Timeo de Lion Tragedia in III atti

Personaggi

Timeo de Lion, poeta veneziano trasferitosi a Firenze.
Rosalba de Medici, figlia minore di Alemanno de Medici nobile fiorentino
Odette de Glaïeul, prostituta francese amante di Timeo
Genevieve Meunier, prostituta francese
Fra Jacopo Passavanti, abate di Santa Maria Novella
Dama Matilda Combini, dama di compagnia di Rosalba
Salvestro de Medici, nobile fiorentino figlio di Alemanno e fratello di Rosalba.
Alessandro de Bardi, nobile fiorentino mecenate di Timeo.
David Shabbat, artigiano fiorentino di origine ebraica.

Voce narrante, uomini, gentiluomini, gonfalonieri, priori, cavalieri, inservienti, attori, bambini, coppie danzanti etc etc.

Musiche. Vivaldi – Violin Concerto in G Major RV 310

Voce Narrante
“Camminai lungo i viottoli di Firenze tanti anni or sono
ma il ricordo pur di vivere mantiene tenace pregnanza.
Ancor rimembro le grida e tante volte nel sogno ogni dettaglio appare sottile, specifico, eterno.
I volti che incontrai, le labbra che dolcemente si accostarono alle mie, negli amici dell’arme dai volti forti e passionali.
Irriconoscente al tempo la mente combina le storie, le vive intatte come orgogliose vestigi di un passato remoto.
Era un giorno freddo, il sole pallido compariva a tratti per poi scompararire parzialmente , dolente brillava di un calore muto.”

Atto I

Scena I
Si apre il sipario. Firenze XIV secolo d.C. Palazzo Vecchio: Gonfaloniere, gentiluomini, priori, cavalieri, inservienti a concilio in una stanza elegantemente dipinta e ornata alla moda barocca.

Gonfaloniere
…Signori Priori…Compagni!…
Ebbene illustri congregati già vi è noto il periglio che inoggi condividiamo.
Truppe papali avanzano minacciose verso codeste terre, depredando,
uccidendo, facendo man basso di ogni uomo o edifizjo.
Le Erinni, fregiate dello spirito dell’altissimo, si avvicinano alla città
Calpestano la terra minacciose strisciando come Serpenti
Di zona in zona, di città e città. Che il fato ci si opposta
O abbia per noi clemientia, dobbiamo dare ragione
Alle pene del giorno, dare risposta alla paura di Firenze
E di codesta nostra terra tutta. Opaco il sole piange con noi
I molti morti caduti sotto il peso mercenario,
dilagono i tormenti, il riposo ci è negato. Se il fiore
non sboccia nell’infreddolito ramo, se la pace non trova
conforto, son le armi il dolore e la gloria di questo triste tempo.

Primo Gentiluomo.
” Ebbene si gentiluomo! Silenti e inermi dobbiamo restare
nel rimirare Firenze che brucia, che agonizza stretta
dal braccio delle armi?! Non fosse che la tranquillità,
il quotidiano divenire nel seno della più atroce morse,
stridore di ferro e il fuoco nero delle arsioni.
Degli uomini e delle donne la rovina, la fuga,
il timore. Guerra cade sulle nostre teste, sulle
auliche e rigogliose mura cittadine. I tamburi
risuonano colmando l’aria della sua temuta melodia.
Assediati da mano nemica, agli uomini chiedo coraggio,
alle donne beltà. Or dunque, oh voi signori, cosa proponete che
possa giovar a noi tutti.

Primo Priore.
“Che i soldati siano pronti al contenzioso,
che codeste mura diventino sentinelle indefesse dei focolari,
che Firenze tutta imbracci la spada e la vanga per combattere e costruire.
Difendiamo la nostra vita e nostri cari, preserviamo ognor più
La nostra legge, avanziamo possenti nelle terre cercando l’aiuto degli amici
E la distruzione dei nemici. Con il braccio e le pietre, ferree entrambe,
armonizziamo quel che natura, dama giusta quanto maligna,
al nostro pianto ha dato. Dei palazzi, delle case, un focolare
che passionale saetta come il nostro spirito.

Gonfaloniere ( al primo priore)
“Gentiluomo mi par savio rafforzare i bastioni e cingere avamposti,
chiamare le truppe a raccolta,ma ci abbisogna di tempo e di denaro
e inoggi siamo manchevoli sia dell’ uno che dell’ altro”.

Cavaliere .
Ebbene che si dia inizio al reclutamento dei soldati
e che si chiamino a raccolta quanti nei campi o nei casolari
sono indaffarati nelle loro opere. Nessuno rimanga indifferente
al nostro richiamo. Il grano non maturerà sotto un tempo infausto,
ne donne partoriranno in pace i loro piccoli. Triste questa stagione
non cammina senza che i piedi scivolino nel più vile baratro.
Un giorno giudice degli uomini e degli dei, amanti della
Preziosa vita, nello spirito uniti alla comune sorte, gioia, pianto,
dolore, fin al giorno della agognata pace.

Secondo Gentiluomo.
“Che mi sia permesso di aggiungere innanzitutto che la città è
stremata dalle calamità: la peste, la carestia, la fame.
Le casse di Firenze languono e in affanno risalgono il baratro
di quegli anni. Quale balzelli e nuovi oneri imporre ad
una popolazione siffatta?! Come pagare le truppe, costruire
mura ed alzare steccati?!”

Terzo Gentiluomo
“Me ne scusate illustri colleghi,
se angusto si porge codesto giorno lasciamo che sia il tempo a
ritrovar la retta ragione, or triste per li malanni di cui la
Repubblica s’afflige, e ne è dolente, non fosse che a serbar
fiorini tirassimo a noi sciagurata sventura, inviamo adunque
ambasciatori a ricusar con moneta lo patto che tanto inoggi c’abbisogna.
Che ambasciatori trattino l’agognata tregua, preparandoci,
meditando, costruendo, nell’amor silente verso il continuo scorrere del
tempo, immutato e stabile. Niente lenisce più di questo questo scambio,
che Iddio ci ha imposto,tra il solenne fruscio delle vie e i tonfi striduli
della battaglia.

Secondo Gentiluomo ( prima rivolto al terzo gentiluomo poi all’assemblea)
“Mi par che quanto detto da codesto gentiluomo sia oltre modo savio,
che noi che ad assennate voci siamo dediti non possiamo che non
seguir tal rilucente proposta. L’orizzonte già si prospetta, si apre alla notte,
le stelle seguono il loro corso disordinate, scombinati gli astri catturano
la paura atavica della morte, della distruzione. Quando che l’alba ci coglie
in un frastuono assordante che non lesina amore. Scompaiono le tenebre e
la vista del sole ritrova senso e scopo, esiste, e gli elementi ne sono testimoni.

Gonfaloniere.
” Oh congregati, figli della grande Fiesolana,
anch’io sono convinto che la moneta possa dare a noi quel tempo di cui abbisogniamo
ma solo questo, ahimé, solo rimandar quel che inevitabilmente a da venire.
Il pontefice invierà ben presto altre truppe, altri uomini dal ghigno feroce
sfideranno i nostri possessi e noi non possiamo far altro che prepararci.
Ma, amici cari, cerchiamo di comprendere come il futuro,
seppur frastagliato, deve dare al mondo luce e germogli di nuova vita.
Una vita che ama, fatica, corre come un piccolo cervo tra gli
Impervi sentieri della tranquilla convivenza. Dai rami della grande
e possente quercia, una luce dorata deve condurre la nostra vista
verso il cielo di un anima liete e pacifica, di una Repubblica che
agogna di ritrovare splendore e maestà”

Secondo Gentiluomo
Permettetemi gentiluomini di dire che sappiamo, inoltre, da fonte certa
che il Cardinale di Bologna tesse trame oscure in Firenze per carpirne le intenzioni.
Entro le nostre mura sono entrati, davanti alle nostre porte bisbigliano la nostra fine.
In chiostri di vipere la voce cola purpurea non smentendo preoccupazione
E infedeltà. Le porte della città sono ben poco di ostacolo per i pericoli.
L’uomo, aspro e incontrollabile di sua natura, è il gendarme delle pazzia,
scrigno di infamia e malvagità. “

Cavaliere
Che guardie siano avviati per le strade, torri, rupi o sacrj edifizj
non abbiano alcun mistero. Chi ci attacca all’ interno ci minaccia
doppiamente: il periglio esterno e quello intra moenia si congiungono
e si intersecano; L’uno grava sull’altro, l’uno apre le ferite altrui.

Terzo Gentiluomo

Gonfaloniere
“In questa prova la Repubblica, sempre di onori degni, si batterà con
maggior vigore, falsi amici, amici ingannevoli, traditori, mercenari,
come quando truppe che barbare lambiscono le nostre coste reclusi
debbano essere alla loro truce sorte. La ragione sia portatrice del
peso della nostra sorte, il vigore degli uomini e l’avvenire,
in una primavera di un flebile e delicato profumo, elargisca
i suoi doni. Attratti giammai dalle lusinghe della conquista
quanto figli della libertà e fratelli nell’amore.”

Scena II
Musiche. A. Vivaldi. Concerto per Mandolino in C Maggiore RV 425
Escono tutti. Appare Timeo seduto su una scrivania. Un tramezzo viene inserito nella scena con alcune porte. Dopo pochi minuti Timeo si alza ed esce dirimpetto alla parete, un bambino passa trotterellando.
Bambino ( a Timeo).
“Maestro!”

Timeo (al bambino).
“Lucio!! Come mai sei qui in codesta ora del vespro?!
Vai senza perdere minuto alcuno da tuo zio Stefano!
La luce è scarsa, il giorno si spegne e tu tra poco,
furfante, non vedrai a un palmo dal tuo naso.”

Bambino ( a Timeo )
“Va bene messere!”

Il bambino si volta e prosegue insieme a Timeo che lo prende per mano.

Timeo ( guardando in basso il bambino).
“Come stai Lucio!?”
Bambino ( guardando in alto Timeo ).
“Io!? Ah! mbè! Sto bene!!”

Timeo e il bambino proseguono fino alla porta davanti la quale si fermano e scrutano dentro. Un uomo era seduto in una specie di studiolo, appena li scorge innanzi alla porta và verso loro guardando immediatamente il bambino con aria torva e ipocritamente burbera.

Stefano ( al bambino )
“Lucio, dove eri di grazia!? Ti ho fatto chiamare da Caterina
molto tempo fà! Gironzoli per il palazzo meditando e giocando
Ahi cara gioventù, ambrosia della vita, spensierata, sognante,
che i periodi dell’uomo possano ricominciare sempre
dall’adolescenza cosicché almeno quel lustro ti sia dolce.
Quanti crucci porta seco la vecchiaia, quanto tristi eventi
La vita nel suo declino compone.”

Bambino ( impacciato cercando di trovare delle scuse adeguate )
“Eh! Eh! Si! passeggiavo!”

Stefano ( al bambino )
” Preparati per il desinare che ormai l’ora è tarda e tua madre
t’attende! Và su!!”
( a Timeo )
“…Mio caro Timeo penso che Odette e le tue pupille ti attendono
codesta notte adunque non ti tedio oltre! Non ti racconto questi
giorni rivali ostinati della tranquillità. Lustri terribili, giorni
vacanti, ansanti nei confronti della vita come di un vuoto faticoso,
di un accostarsi al respiro forzato. Racchiudono un tempo troppo
limitato per perdersi con tale asprezza. Nel ciclo della vita ne
decurtano l’essenza e il piacere e io di questo e quelli niente
ho e niente trovo. Mi scuserai. Buona serata!”

Il bambino annuisce vistosamente, si volta, guarda sperduto a destra e a sinistra e s’avvia. Timeo e l’Uomo restano soli.

Timeo
“Stefano, fratello mio, in San Giovanni pochi giorni or sono,
mentre crucciato rimiravo l’andirivieni della gente
e solingo ero perso nei miei affari vidi improvvisamente un angelo!
una sublime dama che scivolava leggiadra.
Sembrava librarsi, sembrava eterea che tendea tra il vento e il sole!
Poche parole riescono a descriverla, nessuna è alla mia portata anche
se poeta m’appello.”

Uomo.
“Ebbene la conosci?”

Timeo:
“Oh di grazia no! Credo che sia realmente un cherubino che il mio
cuore intende affligere con le sue arti che ben lungi dall’essere umane e
eppure umane sono. Oh nuda statua marmoria , vergine immacolata
di splendore. La sua pelle è come un manto di cigno, i suoi occhi cantano,
il suo respiro riempie il giorno di luce e il vento di profumi. Magnifica!
Amo di già, gridando, pensando, trovando parole nuove con la quale
Adulare una dea che ben distante dalle frase, dall’espressioni, fin anche
Dalle mortale natura.”

Uomo.
” Va bene, non tardare oltre ora vai da Odette e le ragazze.
Odette ti ha scritto spesso di recente e chiede ardentemente di te!
Ormai da svariati lustri angustia tutta Firenze!”

Timeo.
“Per adesso le scrivo davvero poco! I gravosi giorni portano seco mille minuzie,
dalla più improbabili a quelle meno;
io indaffarato girovago di qui e di là, spesso alieno alle cose e alle persone.
Spero di vederla questa sera e auspico che sia lieta della mia presenza”

Uomo.
“Lo scoprirai presto e credo che non resterai deluso, và subito dolce Timeo!”

Timeo si avvia ma l’uomo lo chiama.

Uomo
“Me ne scuserai, un momento!”

Timeo
“Spettabilmente messere..”

Uomo.
“Genevieve mi aveva chiesto di dirti che la tua tonaca è stata rattoppata”

Timeo ( fà un cenno consensiente con il capo).
“Cordialmente..”

Scena III
Musiche. Chopin. Nocturne G minor, op 15 No 3
A Sinistra: il fiume si intravedeva tranquillo scorrere nella semi oscurità, gorgogliare saltuariamente. La luce era scarsa, la notte avanzava inevitabilmente. Timeo camminava impettito ma alquanto rapido quasi smarrito osservava in alto le case, i palazzi, le viuzze che si aprivano con qualche malconcia scalinata. A destra le stanze di Odette dove si vede la dama indaffarata. Lungo il tragitto tre gentiluomini si accostarono a Timeo lungo la via.
Primo Gentiluomo.
“Dove andate così di gran lena messer poeta?!”
Timeo.
“Rimiravano Firenze allo spegnersi del sole, sembra una gemma intrisa di malinconia non credete?”
Secondo Gentiluomo.
“Ebbene brilla la città con tutti i suoi ori, diamanti, argenti che vivon anche nelle sue strade remote, in anfratti sconvolti dal tempo, piegati dalla trascuratezza”
Primo Gentiluomo.
“Ma dunque Timeo, quale musa canta il suo amore per renderti in cotal maniera smarrito, perso nel guardare invano”
Timeo.
“Credo che le muse siano così tante che inutile diviene contarle, io chiamo questa terra come mia ninfa e questa risponde con la sua forza. Caro gentiluomo, vedi le mie muse brillano in cielo, una ad una, le puoi contare che ognor più inora ti si mostreranno”
Primo Gentiluomo ( sorridendo insieme al secondo gentiluomo e scambiando con lui occhiate d’intesa. Alla fine dell’ultima parola il secondo gentiluomo con un gesto plateale della mano accenna ad un accentuato inchino poi i due si allontanano senza dire altro ).
“Che la notte ti sia propizia gentile poeta che l’ora è tarda e la notte si appresta a mostrarsi. Vi saluto.”
Timeo.
“Anch’io vi rendo omaggio messeri.”
Timeo bussa alla porta di Odette, la dama risponde dall’altro lato.
Timeo.
Odette!? Odette?!
Odette.
“Chi voi siete?! ditemi il vostro nome!”
Timeo.
“Sono Timeo, Odette aprite di grazia!”
Apre.
Timeo ( stringendola ognor più).
“Tenera Odette, credo che manchevole sono stato questi dì nel perdermi nei meandri della materia
quando la mia mente, che tanto ti agogna e freme per te,
ti cerca invano solinga senza che io abbia a che fare”

Odette (alzando il viso dolcemente e lentamente ).
“Avrei da dirti mille cose, quelle carezze che tanto in questi giorni mancano e pesano su un animo afflitto,
dolente, quell’assenza che il lustro e la notte non leniscono.
Un dolore che nel tuo cuore si prosciuga eppure sei quello che tormenta questa mia anima.
Come svincolarsi da tale morsa di vita?
Ascolto nel riecheggiare della città i rumori, i suoni, e in questa vedo la tua presenza
continua come la ricerca perenne e mai spenta della mia essenza.”

Timeo ( Odette abbassa la testa e la poggia sul torace di Timeo, questi la stringe ).
“Nella tua grazia, in un mondo in cui lesino gioia, quei tuoi tratti appaiono così sublimi da inebriarmi.
Io vivo in te spinto da quell’alto spirito a cui tu dai forma e sostanza.
Da solo, cercando di dare un senso alla realtà, ho scoperto sempre e soltanto l’amore.
Spesso nel suo nome e nel tuo le mie lacrime hanno raccolto la tua tristezza, la tristezza della tua assenza.
Muto mi appare il mondo seppur schiamazzi in preda al suo delirio e nel cercanti trovo quello che davvero mi abbisogna.

Odette ( Stringendosi senza muovere la testa dal torace di Timeo).
“Ho tolto al più bel fiore i suoi petali da donare a te giorno dopo giorno,
momento dopo momento, e che la nostra vita duri un’eternità, spegnendosi, animandosi,
che svolazzi pindarica in cieli sconosciuti e che faccia di noi un essere sublime.”

Odette si sepera lentamente da Timeo, sono uno davanti all’altro e il poeta le tiene le braccia all’altezza dei gomiti.

Timeo ( conciliante, alzando e abbassando la testa sugli occhi e sulla fronte della ragazza):
“Odette! Odette! ti ho attesa da quel dì splendido in cui ti ho incontrata.
Timida e altezzosa salterellavi sui tuoi piedini, eri di già la mia gioia, il mio presente ed il mio futuro.
Ti guardavo attonito ma estasiato, un sentimento che difficilmento posso spiegare, comprendere,
quello che posso fare è baciarti fin quanto non sarai stanca e sfinita dal troppo amore allontani il mio volto
e mi chiedi di guardanti solo silenti e innamorato.
L’unico mio desiderio che preme sul mio petto opprimendomi, corrucciandomi di profondi dolori,
è che non ti allontani da me. Rimani per sempre il mio sostegno al greve e angusto peso della vita.”

Odette ( premurosa ).
“Che ti sia di comforto mio caro che quel giorno semmai verrà sarà triste sopra ogni dire,
quindi taci mio adorato o seguita con le più tenere delle parole”

Timeo bacia Odette e la conduce sul giaciglio e dopo svariate carezze si addormentano. Si svegliano.

Musiche. A. Vivaldi. Inverno, Movimento I.

Timeo (carezzando Odette):
“Tutto bene mia adorata!? Tu che teneramente volgi il tuo sguardo innocente e audace al mio volto,
al mio corpo, alla mia anima
che trafitta cede all’impeto dei sensi e del desiderio
poichè non vi è l’uno senza l’altro come il lustro manca senza la notte che sovviene.”

Odette ( accoccolandosi con la testa sul fianco di Timeo in un tenue strofinio).
“Forse chiedere un paradiso siffatto ove gli angioli tacciono e cantano, sussultano e parlano d’amori e d’amanti.
Non vi è parola in questo silenzio eppure me ne sovvengono a migliaia una più bella dell’altra,
l’una più struggente e celestiale dell’altra. Credo che il mistero che si cela nell’amore stia nel silenzio parlante,
un tipo di quiete che ha l’anima al suo cospetto e il cuore ai suoi piedi”

Timeo ( poggiando la mano sulla spalla di Odette e assumento un tono deciso ma pur sempre amorevole).
“Parli di un anima che da tempo ho posto nelle tue mani, di emozioni che da tempo ti appartengono.
Mio dolce tiranno che laceri ogni ragione con l’impeto dei tuo sentimenti poichè la mia mente tace in tua presenza,
tutto il resto è in balia di un mare tempestoso, naufraga nelle schiume del delirio irriconoscibile all’occhio dell’uomo.

Odette ( alzando la testa verso il volto di Timeo, la frase è una domanda ma viene espressa come un desiderio o una velata imposizione).
” Restate con me oggi messere?”

Timeo ( abbassando la testa verso Odette e riprendendo a carezzarla ).
” Oh mia cara, Genevieve m’attende ed io è da tanto che non mi fermo in sua compagnia”

Odette ( leggermente delusa ma senza accentuare il suo stato d’animo e volgendo la testa verso il giaciglio ).
“Ho inteso gentiluomo”

Timeo ( assumendo un tono vivace e allegro ).
“Come stanno le altre ragazze? Agnés de Lemaire.. e Agnés Dupré, la più cara e indispettita donsella che conosca!”

Odette ( Con fare distratto e vago ).
“Mah… bene! Non le vedo spesso”

Timeo ( scostando leggermente Odette per alzarsi, parla con un tono ascendente e delicato ).
” Mia piccola Odette l’aria già si fà tiepida e la luce piroetta sui rami
e per quanto mi sia caro questo giaciglio non posso rimanere oltre,
triste nel lasciarti ma impossibilitato nel rimanere:
quale contenzioso, duello o giostra risulta più acuire così in profondità le ferite?”

Odette ( costernata, sospira concludendo la frase ).
“Mio amato il giorno è giunto e, come uno spirito vagante,
con lo scintillare del sole tu scompari dalla mia vista, assente alla mia bocca, assente alle mie mani,
assente ai miei occhi, ogni volta nel ritrovarmi e nel perdermi e così sempre vagando sperduta in sogni parziali e in realtà immaginarie”.

Timeo ( Riprendendo un tono allegro ).
“Presto ritornerò da te, Odette, e mille, mille altre volte che perso tu mi credi mi ritroverai
finchè questa notte diventi giorno e si allunghi in eterno, nell’infinito,
per cui il sogno si confonda con la realtà e questa con quella”

Timeo si è già alzato, indossa alcuni indumenti e si avvicina ad una brocca ricolma d’acqua.

Odette ( ancora coricata nel giaciglio, alzando il busto e fissandolo).
” Quando tornerete e mi scriverete presto?”

Timeo ( indaffarato con il vestiario ).
“Mia cara ti scriverò al più presto, domani spero..”

Odette si alza

Odette ( alle spalle di Timeo sistemando la veste talare ).
“Che il giorno vi giovi signore!”

Timeo si volta e la bacia in fronte

Timeo ( scostando le labbra dalla fronte di Odette e guardandola negli occhi ).
“Anche a te mia adorata”

Scena IV
Musiche. Chopin – Valse brilliante in E b Op 18
A sinistra il fiume e le stanze di Genevieve. Tutto intorno uno spaccato della città con una chiesa. Il sole è abbastanza alto nel cielo, raggi di luce illuminano tutta la scena. Timeo e la dama si incontrano davanti l’abitazione mentre alcune prostitute passano con il busto coperto approssimativamente.

Timeo.
“Genevieve, Buon mattino Genevieve!”
Genevieve ( in mano teneva una corona di lattuga, alcune cipolle pendevano dalle sue dita verso il basso, vedendo Timeo si illumina improvvisamente, sorride estroversa ).
“Oh Timeo, quale onore signore la vostra sacra presenza!? Come mai da queste parti?”
Timeo ( alla dama)
“Genevieve scusatemi ma solo ora sono potuto venire da voi.”
Genevieve ( sarcastica con un ghigno ipocritamente maligno dipinto in volto, in conclusione apre la porta e lo invita ad entrare).
“Che mi abbiate in lode per la mia pazienza messere..dai su entrate!”
Entrano. Genevieve posa gli alimenti su un tavolo impolverato e invita Timeo a sedersi. La casa è piccola, due stanze appena. La ragazza entra nella stanza adiacente e ritorna con una lunga veste talare verdognola scura.
Genevieve ( porgendo la veste ).
“Ecco a voi signore”

Timeo prende la veste, la ripiega maldestramente e la poggia sul ginocchio destro. Inizialmente ha un fare stranamente comico, distratto, in seguito si ricompone e assume un portamento virile.
Genevieve ( guardandolo sorridente ).
“Come state? Che avete fatto per un così lungo periodo?”
Timeo.
“Genevieve cara, sono stati giorni caotici, i lustri si sono susseguiti rincorrendo quel che gli atti, le cose, i pensieri che animati dallo spirito della terra svolgono, rotolano, riemergono in uno sfrenato circolo di sensi, domande e risposte.”
Genevieve (balzando impettita)
“E’ così dunque vi dimenticate della vostra Genevieve?!”

Timeo ( conciliante ).
“Oh mia dolce dama che la ragione svolga il suo compito è alquanto savio
ma che il cuore faccia altrettanto è normale
perciò adunque parte di ciò che sono a te e con te rimane.
Che tu ne sia custode e che io ne sia portatore perchè entrambi siamo così felici.”

Genevieve (ammiccante, quasi trascurando le parole e voltandosi):
“Inoggi sei stato con Odette messere?!”

Timeo (pacatamente): “Ebbene si ed è l’ amorevole, tenera Odette di sempre ve ne dò garanzia!
Voi piuttosto che fate?
Parlatemi con quella soave e inviperita perspicacia che così struggente da rendere dolce l’amaro e tagliente un fiore delicato?”

Genevieve ( con aria di sufficienza accentuata e con fare elegante, mentendo spudoratamente. A metà della risposta Timeo appare sarcastico e sorridente, la dama s’indispettisce e comincia a volteggiare tenendo le mani sui fianchi ).
“Mah…ho fatto tante cose!! Tra le più belle che voi possiate immaginare!
Ecco! I giorni sembrano fili di sete che si perdono in intrecci complessi, articolati,
mentre luoghi e momenti si susseguono veloci e carezzevoli….
Beh non mi credete?! Guardatemi non sono stupenda inoggi? Non mi trovate carina? “

Timeo ( continuando a sorridere ma con una risatina celata ).
“Mia Genevieve chi può negare ad un siffatto diamante di brillare al cospetto di uomini e sassi.
Unica nel bagliore che emani, graziosa nelle tue vesti e nel tuo volto levigato e fine, candido, sinuoso,
che acceca gli occhi di chi ti guarda, che ammalia i sensi di chi ti cerca”

Genevieve quasi si indispettisce, si sente presa in giro e non manca di farlo notare a Timeo con una serietà improvvisa ma non sgradevole come un’improvvisa presa di coscienza di sè.
Genevieve: ” Non necessito che mi prendiate in giro caro signore!”
Timeo ( la risposta lo coglie impreparato, ha un attimo di smarrimento, resta basito, ma si riprende subito)
“Assolutamente graziosa Genevieve avete frainteso! Io volevo solo…”
Genevieve ( spazientita ma con garbo si volta e si allontana pochi passi da Timeo per poi voltarsi nuovamente ):
“Va bene! Va bene! Non vi preoccupate! Ebbene volete fare una passeggiata!?”

Timeo ( rabbonendosi ).
“Vi accompagno volentieri donzella! Seguitate!”

Genevieve andò con eleganza da Timeo ancora seduto sulla sua seggiola, si chinò con il busto e gli porse la mano facendo roteare il polso e il palmo verso alto. Timeo accennò ad un si con la testa e prese la mano di Genevieve. Si diressero verso la porta, Timeo la aprì e fece passare Genevieve e uscì a sua volta Giunsero innanzi alla chiesa di Santa Maria Novella. Il sole era ormai abbastanza caldo anche se la temperatura si manteneva temperata. Qualche gentiluomo e qualche dama girovagavano chiacchierando animosamente, Timeo e Genevieve si fermarono e si posero a guardare in alto la facciata della chiesa.
Genevieve (sospirando anche se in modo asciutto e quasi meccanico).
“Codesta dannata luce abbaglia e fà luccicare la chiesa,
è pur triste che la vista ottenebrata vaghi tra le sezioni dei piccoli fuocherelli accesi,
ne altera la visuale non credete?!”

Timeo ( alla dama ).
“No, credo che i raggi rispecchiandosi riflettano la maestà della chiesa
e che l’edifizjo svolgendo il suo compito di eterno rappresentante dell’aurea maestà
non faccia che congiungersi alla materia di cui è composto”

Timeo (voltandosi, volteggiando in un movimento fluido, e incontrando Genevieve ancora intenta a guardere altrove).
“Chiazze illuminano la facciata dei miei sentimenti che naufragano come San Pietro sulla bruma…
(Timeo indica il prospetto pacatamente alle spalle di Genevieve che si volta rapidamente e torna a guardare Timeo )
.. alle schiume di una brezza di cui voi siete artifici e muse. Torniamo mia cara
che gli impegni tediano questo mio celestiale giorno e per quanto stanco e avulso dal mondo debbo a questo pegno d’esistenza”

Genevieve ( Lascia le mani di Timeo e le porge una ad una lentamente sulle sue gote poi interviene):
“Timeo de Lion, poeta, letterato e maestro che grave questo lustro non ti sia.
Torniamo che la strada per venire da me non si perda in altri giorni ed in un nuovo tempo!”

Scena V

  • Vivaldi. Concerto in E minor RV 278

Una stanza acconciata sontuosamente, un balcone sullo sfondo e un corridoio. Dama Matilda e Rosalba.
Dama Matilda.
“Dolce Rosalba si è svegliata, il sole biricchino la tediata a tal punto! Che sia maledetto!”
L’inserviente appare ingombra di qualche straccio, le tiene con la mano sinistra poggiata sull’addome mentre con la destra gesticolare. La faccia di Rosalba fa capolino. Si limita a sorridere e rientra in stanza chiudendo la porta. Rosalba è nuovamente in stanza, prende una camicia bianca – una tonaca luga fino alle gambe – e poi una si sistema la gamurra, prende le due maniche e riattraversa la stanza fino alla porta la apre ed esce fuori. L’inserviente si era allontanata, è di spalle in un lungo corridoio, armeggia con una vecchia cassapanca, sistema degli oggetti, si piega e apre qualche cassetto. Rosalba alza la mano con un ditino alzato, poi la chiama.
Rosalba: “Signora Matilda mi sistema queste tremende maniche!…( si accorge di aver dimenticato gli spilli, ha un fare riflessivo poi esclama e si volta )
…Oh scusi…( fa un gesto con il palmo della mano ed dice camminando verso la porta )..gli spilli…
( entra nella stanza e prende una piccola scatolina, poi riesce. L’inserviente si avvicina e Rosalba le porge la scatola, lei la prende e Rosalba porge la spalla destra )
C’è un momento di silenzio poi l’inserviente interviene.
Matilda (sistemando la manica).
“Andate a messa stamani?! Il lustro è chiaro!
Un buon giorno per gironzolare per le strade di Firenze!?”
Rosalba ( Sorridendo costantemente, questa volta con un riflesso furbo, porgendo l’altra manica ).
“Ebbene che sia! Prendete la Cioppa!”
Salvestro de Medici, fratello di Rosalba, entra nel corridoio
Salvestro (inchinandosi).
“Matilda…Sorella!
Di grazia avete visto nostro padre?!
Lo cerco da quanto sono sveglio”

Rosalba ( pacatamente e con tono dolce ):
“Non ne ho idea
…e già che quivi vi trovate io le chiedo il permesso di andare a messa”

Salvestro ( con fare distratto, voltandosi ).
“Accordato…andate!”

Salvestro alza le mani ad angolo retto voltandosi verso la porta in fondo al corridoio, Rosalba e Matilda riprendono a confabulare.

Scena VI

  • Henry Purcell. Rondeau
    Un palazzo, un corridoio e qualche stanza. Ll’inserviente di palazzo Bardi avanza frettolosamente con fare annoiato, borbottante e indispettito, si calma, inveisce di soppiatto con frasi tronche ed arriva ad una porta, si ferma ciondolando e bussa.
    L’inserviente.
    “Signore chiedono gentilmente la sua presenza, messer Alessandro la desidera”

Timeo era sdraiato in un giaciglio con un foglio in mano giochicchiando con una piuma, cercando di riflettere, rinunciando subito dopo e gettando la testa all’indietro con un profondo sospiro. La voce dell’inserviente arriva chiara, Timeo si scuote e ascolta tranquillo. Alla fine risponde alzandosi.

Timeo ( alzandosi e andando verso la porta):
“Cara Caterina arrivo! andiamo.. precedetemi!”

Timeo e l’inserviente percorrono il corridoio e arrivano ad una stanza. Un uomo anziano dalla folta barba è seduto in una stanza insieme ad un’altro gentiluomo più giovane ma di impostazione fiera e robusta, Alessandro de Bardi . Un terzo è appoggiato a mani conserte ad un tavolo, parlano di politica.
Alessandro ( concentrato e solenne verso l’uomo anziano ): E’ vero..tristi notizie giungono…”
Si ode bussare.
Alessandro ( voltandosi verso la porta con fare stanco, poi si volta verso il vecchio quasi sorridendo ).
“Entrate per carità…inoggi è terribile mio venerando amico, abbiate pazienza…”
La porta si apre. Caterina e Timeo sono addossati all’uscio.
L’inserviente si scosta e fà passere Timeo che entra nella stanza e si inchina rimanendo in silenzio ma guardando i convenuti. Interviene Alessandro.
Alessandro ( in seguito indicherà il vecchio ).
“Diletto, che col tuo parlare allieti queste sbiadite mura…
questi è Alemanno de Medici lume et duce et fraterno amico”

Timeo si inchina una seconda volta ma ritorna a tacere subito dopo. C’è un attimo di silenzio poi Interviene Stefano.

Stefano ( sorridendo e cercando consenso negli altri poi rivolgendosi a Timeo con un ghigno sarcastico ).
“E’ pallido e emaciato messer poeta inoggi non credete?
Seguitate gentiluomo e che la notte vegli il giorno e
che il sole venga ricondotto a mera protesi della lattea luna”.

Timeo ( quasi sorpreso ).
“Ebbene a voi messere lascio il giorno con tutti i suoi mali
mentre porto meco luna, stelle, fuocherelli, ombre, pallide luci, amore e passione.”

Stefano ( rabbonendosi ).
“Che questo incanto vi sia dono perpetuo e gli elementi permangano a infinita congiunzione di cuori e anime”

Alessandro segue la discussione alla fine interviene anche lui allegro.

Alessandro ( sorridendo poi tornando serio ).
“Credo che tutti sappiamo le passioni di messer poeta….Ebbene…Ci scusarai per averti distratto da li tuoi poemi ma Alemanno mi chiedeva se tu potessi consolar la sua vecchiaia con le tue rime”
Alessandro si volta verso Messer Alemanno che lo guarda. Entrambi annuisco, Alessandro

Alessandro. “E’ così? che dicevate?”
Vecchio ( con un gesto quasi di scatto ma che risulta carismatico poi sorridendo).
“Or dunque si mio caro, vorrei che redigeste un codice su un mio antesignano,
che le buone rime riecheggino nel mio palazzo e che i tempi e luoghi abbiano onore nelle parole…
vi sarò critico integerrimo…ve lo garantisco!”

Timeo ( anch’esso felice ).
“Non posso che assecondar le belle lusinghe che mi hai fatto!”

Scena VII
Vivadi. L’inconorazione di Dario RV 719
Uno scorcio di Firenze. Timeo per strada bussà al portone dei Medici. Il Palazzo dirimpetto.

Inserviente.
“Di grazia! nome?!”

Timeo appoggiato alla porta sobbalza e assume compostezza militare

Timeo (Assumendo un aria seria ).
Timeo de Lion maestro in lettere della casa de Bardi.

Inserviente: “Chiedo di voi al padrone! Attendete prego!”

Si odono dei passi, un dialogo simulato e poi il ritorno dell’inserviente.
Inserviente (Costernato ).
Me ne scuserete siete messere atteso, vi conduco nell’angusta biblioteca. Purtroppo dovrò star lì con voi finché non terminerete ma non vi tedierò in alcun modo statene certo.

  • Vivaldi. La Stravaganza
    Timeo e l’inserviente attravarsarono il palazzo, passando per una stanza il poeta scrutò incuriosito e furtivo; Vi scorse quel che poco s’attendeva: quella grazia che il suo cuor aveva afflitto, non la conosceva, nulla sapeva di lei, anche l’ardente desiderio covato lungo le rive dell’Arno sembrava assopirsi in uno smarrimento quasi totale. La sua mente tentava pur sapendolo di definire i tratti del quel viso mille volte visto passeggiare per la piazza San Giovanni o quella del mercato. L’amore era cresciuto in lui parallelo all’impossibilità di averla e né Odette né altre provocano in lui un tale estraneamento. La ragazza parlottava scherzosamente con le inservienti rigirandosi per osservare divertita il sistemarsi delle sete del suo drappello. Improvvisamente le giravolte la condussero innanzi al poeta che restava fermo ed estasiato. I suoi grandi occhi marini, le ciocche dorate fluivano leggiadre sulle spalle e si posavano soffici sullo scapolare, Timeo pensò che Afrodite stessa non avesse mai assunto forma più consona e celestiale. L’amarezza sostituì ben presto quell’inatteso incontro una volta che s’accinse a proseguire verso la sala del banchetto dove l’aspettavano.
    Scena VIII
  • Johann Sebastian Bach (1685-1750) Violin Concertos
    I Priori, il collegio dei signori e gli araldi Salvestro in un angolo insieme ad altri gentiluomini.

Primo Priore (Rabbonendo pacatamente ).
” Silenzio cari, silenzio… giungono a noi, ahimè, due notizie infauste”
Primo Araldo (Secco, deciso )
” Le truppe pontificie hanno aggredito Prato! La guerra giunge fin a voi!”
Il vociare si fà più sostenuto

Primo Gentiluomo ( indicando un gentiluomo seduto sulla sua sinistra ).
“E non è tutto….”

Primo Informatore.
“Abbiamo conferme: il Cardinale di Bologna intesse e riceve informazioni su di noi ormai da mesi; in vista della guerra…”

Terzo Gentiluomo.
“Se la prima non ci è del tutto nota e di questo si è discusso innanzi, della seconda abbiamo obbligo di mostrarci tempestivi ed equanimi; per il nostro bene e per il bene della Fiesolana!”
Quarto Gentiluomo ( Concitato ) “Non lesiniamo tempo: a morte i traditori!!”
Il vociare si ingrossa, il Primo priore cerca di riportare la calma.

In un angolo. Salvestro parlotta con alcuni gentiluomini.

Primo Gentiluomo ( bibisbigliando concitato).
“Ormai i Capitani di Parte Guelfa ammuniscono senza remora!!”

Secondo Gentiluomo (costernato egualmente).
“Cosa fare Salvestro?”

Primo Gentiluomo (in un eccesso d’ira ).
“Io giungerei ad assoldare soldati stranieri e assediare questa nostra città pur di fermarli”

Secondo Gentiluomo (Stanco ).
“Ebbene si! ebbene si! Non ne possiamo più”

Salvestro (ieratico e con carisma).
Che dite! Che dite! Non terminate di cercare l’occasione propizia ed ogni torto verra posto rimedio!”

Salvestro ( tra il conciliante e perentorio ).
“Dai cari amici andiamo…che è finito il concistoro!”

Scena X

  • Rameau. Rondeau des Indes Galantes
    Una chiesa tre gendarmi proseguono verso l’altare, ai lati, le due navate secondarie erano divise da quella centrale da doppie colonne colmate da capitelli figurati. Due monaci erano indaffarati vicino all’abside a sistemare gli oggetti liturgici.

Primo Gendarme.
” Dobbiamo esprimere al reverendo abate di codesto monasterio li sospetti che quivi si trovano, potresti adunque render a lui lumi sulla nostra presenza?”.

Il monaco accennò ad un si con il capo e si avviò immediatemente: dalla nave laterale, accanto ad un polittico di mirabile fattura, Il padre conventuale si vide apparire da una piccola entrata posta nell’angolo destro, silente, ponderato, con le mani giunte sulle pieghe del saio nerastro.
Primo Gendarme.
“Venerabile pastore come tu che con amorevol senno guidi i tuoi fratelli,
cosicchè noi che siamo destinati a regger de la Repubblica le sorti, dobbiam vegliare perchè in niuna tedità incorra.
In questo Santo Santissimo loco si cela chi all’inimico, cardinal Sant’Agnolo da Bologna, disvela li nostri affari”

Abate ( Riflessivo e severamente angustiato ).
” Se vero è quel che voi dite non nego che ne traete leggittimo giudizio,
qual de li miei adorati fratelli avete a credere che cadde in cosi mal difetto?”

Secondo Gendarme ( Calmo e quasi intidimidito ) “Frate Matteo Ugolino”

Abate ( turbato più che mai )
“ Ebbene che la mano d’Iddio rechi al vostro intender il sacro e il retto ed io non renderò tedioso quel che avete in dovere di fare”.

Entra il monaco accusato
Monaco.
“ Chi è là? Chi mi chiama?!”

Terzo Gendarme ( solenne ).
“Ispettori della ss Firenze per mandato del collegio tutto dei Signori”

Monaco.
“Codeste mie preghiere disturbano la Fiesolana a tal punto fa far vostra conoscenza”

Primo Gendarme.
“Come vi appellate?”

Monaco ( quasi giocosamente ).
“Fra Matteo!”

Primo Gendarme ( seccato dalla poca serietà, spazientito).
“Frate Ugolino Matteo di Messer Nando?”

Monaco.
“Ebbene si! Oh fratello mio scusatemi tanto ma..ma..mi cogliete impreparato e stolido alla vostra beltà”

Secondo Gendarme (crudelmente).
“Siete agli arresti, ci sarà un processo e sarete impiccato!”

Monaco ( Basito poi in un sussulto).
“No…no…..Oh no cari ci deve essere un errore, pregavo Iddio di Misericordia…”

Primo Gendarme (Secco) “Nessun errore”

Il monaco si accascia al suolo e sgorga a piangere disperato, neppure l’imputazione gli viene esposta. Saltuariamente tra sospiri e singhiozzi chiama l’abate dolcemente e silenziosamente o prega Iddio con le mani giunte verso l’alto. In questa posa lo conducono via dalla cella.

Scena IX

  • Johann Joachim Quartz. Flute Quartet No. 2 in E minor.

Timeo in una chiesa a tre navate divisa da capitelli nell’angolo un religioso, Jacopo Passavanti. Il poeta si avvia verso di lui e gli porge un foglio, questo ne avvia la lettura.

Timeo ( inchinandosi fremente ).
“Buon pastore, lei che mansueto dona corpo e respiro al Cristo nel servirlo,
rendendo in summo grado la magnificienza che gli è dovuta, la prego – continuò rendendogli la cartapecora –
di consegnare codesta carta a quella dama per cui io sono dannato tra i dannati,
flaggellato tra i melanconici sospiri eterni, quella Rosalba dei Medici per la quale il mio cuore è dolente,
e che abbia a tacere in tal modo quella bolgia che irride alla sua assenza, quel pianto che langue e freme nel rimirar dei suoi passi “.

Jacopo Passavanti ( quasi tranquillo ).
“De le amorevoli cose, figluolo, il cammino può essere irto di perigli e già che son io che debbo assecondar la tua passione, per qual fato il tuo sentimento deve rimanere nell’ombra?”

Timeo (passionale ).
” Manchevole me, sciagurato, di quella virtù et nobilitate che in ella abbondano,
de la porfidiaca seta che nega al mio animo una così lieta unione”

Jacopo Passavanti (costernato ma conciliante ).
Buon fratello in nostri Domini Jesu Cristi, condivido con te ciò che ti scuote i polsi
ma l’umana legge verrebbe a far tacere la tua richiesta e il tuo disperare,
eppur pietate mi muove a dar fiato alla tua voce lacrimante “

Timeo si pone in disparte, in un angolo remoto della chiesa. Entra Rosalba e si dirige verso l’ecclesiastico insieme al seguito di dame e gentiluomini. Il dialogo ha inizio appena Rosalba è davanti il chierico.
Jacopo Passavanti.
“Innanzi al pronunciar de li tuoi peccati devo consegnarti codesta carta che l’amor produsse e che mi fece, ahimé, araldo”

La dama la prese con cura e senza aspettare momento alcuno ne intraprese la lettura, fuggiasche lacrime scendevano malcelate e discrete dalle sue gote per ogni riga, sorridendo benignamente a tratti finchè il foglio non ebbe conclusione.
Rosalba (leggendo).
“..nello spirar de la notte, come d’un sogno che dolcemente mi culla, bisbiglia, limpido, il vento che sfiora i salici, mentre l’amor che in’oggi mi tormenta mi condurrà un dì tra le tue braccia”
Rosalba ( intenerita e sognante ).
” Chi vi dette codesta cartapecora?”

Jacopo Passavanti ( affettuoso ).
” ..é buono et savio serbar il nome ”

Rumori dentro la chiesa
Scena XI
A Sinistra il fiume . A destra l’abitazione di Odette. Al centro il Palazzo de Bardi dove abita Timeo. La dama esce per strada felice. Incontra alcune ragazze.
Odette ( sorridente ).
“Come và Agnes?!…e tu Sophie? ”

Prima ragazza.
“Magnificamente!”

Seconda ragazza.
“Bene…bene e tu mia giovane amica?”

Odette.
“Il sole irradia Firenze, le api svolazzano legiadre e mansuete, è un ottimo giorno non credete?!”

Prima ragazza.
“E’ l’amore che ti irradia con la sua ambrosia, che dice il tuo/nostro Timeo?!”

Odette (arrossendo).
”Oh no no no …tra me e mastro Timeo non c’è niente che non ci sia con voi”

Seconda ragazza: “Tutta Firenze sa dello stru-ggen-te amore che c’è tra voi due mia cara! Non negarlo, è inutile!”

Prima ragazza (mimando il gesto e imbronciando dolcemente le labbra).
“Ancora vi scrivete…lettere sgorganti amore e passione”

Odette rossa in viso annuisce.

Odette (sulla difensiva).
“Ci raccontiamo i giorni tutto qui…”

Prima ragazza (ammiccando alla seconda ).
“Si…si”

Seconda ragazza.
“Comunque ti salutiamo mia cara, che il lustro ti sia buono!”

Odette ( con un inchino).
“Buona giornata gentildame!”
Odette rientra in casa.
Musiche.
E’ passato del tempo dall’ultima lettera di Timeo comincia ad essere irrequieta, turbata riesce e domanda ad una vicina di casa.
Odette.
“Inoggi sono arrivate lettere per me? Avete visto avvicinarsi qualche messo?”
Donna (dubbiosa).
“Non credo…no…proprio no”

Odette (crucciata ).
“E’ possibile che siano andate perse?!”

La donna scuote il capo, Odette rientra a casa. Girovaga nervosa per la stanza.

Odette (riprendendosi temporaneamente) “Va bene arriveranno domani, non c’è di che preoccuparsi!”
D’improvviso la dama cade in preda alla disperazione, piange batte i pugni sul tavolo, si accascia al suolo.
Odette (singhiozzando).
“Le lettere!! Dove sono le mie lettere!!”

Esce fuori per strada, incontra una dama sulla via.

  • Beethoven. Sinfonia N. 9
    Odette (con gli occhi gonfi, asciugandosi il volto).
    “Gentildama ha visto le mie lettere?!”

La dama fa spalluccie, Odette rientra, si accascia al suolo afflitta e poi riesce. Percorre la via correndo e barcollando giungendo infine al palazzo Bardi, a casa di Timeo. Arriva sul far del tramonto.
Odette.
” Mi ascolti per carità…”

L’inserviente.
“Entri che fà un tale freddo qui fuori”

L’inserviente.
“Mia misera dama in che può questo loco darti conforto? Per chi rechi quell’angoscia tanto greve da contorcerti in cotal desio?

Odette (Fuor di sè)
“Se l’amore è morbo che a giusa di render folle, allor io ne sono affetta
dacché nei suoi tratti non vedo che il mio riflesso.
Proprio quei delicati lineamenti da tempo mi si negano alla vista e i triboli che sottendono a tale assenza
non trovano in me niuna speme”.

L’inserviente (carezzevole).
“Ti vedo in così miserande condizioni, dolce figliuola,
che quasi nego alla mia bocca di proferir parola:
ebbene d’amar in questo loco non vi è speranza poiché da nobil casata il lignaggio si fregia”.

Odette (Spiritata )
“Oh madonna quando che qui arrivai rifiutai quell’ardore che tanto inoggi agogno!
Piango e in tal peccato fremo e mi angustio!
niuna cosa mi è cagione di tanta letizia che il professare quanto covo e mi lacera,
roboante, il petto preme più del senno nel dichiararti quel che provo.
L’esistere, che ieri tanto disprezzavo, in Timeo de Lion troverà ogni sua essenza
e pur l’anima immortale e celeste a lui si genuflette e fà reverenza.

Caterina (Rassicurante).
“Corri allora mia cara che il tuo Timeo non qui si trova ma nel Palazzo dei Medici! Prego che la tua passione sia ricambiata”.

Arrivata in prossimità del palazzo mediceo scorse il poeta uscire dal possente portone ligneo. La soglia si richiuse immediatamente in un fragore tonfo mentre Timeo, in uno stato di mistica quiete, sembrava confabulare con la volta celeste

Timeo ( Monologo ).
“Oh tu stella che splendi pendendo su queste vite!
che irradii di mille luci quel cielo immenso!
Oh tu Rosalba che codeste etenità pendule superi in grazia!
Che questo mio ansimare per l’amor tuo viva per sempre se solo la mia fantasia ancor ti tiene vicina!”.

Scena XII

Musiche. G. B. Pergolesi: Concerto for flute, 2 violins & b.c. in G major

Rosalba passeggia nel piccolo giardino adiacente al palazzo carezzando gigli, fiori variopinti e giocherellando con una margherita che tiene fra le dita. Arriva Timeo con in braccio una pila di fogli, si guardano. Il poeta si ferma e s’intrattiene con la dama tra il formale e il giocoso facendo scivolare alla fine del dialogo un foglio per terra con un petalo di rosa perché questa lo raccogliesse.

Timeo (formale ).
“I miei ossequi dama Rosalba, state bene inoggi?”

Rosalba ( con un inchino).
“Molto bene, messer poeta! Voi?”

Timeo (ammiccante).
“Guardandovi ogni problema svanisce, lo sapete bene gentildonna!?”

Rosalba (intimidita ma tenace ).
“Non credete di esagerare messer poeta, che dama io sia è ben lungi dall’essere confutabile ma che splenda in cotal modo è quantomeno esagerato!?”

Timeo (bisbigliando ).
“L’amore è qualcosa di crudele gentildonna, ti ammalia, ti invaghisce i sensi:
odori, tocchi e senti soavemente quando la dama che ami è presente”

Rosalba (bisbigliando anch’essa e volgendo il corpo verso i fiori).
“Guardate, odorate questi fiori variopinti; sentite la fragranza scuotervi l’olfatto allora!
Badate bene però di toccarli leggermente senza staccarne alcuno!”

Timeo (imperioso ).
“Il vostro odore si confonde con essi e questi con quello in un girovagare di aromi nuovi al mio olfatto”. – Guardandosi attorno bisbigliando dolcemente – “Che il mondo, vecchio burbero e trasandato, carico di millenni non abbia ad aver vista creatura di siffatta grandezza ne sono certo.
Gli angioli, che in ciel intessono nel canto gli inni d’Iddio, in tua presenza lasciano agli occhi intornar la più bella melodia.
Chi può non amar l’Amore istesso che sotto splendide forme viene ad esser venerato.
Et ecco io, impotente a contrastar codeste forze, a te mi dono e al tuo aureo cuor chiedo venia”

Rosalba (sospirando).
“.”Ahimè placa il tuo dire, mio amato perché quel morbo che già mi logora non abbia a prevalere”

Voce fuori scena ( Salvestro de Medici ).
Rosalba…Sorella…dove siete di grazia?!”

Rosalba ( ricomponendosi e celermente).
“Ora andate …su…in fretta!”

Timeo procede verso una delle porte che danno al palazzo lasciando scivolare un foglio e un petalo di rosa. Rosalba raccoglie il pezzo di carta, lo legge, sospira e rientra a Palazzo.
Musiche. Luigi Boccherini. Fandango
Scena XIII
Casa di Odette. La ragazza e la padrona di casa.
Padrona di casa (irritata): “Mi devi ancora due fiorini del mese scorso, quando hai intenzione di pagare?!”
Odette (spiritata): “Le lettere! Parole dolce, sussurri, fragili asticelle scomparse per sempre”
Padrona di casa (allibita): “Cosa dici?!”
Odette (entusiasmandosi senza alcun motivo): “Oh epistole piene d’affetto, non c’è affetto ora! Solo queste seggiole, questo tavolo dove scrivevo supina sulla carta! Timeo! Timeo! Timeo!”
Padrona di casa (indignata pensando che la stesse prendendo in giro ): “Ah…”
Odette (prendendo per mano la padrona di casa e accennando ad un ballo): “In Francia amavo ballare, da piccola, ora amo….oh…non amo più” – scoppia a piangere – “non amo senta non batte più il cuore”
Casa di Odette. La ragazza viene sfrattata e si ritrova per le strade.
Padrona di Casa (burbera): “Esci da casa mia, sono mesi che non paghi!”
Odette (in un momento di lucidità, poi spiritata): “Ma non ho dove andare! Vuol dire che mi librerò nell’aria come una dolce, candida farfalla”
Padrona di Casa ( arrabbiata ): “Vai dove vuoi basta che esci da casa mia!! – e aggiunge – dammi le chiavi!?”
Gli strappa la piccola chiave dalla collana che teneva al collo.
Padrona di casa: “Ora vai!!”
La padrona di casa prende Odette e la scaraventa fuori per strada, lei inciampa sui gradini e cade sul selciato. Alcuni passanti la guardano altri proseguono per la loro strada indifferenti. Odette si rialza e và verso la vicina mentre la padrona di casa esce, chiude a chiave e va via

Musiche. Salieri. Sinfonie Veneziane. ( accompagna la scena )
Odette (piangendo): “Ha visto le lettere del mio unico amore…”
Vicina di casa: “Veramente…”
Odette (saltellando ora entusiasta): “Io le ho viste portare dal messo qualche giorno or sono…si sono qui!!! Da qualche parte…”
La dama d’improvviso stagna per terra sul selciato in una pozza di vomito giallastro. Smagrita, cerea, con gli occhi socchiusi viene raccolta da delle suore Orsoline e portata al convento.
Prima Suora (carezzevole).
“Andiamo…su…figliuola, alzati. Ti aiuteremo noi”

Odette (saltando su spiritata).
“Dov’è mio figlio?!”

Seconda Suora.
“Lo cercheremo… per adesso andiamo…avrai un pasto caldo e tutto l’amore che potremo darti!”

Odette (lanciandosi in ginocchio).
“Oh mia signora sapete ho un figlio bellissimo venuto alla luce dall’amore con un gran cavaliere…cercatelo ve ne prego”

Seconda Suora (affettuosa).
“Si andiamo ora…”

Odette.
“J’avais un fils par le lion! J’avais un fils par le lion!”

Fine I Atto

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