Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici – l’anima e il serpente

  1. L’archetipo dell’anima e Il culto ancestrale: eventuali riflessi cognitivi e psichici
    Approcciandoci all’anisi dell’archetipo dell’anima dobbiamo prendere in considerazione l’andamento
    diacronico del termine anima nella speculazione teologica e metafisica. Asseriamo innanzitutto come tutte le
    civiltà vedono nell’anima qualcosa di incorruttibile ed eterno, qualcosa di divino. L’immagine della divinità
    viene serbata e relegata nell’anima, per questo quando parliamo di questa discutiamo essenzialmente della
    natura stessa del divino. Cos’è la divinità? Come si ci approccia ad essa? Queste domande seguono lo stesso
    percorso dell’uomo, sono sempre presenti e sono stati sviluppate in maniere parzialmente diverse da ogni
    cultura o società. Il legame tra essenza e divinità ha radice profonda nella cultura orientale – l’Upanisad – e ci
    perviene grazie agli studi sul misticismo di Parmenide, Eckhart e Schopenhauer – tra gli altri – “.. il mistico
    muove dalla sua esperienza individuale interiore, in cui si riconosce come il centro del mondo e l’essere
    unico ed eterno..” Per dare una definizione del concetto di conoscenza in questo senso “..è il sapere, cioè,
    oltrepassare il sapere finito all’acquisizione del sapere infinito come operare del Sè in ogni essenza ed esserci
    venuto al giorno nel soggetto assoluto”. Da queste due frasi deduciamo l’intima essenza con cui la divinità si
    manifesta nell’uomo e qual’è la prassi teologico-filosofica per approcciarsi ad essa. Questo sapere è la porta
    dell’anima nel suo diagolo ultraterreno. I passi che seguono riprendono questa tradizione. Il primo fa parte
    della cultura orientale mentre il secondo fa parte della nostra tradizione patristica essendo questi imputato a
    Sant’Agostino. Analizziamoli scindendoli:
    “Dice Krsna, ovvero Dio: “impara che la parola ksetra significa corpo, e ksetra-jna colui che lo conosce.
    Sappi che io sono questo ksetra-jna in tutte le forme mortali. La conoscenza di ksetra e ksetra-jna è ciò che
    io chiamo jnana, la Sapienza”
    ( Upanisad )
    “Vediamo al di sopra di noi rifulgere i luminari, il sole bastante il giorno, la luna e le stelle confortanti la
    notte: e per essi è segnata ed espressa la successione del tempo. Vediamo l’elemento umido dovunque
    prolificante pesci, mostri marini e uccelli (…) Vediamo la superficie della terra abbellirsi di animali,
    terrestri, e l’uomo fatto a tua immagine e somiglianza che regna su tutti gli animali irrazionali appunto per
    questa tua immagine e somiglianza, ossia in forza della ragione e dell’intelligenza”
    ( Le Confessioni, Sant’Agostino)
    In entrambi i passi l’imago della divinità è qualcosa di raggiungibile, una forma pura nella corruttibilità della
    carne. Ancora più selettivi e radicali erano gli gnostici. Questa corrente di pensiero si diffuse intorno alla fine
    del I secolo d.C. – inizi del II secolo d.C. Il loro rappresentante principale era Valentino, vissuto ad
    Alessandria nel II secolo d.C. La maggior parte dei documenti gnostici presenta una serie coerente di
    caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla,
    proveniente dal mondo divino, che deve essere risvegliata dalla parte, dell’uomo interiore per essere
    finalmente reintegrata nella realtà celeste. La metafisica e l’antropologia gnostiche sono affini al dualismo
    platonico, che contrappone il mondo divino a quello della materia e della necessità, ma, mentre Platone non
    condanna il mondo terreno, lo gnosticismo lo svaluta radicalmente e ne sottolinea la corruzione. Proprio in
    quest’ottica la creazione del mondo per gli gnostici sarebbe da attribuire non al Dio unico ma ad esseri di
    rango inferiore che non conoscevano il vero Dio o si sollevavano verso di lui. Per lo gnostico il mondo è un
    luogo malvagio ed estraneo, una prigione. La rivelazione spiega a questi perchè esiste e perché si trova nel
    mondo, e sopratutto gli dà la conoscenza salvifica necessaria a fuggire verso il vero e unico Dio, la patria
    lontana, il mondo della Luce. L’imago è presente in Omero è connota sia divinità che defunti; c’è
    l’immagine di Persefone e c’è quella Eacide. Dei ed eroi ( o defunti in generale) hanno la stessa qualifica di
    identificazione.
