La piaggia di Naja

Novella

                         AL LETTORE

Seppur alcuni personaggi – come alcuni fatti – sono realmente esistiti e accaduti, la trama e la storia sono frutto di autentica fantasia. Ogni riferimento a cose o persone private è puramente casuale.

                                                                                       Cordialmente
                                                                                    Francesco Rotondo

[…] E con esse innalzar le insegne al vento
dalle ruine dell’antica Gela,
Alle piagge di Naja ed Agrigento
grande schiera a spiagar l’ardita vela […]
Gerusalemme Conquistata. T. Tasso, Canto I vers LXVII

A mio fratello

“A dorso di mulo”

“E mentre oduro, e aduru, in tanti arduri

Gaudi, e pati in un tempu lu miu pettu”

Le strade polverose hanno qualcosa di monotono, quella mattina anche una leggera brezza calda accompagnava il senso di torpore. L’estate siciliana è sempre terribilmente afosa anche nelle ore che appartengono ancora alla notte. Il giorno, infatti, non era ancora apparso; una luna rotonda e argentata illuminava e rischiarava il cielo accompagnata da una minuscola stella smeraldina, qualche altro astro disperso tra la conca era ben più solitario e distante. “A dorso di mulo” si viaggia stancamente anche se abbastanza comodamente, se si tiene in considerazione che l’animale, appesantito dalle gravezza di due sacche di cuoio ricolme, arranca fiacco per le salite e deve essere frenato in discesa. Ma, oltre questi piccoli particolari, c’è una certa tranquillità nelle strade e nel viaggio che precede il lavoro. Viaggio anche metaforico. Per noi gente comune il significato essenziale del cammino della nostra vita stà dalla casa, che abbiamo appena lasciato armoniosa alle spalle, ed il lavoro, che ci accingiamo a riprendere. Quella via “a dorso di mulo” rappresenta responsabilità, dolcezza, fatica, gioia. La responsabilità di vivere, la dolcezza delle nostre case, la fatica del tragitto, la gioia momentanea che sia tutto sicuro e stabile, tranquillo. Ma poi c’è il “dorso” e c’è il “mulo” come ci sono io: certezze. Con me cammina mio padre, ha una vecchie cavalla dal pelo mogano bassa e tozza, anche lei un pò mal messa ma che comprò da un mezzadro per qualche Tarì. Si facevano dei sacrifici e l’acquisto di questa cavalla era uno di esso. Il baglio si trovava tra Ciccobriglio e la Mintinella, un promontorio e una vallata traboccante di zolle nere e fangose – fertili – dove si stagliano i vigneti, i mandorleti e gli olivi. Alla torrecciuola di guardia arrivammo con le prime luci. Il guardiano ci apostrofò benevolo, mio padre salutò cordiale ed io me ne stavo zitto zitto sul mio mulo, sonnacchiante e meditabondo. Dalla Torricciuola si scendeva per una lunga via inflessa a formare un ellissi dove si scorgeva facimente all’orizzonte la struttura del baglio e i casolari. Giusto al confine con il baglio adiacente, costruito in tempi analoghi e di uguale proprietà, c’èra il Palmento con alcuni avelli e ruote per le olive. Da oggi fino al sabato successivo avremmo lavorato senza posa, dormendo nei casamenti del podere, particolarmente dediti alla raccolta delle mardorle e ad altri lavoretti. La nostra è una famiglia di braccianti che, fin dai tempi di mio nonno, si tramanda quest’arte. Prima lavoravamo nelle grandi tenute di contrada Fansina ma poi, dopo la costruzione di questo baglio – intorno alla seconda metà del XVII secolo –, ci siamo trasferiti in questo; qui si lavora meglio. Io mi chiamo Renato Mangione e mio padre, quello con la cavalla mogano, è Calogero. Mia sorella, molto carina e molto virtuosa, si chiama Rosa: è straordinaria, con lei ho un rapporto di venerazione reciproca.. Questi dati, oltre che ad annoiarvi, servono a ridarmi tutti i ricordi della mia vita: di adolescente prima, di uomo poi; serviranno a narrare ciò che ho da dirvi in seguito. Ad ogni modo. Il sole cominciava a riscaldare grandemente, mi sentivo ognor più sudaticcio e sapevo che gli insetti fastidiossimi dei mandorli ben presto avrebbero infestato il mio collo, le mie spalle e la mia testa. Ma ero tanto abituato che mi grattavo solo sporadicamente e senza troppo impeto. Raccolte tutte le mandorle che erano per terra cominciammo a stendere i teli, di stoffa unticcia, grossolana e grigiastra. Mio padre, e altri con lui, cominciarono a vibrare di rintoppo contro l’albero che sembrava reticente a lasciar andare il suo frutto. Il mezzadro si arrampicò sull’albero, tra i rami. Era aggrappato ai rametti, in piedi sul grosso ramo selvatico su cui si è innestata la pianta, cercava di dare colpi a destra e a manca, fin quando i rametti si spezzarono, il piede gli scivolò e cadde. Una grande paura invase i presenti, cadendo, il mezzadro, aveva battuto la testa. L’uomo era svenuto quando tutti accorsero, anche io mi gettai nella mischia, questi aveva un colorito pallido, tortora, e seppur cercammo di rianimarlo sembrava come morto. Il problema di un infortunio nella campagna in quel tempo era quello, ovvio, che non si poteva dare soccorso rapidamente al ferito. Erano due le modalità con cui si procedeva: o si mandava un uomo a cavallo fino al dottore per chiamarlo e farlo venire, o si metteva su un carro l’infermo – quando si poteva – e si trasportava in città. In quel caso era possibile trasportarlo, anzi era auspicabile visto che un eventuale emorragia celebrale si sarebbe aggravata di minuto in minuto e non si poteva aspettare che il dottore arrivasse. Mio padre, insieme ad un compagno, partì trotterellando verso Naro mentre io rimasi a lavorare. Il dottore abitava in una casetta vicino il monumentale Spedale di San Rocco. Era in una, la minore, delle due arterie che tragliavano perpendicolarmente il colle – dove sorgeva la città – all’altezza del costolone sud/est, dove vi erano mura e la porta, e la zona sud/ovest, dove finivano le abitazioni. Questa zona si trovava immediatamente al di sotto dell’antico foro greco-romano della città ora sovrastato dalla grande mole