che si chiama chicunauh-apan “il nove volte esteso” o “acqua
    che si diffonde in tutte le direzioni “.
    Il secondo ci viene dall’antica grecia:
    “Dall’acqua riscaldata e dalla terra sorsero o pesci o esseri simili ai pesci. In tali esseri si formarono gli
    uomini che rimasero dentro di essi fino alla pubertà. Allora gli esseri simili ai pesci si aprirono . Uomini e
    donne ne uscirono, ed erano già in grado di nutrirsi”
    Alla non – esistenza si riferisce il passo che segue che trasmette il paradiso raffigurandolo come la
    Gerusalemme Celeste dei testi sinottici. In modo analogo nella Sura III (Âl ‘Imrân, La Famiglia di Imran):
    Quanto a coloro che credono e fanno il bene, Allah li farà entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli.
    Coloro che non credono avranno effimero godimento e mangeranno come mangia il bestiame: il Fuoco sarà
    il loro asilo.
    In un narrazione gnostica, inoltre, il figlio è mandato dai genitori a cercare la perla che si è a staccata dalla
    corona del padre. Questa si trova nel fondo di un lago nella terra degli egizi, protetta da un drago. Giunto in
    questo luogo il giovane si abbandona agli appetiti carnali dimendicandosi quella sua missione dacché una
    missiva non lo riconduce alla via che aveva in dovere di compiere. Allora si mette in cammino e trovato il
    lago si tuffa nello specchio d’acqua sul cui fondo trova la perla che offrirà alla divinità. La montagna è,
    inoltre, simbolo cosmogonico. L’associazione con la montagna è una “costante archeologica” e la prima vera
    forma di cultualità. Altre saghe mitologiche relative ad eroi e divinità sono presenti; ne riferiamo un’ulteriore
    esempio
    “Dopo che tu ti sei tagliati i capelli, per avvolgermi in essi venni gettato fra le schiume della risacca. Le
    alghe marine mi formarono e mi modellarono. Le maree, infrangendosi, mi avvilupparono in un groviglio di
    fuco, rotolandomi da una parte all’altra; finalmente i venti che passano a fior di mare mi spinsero
    nuovamente alla deriva; morbide meduse mi coprirono e m protessero sulla spiaggia di sabbia” fin quando
    non fu ritrovato dal divino Tamaniki-te Rangi
    L’acqua figura come elemento transitorio anche nella nascita di eroi. Diacronicamente si insinua in un
    contesto di rapporto tra la nascita del personaggio e la sua elezione divina . Così lo riscontreremo in un
    mitologema Babilonese e nella saga terrena di Mosè oltreché per l’evoluzione mitologica di Romolo e Remo.
    ” Sargon, il re potente, il re di Arage sono io. Mia madre fu una vestale, mio padre non l’ho conosciuto
    mentre il fratello di mio padre abitava sulle montaqgne. Nella città di Azupirami, che si trova sulle rive
    dell’Eufrate, mia madre, la Vestale, mi concepì. In segreto mi partorì. Mi pose in un recipiente di giunchi,
    chiuse con pece il mio soprtello e mi abbandonò alla corrente, che non mi sommerse. La corrente mi portò
    dove era Akki, che attinge l’acqua, Akki che attinge l’acqua, nella bontà del suo cuore, mi trasse fuori. Akki,
    che attinge l’acqua, mi allevò come figlio. Akki, che attinge l’acqua, fece di me suo giardiniere. Mentre
    facevo il giardiniere, Ishtar ( la dea ) si innamorò di me, divenni re e regnai per quarantacinque anni”
    Come detto anche in Mosè l’acqua si snoda come elemento essenziale transitorio ma iniziatico allo stesso
    tempo.
    “Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un
    figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre prese
    un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla
    riva del Nilo (…) Ora la figlia del faraone scese nel Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle
    passeggiavano la sponda del Nilo. Essa vide il cetello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo.
    L’aprì e vide il bambino: ecco era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: ” è un bambino
    degli ebrei” (…) Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse dalla figlia del faraone. Egli divenne un figlio
    per lei ed ella lo chiamò Mosè..” ( Esodo 2, 1-10 )
    Ancora più evidente è la potenzialità dell’engramma se prendiamo ad esame il rituale del battesimo.
    Esporremo la sua prima attestazione nei testi sinottici.
    “In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però
    voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli
    disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni
    acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
    scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio
    prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
    Nel racconto indico del Mārkandeyasamāsyparven del Mahābhārata il saggio eremita Mārkandeya incontra
    sotto un albero di Nyagrodha un bambino. Questo fanciullo divino, che è il dio universale si chiama
    Nārāyana etimologicamente “colui che abita nelle acque”. Aprendo la bocca il piccolo assorbe l’eremita che
    nel suo ventre cammina per oltre cento anni senza giungere ai confini e ritrovando tutto il mondo coi suoi
    imperi e i suoi animali, gli dei e tutto ciò che vi era nella terra.
    Sorse un uomo su dal mare,
    un eroe salì dall’onda:
    grande grande egli non era
    e nemmen proprio piccino:
    alto un pollice d’un uomo,
    una spanna d’una donna.
    Così si esprime un racconto di una nascita presso gli antichi Armeni pagani:
    “Partoriva il cielo, partoriva la terra,
    Partoriva il purpureo mare.
    Aveva le doglie, nel mare, la canna sanguigna
    Dal grembo della canna uscì un fumo,
    dal grembo della canna uscì una fiamma
    E dalla fiamma saltò fuori un bambino..”
    Esiste una trasfigurazione o per meglio dire un’assimilazione dell’elemento fluviale ad elementi fisiologici.
    Nella stesura che troviamo in Erodoto il mitologema della nascita di Ciro, re dei persiani, abbiamo
    un’alterazione formale che intende esprimersi come vera e propria “contestazione o rivalsa politica”. Seppur
    la grandezza di Ciro doveva assumere la sua cristallizzazione mitologica, tutta la scena, compresi gli
    elementi inconsci, viene spostata su un piano irrazionale, immorale e grottesco – in parole semplici barbaro.
    “Astiage ebbe una figlia che chiamò Mandane; e una volta sognò che Mandane orinava con tanta abbondanza
    da sommergere la sua città e inondare l’Asia intera.”
    Il re persiano formalmente non nasce da una divinità anzi questa, attraverso il sogno, interviene per negargli
    il diritto ad esistere. In realtà la simbologia psichica che supporta il quadro del mitogema riprende l’idea di
    una religiosità ambivalente in bilico tra l’orrore profondo e il fascino ammiccante. Riprende essenzialmente
    quella cognizione del sacro indifferenziata che era stata sopressa con i processi di civilizzazioni. Se ne
    deduce che quindi Ciro nasce da una divinità ma anche che tale nascita può minare alla base tutte le
    conquiste socio-culturali raggiunte fino a quel punto. Vi è un diretto rapporto tra l’archetipo della madre e la
    procrazione del re persiano senza l’utilizzo di speculazioni ulterioti. Di fatti l’ elemento acquatico, di solito
    sublimato nel vigore e nell’ordine razionale dei fiumi, degli oceani e dei mari, diventa cruda e rozza orina
    connotando da un lato l’inciviltà e la barbarie mentre dall’altro questa discendenza simbolicamente
    inopinabile. Ma, trasponendo in questi termini il mito, l’autore lascia a noi una testimonianza importante su
    come veniva inteso il lavoro onirico oltre l’allegoria religiosa. Se per decenni si è sostenuto che gli antichi
    vedevano il sogno come un’atto ultramondano, inumano, divino, ci accorgiamo adesso con sorpresa che
    inconsapevolmente leggevano i processi onirici nel modo che oggi riteniamo parzialmente giusto: della
    stessa matrice della manifestazione divina. Ovviamente non vi era sentore di inconscio o processi psichici
    ben definiti, per i quali ci sono voluti secoli e secoli di ricerche scientifiche, eppure in modo del tutto analogo
    ad un moderno psicanalista della corrente analitica l’indovino del VII secolo a.C. affronterà l’interpretazione
    del sogno con la stessa metodologia con cui si accosta al sistema religioso e rituale. Penso sia appropriato, a
    questo punto, cercare di allargare il campo eziologico per riscontrare sia elementi validi per il presente lavoro
    sia valutazioni embrionali e quanto mai semplicistici sulla teoria freudiana generale dei sogni. L’osservazione
    che segue, estrapolata dall’analisi della letteratura onirica che apre “l’interpretazione dei sogni”, seppur
    fattualmente vera non lo è, come abbiamo visto, nella sostanza. Scrive Freud:
    “gli antichi prima di Aristotele non consideravano il sogno un prodotto della psiche sognate, bensì una
    manifestazione divina. Le due contrapposte visioni nella valutazione della vita onirica, che ritroveremo in
    ogni epoca, esistevano già allora.. Si distinguevano sogni veritieri e dotati di valore, inviati al sognatore per
    avvertirlo o preannunciargli il futuro, da sogni futili, fallaci e privi di valore, il cui scopo era quello di
    portarlo all’errore e alla rovina”
    Innanzitutto abbiamo fin qui definito il concetto di “mafestazione divina” come reazione psichica ad impulsi
    irrazionali. Presupponendo questo abbiamo sviluppato il rapporto della psicologia analitica che collega i
    processi onirici a quelli mitologici. In sostanza paradossalmente abbiamo creato un collegamento tra quelli
    che Freud chiama “prodotti della psiche sognante e “idea del sacro”. In questi termini la suddivisioni tra
    sogno e fenomenologia religiosa è del tutto arbitraria ed essenzialmente priva di fondamento reale. Cercare
    di scindere, sostenendone l’inorganicità, un prodotto dal sostrato in cui nasce mi sembra una pratica alquanto
    artificiosa che seppur si può sostenere in maniera allegorica perde ogni capacità d’esistere nei processi
    materiali. C.G. Jung, infatti, ebbe già modo di vedere come il lavoro onirico, facente parte dell’inconscio,
    sia di matrice del tutto analogo con l’apparato mitologico. La classificazione onirica successiva fatta da Freud
    dipende probabilmente dalla capacità di rinscontrare “elementi del sacro” cioè trasfigurazioni più o meno
    confuse di engrammi inconsci. Credo che da questo dipendeva in antico se il sogno doveva essere
    considerato profetico o inutile. Nella saga mitologica di Romolo e Remo la proizione archetipica è del tutto
    simile a quella mosaica.
    Questi (Amulio ) commise un crimine dietro l’altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea
    Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un’onorificenza), tolse la
    speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.Credo comunque che rientrassero in
    un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l’inizio della più grande potenza del mondo
    dopo quella degli dei. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in buona
    fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio,
    dichiara Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dei né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla
    crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella
    corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d’acqua stagnante,
    non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due
    neonati venissero ugualmente sommersi dall’acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella
    convinzione di aver eseguito l’ordine del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento,
    là dove ora c’è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi
    erano allora completamente deserti. Tutt’ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l’acqua
    bassa lascia in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata
    proveniente dai monti dei dintorni devii la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offre loro il
    suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale – pare si chiamasse Faustolo – la trova
    intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li
    allevasse…Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per
    i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, non
    affrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori
    il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava
    giorno dopo giorno.
    In varie leggende nella profondità dell’acqua marina giace il figlio del Re, quasi fosse esanime; egli invevce
    vive e dal profondo invoca: “Chi mi libererà dalle acque e mi porterà allo stato di seccheza, sarà
    ricompensato con ricchezze perpetue. Risulta evidente il nesso con il “Rex marinus” della Visio Arislei.
    Arisleo racconta delle sue avventure presso il “Rex marinus”, nel cui regno nulla prospera e nulla si
    riproduce, perché nel suo regno non ci sono filosofi. Il simile si mescola soltanto col simile, e di conseguenza
    non c’è procreazione. Ora, su consiglio dei filosofi, il Re deve accoppiare Thabritius con Beya, i due figli che
    egli ha portato in gestazione nel suo cervello. Lo stesso elemento è presente in Khunrath:
    Perciò studia, medita, suda, lavora, cucina… e ti sarà aperto un getto salutare che fluisce nel cuore del figlio
    del grande mondo, un’acqua che ci è data dal figlio stesso del grande mondo e che sgorga dal suo corpo e
    dal suo cuore, affinché sia per noi una vera Natura Aqua Vitae.
    In ambito alchemico estrapolo adesso un segmento del “explicatio locorum signarium” dove appare un mare
    nero. Scrive Libavius:
    Una corrente d’acqua nera, come nel caos, che rappresenta la putrefazione, dalla quale si erge un monte
    nero alla base e bianco sulla vetta, e dalla vetta sgorga una fonte argentea. Perchè tale è l’immagine della
    prima dissoluzione e coagulazione, e della seconda dissoluzione che ne consegue.
    Ancora prendiamo in prestito dall’alchimia. Secondo Rifley, la prima materia è l’acqua; l’acqua è il principio
    materiale di tutti i corpi, ed è la hyle che in virtù dell’atto divino della creazione è sorta come sfera oscura dal
    caos. Nel Ripley Scrowle la sfera d’acqua è rappresentata con le ali di un drago. Nel Verses Belonging to an
    Emblematical Scrowle lo spiritus Mercurii dice:
    Del mio sangue e acqua io so
    che al mondo ce n’è in quantità.
    Scrorre in ogni luogo.
    Chi lo trova possiede la grazia:
    scorre dappertutto al mondo
    e gira, rotondo come una palla

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