    Sorger lo spirto del Peliade Achille,
    Di Patroclo, d’Antìloco, e d’Ajace,
    Che gli Achéi tutti, se il Pelíde togli,
    Di corpo superava, e di sembiante.
    Mi riconobbe del veloce al corso
    Eacide l’imago; e, lamentando:
    O, disse, di Laerte inclita prole,
    Qual nuova in mente, sciagurato, volgi
    Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?
    (Odissea XI )
    La terminologia che userà Carl Gustav Jung per il suo archetipo dell’anima è possibile accettarla come
    qualcosa però di specifico. Risulta vero che nell’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè archetipi
    ancestrali, che ci rimandano a qualcosa di “assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”. Ma non è solo
    questo. L’incontro con engramma ancestrale o dell’anima è un incontro della psiche con la dualità consueta
    (ciò che è benevolo, tollerante e amorevole e ciò che è occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti). La
    mente legge l’archetipo dell’anima con gli stessi parametri dei miti di creazione e dell’archetipo uterino. Non
    vi è ratio, ius, nell’inconscio ma “impulsi naturali” che vengono man mano soppressi dalle acquisizioni Super
    Io. Scrive Jung:
    “È un fattore nel senso proprio del termine. Non può essere fatta; è sempre l’elemento aprioristico di
    umori, reazioni, impulsi e di tutto quello che esiste di spontaneo nella psiche. […] Con l’archetipo
    dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè la regione che la metafisica ha riservato a se stessa. Tutto quel che
    l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”
    Abbiamo la certificazione di questo processo di apoteosi e culto ancestrale nella casa di Lafkandi/Xieropolis.
    La struttura, abitazione del basileus datata al 950 a.C., presenta schema perimetrale rettangolare allungaro
    con peristasi: una corte esterna immetteva nel vestibolo che si collegava ad una sala dalle caratteristiche
    probabilmente triclinari – rappresentanza e/o simposio; all’area domestica si associano tre ambienti ricavati
    dall’abside terminale fruiti rispettivamente come Thalamoi, Thesauros e magazzino per la conservazione
    delle derrate. Dalla ricostruzione analitica fatta da I. Protodikos della casa di Ulisse – così come esposta
    nell’Odissea – ci pervengono le somiglianze strutturali, perimetrali, architettoniche. Le connotazioni cultuali
    dell’edificio ancor più palesi dal ritrovamento al centro del vano maggiore di due sepolture, una cineraria – in
    un vaso cipriota di pregevole fattura – e una inumazione di un’individuo di sesso femminile. Quest’ultima
    rientra ritualmente e simbolicamente nel sacrificio mirante l’apoteosi del defunto – rito delle suttee. Un
    sepolcreto di perimetro semicircolare si costituirà intorno a tale edificio nelle fasi successive alla morte del
    propretario e della vita dello stesso. è mio parere, comprovato da quanto detto, che siamo alla radice
    neonatale del tempio di stile greco, l’assunzione da parte del basileus di connotati eroici – quindi semidivini –
    conduce a far si che la sua residenza sia soggetta a caratteri rituali che nei secoli successivi permangono
    strutturalmente e architettonicamente. E forse questo senso và attribuito alle parole vetero testamentarie in
    Re,13-29 e a quelle che seguono del Nuovo Testamento.
    “Ti ho costruito una casa per tua dimora
    un luogo per tua eterna residenza”
    “Allora i Giudei presero la parola è gli dissero: ” Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro
    Gesù: ” Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo
    tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del suo
    cor
    Nall’antico Egitto il Duat ( l’Ade ) è ” un’immenso e lunghissimo tempio diviso in un certo numero di camere
    separate da porte alle cui estremità vi è un cortile esterno e un pilone che tiene stretti insieme il mondo che è
    all’interno del tempio e quello che è all’esterno.” Secondo la tradizione con il tramonto le anime si
    imbarcavano, attraversavano il mare, e raggiungevano questa vera e propria “isola dei morti”. Giuntì colà
    accedevano ai compartimenti ultramondani attraverso un vestibolo e porte specifiche. Questa “apertura delle
    porte” veniva espressa ritualmente nell’apertura delle porte del naos spezzando i serramenti, staccando i
    sigilli e facendo scorrere i catenacci. In seguito si scomponeva la statua della divinità e la si ricostruiva.
    Questa si puliva con acqua ed incenso e la si vestiva di indumenti cerimoniali ungendola con particolari oli
    profumati. Infine la si riponeva nel vestibolo “proprio come la mummia o la statua del morto nel rituale
    funebre”. Credo sia elonquente quanto detto ma un’annotazione breve serve per chiarire definitivamente
    alcuni punti. Il rapporto con la statua della divinità, il suo stesso trattamento di disfacimento e
    ristrutturazione, indica chiaramente un suo rapporto generalizzato con il concetto di morte in generale. Solo
    presupponendo una radice ancestrale della religione antica può intercorrere questo nesso ambiguo. Oltre ciò
    l’immagine divina viene trattata come se si dovesse purificare dalla violazione di un tabù. Lo spostamento in
    luoghi particolari e la pratica della lustrazione, infatti, erano connesse al trattamento di diverse forme di
    “impurità rituale”. Una particolare e peculiare affinità ci avvicina ai tabù in cui intercorre la paupera, ed in
    seguito il bambino, nel periodo neonatale. Nell’india vendica al nascituro si recita un orazione alla fine della
    quale gli si concede un talismano: “Prendi possesso di questo incantesimo di immortalità … Io ti porto il
    soffio vitale e la vita; non andare verso le nere tenebre … restane indenne; va verso la luce dei vivi che sta
    davanti a te..”. La posizione che fa tendere il bambino tra il mondo dei vivi e quello dei morti definisce come
    queste due costanti siano intrinsecamente collegate. Nel libro XI dell’Odissea gli spiriti vengono richiamati
    attraverso un rituale che fà di questo nesso costrutto portante sia a livello simbolico che a livello psichico:
    Trass’io la spada, e un cubito profonda
    Da tutti i lati vi scavai la fossa;
    Cui d’intorno ad onor de’ trapassati
    Primamente col mèl versava il latte.
    Indi ’l vin puro e la chiara onda; e ’l tutto
    Di bianca cereal polve aspergea.
    Molto a’ levi indi orai capi dell’ombre
    (Odissea lib XI ver 30 – 36 )
    Il latte e il vino rappresentano rispettivamente l’allattamento neonatale e il sangue sacrificale indicando la
    radice comune dei due fattori. Nella Sura IV ( An-Nisâ’, Le Donne) si prescrivono metodologie rituali per la
    purificazione dall’ impurità ( janada, junud ):
  2. O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri finché non siate in grado di capire quello
    che dite; e neppure se siete in stato di impurità finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in
    viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non
    trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In
    verità Allah è indulgente, perdonatore.
    In Russia, nei governatorati di Penza e di Simbirsk, si usava celebrare il funerale di una divinità in maniera
    per certi versi abbastanza simile. Il dio in questione prende il nome di Kostroma e il rituale secondo la
    tradizione veniva fatto il 28 di giugno. La cerimonia prevedeva che una ragazza imitasse la divinità ed
    insieme alle proprie compagne venisse accompagnava nelle rive di un fiume per bagnarsi nell’acqua.
    Ritornati al villaggio si profondevano in processioni rituali, giochi e danze. Un processo architettonico
    analogo a quello poco innanzi indicato per la casa-tempio di origine greca si ha per il contesto latino.
    “.. Il tipo di casa con tre stanze diviene tipico e offre un significativo parallelo con il tempio etrusco a tre
    celle – Capitolium – (…) il vano trasversale delle tombe corrisponderebbe al pronao porticato del tempio..” ed
    ancora “…è da notare che in qualche caso il vestibolo trasversale aveva l’aspetto di un porticato sostenuto da
    pilastri e colonne..”.
    I Kouros e le Kore rappresentano proprio questo: il volgersi all’apoteosi del defunto che assorge a forme
    divine. Il perdurare in età romana di questa pratica non è che un residuo frammentario di un’impostazione
    cultuale arcaica. Esistono forme equivalenti nell’america precolombiana e in modo particolare nella città
    Olmeca di La Venta. Qui sono presenti quattro rappresentazioni iconografiche colossali e diversi altari
    sacrificali scolpiti in bassorilievi. Se per i primi la natura ancestrale è molto probabile per i secondi
    l’interpretazione risulta tutt’oggi molto discussa. Inoltre nella Historia Tolteca-Chichimeca secondo la
    tradizione avvenne una discussione tra Icxicóhuatl, Quetzaltehuéyac da una parte e i Chichimeci dall’altra
    che si concluse con il canto di un poema che recitava così:
    nel luogo del comando, nel luogo del comando
    governiamo. E ‘il mandato principale del mio Signore.
    Dove per Signore si intende “Ometéotl” il dio primordiale delle dualità. Proprio per la realtà mesoamericana
    le relazioni dei conquistatori spagnoli spesso pervengono commiste a commenti critici che mettono in
    evidenza, denigrandoli, gli apparenti paradossi della religiosità indigena. Un caso analogo è per noi mezzo
    utilissimo come ulteriore sostruzione della nostra tesi:
    “Quelli di Tezcuco pitturarono poi un’altra maniera della creazione del primo uomo totalmente opposta alla
    versione che prima a parole avevano detto ad un discepolo di padre Andres de Olmos, chiamato fra
    Lorenzo, riferendo che i loro antenati erano venuti da quella terra dove erano venuti gli dei e di quella
    grotta di Chicomoztoc. “
    La visione cosmologica che è poi riferita come atto iniziatico della creazione umana tradisce un sostrato
    mitologico molto complesso. Le inconcruenze, che appaiono al relatore come frutto di artificiosità,
    denunciano invece una composita stratigrafia teogonica: un culto ancestrale iniziale, innanzitutto, ed una
    successiva cognizione astrale che gli si associa. In qualche caso avviene una quasi sovrapposizione
    dell’apparato cosmogonico su quello ancestrale: fatto che dimostra di per sé una progressiva consapevolezza
    dei sistemi celesti che regolano l’universo
    Gli studi archeologici riportano inoltre come la prima religiosità prevedesse anche un primitivo comparto
    cimiteriale in contesti “morfologicamente adatti”.
    la Lidia non offre molte meraviglie da descrivere, ad eccezione delle pagliuzze d’oro che vengono
    trasportate giù dal monte Tmolo. Possiede un’unica costruzione veramente gigantesca, la più grande del
    mondo dopo i monumenti dell’Egitto e della Babilonia: vi si trova la tomba di Aliatte, padre di Creso, il cui
    basamento è costituito da enormi blocchi di pietra; il resto è un gran tumulo di terra … Il perimetro del
    sepolcro misura sei stadi e due pletri, mentre la sua larghezza è di tredici pletri. Immediatamente accanto
    all’edificio si stende un vasto lago detto Lago di Gige, che i Lidi sostengono essere perenne.
    Ad ulteriore chiarezza questo possiamo vedere nelle sepolture che si irradiano nel sito spagnolo di Huelva o
    nella diffusione di ceramica funebre nell’ Egitto predinastico: ad Abydos, Hierakonpolis, Elephantine e Tell
    Ibrahim Awad . Esiste però un secondo stadio. Successivamente vediamo il sovrapporsi di una nuova
    stratigrafia teogonica ancestrale che conduce in sè la prassi del rito funerario. Le sepolture, infatti, vengono
    spostate in prossimità delle strutture abitative di questi “antenati illustri” ( relazioni di scavo, oltre che per
    Lefkandi o Knossos, vi sono anche per la romana Domus Regis Sacrorum).
    Ma il Re regna, e di ciò testimoniano i suoi fratelli, (e) dice: “Io sono incoronato e ornato dal diadema, e
    sono investito del vostro regno, e porto gioia nei cuori e, incatenato alle braccia e al seno di mia Madre e
    alla sua sostanza, faccio si che la mia sostanza si unisca e riposi, e compongono l’invisibile dal visibile;
    allora si manifesterà ciò che è celato, e tutto ciò che i filosofi hanno celato verrà da noi generato.
    Comprendete. conservate, meditate queste parole, o voi che mi ascoltate, e non ricercate altro. L’uomo fin
    dall’inizio viene generato dalla natura, le cui viscere sono di carne, e da nessun altra sostanza.
  3. Il Serpente: un engramma ancestrale
    Presso gli Ogol il più vecchio degli antenati viene chiamato Lebé e viene venerato come Ottavo Nommo.
    Ogni regione del Sanga possedeva un luogo di culto dedicato a questa divinità e un Hogon che officiasse alle
    cerimonie liturgiche. Secondo la tradizione, dopo la sua morte, il Lebé fu sepolto in un campo primordiale
    da dove gli uomini volevano trarre i resti per condurli con loro. Quando scavarono la tomba, il più anziano di
    loro vi trovò le pietre dell’alleanza e il grande serpente vivo. Quest’uomo fu chiamato Dyon cioè “colui che
    scava”. Dyon pensò che quella era buona terra dal momento che un corpo morto vi aveva riacquistato vita.
    Pensò inoltre che, prendendo un poco di quella terra, avrebbe potuto portare nelle regioni future un lievito di
    resurrezione, impregnarle dell’essenza ancestrale. Dyon, munito della sua zolla di terra, attraversò cunicoli
    sotterranei seguito dal serpente che rappresentava la forma vivente dell’antenato. Questo portava sul cranio,
    in una fessura, una spiga di miglio. A sud-ovest delle falesie Dyon saltò fuori all’aria aperta attraverso una
    canna di bambù. Emerso dalla terra giunse a Kani-Bonzon, a sud delle falesie, dove fondò il primo altare di
    Lebé: la terra trasportata fu messa alla base di una pietra diritta che fu poi ricoperta d’intonaco. Ma in altra
    analisi, osservazioni utili a determinate connessioni sono riferibili ai serpenti che prima di essere identificati
    come “demoni” sotterranei avevano un carattere domestico – almeno per il periodo miceneo. Secondo il
    racconto di Apollodoro ad Atene era diffuso il culto di un eroe particolare, ecistico, che prendeva il nome di
    Eritteo, il bimbo-serpente. Questi “figlio della Terra feconda” ospita consuetamente e venera Atena che
    nell’Odissea si reca nel suo palazzo dopo essere apparsa ad Ulisse nell’isola dei Feaci. Atena che non và
    intesa come in forma pura ma come vero e proprio archetipo o engramma inconscio giacchè nella ritualità
    ellenica questa si appropria delle prerogative demetriche essendo oltre che Parthenos ” Vergine” altresì
    indicata come Meter “Madre”. Secondo il racconto la nascita dalla terra di questo re-eroe deriva dallo
    sfrenato desiderio di Efesto che aggredisce Atena. Durante la contesa lo sperma del Dio fabbro finisce sulla
    coscia della Dea che si pulisce con un bocciolo lanciandolo per terra. Proprio dalla Terra ( Gea ) nasce
    Eritteo bimbo-serpente che viene posto da Atena dentro una cesta e affidato alle figlie di Cecrope. Diventato
    adulto Erittonio scaccia il terzo re di Atene – Anfizione – succedendogli sul trono. Nei testi sinottici la figura
    del serpente compare più volte e mai in maniera anacronistica. I piani dove si snoda la presenza di questo
    animale assorbono in sé i concetti consueti di esistenza, non-esistenza e immortalità ricomponendo, inoltre, a
    livello simbolico una continuità funzionale tra religioni ancestrali e bibbliche. Innanzitutto riscontriamo, in
    senso del tutto negativo, il serpente nei testi della genesi vetero testamentaria:
    Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna:
    «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 2 La donna rispose al serpente:
    «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al
    giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Il serpente disse alla
    donna: «No, non morirete affatto; 5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e
    sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». La donna osservò che l’albero era buono per
    nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne
    mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.
    A questo passo segue Nm 21,9 dove questo assume significato diametralmente opposto :
    ” Mosè fece un serpente di rame, lo mise sopra un asta di legno. Quando un serpente mordeva qualcuno se
    questi fissava con attenzione il serpente di rame restava in vita”
    Pedissequamente la figura del Cristo viene a sostituirsi al serpente assorbendone solo il valore positivo
    serbato nel passo mosaico:
    “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo perchè
    chiunque crede in lui abbia la vita eterna” ed ancora ” fisseranno lo sguardo su colui che hanno trafitto”
    Nelle formulazioni bibbliche si traduce in allegorie ben definite il tentativo di sostituire un sistema rituale e
    cultuale di carattere ancestrale con un’altro.
    Quando Vishnu dorme, cioè quando riassorbe il mondo, egli è adagiato sopra un serpente gigantesco
    chiamato Senza- Fine (Ananta ) o Residuo (Shesha )
    ( Bhagavata Purana III, 8, 10-11 )
    Gli indiani postulano una ciclica distruzione e rinascita cosmica per la qual cosa devono definire costanti
    germinali che permettano questo processo. Se Vishnu riassorbe il mondo, nella sua ambivalenza di impulsi,
    il serpente rappresenta la sua conservazione perpetua, ripetitiva e armonica. In verità è lecito costatare che
    entrambi le figure assorbono prerogative onnicomprensive ma è bene anche sottolineare come, mentre la
    divinità apparentemente trascura la posteriorità dell’universo, il serpente basa tutta la sua presenza sulla
    capacità di rigenerazione e preservazione. Questo ci fà intuire che questo animale non è, o per meglio dire
    non era, soggetto all’eternità: un termine ante quem o un termine post quem predispongono un inizio e una
    fine cosa che è molto presente per l’uomo ma del tutto estranea alla divinità. Di fatti Vishnu non nasce ne
    muore ma esiste sempre e comunque: è ” l’Essenza primordiale del mondo”. Il serpente invece vincola le
    sorti della terra e dei suoi abitanti anche se permane estraneo ad essa. Ebbene, guardando alla nostra analisi è
    un fattore del tutto comprensibile. Se, come abbiamo ipotizzato, questo rettile incarna la figura dell’antenato
    queste sue facoltà riprendono le stesse prerogative del sistema ancestrale originario. L’antenato, infatti,
    reintroduceva nella sua persona le prerogative di conservazione del passato, armonizzazione del presente e
    preservazione del futuro. Questi regolamentava le cerimonie liturgiche che formavano il basamento dei
    rapporti socio-culturali e gettava le basi per la trasmissione etica all’avvenire. Ogni sua espressione era il
    riflesso di tutto quanto era insito nella cognizione tribale riguardande il prima, il durante e il dopo come
    l’esistenza e la non-esistenza. Una figura totalizzante ma essenzialmente anche e sopratutto protettrice della
    perpetualità. Nella bolla di papa Pio XII del 1 novembre 1950 con il “somnium Mariae” ( l’Assunzione della
    Vergina ) si riafferma un’interpretazione molto vicina a quella indiana. La Madre di Gesù, infatti, secondo il
    dogma cattolico non muore ma si addormenta e viene assunta anima e corpo in Paradiso. I parametri sono
    eguali a quelli appena analizzati. Mentre Gesù con la sua morte apre un’età nuova per la terra e con il suo
    ritorno defisce la sua trasfigurazione, Maria è talmente distante dalle vicende umane da non essere soggetta
    neanche alla morte. Questo denuncia la sua estraneità dalla sfera dell’uomo per proiettarsi ad una asserzione
    totalmente divina ed eterna. Come Vishnu è una figura primordiale totalmente slegata dall’esperienza
    sensibile. Nella cultura greca Dioniso si snoda come un’espressione radicale dell’esperienza teogonica. In
    territorio Argivo, nel lago di Lerna il dio orgiastico ebbe – secondo la tradizione – la morte per mano di
    Perseo che ne buttò il corpo nello specchio d’acqua. Qui, inoltre, esiste un’altra consuetudine associativa tra
    questa divinità orgiastica e Demetra Prosinna, il cui titolo evoca l’eroe Prosinno che accompagnò Dioniso
    negl’inferi alla ricerca della madre in cambio di favori sessuali. L’intessere mitologico è estremamente
    interassante poichè l’impulso sessuale conserva valore predominante. La trasfigurazione dionisiaca
    radicalizza, quasi aggressivamente, gli impulsi delineandole le contraddizioni e creando volontariamente
    stridenti sinapsi. Dioniso incardina questa dualità in modo quasi esasperante generando emozioni diverse,
    contrastate e contrastanti. Questa figura non mitiga in alcun modo la trasposizione psichica ma lascia campo
    aperto alla mente di manifestare ogni suo “feroce disordine eziologico”. Ebbene si potrebbe obiettare che
    forse esistono altre interpretazioni a cui potrebbe essere soggetto Dioniso e non quelle che fin qui abbiamo
    considerato per il serpente di Vishnu o per lo stesso Gesù. Per fortuna proprio la saga di Semele, madre del
    dio, ci chiarisce la correità semantica poichè anche questa ascese alle sue prerogative divine quasi totalmente
    svincolata dalla morte – come nel caso del somnium Mariae del dogma cattolico. La sua presenza nell’Ade,
    infatti, non và considerata come una morte fisica ma come una “cristallizzazione” mitologica della dualità
    psichica. Alla stregua di Demetra-Persefone, Semele incarna la vita come la morte anche perchè la
    raffigurazione di Dioniso non può in alcun modo prescindere dall’estremizzazione di ogni impulso. Proprio
    per questo non si poteva trascurare l’impulso di morte che viene espresso in tutta la sua violenza per gli
    avvenimenti riguardanti il Dio. L’idea di squartare la vittima sacrificale, infatti, è la traslitterazione mitica e
    brutale del sacrificio rituale e del banchetto sacro che ne conseguiva. Questa espressione mitica riconduce la
    figura di Dioniso a quella dell’antenato ed a tutto il comparto rituale che sostruiva il culto ancestrale
    allineandosi perfettamente al discorso fin qui sostenuto. Probabilmente la “lucida follia” che ci è stata
    trasmessa dalle fonti relativa alle cerimonie dionisiache non è altro che la parziale soppressione volontaria
    delle costrinzioni del Super Io. La libertà concessa all’inconscio è la libertà concessa all’irrazionale, alla
    follia, un ritorno temporaneo allo stato istintuale. I satiri trasmettono quest’idea e lo stesso Pan è una
    trasposizione mitologica dello stato animalesco e selvaggio anteriore alla civiltà. Ma, come nel caso
    dell’incesto, anche qui questo ritorno alle origine non sarebbe comprensibile se non peroriamo l’idea di un
    esigenza pulsionale che ne costituisce il fondamento e la genesi. Credo che sia proprio l’inconscio che
    rappresenti questo motivo propulsore poichè unica, sola e vera testimonianza dell’uomo allo stato
    primordiale. Nel codex Marcianus appare un serpente che si divora, mangia la sua coda, per poi risorgere
    come una fenice a vita nuova. l’Ourobotos (mangiacoda) è caratteristica della mortificatio alchemica dove il
    serpente è il più antico tra gli elementi presenti. Nel tractatus Aristotelis si legge:
    Il serpente è il più astuto di tutti gli animali della terra; sotto la bellezza della sua pelle mostra un volto
    innocuo, e simile a una materia hypostatica, si forma lui stesso, per illusione, quando è immerso nell’acqua.
    Lì esso raccoglie le forze ( virtutes ) della terra; tale è il suo corpo. Poiché ha molta sete, beve
    smodatamente, al punto di inebriarsi e fa si che la natura alla quale è unito svanisca (decipere).
    Il serpente ritorna a divorare parte di se stesso come nel caso dell’Ourobotos. L’atto è una tras

Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù
Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre
prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero
da Dio vero, generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono
state create.
Per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo si è
incarnato nel seno della Vergine
Maria e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio
Pilato, mori e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria, per
giudicare i vivi e i morti, e il suo
regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita, e procede
dal Padre e dal Figlio. Con il Padre
e il Figlio è adorato e glorificato, e
ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa, una santa
cattolica e apostolica.

Professo un solo Battesimo per il
perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.

Croce

 Amen.

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