dalla chiesa e dal convento e dal palazzo dei PP Gesuiti. Dove c’era il foro nel 1614 si costruì il chiostro dei frati, l’antica basilica dell’età romana venne a coincidere perfettamente con l’odierna chiesa mentre i palazzi e i casamenti occupavano la zona del capitolium. Superata la breccia delle mura denominata Porta di Licata, penetrarono per via Piave dove il terreno fungeva da contrafforte alle mura. Intanto il malato proseguiva pallido e febbricitante mentre mio padre menava colpi al cavallo. Superata Santa Caterina D’Alessandria con il suo splendido giardino e la bella costruzione medievale proseguirono per circa dieci – quindici metri prima di giungere alla porta del dottore. Questa, in alto, aveva una maschera d’uomo di stile fidiaco: acceso di spirito, trascendente, dai lineamenti morbidi e soffusi. L’infermo arrivò in coma dal dottore e questi dovette costatare, angustiato, che c’era ben poco da fare. Di questo fatto venne immediatamente avvertito Padre Melchiorre Milazzo, che aveva sovvenzionato le terra in cui lavoravano e che ne era in qualche modo propretario. Questi era un uomo smilzo, ossuto ed abbastanza alto con i capelli neri radi e a ciocche che fuoriuscivano indisciplinate dalla mitra sacerdotale, aveva gli occhi marroni, il cranio sproporzionata e una barba folta che gli copriva il mento e le labbra. Aveva un carattere forte e carismatico, esuberante per alcuni versi ma sempre molto colto e molto legato alla virtus teologica ed ecclesiastica. Padre Conventuale Minore, nacque a Naro nel 1640 da nobile prosapia appartenente alla mastra giuritoria, ossia a quelle famiglie che avevano facoltà di eleggere ed alle quali doveva appartenere il Capitano, i Giurati e i Senatori. La sorella, Donna Felicia Milazzo, si adoperava per l’acquisto di nuovi libri ed era una grandissima studiosa e lettrice. Il fratello, Baldassare Milazzo, era teologo della congragazione de propaganda fidei ed esaminatore sinodale a Roma. Era a quel tempo Capitano di giustizia Francesco Torricelli Valguarnera mentre Spett.ssimi Giurati erano: Diego Alletti, Vincenzo Gueli, Modesto Pispico, Sebastiano Brancato e Patrizio di Carlo Grugno. In quell’anno grandi festeggiamenti avvennerò poiché il figlio del Barone Ludovico Lucchesi, Patrizio di Gioacchino Lucchesi, aveva sposato in prime nozze la figlia di Patrizio di Carlo Grugno, donna Maria Lucia. Le piazze erano adombrate di gentiluomini e prelati, la chiesa di San Salvatore addobbata con sterdardi con il leone e l’acquila. Mio sorella Rosa Mangione era entrata al servizio della sorella di Padre Melchiorre Milazzo, Donna Felicia, e la serviva con fervore e fedeltà. In poco tempo adorò prontamente quella donna, tanto colta, tanto gentile, ed entrò nelle sue grazie. Rosa era di temperamento timido ma leale, il suo amore – se concesso – superava di gran lunga ogni più rosea previsione – anche per questo l’amavo così profondamente e non avevo segreti con lei. Era la maggiore in tutto e i suoi consigli sapevano esser saggi, ponderati e mai imposti. Trattava con gentilezza e amava con ardore, in entrambi i fattori con discernimento e ragione. Il carattere di Donna Felicia, da quello che potei capire col tempo, era complesso, quasi nevrotico. Era carismatica come i fratelli e intraprendente, ma ben più frustrata e malinconica. Non aveva particolari doti estetiche ma sapeva affascinare e ammaliare l’interlocutore con un sorriso benigno e una semplicità elegante che la facevano primeggiare immediatamente negli ambienti nobiliari. Per il resto aveva i capelli lunghi e mogano, il volto scarno, membra ossute e sguardo intelligente. Nei libri ella trovava quiete ed erano comunque anche i mezzi con i quali si manifestava la sua potenza di lignaggio, dava lustro alla sua casata e dava senso ai suoi giorni. La vita di Felicia Milazzo era scandita dalle messe, dalle letture e dalle visite. La casa era sempre piena sia di nobili che di gente comune, naritani che svolgevano i mestieri più disparati. L’amore non aveva fatto breccia nel suo cuore: vuoi perché lo riteneva inutile, vuoi perché “non aveva tempo per simili mondanità” – come diceva lei. Mia sorella Rosa divenne in poco tempo la sua unica e vera confidente ma poco mi volle raccontare sulle parole e sui sentimenti segreti della sua padrona. Dovetti fare tutto io, circospetto carpirne i segreti. Mi successe di recarmi nel palazzo dei Milazzo dopo poco tempo. Era una bella struttura solida, in tufo giallo con decorazioni grottesche, maschere e vitigni scolpiti. Le stanze erano intonacate di calce bianca ma arredate con gusto eccentrico, Donna Felicia mi invitò a seguirla nella sua biblioteca personale. Era una stanza sontuosa circondata da scaffali di noce, segmentata da erma di antenati dei Milazzo e marmi di Santi Francescani. Vi si trovavano ad esempio busti di Mariano Milazzo, giurato nel 1568, o quelli di Santa Chiara, San Francesco e di Sisto V pontefice francescano. Con noi vi era mia sorella Rosa, il barone Nicolò Gueli e altre due dame, l’una era Donna Caterina Micciché e l’altra una sua dama di compagnia e di servizio.
“Ebbene – mi disse ad un certo punto Donna Felicia – vostra suoru mi parla spessu di tia. Vi chiamati Renatu se non sbaglio… è vero?”
“In vostra grazia… si, signora.” Risposi.
“Ma dicitimi: come vi trovati ni terri di Ciccubrigliu!? Chi bedda aria si respira ‘dduocu! Aria salubre! Mi facissi volentieri ‘na passiata in campagna…”
“Si permettiti: picchì nun chiditi a vuostru frati Melchiorri? Avissi a venire qualchi vota a vidiri i so turrena… potreste accompagnarlo! No?”
“Sarà… ma dicitimi di chiù su di tia! Sugnu curiosa di sapiri! Vostra suoru mi dice che siete intelligentissimo, aviti ‘mparatu a leggeri e i rudimenti di la scrittura sulu, è veru?”
“Mia sorella mi sopravvaluta signora… si, m’haiu imparato qualcosina ma pochi cosi, facezie!”
“Facezie… facezie! Bravu! Vi regalu un libru di Marinu, lu scritturi che è di moda pi ora.”
“Lieggiu picca, signora. Sugnu na frana!”
“Na frana! E picchi? Avete un animo nobile amico mio! Sarete un bravo prelato se decidete di prendere gli ordini! Avete la mia benedizione…”
“Con il vostro consenso vi saluto signora.”
Improvvisamente dopo essersi fatta il segno della croce benedicendomi successe un fatto che non mi era mai successo prima: Donna Felicia mi porse la mano per baciarla. Mai, prima di allora, una gentildonna mi aveva permesso di sfiorarla – neanche in maniera casuale -, a noi non era lecito fingerci gentiluomini: eravamo l’ultimo gradino della scala sociale. Donna Felicia stese la sua mano candida e ossuta, ne vidi le dita scarne ma ben curate, l’anello brillare come un miraggio. Per un attimo il volto del barone Gueli si irrigidì, come vedendo qualcosa che gli provocava disgusto, ma rimase impassibile. Io esitai in un primo momento, quasi perplesso, ma infine cedetti e mi gettai genuflesso ad inumidire quella mano. Fu da quel momento che la mia indifferenza verso Donna Felicia divenne stima, e da stima amore. Dopo la caduta del mezzadro e il suo stato di incoscienza, mio padre divenne l’amministratore del Baglio di Ciccobriglio e la Mintinella. Padre Melchiorre Milazzo veniva tre volte l’anno a visitare quei poderi – mai accompagnato dalla sorella. In suo vece un monaco tozzo e robusto diceva la messa due volte al giorno, di mattina e di sera, nella chiesetta vicino il Palmento. Mio padre non rincasava più, non tornava a Naro se non per commissioni da Padre Milazzo. Questi era alle prese con la ristrutturazione della chiesa e monastero di San Francesco del quale nel 1668 fu nominato da Papa Innocenzo XI “Guardiano perpetuo del Convento”. La chiesa fu lasciata incompleta, con cappellone e soffitto di canne e con le pareti di intonaco, per la morte del Padre Maestro Francesco Micciché avvenuta nel 1635. Così la trova Melchiorre Milazzo. Pertanto la chiesa all’interno fu rifinita da lui con quei complicati arabeschi di tipico gusto del periodo. Il cappellone fu dipinto in oro zecchino che faceva da cornice alle figure dipinte dei quattro pontefici francescani: Nicolò IV, Alessandro V, Sisto IV, Sisto V. La volta fu dipinta in arabeschi dorati, le pareti avevano quattro nicchie per lato, con statue in stucco bianco su sfondo azzurro che rappresentavano San Francesco. S. Antonio, San Bonaventura e San Calogero. Nel coro gli stalli corali, dodici per lato, che ancora oggi possiamo ammirare, sono scanditi da braccioli e girali fogliacei e decorati con conchiglie, vasotti e motivi a foglie. La facciata era coperta da ponteggi lignei infissi alla parete con piccoli buchi dove lavorano senza sosta muratori e scalpellini. Già da allora si diceva che il prospetto era stato consigliato da dei monaci che erano stati missionari francescani nelle nuove terre oltre oceano e che avevano visto gli antichi simulacri pagani. Frattanto la storia della Sicilia nella seconda metà del XVII secolo d.C. narra di una situazione di approvigionamento, una storia economico – amministrativa. Le imposte servivano necessariamente anzitutto per continuare a pagare e a nutrire le truppe spagnole ed evitare un ammutinamenti che avrebbe causato danni enormi. Inoltre ventimila scudi fu il contributo siciliano imposto per la dote dell’imperatrice, quattordicimila ne furono inviati in Germania in un’altra situazione di emergenza , altri quattromila all’ambasciatore spagnolo a Vienna, quindicimila a Milano e altri quindicimila al Duca di Mantova per ulteriori spese militari. Inoltre alcuni di questi “sussidi” erano ricorrenti e quindi la Sicilia dovette, ancora una volta, dare il proprio contributo per zone e scopi che la interessavano solo marginalmente. Per recuperare denaro la vendita dei titoli era il mezzo più sicuro, sicuramente superiore a quello di abolire i privilegi feudali, e per poco Naro non fu venduta come baronato. Io lavoravo senza sosta, con il vento gelido dell’inverno e con il caldo asfissiante dell’estate. Pregavo, qualche volta. Giungevo le mani perché credevo in un Dio d’amore e pietoso che sazia gli affamati e risolleva gli oppressi. Tanto pregai che forse Dio si stancò di starmi ad ascoltare ed ebbe misericordia di me. Entrava l’anno 1670 quando alla messa della mattina a Ciccobriglio vidi apparire Padre Melchiorre Milazzo e Dama Felicia. Si sedettoro nei primi posti presso l’altare mentre mio padre assisteva alla liturgia subito dietro di loro. Io ero defilato in un cantuccio vicino alla porta con gli altri cotandini i cui volti ancora ricordo con nostalgia. Finito quel momento, che la vista della dama delle mie brame aveva reso sublime, ci immergemmo nel lavoro e io amaramente dovevo ora vederla solo da lontano. Improvvisamente però la vidi avvicinarsi, alzandosi la veste, con suo fratello e mio padre al seguito.
“Salve” mi disse
“Non posso pretendere che si ricordi proprio di me” pensai e dissi:
“Salve, signora, cu vuostru pirmissu sugnu Renatu, i frati di Rosa, vostra affezionatissima servitrice!”
“Mi ricurdu di tia – mi sentii rispondere – u me giovani menestrellu! Ti detti un libru, u liggisti?”
“Tuttu a un cuorpu, in vostra grazia”
“Quindi è veru ca siti estremamente intelligente. E pinsare ca tutta sta inclinazione si pò perdiri! Dugnu a to suoru n’antro libru, mi prumietti ca tu lieggi?”
“Putiti ben dirlo, signora”
“Viniti.. viniti o me palazzu, ca vu dugnu di presenza e ca vuogliu parlarvi nuovamente”
“Sarà fattu, cuntatici!”
Una gioia indescrivibile divampò sulle mie gote, divenni purpureo; il sangue mi salì dal cuore al volto e poi ridiscese lentamente. Fortuna volle che nessuno si accorse del mio stato di alterazione momentaneo anche se molti dei miei compagni si accorsero che restai stralunato per tutto il corso della giornata. Mio padre e Padre Melchiorre discutendo si allontanarono e Donna Felicia li seguì goffamente. Ero però così innamorato che quella goffagine mi sembrava quasi sublime, quella delicatezza immacolata simbolo di un animo affine al mio. A fine giornata ripensai a tutti quegli avvenimente e su questo, in uno stato di beata allucinazione, mi addormentai.

Il Venerdì Santo

“Hor in qual loco mai
Che in gelosia m’agguagli amante stassi
Se mi son rivali anche i sassi?”

Dopo la benedizione della chiesa di Malerba posseduta da Baldassere Amalio nel proprio feudo, il 2 aprile, si avvicinava la Santa Pasqua e con questa ci venne concesso un periodo di riposo per partecipare alle celebrazioni. Io tornai sul mio mulo a Naro, abitavo in una casetta arroccata vicino la Chiesa di Maria SS. “Madonna della Rocca”. Questa venne ristrutturata nel 1655 in occasione della visita di Monsignor Ferdinando Sanchez. In questo luogo sorgeva la torre della Fenice che veniva accesa nel medioevo nelle solennità. Era in pietre magmatica, merlata, circolare con due camminatoi. La chiesa nel 1655 era molto semplice con finestra rettangolare e portone, facciata priva di decorazioni, una casupola ecclesiastica, residenza del parroco, e una piccola torretta campanaria. Era rialzata da un basamento in blocchi incassato nel costolone scosceso e pietroso del colle. La mia abitazione era un largo stanzone dove abitavamo io, mio padre e mia madre e gli animali. Era cosparsa di fieno nel lato meridionale, con braciere ben distante in un cantuccio dove stazionava una ceramica di coccio grossolana e nerastra. L’odore era nefasto, in particolare in estate, ma mi ero così tanto abituato che quasi mi piaceva. L’aroma di mia madre era un misto di vapori culinai ed erbacei. Profumava di erbette fresche, di cipolla e di pane: era una goduria dell’olfatto. Mio padre non si riposava quasi mai, acchiappando al volo l’occasione della sua presenza a Naro, passava le giornate nel Monastero di San Francesco o a San Giorgio in Alga con Padre Melchiorre. Era il Venerdì Santo, il lungo corteo con a capo i prelati e i monaci in particolare i PP Cappuccini, portavano la bara del Signore. Vicino alla chiesa di San Calogero e al convento dei PP di San Giorgio in Alga c’erano le Sacre Stazioni della passione di Cristo ed una croce con basamento neoclassico. Erano cinque cappellete dove erano dipinti i Sacri Misteri:
Cristo all’Orto. Gesù in ginocchio orante mentre un angelo gli appare
Cristo legato alla colonna. Gesù legato ad una colonna per il supplizio.
Cristo coronato di spine. Il corpo nudo schernito dal pallio regale e dalla corona di spine.
Cristo porta la crocre lungo la via. Gesù, evidentemente sofferente, porta la croce in spalla piegato in due.
Il popolo in corteo innalzava le sue preghiere fermandosi davanti a queste immagini. Oltre ai prelati ed agli ecclesiastici aprivano le lunghe file il capitano di giustizia Ferdinando Alletti Arena, i Giurati: Diego Alletti e Placido Gueli, e il sindaco Giuseppe Rossi. Io ero con i compagni di una vita: Francesco Bordino e Nuccio Rotolo. Noi tre formavamo gli amici di sempre, quelli che conoscendosi da tenera età sanno capirsi senza aprir bocca. Non avevo parlato loro del mio amore per Donna Felicia, non perché me ne vergognassi ma perché era semplicemente impossibile. Ma a ben vedere, i miei amici si accorsero di quella infatuazione appena la dama fu a venti passi da noi. La ricordo come se fosse ieri: aveva un velo nero e un vestito di raso nero con filamenti in oro. Era accompagnata da mia sorella e qualche altra dama, in particolare una donna robusta e grassoccia. Restai come pietrificato e al saluto solenne di mia sorella feci una smorfia dolorosa. Trascorsi quell’istante in una profonda malinconia e i minuti che seguirono in un misto di rabbia e di fastidio.
“Strana scelta…” mi disse dopo un attimo mormorando il mio amico Nuccio.
“Quantumenu unnè medusa…” ribattè divertito Francesco.
Quelle battute mi fecero tornare il sorriso per la qual cosa seguii la liturgia un pò più tranquillo. Non avevo dimenticato l’invito al palazzo dei Milazzo che mi aveva rivolto Donna Felicia. Il lunedì dell’Angelo mi preparai il più elegantemente possibile e chiesi il permesso per una visita. Il permesso fu accordato anche se seppi dall’inserviente che la padrona era molto occupata con un nuovo arrivato: tale Mauro Barone della Menta della Casa Caldarera. Era un uomo ben fatto elegante e raffinato, era stato a Sevilla quindi parlava una lingua con forte ricerca di spagnolismi. Donna Felicia evidentemente lo trovava attraente perché lo trattava con la massima cura e cortesia . Io entrai abbassando la testa, sia per timidezza, sia perchè ero vittima ardente della gelosia. Per un attimo rimasi a guardare il pavimento marmoreo poi Donna Felicia, per pietà o per cortesia, mi rivolse la parola sfilandosi dal Barone della Menta.
“Il mio menestrello! Mi fa piaciri viditi! Comu stati? Stati beni?”
“Bene, signora.”
“Mi compiacciu ca stati beni allura, chi mi cuntati? Fatemi la grazie di parlari, parlari, parlari.”
“Nun vuogliu annugliarvi, signora.”
“Ma chi diciti?! Comunque studiati un pò – vogliu essiri benevola – e si vuliti piggliari i Sacri Voti intercederò io stessa sia economicamente che con le mie influenze. Vi piaci cuomu idea?”
“ Non posso chiediri di megghiu…”
“Va bene! Tiniti chist’antro libru e andate, ci rivedremo.”
“In vostra signoria…”
Mi alzai, misi il cappello in testa e uscii mentre Donna Felicia diceva al suo ospite che suo fratello Melchiorre era stato eletto Ministro Provinciale a Trapani. La strada del ritorno fu la più triste della mia vita: ero corroso dalla gelosia, innamorato perso. Volli stare seduto per ore tra i sassi dell’antico teatro.
Quanto era stato imponente quella struttura! Quanto gli antichi padri erano migliori di quelli dei giorni nostri! Ma non è rimasto nulla… massi, grotte e casupole malconcie.
Nell’antico teatro avevano preso dimora alcune famiglie che abitavano nelle grotte. Alcune mi guardarono sospettose, altre facevano finta di non accorgersi di me. Io me ne stavo muto, con la testa bassa a pensare. Niente sembrava distrarmi da quelle meditazioni finché il sole sarebbe stato alto nel cielo io sarei stato lì. Di fatti il sole lentamente superò l’orizzonde scendendo verso il basso, un lieve freddo veniva portato dall’altitudine. Rincasai e andai subito a letto: l’indomani dovevo partire per il baglio di Ciccobriglio.
In quel tempo ebbi modo di conoscere il giovane barone Carlo di Castillett. Dalla madre aveva acquisito il lignaggio dei Gaetani mentre dal padre quello dei di Castillett. Abitava nell’odierna piazza Gaetini dove aveva un magnifico palazzo con stemma gentilizio in facciata. Era da poco entrato tra i monaci di San Francesco, alle strette dipendenza di Padre Melchiorre Milazzo. Aveva i capelli corti marrone chiaro con un ciuffetto , all’attaccatura del cranio, riccioluto e ordinato, aveva i baffi e il pizzetto che riflettevano quasi un biondo, gli occhi verdi e profondi. Era di carattere vivace e pragmatico, molto acceso alle cose terrene, molto attivo in società sia per i problemi quotidiani che come predicatore. Allora aveva la mia età e mio padre, sotto la presenza di Padre Melchiorre, ci fece conoscere. Il carattere di Carlo di Castellett non era altezzoso quindi non si creava problemi ad interloquire con me da pari a pari. Diventammo ottimi amici e quando ero libero qualche volta lo andavo a trovare. Avevamo serie e lunghe discussioni, da lui appresi molte cose e molte cose mi servirono come bagaglio di esperienze per tutta la vita. Facevamo lunghe passeggiate, anche fuori delle mura, passando da Sant’Erasmo fino alle ultime propagini occidentali della città, dove risiedevano gli agostiniani. Non era un appassionato cultore delle cose antiche di Naro ma si divertiva a domandare e io, in bonta sua, dovevo raccontare quello che a mia volta mi aveva narrato mio nonno. Sant’Erasmo, per esempio, era un magazzino degli eredi di Don Francesco Randazzo che vi eressero una chiesa nel 1630 sotto il volere del vescovo Traina. Gli raccontai della peste del 1575 e di come fu costruito il lazzaretto e la chiesa – che probabilmente aveva funzionato anche per la peste nera del XIV secolo. Si trovava proprio sotto la chiesa del Carmelo, fondata nel 1458 dai PP Carmelitani ed ancora integra e incompleta ai nostri tempi. Ad ogni modo. Gli spazi laconici e agresti in città come nelle immediate vicinanze erano molti, c’era un arietta profumata sotto un cielo caldo. Gli uccelletti cantavano, i piccioni starnazzavano posandosi tra le erbaccie e su qualche albero. La città era in uno stato di ristrutturazione generale: case, palazzi, chiese ed edicifi erano immerse nei lavori, nuove strutture si ergevano o vecchie strutture si rinvigorivano. Entrò l’anno 1673 e capitano di giustizia era Francesco Andolina Crescenzi mentre scosse la città lo scontro tra la famiglia Gueli e la famiglia Piazza, dove perse la vita Pompeo Gueli. Il contenzioso avvenne nello spiazzo adiacente al monastero di San Domenico e alla chiesa di San Giovanni Battista. Gli uomini in lotta potevano essere perlopiù una diecina tra questi e quelli. Tutto era nato per questioni d’onore: Placido Gueli voleva che gli si cedesse il passo mentre Francesco Piazza voleva passare per primo. In poco tempo i fautori delle due fazioni si erano scontrate crudelmente e solo con l’intervento del capitano di giustizia si erano momentaneamente acquetati gli animi. Anche i funerali furono tesi e solo a stento si tenne a bada la folla che voleva ardere le case dei Piazza. Mentre questo avveniva, in questo stesso anno, rese l’anima a Dio la beata Suor Serafina Pulsella Lucchesi che fu sepolta nella chiesa dei PP Cappuccini. In odore di santità già in vita, questa badessa ardeva di fervente amore per la Santa Vergine e si adoperava per il soccorso degli infermi. Io avevo, per un certo tempo, tralasciato il mio amore per Donna Felicia, lavoravo di gran lena e leggevo molto, in particolare la sera dopo la messa. I libri li ricevevo da Carlo, alcuni da mia sorella Rosa. In proposito sono stato negligente nel raccontare la sua storia. Mia sorella era cresciuta ed era diventata una splendida donna: capelli corvini, occhi verdi, corpo magro e statuario, mani affusolate, carnagione mulatta. Con il tempo, e sotto la mia benedizione, aveva cominciato un amore reciproco con il mio amico Francesco Bordino. Lui la corteggiavana senza tregua e ne era innamoratissimo. Lei ne era innamorata e lusingata ma non lo dava a vedere. Io che cercavo di carpire i segreti di Donna Felicia non ottenevo altro che le confidenze amorose tra mia sorella Rosa e il suo spasimante. Erano frasuccie del tipo “oggi passo dal palazzo dei Milazzo…” o “quanto è caro quel tuo amico…” e io nel sentirle mi sentivo allo stesso tempo irritato e divertito. Trascorsi un periodo di intenso lavoro nei campi e mi ripromisi di approfondire la storia di Naro. Cercai, allora, informazioni in Diodoro Siculo, Tucidide e Polibio. Lessi interamente i libri di questi autori e di altri classici come Omero, Stazio, Virgilio, Sofocle. Ci presi gusto, quindi, passavo gran parte delle sere su quei manoscritti che mi arrivano a grappoli da più persone. In quello stesso tempo passarono per Naro due nobili tedeschi in viaggio per studio e per piacere. Come era usuale a quel tempo, furono invitati al desinare da i nobili naritani. C’erano Carlo di Andrea, Giacomo Lucchesi, duca di Camastra, Diego Alletti e qualche altro nome tra le grandi casate del paese. Mia sorella assistette al convivio e me ne racconto le simpatiche scenette. E’ curioso che i naresi si prodigarono in elogi appassionati ed entusiasti verso l’imperatore Federico II di Svevia. I poveretti forestieri, forse per pietà nei nostri confronti, o forse perché non volevano turbare i commensali, non informarono gli astanti che l’imperatore, tanto lodato, era morto da parecchio tempo. L’anno 1675 arrivò con un clima parecchio turbolento al confronto con la perpetua stasi della situazione meteorologica siciliana: pioggia, un leggero nevischio e alcune tremende grandinate piegarono il raccolto e la popolazione. Ebbero però effetti benefici poichè “pulirono” le strade dalle fogne a cielo aperto e dalla sporcizia – il fetido portato delle acque, infatti, scorreva a valle. L’aria si fece più respirabile, le vie fangose ma limpide, la città linda e pinta brillava nelle poche giornate di sole. Capitano di Giustizia era Placido Gueli. Nel Luglio 1674 scoppiò la rivoluzione a Messina ed io partii con le milizie spagnole sotto la guida di Carlo di Castellet. Praticamente la città aveva negato l’ingresso alle truppe spagnole e aveva fatto decapitare alcuni capi democratici. I ribelli avevano, inoltre, chiesto aiuto alla Francia, alla Turchia e avevano addirittura offerto il trono di Sicilia al figlio illegittimo del re d’Inghilterra. Luigi XIV di Francia non ignorava l’importanza strategica della Sicilia e, secondo informazione giunte in Spagna, inviò segretamente un ingegnere militare per esplorare il terreno. Quando Messina fece appello a lui, nominò il duca di Vivonne, fratello della sua amante del momento, governatore della Sicilia. La nostra guarnigione arrivò nei pressi di Messina alla fine del 1675 mentre agli inizi dell’anno successivo giunsero le truppe francesi a dar man forte alla città sotto assedio. Lo scontro interessò tutta la costa nord della Sicilia e navi francesi e spagnoli si diedero battaglia fin dentro il porto di Palermo. Oltre noi, di siciliani ve ne erano ben pochi. Il nostro campo era pieno di spagnoli, olandesi, mantovani, sardi e combattenti corsi. Si cantava, si ballava, si trangugiava vino, pane e broccoli crudi. La nostra piazzaforte si stendeva per una vallata, davanti un colle grigiastro e dentato. Era di forma triangolare allungata con le tende degli ufficiali vicino al colle insieme all’infermeria e alla tenda liturgica. Conobbi un ragazzo, il marchese Giulio Cagliostro, con il quale trascorrevo parte del tempo. Era simpatico, valoroso in battaglia e rude nei modi come poteva esserlo un popolano qualsiasi. Dopo l’attacco del 20 Marzo 1675 mi disse nella nostra tenda:
“Hai del talento, chissà che non ti faranno barone o marchese?”
“Non credo..” risposi io
“Di questi tempi, amico mio, baroni non solo si nasce ma si diventa!”
“Se tu non sei diventato conte o principe per qual motivo dovrei diventare barone?”
“ Io sono un ufficiliale della guarnigione, vivo per l’esercito. Tu, invece, hai ancora una vita davanti, e sei valoroso, farai strada amico mio.”. Ma, oltre le lusinghe del marchese, io ero un soldato mediocre anche se fervente e, se non fosse che combattevo in una nube di miei compagni, non sarei qui a raccontare la mia storia. Durante il 1677 i cittadini di Messina si andarono distaccando dai francesi. Per tre anni il commercio era rimasto interrotto e l’aumento dei prezzi stava causando una guerra intestina tra le fazioni della città. Oltre la carestia in cui versava Messina, un altro problema, sicuramente minore ma che aggravava la situazione, era il fatto che nessuno, neanche tra i nobili messinesi, comprendeva il francese; sebbene Vivonne desse dei balli di Stato per la nobiltà, né lui né i suoi ufficiali erano in grado di essere leggittimati dai comuni cittadini. La reggenza francese di Messina fu un esperienza tragica per la città poiché questi poco si curavano degli interessi messinesi anzi chiedevano del grano e non lo pagavano, reclamavano sinecure stipendiate e non rinunciavano alle loro antiche restrinzioni sul commercio anche quando la città stava morendo di fame. Anche l’Inghilterra, alleata francese, aveva abbandonato il campo poiché era preoccupata dall’imperialismo di Luigi XIV. Il trattato di Pace giunse nel 1678 dopo che la guerra aveva visto un progressivo tendersi in favore delle guarnigioni spagnole. Molti della prosapia senatoria della città fuggirono prima in Francia, poi a Tunisi o a Costantinopoli. Io ricevetti il cavalierato e la medaglia al valore oltre un piccolo feudo nei pressi di Scibulone, Salme 3.

Storia

“Zeferu torna e si smanta la terra
Di virdi erbetti e culuriti xhiuri
Veneri da e Cupidu s’afferra
Li dardi d’oru e l’ardente caluri”

C’è chi ritiene Naro in antico abitata da Giganti Lotofagi, che prendeva il nome da una ninfa Nαίς – Naro – , figlia di Giove e Asterope, e poi c’è chi la ritiene originariamente l’antica Agragante Jonicum o l’antica Indara. Io ritengo sia l’antica fortezza di Monthyum, di origine troiana, dove avvenne che, caduto Ilio, gli esuli si rivolsero ad altre mete. La storia narrata da Omero la ritengo anche la nostra storia, la storia della nostra origine. Approdati i troiani sulla sponde del Hipsa, scoprirono un monte ricolmo di acque. Un fiume, un laghetto collinare e vari rivoli e rivoletti bagnavano la collina. Dopo poco tempo i Cartaginesi, che avevano occupato varie città in Sicilia, fatti soggetti della grande emigrazione ellenica, ridimensionarono i propri possedimenti occupando anche Naro – o Montyum, come veniva chiamata. Dal dominio fenicio-cartaginese ci permane il nome: quel NAHAR che nel toponimo originario significa “fiamma” – dalle torri di avvistamento dei nemici. Almeno questo io credo da quello che mi tramandano i miei avi e quello che ho letto negli storici del passato. Ho dimenticato di dirvi che io, Renato Mangione, ero diventato Don Renato, non avevo ancora il titolo di “Eccellenza” ma c’era di che montarsi la testa. Alcuni del popolo mi cedevano il passo per la via e riuscii ad assicurare per me e la mia famiglia un buon posto in chiesa. La tenuta non rendeva un granché, circa 100-150 scudi annui, era rocciosa e sabbiosa. La lavorava mio padre con alcuni uomini e mia madre si trasferì con lui in quel feudo. Mi potevo ben dire benestante, comprai una casetta di due piani e mi inserirono come amministratore cittadino, al catasto. Questa mia vita pubblica che s’involava fu immediatamente controbilanciata da una autentica tragedia privata. Donna Felicia, la donna che più amavo al mondo, si sposò il 24 Giugno 1678 con il barone della Menta della Casa Caldarera. Era stata una cerimonia fastosa, per giorni si dettero ricevimenti e balli dove erano invitati le nobili casate naritane. Per l’occasione Padre Melchiorre fece distribuire grano e fieno a tutta la popolazione meno abbienta. Io, invitato ad alcuni eventi, mentre per altri escluso, me ne stavo muto a struggermi nel mio dolore. Mi dovevo aspettare che sarebbe, prima o poi, successo ma ritenevo ingiusto che in quell’istante, che la società mi aveva posto più vicino a lei, lei mi sfuggiva eternamente. Lo confesso: ho pianto amaramente. Mai avevo assaporato una bruciante delusione come quella volta, mi sentivo quasi febbricitante e quasi senza forze. Al fatto compiuto non potevo porre rimedio, potevo solo annullarmi.
Ma fin quanto? Il mio cuore diceva per sempre mentre la mia testa mi intimava che era un fatto normale e del tutto aspettato.
Provavo un certo dolore, quasi fisico, nel pensare a lei: era il periodo di più acute sofferenze alle quali sarebbe succeduta la rassegnazione. Era però una rassegnazione parziale, non completa, mitigata da una speranza vaga quanto irreale. Vissi in queste condizioni i primi amorucci che costellarono la mia vita. Cominciai con dama Croce Maria Lauricella, con la quale ebbi una storia appassionata e segreta, dall’erotismo prorompente e dalla poca dolcezza. Era una dama smilza e avorio, con capelli biondi e occhi marroni. Era intelligente e caparbia, un pò permalosa ma poco civettuola. La incontrai ad uno dei tanti mercati cittadini che venivano allestiti presso la chiesa del Carmelo. Poi la rividi in un ballo dei di Castellett dove cominciammo a parlare.
“Cuomu vi chiamati, signore? “ mi domandò
“Con ossequo, Renato Mangione” risposi
“ah siti chiddu ca j a la guerra!” esclamò quasi sorprendendosi e continuò: “Bedda storia a vostra! Raccontate… Raccontate pure…”
“Beh ho combattuto maldestramente” risposi io sorridente
“Un mi diciti accussi! Siete un cavaliere reale! … qualchi cosa bbona a facistivu!”
“Embé qualcosina nica però”
La dama sorrise e mi salutò guardandomi fin che ne ebbe la possibilità.
Il mio amico Francesco Bordino e mia sorella Rosa si sposarono l’8 Dicembre 1680 per la festa della Vergine. Lo ricordo perfettamente poiché, per i lavori, la chiesa di San Francesco non venne addobbata con ricchi drappi di damaschi rossi tempestati d’oro e d’argento, né dalle arcate e lungo le paraste tra un altare e l’altro pendevano, con eleganza e grandioso disegno, i parati rossi e bianchi tempestati di stelle con larghi tocchi d’oro e fregiati all’estremità. La celebrazione avvenne a Santa Caterina d’Alessandria, in quella bella chiesetta gotica a tre navate. Il mio amico Francesco era divenuto mezzadro a Ciccobriglio e alla Mintinella, in sostituzione di mio padre, e mia sorella imparò a tessere ed a lavorare per la corporazione dei Tintori. Abitavano nello stanzone delle “Madonna della Rocca” anche se io mi ero adoperato per trovare una sistemazione migliore. Non ne vollero sapere di lasciare quel luogo.
“Mi dispiaci anzi ca mancavu pi accussì tantu tiempu di cca..” mi diceva mia sorella se sollevavo la questione. Capitano di Giustizia quell’anno era Giuseppe Rossi mentre Spett. Giurati e Giudici erano Patrizio di Michele Morreale, Francesco Fanara, Michelangelo Liuzza e Giacomo Castrogiovanni. Quell’anno conobbi la mia seconda amante e anche la più legata a me da sentimenti nobili: Margherita Teresa Mendola. Fu un’amore senza troppe stranezze, celebrale, tanto che questa mi chiese ad un certo punto di sposarla. Seppur ne fossi attratto e tentato mi accorsi ben presto che ero incapace di concludere con chicchessia le mie vicende amorose. Ero ancora innamorato di Donna Felicia e legato a lei da uno strano sentimento di illusione e di istinto. Proprio questa spinta innata, questa tendenza a e per Donna Felicia, creava un vuoto dentro di me ed era “croce e delizia” dei miei giorni. Mantenni per un certo tempo il mio rapporto con dama Margherita mentre ogni tanto vedevo Donna Felicia per le strade o presso la chiesa ed il convento di San Francesco dove operava suo fratello Melchiorre. Questo era stato eletto Commissario Generale e Visitatore e Presidente del Capitolo in Calabria, Visitatore sopra la Diocesi di Mazzara e Monisteri. Insomma era divenuto uno tra i più influenti uomini in tutto il paese; ben voluto, omaggiato, affascinava il popolo con le sue prediche. Nel frattempo Messina continuava sorprendentemente a chiedere nuovi privilegi. Per la ribellione appena consumata, e per le idee autonomiste, era invisa a molti, sia in Spagna che a Palermo, i quali chiedevano una punizione più energica. Proprio per la disposizione d’animo mite verso questa città fu esautorato il Viceré Gonzaga e nel 1679 fu sostituito da Santisteban. Questi intervenne prepotentemente radendo al suolo Messina e, come segno simbolico, arò la zona e la seminò col sale. La campana della città – la stessa che aveva aperto la ribellione – venne fusa, e lo scultore palermitano Serpotta ne usò il metallo per ritrarre il re di Spagna che calpestava l’idra della ribellione. Lo strategoto e il senato di Messina furono entrambi aboliti. Santisteban declassò la nobiltà locale e la sostituì con spagnoli fidati e fece costruire una fortezza che sovrastava la città. Le armi da fuoco furono confiscate e la Zecca Reale fu trasferita a Palermo. Io mi recai a Messina spesso in quel periodo, facevo la spola tra Naro, Messina e Palermo. A Naro si respirava un aria tesa, le campagne, i briganti, erano incubatori eterni di conflitti sociali. La micro-criminalità e gli assassinii facevano da cornice ad un periodo instabile. Caddero sotto i sopprusi dei banditi alcuni tra i popolani e pochi nobili. Tra loro vi erano Lillo Paci, Gaetano Curto e Tito Virone. Tutti e tre trovati senza vita nei pressi di contrada San Marco. Ormai la mia vita, con un volo di fantasia, si poteva dire normalizzata; per quanto “normale” si potesse dire un amante ufficiale e una rendita mensile. Non ero sposato: è vero!
Ma con il tempo concepii che Donna Felicia era il fantasma che si sarebbe frapposto con una futura sposa. Declinai quindi ogni ragione e mi dedicai al momento, alla giornata, come fà un randagio per le strade della città. Non me la passavo poi così tanto male, in fin dei conti. Bisognava non aspettarsi nulla, e io lo facevo, bisognava dare senso ai giorni, e io passavo le mie giornate tranquillamente. Ebbi modo di parlare con Donna Felicia solo sporadicamente, andava invecchiando: delle rughe e dei solchi andavano disegnadosi sul volto, la pelle si faceva raggrinzita, le orbite più incavate. Rimaneva comunque una bella donna, o almeno io la ritenevo tale. Quando mi vide, mi disse:
“Quindi “Don Renatu”! u sapia iu ca eratu stupefacenti!”
“Madonna…” risposi con un sorriso amaro.
“Tiniti… tiniti n’antru libru! E vostra suoru? Comu stà Rosa? Beni, me ne compiaccio! Aviti dicisu di pigliari i Sacri Voti o no?”
“Nun sacciu si sugnu all’altezza, signora.”
“Vidiemmu… un siti maritatu, picchì?
“Casi, signora..” risposi turbato
“E allora Diu voli ca vi faciti monaco o parrinu! Putiti trasiri tra i franciscani o i cappuccini – ho amici tra i Lucchesi…”
“Ci penserò Madonna…”
“Va beni, va beni… vieni a trovami ogni tantu!”
“Ogni so desideriu…”
E così me ne andai.
Per qualche giorno pensai che negli incontri con Donna Felicia potevo essere un pò più ammiccante e adulatorio ma lo ritenevo un onta all’onore di quella donna e una vergogna per me. Mi decisi che non era il caso. La sera andai a trovare mia sorella e ne approfittai per una sortita nella parte alta della città: tra l’antico castello e l’ancor più antico Duomo. Le strade tortuose dell’acropoli mettono a dura prova anche le membra più robuste. Io, magretto, caracollavo rapidamente dando sfoggio di notevole prestanza fisica. Il Reggio Castello era nelle ultime tele del tramonto; assorbiva gli aulici raggi nel tufo pregno e friabile. Nella funzione di decadenza era un pò trascurato ma, seppur vetusto, era splendido e splendente. Sotto Federico III di Aragona si costruì la torre quadrata nel 1330, alta 1000 palmi, e larga per ogni facciata 40 palmi. Nella struttura fortilizia si innestano torri circolari, di tipo orientale. La facciata del prospetto nord, vista trasversalmente, è ornata da due pregevoli bifore. La vista dall’acropoli si perde per la vallata di Canicattì da un lato e dall’altro giù, giù fino alle coste del Mar Mediterraneo. Si narra che una antica dama che abitava il castello, Donna Giselda, si innamorò del proprio paggio Beltrado. In una notte di luna piena, mentre Beltrando le cantava sulla terrazza il suo amore, accompagnato dalle dolci note del liuto, furono sorpresi dal marito, Pietro Giovanni Calvello. Il giovane paggio fu ucciso, l’onore lo richiedeva, e buttato dalla torre mentre Giselda, rinchiusa in un segreta, si lasciò morire di fame e di dolore. Dice la leggenda che, ancora oggi, nelle notti chiare d’autunno, un bianco fantasma di donna vaghi sulla terrazza del Castello: è Giselda alla ricerca dell’amato Beltrando. Volte le spalla al Reale Castello risalii per una scoscesa stradina, tra le molte case arroccate ve ne erano di solenni e di belle. Giunsi di lì a poco presso il Duomo. Era invaso dalle impalcature; era stata una moschea araba e forse anche una chiesa bizantina – almeno questo presumo. All’antico impianto ad unica navata si è aggiunto il transetto che ha trasformato perimetralmente la struttura a croce latina. Riuscii ad entrare, vari operai facevano avanti e indietro. C’erano la bella acquassantiera del XIII secolo d.C., il “dolore” interamente dipinta con colori vivaci e nell’abside lo splendido affresco della Dormitio Virginis. Questo, quasi un unicum nelle rappresentazioni, ha svariate influenze copte, sicuramente orientale nello stile e nel rendere una storia complessa della vita di Maria Vergine. Tra le montagne di sabbia e blocchi, uscii, era tardi, quasi sera, tra un pò non avrei visto ad un palmo dal naso, dovetti rientrare. Mi addormentai esausto ma abbastanza soddisfatto, l’indomani sarebbe stato un’altro giorno, forse unico, forse solo uno dei tanti.

Eccomi oh Dio!

“Tutti son d’un voler, tutti d’un cor”

Le coordinate del mio paese, per un’altitudine di 596 m s.l.m, sono di 37° nord e 13° Est.
A me, seduto in cima al monte, mi venivano in mente mille pensieri ma rinunciai a riflettere su ogni cosa. Ultimamente mi faceva male pensare alla mia vita quindi obliavo il passato e cercavo di non pensare al futuro. Era un meccanismo di difesa, e come tale, tamponava il problema senza però risolverlo. Non che avessi mai provato a risolverlo, semplicemente, non me ne curavo, non gli davo linfa per invadere il mio cerchio vitale. Per anni avevo trascurato questo mio lato e anche tra gli orizzonti della sommità del colle non trovai la volontà di pormi certe domande. Oltretutto non sapevo cosa rispondere; era giusto vivere a rallentatore? Era giusto vivere nell’apatia? Era giusto chiudersi spesso al mondo? Domande, risposte… ma né queste né quelle mi erano di utilità alcuna anzi ne soffrivo vivamente. Distrattamente pensai a Donna Felicia Milazzo. “Distrattamente”: termine sottolineato poiché, sulla scorta delle domande, anche le forme eteree dei sentimenti cercavo ardentemente di annullarle. Per quanto? Non lo sò
Serve a quancosa? Non lo sò, sicuramente apparentemente stavo meglio.
Sicuro che nell’attimo vissuto, e nel pensare solo a quello, ci fosse la verità, smisi ad un certo punto di pensare, emozionarmi – in poche parole di vivere. La frustrazione mi assaliva in proporzione alle domande che mi ponevo e più queste ricercavano nel profondo, più stavo male. