Timeo de Lion Tragedia in III atti

Personaggi

Timeo de Lion, poeta veneziano trasferitosi a Firenze.

Rosalba de Medici, figlia minore di Alemanno de Medici nobile fiorentino

Odette de Glaïeul, prostituta francese amante di Timeo

Genevieve Meunier, prostituta francese

Fra Jacopo Passavanti, abate di Santa Maria Novella

Dama Matilda Combini, dama di compagnia di Rosalba

Salvestro de Medici, nobile fiorentino figlio di Alemanno e fratello di Rosalba.

Stefano de Bardi, nobile fiorentino amico di Timeo Alessandro de Bardi, nobile fiorentino mecenate di Timeo. David Shabbat, artigiano fiorentino di origine ebraica

Voce narrante, uomini, gentiluomini, gonfalonieri, priori, cavalieri, inservienti, attori, bambini, coppie danzanti etc etc.
III Atto

Scena I

Musiche. N. Porpora: De profundis clamavi

Avviene un giorno che un uomo anziano e mite venne a bussare alla porta medicea – A sinistra della scena il palazzo, gli ambienti, a destra il fiume. I capelli radi, gli occhi spenti, un naso sottile e prospicente, le mani corrose dai calli. Aveva indosso l’abito migliore, era di salute inferma e stentava a camminare. Ricurvo e barcollante si accostò alla porta, tenendosi, la percosse debolmente. Si ode bussare.

Inserviente ( di qua dell’uscio).
“Chi è? Chi bussa?”

Vecchio.
“Sono un vecchio vorrei parlare con dama Rosalba?!”
Apre la porta appena per intravedere il vecchio. Inserviente.
“Non può entrare, attenda il ritorno di Salvestro, padrone di casa!”

Vecchio.
“E’ importante ve ne prego!”

Inserviente (decisa).
“Non potete senza Salvestro de Medici!”
Spunta Rosalba dalla loggia sovrastante. Dialogo. Rosalba.
“Cosa accade?”

Vecchio ( con voce pietosa e flebile).
“Vi chiedo gentilmente udienza nobil dama, è importante”

Rosalba.
“Concessa messere, ditemi pure”.
Rosalba scende e con un cenno congeda l’inserviente. Il vecchio innanzi a Rosalba si prostrò genuflesso. Vecchio ( angustiato, poi piangendo).
“Mia affabile signora innanzi a quanto le devo dire mi dolgo per averla distolta dai suoi compiti, per aver tediato la sua tranquillità” – continuando – ” mia moglie, che quivi aveva onore di servire casa vostra, è scomparsa da diverso tempo e
qual dolore e quale miseria non saper se morta o se viva! Lei che così dolce, amabile, mi dica quantunque se è venuta a conoscenza di qualcosa che possa alleviare le mie pene”

Quel viso la fissava, non rimproverandola ne accusandola, ma chiedendo alla sua anima di dare serenità alla sua angoscia. La dama medicea trattenne a stento le lacrime, voleva confessare tutto piangere con lui e dolersi della disgrazia ma non proferì parola. Dopo un attimo.

Rosalba (come stordita).
“Caro messere, nulla so delle vostre disgrazie, era da poco che quivi aveva preso servizio vostra moglie, mi insospettii alla sua assenza ma non ebbi notizia alcuna”.

Vecchio ( sconsolato).
“Oh qual cagione Iddio addusse per rimpinguarmi di mali al mio crepuscolo”
Il vecchio si alza pian piano ed esce, Rosalba resta da sola. Rosalba (piangendo accasciata al suolo).
Oh mio Dio…Oh mio Dio… Nessun fiore, niente cerimonia per quella povera donna, neanche un luogo dove raccomandare la sua anima a Dio”.
Rosalba si alza và alla porta e chiama un faccendiere. Questi entra. Rosalba.
Qual che inoggi ti dico niuno deve venirne a conoscenza, vai alla piana di San Salvi poco distante a manritta ci sono
degli arbusti scava in prossimità di quelli e rinverrai un corpo, prendilo e deponilo davanti il portone ligneo dell’ecclesia dacchè alle prime luci dell’alba possa esser visto”.

Il faccendiere accennò ad un si con la testa anche se l’insolita richiesta lo colse impreparato. Poi parlò. Faccendiere.
Se lei gentil donna non vuole che scandalo dia questa casa, che lei stessa sia tratta in rovina da quello che mi ha ordinato mi faccia grazia di concedersi a me quantunque io lo desideri”

Rosalba (inferocita, cercando di fuggire dalla stanza).
“No!! Giamma! Come osate parlarmi con cotal proposta”

Faccendiere (stringendola ognor più).
“Pensate bene a quel che voi fate dacchè questi lineamenti dolci e ammalianti non si disperdano nel baratro dell’ignominia. Quel che vi chiedo è poco in confronto alla vostra dignitate, volete che vada perduta per cosi poco? volete devastar questa casa onorata?”

Rosalba si dibatteva ma si vedeva alle strette, ricattata e costretta a prostituirsi. Con grande forza l’uomo la prese e la scarantò sul letto, la dama cercava inutilmente di svincolare finchè non irrigidi il corpo e i nervi.

Scena II

Jean Baptiste Lully – Miserere (1664)

Entra Timeo passeggiando per le strade della città, guardandosi intorno con fare elegante e meditativo. Lo incrocia
Clotilda de Gianni.

Clotilda ( con un inchino accentuato).
“Buon lustro messere poeta!”

Timeo ( rispondendo all’inchino ).
“Buondì cara Clotilda!”

Clotilda.
“Cosa fate in giro gentiluomo?!”

Timeo.
“Passeggiavo e guardavo tutt’intorno Firenze nei suoi rumori e nei suoi muri, nelle facciate e nelle opere”

Clotilda (rivolgendosi alla dama di compagnia al seguito, sorridendo).
“Oh quando sono profondi questi letterati…sono davvero il sale di questa nostra vita” – continuando – “Non avete alcun timore?!”

Timeo ( sorpreso).
“Di che cosa di grazia?!”

Clotilda.
“Embè di essere ucciso, gravi perigli latitano per la città di questi tempi”

Timeo.
“Che io sappia non ve ne è alcun motivo”

Clotilda-
“Avete sentito hanno ucciso una donna seppur vegliarda”

Timeo ( con fare distratto).
“Si …h-ho sentito”

Clotilda ( pettegola )-
“E quella dama medicea, Rosalba si chiama, dicono che la Medicea avesse come amante il figlio della vittima e che questa povera donna avendo scoperto l’impudicizia che li legava si sia ribellata a quel innaturale amore e ne abbia avuto fatal destino”

Timeo (salta su irato).
“Menzogna!!! Menzogna!!! Con qual coraggio e licenziosa bocca mi dici queste ipocrite insinuazioni”

Clotilda (assai sorpresa).
“Calmatevi, dalla tua reazione sembra che ti sei infatuato di cotal Rosalba de Medici”
Sorrise e stette in silenzio pochi istanti. Ad un tratto riflettendogli tornò seria Clotilda (infervorata).
“A codesta dama donasti il cuore che, ahimé, a me negasti?? Tu ?! Tu ?!”

Non ebbe risposta alcuna solo cenni negativi con la testa ed un accenno di no con una flebile voce. La donna alla
scoperta fatta andò su tutte le furie e girate le spalle se ne ando di gran passo. Rientra Clotilda piangendo a palazzo, le viene incontro il padre Rodolfo.

Rodolfo.
“Oh figlia, allor dunque che accade che lacrimi di gran voga?”

Clotilda (attenuando il pianto).
“Niente padre”

Rodolfo ( premuroso).
“Oh mia adorata, mia unica gemma sai che il tuo male e anche il mio, orsù dimmi quel che ti passa”

Clotilda (attenuando il pianto).
“Niente padre”

Rodolfo ( premuroso).
“Orsù dimmi…”

Clotilda ( scoppiando in un pianto fragoroso e con rabbia ).
“Timeo De’ Lion, quell’infido ammiliator di fanciulle, mi ha sedotta, violata e abbandonata”.
Il furore accecò il nobil uomo, le orbite si inondarono di un colore rossastro gridando a gran voce. Rodolfo ( accecato dall’ira ).
“Malandrino beone! figlio di puttana!! Pagherà col sangue e con la vita l’offesa arrecata!!!”

Clotilda.
“ padre…”

Rodolfo ( camminando di gran passo su tutte le furie ).
“me ne sia testimone Iddio e tutti i Santi! Avrò vendetta su di lui!”. Scena III
Musiche. A. Marcello – Oboe Concerto in d minor (Marcel Ponseele, baroque oboe – Il Gardellino)

Salvestro nei corridoi del suo palazzo. Un inserviente gli viene incontro. Inserviente.
“Signore, sua sorella, madonna Rosalba, la desidera”
Salvestro.
“Vi seguo nelle sue stanze…”
S’incamminano, superano il ballatoio e svoltano un corridoio. Inserviente (bussando).
“Gentildama, suo fratello…”
Rosalba (da dietro la porta).
“Fatelo entrare di grazia, sono a modo…”

La porta si apre entra Salvestro, l’inserviente si mette in disparte.
Rosalba ( verso l’inserviente con un cenno ).
“Voi potete andare…”
L’inserviente fa un cenno ed esce richiudendosi la porta alle proprie spalle. Salvestro (premuroso).
“Mi avete fatto chiamare sorella…”

Rosalba (stancamente).
“Dalla morte di nostro padre molte cose sono cambiate; io sono cambiata. Sono stanca fratello mio, sfinita, cerco di dare un senso alla mia esistenza e ognor più ne perdo la cognizione. Voglio intraprendere la via conventuale e salutare la pace di cui abbisogno”.

Salvestro.
“Un matrimonio sarebbe per voi miglior cosa, un matrimonio benestante con tutti gli agi. Trovereste nuova linfa.”

Rosalba (dura).
“L’amore è qualcosa che covo dentro e patti e concordati non fanno che avvilirmi. Niente contratti, doti e finto affetto datemi la vita verginea del monastero, lusingate il mio spirito non i miei averi.”

Salvestro.
“Così sia, quale monastero?…”

Rosalba.
“Il Monastero delle Monache Benedettine in San Pier Maggiore andrà benissimo”

Salvestro.
“Va bene puoi andare sorella…acconsento” Scena IV
Timeo alacremente si era posto a cercare Rosalba, ora per lui diveniva chiaro che i tragici eventi di San Salvi avevano compromesso la sua amata. Non si dette pace finché non seppe dove si trovasse e la necessità di vederla al più presto per rassicurarsi delle sue condizioni lo faceva permanere in una sorta di nervosismo isterico. Giunge al palazzo mediceo ma non c’è nessuno, và al mercato e lì non trova Rosalba. Sulla sinistra della scena il fiume gorgogliante, a destra un’abitazione, nel mezzo uno spaccato della città
Timeo.
“Dama Rosalba, dama Rosalba..!”
All’improvviso per le strade un uomo gli si fa innanzi sbarrandogli la strada, altri quattro lo circondano.

Uomo.
“Siamo inoggi quivi per l’onore della dama Clotilda de Gianni a cui recasti vergogna e inducesti all’adulterio per tua crudele delizia”.

Non attesero risposta e scagliandosi addosso a Timeo incominciarono a colpirlo ferocemente. Una volta che il corpo di Timeo si genuflette un uomo tira fuori un coltello per finirlo. Destino volle che Alessandro de Bardi giunga in quel preciso istante.

Alessandro.
“Cosa accade qui?! Briganti! Via da queste strade…ve lo impone Alessandro de Bardi…lasciate quell’uomo….- vedendo
Timeo accasciato sul marciapiede contro il muro – Mastro Timeo! Mastro Timeo! E’ un mio protetto, lasciatelo o peggio per voi”

Dovettero abbandonare l’iniziativa e scappare alla vista delle proteste di Alessandro de Bardi. Assalitore (Scappando con la lama in pugno).
“Se Iddio vuole che anco ora resti in vita, questa lama porrà fine al tuo oltraggioso respiro!”
I cinque si dispersero girato l’angolo per i viottoli fiorentini mentre Alessandro si genuflesse e guardò il volto dell’amico, schiazze di sangue stagnavano in profonde lacerazioni.

Alessandro (prima piano, poi gridando).
“Non arriverà a palazzo se lo spostiamo…chi di voi vuole prendersi cura di quest’uomo?”

Artigiano.
“Io signore posso preparare un giaciglio nella mia bottega”

Alessandro.
“Come vi chiamate buonuomo?”

Artigiano.
“David Shabbat signore, umile fabbro…”

Alessandro.
“Signore sistemate il giaciglio, io manderò un dottore appena possibile…qualcuno mi aiuta a prendere il corpo?”.

Due uomini si avvicinano ed insieme ad Alessandro prendono il corpo di Timeo entrando nella bottega e ponendolo nel giaciglio.

Alessandro (riferendosi all’artigiano).
“Abbiate cura di lui…”

David Shabbat ( con un inchino). “Non mancherò”

Timeo nel giaciglio nella bottega legato al letto. Si destò che era notte, quasi l’alba, spontaneamente mosse il busto ma il dolore e i lacci lo ritrassero nell’immobilismo. Nel buio si udiva il russare pesante dell’artigiano che aveva vegliato per un paio di ore dopodiché, allo stremo delle forze, si era addormentato. Timeo si guardò intorno non riconoscendovi nulla di familiare, i suoi ricordi si fermavano alle prime parole degli assalitori poi un vuoto albergava nella sua mente. Alle prime luci dell’alba il fabbro si svegliò dal sonno e ancora assonnato diede un’occhiata al poeta che lo fissava di rimando. Il vecchio artigiano prese le erbe, un piatto di minestra di farina di ceci e un bicchiere di vino e con molta pazienza imboccò il convalescente.

David Shabbat.
“Ti sei destato finalmente?”

Al primo tentativo di risposta Timeo disvelo un mugito misto al dolore lancinante, in seguito sofferente riusci ad esprimersi

Timeo.
“”Che è successo? Dove mi trovo? Chi è lei?”
David Shabbat.
“Che Yahweh vegli su di te, ragazzo, sei stato brutalmente percosso, sembravi già morto quando ti abbiamo portato qui”.-
e aggiunse -” Il mio nome è David Shabbat , miserevole fabbro di discendenza ebraica che quivi sono nato e vivo”.
Dopo che l’ultima cucchiaiata scese per la gola di Timeo il vecchio gli disse. Artigiano.
“Cerca di non muover arto alcuno e prega Iddio che ti riprenda, io lo farò con te”.

Il buon uomo si alzò, prese degli strumenti da uno scaffale e aperta la porta si diresse nell’officina adiacente. Il cigolio della ante dell’infisso che dava sulla strada cullava il poeta che si ritrasse nell’oblio onirico.

Intermezzo Scena IV – Musiche. A._Vivaldi_Oboe_Concertos

[In sogno tornò ad un fiume, un campo di foglie, un’attesa: stava fermo, aspettando, aspettando, aspettando mentre una luce fioca illuminava delle banchine vuote. [ La scena del sogno è caratterizzata da una piattaforma musicale]

Scena V

A sinistra il fiume gorgogliante, a destra una chiesa, al centro uno spaccato della città: palazzi, torri, scalinate malconcie. Un gruppo miscellaneo di persone: monaci, monache ( tra le quali Rosalba de Medici ), laici, nobili, poverelli, mendicanti, prelati.
Musiche.. Mozart sinfonia concertante in e-flat major k.364
Laici, nobili, poverelli e mendicanti ( I Coro).
“Lo spirito dell’Altissimo torna in città Iddio unge i suoi vivi e i suo morti!”

Monaci, monache, prelati ( I Coro ) “Senza Iddio siamo per lungo tempo stati, senza preghiera, senza quiete!
Anime vacanti, obbrobri di carne.
Che il rito porti seco vita ai vivi e morte ai morti, che gli uomini nutrano speme e non più timore!”

Laici, nobili ( II Coro)
“Arriva il Vescovo! arriva il Vescovo!”

Poverelli, Mendicanti ( II Coro )
“Guardate! Guardate!”

Monaci, monache, prelati ( II Coro )
“Respirando calmi e suadenti il nostro ritrovato ristoro.
Quieta la mia anima padre mio!”

Vescovo ( Arrivando con una scorta d’armi )
“Fratelli …amici…dolci figliuoli! Eccomi a voi, nuovamente il sacro uffizjo risuona alle vostre orecchie.

Una Badessa ( avvicinandosi )
“Oh mio padre. la mia beltà v’attende per condurvi entro le vostre stanze Seguitiamo con la marcia fin a San Pier Maggiore ove direte la funzione.”

Il corteo si muove. Frattanto Rosalba. Rosalba ( Al centro della scena).
“Timeo, Oh mio diletto
dove sei? il mio cuore piange, tutta me ti cerca. Destino funesto sul nostro amore,
lacrime amare, roboanti, sofferenti, fiumi ingrigiti di dolore e avvilimento.
Dove sei mio amato? Perchè taci in mezzo a cotanta folla, grida d’amarmi e io piegherò ogni pudore per stringerti a me!
Chiamami dolce usignolo e la tua voce splenda nel cielo come un musica angelica Ti amo così tanto! Oh così tanto!”

Un uomo corre verso Rosalba furibondo, due persone lo trattengono.

Uomo ( Dimenandosi).

“Assassina!! Assassina!! Codesta dama ha ucciso mia madre!”.

Rosalbe ( impaurita e sospirante, piange poi sviene)

“Oh tu volto che terrorizzi il mio animo già sofferente

Digrigni i denti, abbi pietà se non di me del mio cuore candido! Ahimé tua madre…la piango anch’io vedi…
Ahimé tuo padre…lo piango anch’io vedi… Io amo e non sarei capace di male, credimi! Oh Iddio svengo…

Prima Monaca ( impaurita, scuote delicatamente il volto di Rosalba accasciata al suolo; un’altra monaca la assiste )

“Mio Dio! Mio Dio! Dama Rosalba!? Sorella! Riprenditi! Che la vita e i sensi ritornino!
Come sei pallida? Oh Signore mio altissimo,

il tuo respiro è flebile, il tuo cuore trema come iltuo corpo assopito….

Oh voi signore cosa avete fatto?! Rea è questa donna d’amore e non d’omicidio
o qualsivoglia male”

L’uomo bloccato dai passanti continua a dimenarsi ed a inveire con grugniti rauchi.

Seconda Monaca ( Rosalba apre gli occhi disperata ) “Sorella stà rinvenendo, dai su portiamola al monastero È troppo debole per proseguire oltre;
troppi danni e pianti a visto il suo cuore stamani!”

Le monache aiutano la dama ad alzarsi e tra gli sguardi crucciati dei presenti e le invettive dell’uomo lasciano la scena.

Scena VI.
Musiche. Albinoni adagio organ solo

Una stanza rozza, mura scarne, un tavolo polveroso, due lucernai, alcuni uomini di umili origini riuniti a parlamento tra i quali un uomo che si fà chiamare Michele di Lando; Timeo, con il suo amico Cecco di Jacopo da Poggibonsi, entra e si unisce alle discussioni.

Timeo (entrando con Cecco ).
Mio buon amico dove mi conduci?

Cecco di Jacopo di Poggibonsi (entrando con Timeo )
Vien meco che questa città, inimica della giustizia, cosicché vogliamo risanare.
Gli usurai e tiranni, che come purulenti topi infestano gli anfratti, piangono e tremono all’unione popolare. Chi niente però spera, arde, ribolle come ferro rovente.

Un rumore viene dal gruppo, si voltano e tornano a confabulare mentre Timeo e Cecco di Jacopo da Poggibonsi si siedono.

Michele di Lando ( espansivo carismatico )
Aguzzini, bisbetici e dispotici dittatori, popolo grasso che sulle nostre fatiche edifichi il tuo castello, la tua fortezza. Uomini dal piglio forte, forti nell’animo e nelle membra figli di Marte, di Efesto, di Demetra, che intendiate oggi che serve a codesta città la nostra forza per risanarla e solidificarla. Il bene sia nostra luce, la virile giovanilità la nostra arma. Siate fratelli gli un agli altri nelle prove che la povertà e il destino ci offrono

Timeo ( a Cecco, sottovoce con ammirazione)
Chi è costui dal piglio deciso e dal carisma irresistibile. La sua voce riecheggia, crea vortici di immagini. Chi è dunque costui?

Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( a Timeo, sottovoce)
Michele! Michele di Lando!

Michele di Lando ( continuando )
Oh miei fratelli, vi è cagione che è esempio di qual miseria adombra il Comune! Or nati liberi e di egual dignitate mal sopportiamo la tirannide che inoggi ci opprime. Tra il quattro Novembre e il
trenta di Ottobre furono ammuniti dai Capitani di Parte diciotto cittadini e cinque nel Gonfalonierato di Lodovico di Ser Bartolo. Et non è bastevole cotanta desolazione che vedere in ogni luogo questi passassero la gente levarsi da sedere e fargli reverenza. I bottegai, inoltre, gli vendono volentieri la propria merce anche se non hanno l’ardimento di chiedergli credito. Superbi dispensano minacce o regalie a secondo quel che gli si faccia.

Uomo nella folla ( animando gli animi)
Come possiamo tollerare la schiavitù quando libertà ci
chiama a renderle giustizia! Quando, tolte le catene della tirannide, si ristabilisca eqnanimità per qualsivoglio individuo da Iddio creato e quindi degno di lode!”

Il rumorio cresce

Scena VII Musica G. B. Pergolesi Pergolesi – Violin Concerto.
Una sala elegante, Palazzo Vecchio, Salvestro de Medici, uomini, gentiluomini, Timeo e Michele di Lando.

Salvestro de Medici
“Io Gonfaloniere per il bene et la florida grandezza de la Repubblica pongo alla vostra attenzione una petizione che ripone gli ordini della Giustizia contro i Grandi, diminuisce il potere dei Capitani di Parte e revoca le ammunizioni già preposte. Che sia messa ai voti!”.

Tra lo schiamazzo e il sovrapporsi delle voci si mise a partito la proposta che, per i maneggi dei Grandi, fu integralmente rigettata.

Signore ( grida)
“Rigettata!!”

Il Gonfaloniere, allora, vedendo l’indole timida del collegio che
aveva respinto la sua richiesta, uscì indispettito dalla stanza e discese le scale. Con animo concitato entrò nella grande sala del Consiglio e gesticolando animosamente disse:

Salvestro de Medici. ( indispettito e nervoso )
“Savii del Consilio, io inoggi volevo sanare la città dalle malvagie tirannie de Grandi e possenti uomini. Ma in codesto lavorio non son lasciato fare dai miei compagni e dai collegi che non consentono. Per tali ragioni dacchè io non sono né udito né creduto giudico non essere più Priore o Gonfaloniere di Giustizia: et pertanto io me ne tornerò a casa e voi farete un’altro Gonfaloniere in mia vece”. Detto ciò Salvestro uscì dalla stanza.
A udire tali parole il rumoreggiare si fece grande. Molta agitazione in sala, un uomo grida verso le quinte Uomo ( gridando)
Viva il popolo, abbasso la tirannide

*Un mare di gente si accalca sulla scena inveendo, strepitando, gridando “Viva il popolo”. I Signori abbandonano la scena, il popolo corre dall’altra parte e arde delle case. Timeo lotta con un priore alla vista di due compagni morti.

Timeo ( spavaldo )
“Chi voi siete per reprimere nel sangue la iusta ira del popolo!?” gli disse il poeta.

Priore ( irato )
“Sono ser Piero di Fronte, Priore per Santa Croce, e ti dico che l’irrazionale saccheggio deve aver fine! rispose l’uomo e continuò dicendo: ” La masnada furente che ovunque passa porta ruberie et
rovina, et fochi e che perfino nell’eremo di Santa Angiolo non ha badato alla sacra inviolabilità di cose et persone”

Timeo
“Per il sangue di quei miei compatrioti che tu ferocemente hai appeso a quella corda incrociamo le spade per lasciare a Iddio il beneplacido del nostro contenzioso” rispose virilmente Timeo.

Priore
“Infilzo i tuoi arti dacchè sia palese ai tuoi compagni di non seguitare nella barbarie” concluse il Priore

Combattono.

i due contendenti a forza furono presi e portati via dal luogo dell’incontro.

Priore ( stanco e gridando )
“Inoggi fortuna t’assiste messere”

Timeo
“I miei compagni m’impediscono di associare anco le tue membra irrigidite al giubilo del popolo”

*Il poeta fu tirato via e portato a mezzaria in un angolo della piazza da due uomini, lo posarono, genuflesso si appoggiava alla spada e tirava sospiri pesanti. Risollevò il capo e facendo leva sulla lama si alzò in piedi. Si guardò attorno, i Ciompi lo circondavano, ancora affaticato disse:

Timeo ( respirando forte )
“Voi tutti giungete al Comune per dar man forte al fronte popolare” poi soffermando lo sguardo su un suo commilitone continuò: “

Timeo ( indicando un suo compagno )
Tu Guido accompagnami a quel che ho da fare…Rosalba…”.

Escono tutti. Timeo e Guido dall’altra parte. Scena VIII
Musica. T. Albinoni. Adagio in G minor for Violin, strings and organ continuo.
Nella parte destra della scena delle mura, in quella sinistra una stanza. Timeo, Guido e un custode, poi Rosalba. Timeo ( inferocito e insistente, con la spada puntata sul custode )
“Dimmi dove si trova la cella monastica della dama Rosalba! Rosalba de Medici!”

Dopo un primo momento di panico il custode digrignando i denti si vedeva alle strette: ogni movimento poteva portarlo alla sua fine.

Custode ( tremante )
“Ala settentrionale, secondo piano, terza stanza”.

Timeo ( inveendo e facendo )
scivolare leggermente la spada finché la punta non toccò il collo. )
“Cosa vi è caratteristico in quell’ambiente che la rende palese alla mia vista”

Custode ( impaurito )
“Non lo so messere, non so proprio”
Timeo (tuonando mentre la morsa si faceva sempre più stretta )
“Parla!!”

*Il sorvegliante ebbe un momentodi sbandamento e fremeva dal timore, respirò affannato e implorava lacrimante. Ad un tratto si bloccò e tutto d’un fiato disse:

Custode ( d’improvviso)
…una nicchia turchina! ecco vi è una nicchia color turchino!”.

*Dopo queste parole la stretta al collo si alleviò e l’uomo potè rasserenarsi. Il poeta lo spinse addosso all’amico che lo immobilizzò con una fune e si pose a sedere accanto al prigioniero.

Timeo
“Resta tu qui Guido”

Timeo si partì verso il lato sinistro dove non c’era nessuno. Si sedette su una panca e attese, Rosalba entra di volata, Timeo la cinge da dietro e gli mette una mano sopra la bocca, la gira: si baciano.

Rosalba (malinconica)
“Ora vai forse e meglio che dimentichiamo ogni cosa. noi due e quel tormento che è il nostro amore”.

Timeo ( innamorato )
“No mia amata, a guisa di martire che il mio corpo sia straziato dalle più crudeli
tribolazioni giacché il respiro non sopravvivi al tuo abbandono. Quella vita ,del qual senso prima mi era ignoto, or si schiude ai miei occhi con la leggiadria del cigno. Credo che il tempo, quell’inesorabile e crudele tiranno. ammutolisca innanzi a te e si pieghi, con dolce mansuetitudine, all’infinita beatitudine insita in te”.

S’inginocchiò ai piedi del giaciglio, davanti le ginocchia della dama e poggiando la testa sulla tonaca gli sussurrò:

Timeo (Sussurrando)
“Io amai sempre et amo forte ancora e son per amar più di giorno in giorno quel dolce loco ove piangendo torno spesse fiate quando Amor m ‘ accora”

Rosalba prese la testa di Timeo la alzò e gli diede un bacio sulla fronte. Il suo sguardo si fece dolce, le gote rossastre, una tristezza ricolma di pietà gli si dipinse in volto.

Rosalba ( pietosa )
Oh iniqua fonte di felicitate qual
contrariato ardore che il petto mi comprime! Tu, Timeo de Lion, che neghi il fato avverso! Che mi tiri nella pazzia, folle mente che segue tacitamente i sensi e le emozioni”

Disse la dama carezzando le guance ruvide e piegando la testa da un lato e dall’altro.

;Scena IX.

Musica. J. S. Bach, D minor BVW 1068, “Air”

Scenografia a destra una stanza a sinistra un paesaggio. Timeo ed Alessandro poi il poeta ed un monaco lungo la strada
Timeo ( timidamente)
“Mio dolce sovrano, mi date licenza di parlarvi?”

Alessandro ( paternalmente )
“Orsù caro, come posso negarti tale licenza se mi sei servo fedele, compagno et amico? dimmi pure”

Timeo (sconsolato)
“Più che al divino Dioniso posso io far di me somiglianza a Carope, umile servo, ebbene com’egli anch’io ho scoperto intrighi e trame in contro qualcuno. Ma è me medesimo l’oggetto di tanto periglio e per tal motivo ho deciso di partire e prender congedo da voi che come vostro pari mi avete trattato.”

Alessandro ( sbrigativo)
“Bando alle lusinghe e alle gentilezze che ti sono consone, or dimmi ove avete intenzione di andare?”

Timeo
“Che il fato faccia di me quel che più gli aggrada! non un luogo ne gente amica dacchè tornare ai miei natali parrebbe consegnarsi spontaneamente al boia” rispose Timeo con un pò di scoramento.

Alessandro
“Or dunque,ho in Roma amici ai quali concederei anche la mia stessa vita se
fosse necessario: recati da loro! Io manderò un epistola che ti annunzierà al loro cospetto. Non temere, parti anche subito! sarai accolto come figlio dalle braccia di sua madre.”

Timeo
“Oh quanta grazia cortese padrone! Come posso io, misero qual sono, ripagare cotanta dimostrazione di magnanimità et di virtù?! Eguagliate Prometeo che pianse lacrime amare per aver avuto pena dell’uomo or voi così inoggi fate quel che si addice alla maestà vostra”.
Alessandro fece due passi e abbracciò il poetà con un lieve sorriso che gli si dipinse in volto.

Alessandro
“Fai buon viaggio che Iddio protegga la tua vita che mi è così cara

Esce Alessandro, resta Timeo vestito da viandante incontra un monaco Musica. G. Rossini, l’italiana in Algeri, overture

Timeo
“Sant’uomo – per qual guisa avete intrapreso il viaggio?”

Monaco
“Amice” quel che ti dico ti sorprenderà ma mai ebbi arimanere dacchè Iddio viandanti ci fece per codesta vita, solo in cielo vi è fissa dimora”

Timeo
E ben dite, andate in pellegrinaggio nella città di Pietro?”

Monaco
“Mio dolce ragazzo vado a Napoli, nel monasterio della Certosa di San Martino, per prendere parte ad un concistoro”.
Timeo
“Reverendo padre io sono Timeo, della famiglia veneziana dei Lion, qual’è il vpstro nome?”

Monaco
Il mio nome è Pierre d’Estouteville, umile servo d’Iddio nella canonica di Mont Saint-Michel in Normandia”
*Li indirizzarono vero una delle poche locande del paese. Era gestita da un uomo paffuto e tondeggiante con un ventre prospiciente che sopperiva alla quasi assenza di capelli. Giunti colà, seppur travisarono involontariamente la retribuzione, ricevettero subito la cella per la notte e si sedettero in un tavolino attendendo le pietanze. L’oste arrivò con una fiaschetta di vino e rimasugli di arrosto con spezie e uvetta. Un aroma forte accompagnava il gusto stridente tra il dolce e l’amaro..
Mangiarono voracemente, quasi in un silenzio solenne, alternando veloci bocconi a lunghi sorsi di vino. Solo quando ebbero scolato fin all’ultima goccia della bevanda e divorato a sazietà, sulla soglia dell’ubriachezza e dell’assopimento, si scambiarono qualche parola.

Il locandiere ( intendendo far pagare il conto)
“Orsù dolci ospiti vi vedo sereni e rinfrancati…”

*Fra Pierre lo interruppe pacatamente con un gesto della mano. Si volse verso Timeo e, in una progressiva animosità sempre crescente, disse singhiozzando

Monaco
Sir Giovanni Aguto dov’è accampato questo vostro esercito sanguinario? Qual povere queste genti su cui piomberete come aquila che abbranca un agnello! Rovina, piaghe e morte in quel foco divoratore che ingurgiterà cose et persone!” Si alzò allora, barcollando e reggendosi a fatica, e prendendo per un braccio l’oste diede un piccolo colpo al tavolo

Monaco
“Muovetevi a pietate, caro messere Aguto, nel vedere queste genti che senza voler niente – se non la grazia di Iddio onnipotente – vi sfamarono e ristorarono dalle fatiche dell’imprese vostre!!
Guardate quest’uomo tornito – fece indicando il locandiere – non un soldo vi chiede per questa notte! per il cibo che avete appena mangiato!”.

Locandiere ( provando a protestare )
“Ma invero padre..”

Monaco ( con una recitazione marcata)
Oh misera creatura che nel vederti strappato ogni amore solo nella fine trovi quiete! Si, mio caro Oste, sacrifichi i tuoi interessi dacchè la tua città e te stesso vivano in pace et prosperità! Qual uomo fortunato ed eroico! Come nel caso di Abramo o di Lot l’essere giusto salva la città da infausti avvenimenti! Lode a te!!”

*Nel trambusto della conclusione veemente, il proprietario, in uno stato di confusione, accennò ad uno stordito si con la testa permettendo al monaco di Mont Saint-Michel di approfittare della situazione.

Monaco
“Santo! Santo! Santo! lode e gloria a te in eterno buon uomo! Inoggi hai salvato i tuoi concittadini da gravi perigli e che questa mia bocca annunci ai tuoi congiunti tali miracolosi avvenimenti! Ci ritiriamo e domani
racconterò come Iddio abbia agito con il più misero dei suoi strumenti per risparmiare codesta gente! Buona notte!”

*Timeo si alzò dal tavolo e, lasciando l’oste ancora frastornato, sparirono per la
scalinata verso il piano superiore. Erano ancora in dormiveglia, in uno soave stato di rilassamento, quando la cella si spalancò ed entrò il proprietario furente per il raggiro con un grosso coltellaccio da cucina arruginito.

Locandiere
Agrr…pagate o altrimenti…”

Monaco ( ancora assonnato )
“Come osate disturbare e minacciare Tommaso di Lancaster, figlio di Enrico IV d’Inghilterra e signore di Clarence!?
Locandiere ( sorpreso )
“E chi è? e dov’è? “

Monaco ( indicando Timeo)
“Come!? non riconoscete la di lui maestà e regalità!?

Locandiere ( esterrefatto )
“Ma..ma..Sir Giovanni Aguto?”

Monaco
“Cosa dite stolto!? dormiamo vostra altezza nonbadate a questo misero individuo! che la vostra vendetta non si abbatta su di lui per tale oltraggio!Buona notte!”.

*L’oste restò per una attimo sulla soglia della cella, smarrito, non proferendo parola e guardando l’ospite che si distendeva comodamente nel giaciglio.

Locandiere ( inferocito )
“Alzati bestia della terra!! Falso profeta !!- tuonò d’un tratto avanzando minaccioso con il coltello in pugno – Alzatevi sregolati birboni!! Fuori da questo ospizio!! Fuori, ipocriti, o che Iddio mi redima dal versare il vostro sangue…”.
*Fra Pierre sobbalzò in un’intensa paura improvvisa e alzandosi balbettava frasi sconnesse: Monaco ( balbettando)
“Ma…Giovanni di Clarence…figlio del re Federico…Tommaso…vendetta…messer Velluto”. ” Messer Velluto!?

Locandiere ( quasi rabbonendosi, inveendo subito dopo )
Ora chi è costui? Basta con le tue false ciance regali cialtrone!! Via da qui o per Giunone…!!!”

*Timeo si levò intorpidito e con fare annoiato sguainò la spada dal fodero mentre il compagno di viaggio alla chetichella si nascondeva dietro di lui. Con l’arma puntata in direzione dell’avversario trasse da una saccoccia di cuoio quindici fiorini e li gettò innanzi a se, all’oste che lo guardava risoluto.

Timeo
“Prendi!! ora và il debito è saldato!!.

*Il proprietario abbassò la lama rossastra e, con un gesto di stizza, raccattò le monete dal pavimento
imprecando mentre lasciava la stanza. Passarono la notte, il mattino ripresero la strada ma ad un crocevia incontrarono degli uomini.

Uomo ( nel crocevia vestito alla civile )
Sei tu Timeo de Lion?

Timeo
Chi mi cerca?? Amici o nemici?

Uomo (masticando vistosamente, poi sputando)
“Lanaiuoli tuoi amici”

Timeo ( titubante, poi deciso )
“Eh…ebbene sono io! Dite…”

Uomo ( mentre circondano Timeo)
Sei in arresto bandito et eretico, sacro uffizio”

Assalito, lo portano via.

Scena X

Musiche. L. V. Beethoven, Sinfonia n.9

Tutti ( ripetuto)
“Libertà !! Libertà!! bonum ex integra causa”.

Michele di Lando spuntò dalla ringhiera col suo portamento vigoroso in un connubio tra una maestà accennata e un carisma naturale. Con un cenno della mano prese la parola facendo scemare il brusio che vigeva tutt’intorno e placando le mani di donne che si dibattevano nell’aria in segno di supplica. Nel lato destro della scena Timeo flagellato.

Michele di Lando ( solenne )
“Fratelli! Lungimiranti reggenti della magnifica Fiesolana! Voi che, in indomito ardore, alzaste il obraccio contro la tirannide coronando la mia fronte dell’alloro delicato! Che chiedete di grazia? Ben sapete quanto io sia legato, in affetto e in gratitudine, a codesto uomo per cui voi v’appellate. Dacchè le vostre urla non siano vane vi prometto, e vi giuro, di farmi vostra voce e vostro strumento per trarre Timeo et la iustizia santa dalla mano dei carnefici!”.
Timeo viene rilasciato e si unisce a Michele di Lando Timeo
“Quantunque – cominciò allora – sia qui ad abbracciarvi come fratelli, padri e madri, figli, a ringraziarvi per la mia vita et per il mio respiro. Quantunque da questa città ebbi, senza obbligazione alcuna, ogni bene et ogni grazia e che, se non il mio corpo, la parte che definiamo anima quivi vive et quivi lascio. Sono appena stato accolto che già prendo concedo e proprio per quell’amore, di cui inoggi mi date testimonianza, dovete lasciare che vada giacchè la parte più profonda in me non scompaia. Non un addio ma un arrivederci nel segno di quell’affetto verso di voi che mi è stato compagno nelle notti buie mentre naufrangavo sulle schiume fragili dell’esistenza”.

La folla si dirada, escono tutti compreso Michele di Lando. Entra Rosalba, presi per mano proseguono per un tratto a piedi, degli uomini si contrappongono a Timeo, lo circondano, legano Rosalba.

Timeo
cosa volete…!?”

Uomini
“Muori insolente ipocrita!! Muori cane d’un veneziano!! Che la tua fine ripaghi la gentildonna Clotilde de Gianni della sua casta verginità!!” .

*Il primo fendente lo sfiorò sul fianco sinistro, il secondo gli trafisse il costato destro. il dolore era lancinante mentre il poetà barcollando si poggiò sul grande portone. Rosalba muggiva lacrimante con la bocca tappata da un pezzo di stoffa: si contorceva mentre ad ogni colpo voltava la faccia e tentava inutilmente di gridare, di opporsi. Un’altra pugnalata trapassò la spalla sinistra di Timeo infilzandosi nel legno della soglia. Ormai privo di vita il corpo si accasciò scomposto al suolo. Rosalba venne subito liberata mentre i sicari si allontanavano velocemente. Si buttò sopra il corpo maciullato di Timeo e lo scosse disperatamente, baciandolo e stringendolo a se.

Escono tutti,, Timeo viene caricato e portato su un letto

Scena XI

A destra il letto con Timeo, a sinistra scorribande e lotte
*Il die 27 di Agosto 1378, sotto la commozione del rito funerario a Timeo de Lion poeta fiorentino, il popolo si alzò di nuovo in un grande e tremendo tumulto.

Scena XII

Musica. G. B. Pergolesi. Sinfonia per Violoncello e Basso Continuo in Fa Maggiore – Adagio
Cecco di Jacopo da Poggibonsi ormai vecchio rimesta in una borsa, trova un rotolo, lo legge e ripensa a Timeo. Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( amorevole con il rotolo aperto in mano, poi rivolgendosi al figlio )
“Ah Timeo, Ah Rosalba, David Shabbat, i ciompi, Firenze…figlio mio dobbiamo consegnare questo scritto ad una vecchia amica”

Figlio.
“Va bene padre, partiamo con il sole mattutino per Firenze”

Cecco di Jacopo da Poggibonsi
“Questo scritto redatto da Timeo de Lion è sicuramente per Rosalba…avevo promesso di consegnarlo…ora ricordo! Chissà se è viva, speriamo di trovarla.
Musica T. Albinoni – Oboe Concerto in D minor, Op. 9 n. 2 Firenze 1420. Cecco di Jacopo da Poggibonsi e il figlio Cecco di Jacopo da Poggibonsi
Ecco Santa Reparata…è ancora in costruzione e quelli sono maestro Donatello e Brunelleschi, andiamo su! verso borgo
degli Albizzi, nel monastero di San Pier Maggiore!

Figlio
Proseguiamo per di lì padre mio.

*In un monastero Rosalba era rimasta ascendendo al ruolo di badessa.
Per molto tempo ella ricoprì quella funzione con grande ardore e profonda devozione tanto da essere amata profondamente dalle compagne. Ormai vecchia e malferma stagnava in un letto accudita dalle sorelle del cenobio. Cecco arrivò, chiese licenza e ottenendola si presentò innanzi alla cella di Rosalba. La pelle corrugata della vegliarda lo scrutavano con quello sfondo azzurro degli occhi che non poteva essere corroso dal tempo. Sorrise, fece per muoversi ma dovette desistere immediatamente. Cecco la guardò pietoso aprì la sacca e prese il piccolo rotolo.

Cecco di Jacopo da Poggibonsi ( porgendogli il rotolo )
“è per vostra grazia reverendissima badessa!”

*Rosalba prese il pezzo di carta lo aprì. Una piccola lacrima fugace scivolava tra le vallate impervide del suo volto. Allora prese un sospiro, lo lesse e spirò:

Musiche. Richard Wagner, Lohengrin – Prelude ( continuato, post chiusura )

Voce Narrante
Ti aspettai lungo il sentiero che portava alla fine, il Cocito accompagnava il mio attendere con fruscii cupi mescolati al dolce scorrere delle acque. Luongo aureo, etereo, mesto, una luce perpetua illuminava di un colore rossastro banchine ceree vuote mentre il fogliame sparso e fitto intralciava i miei passi. Ti aspettai ore, minuti, giorni il fermarsi greve di un tempo immutabile, pianto che risuona come
sinfonica melodia infernale. Mi posi a guardare l’abisso dove mi persi: pozzo che canutamente diede
l’autunno ai miei giorni.
Naufrago nei ricordi, negli istanti, nei momenti che l’accigliarsi del tuo volto rendeva splendidi. La fine accorre e io ti aspetto pensandoti ogni qual volta la foschia si erge, ogni qual volta il vento da settentrione posa le foglie su quelle banchine. Ti aspettai lungo quel sentiero, davanti quel
mondo eterno per abbracciarti dove nessuno ci può separare

FINE

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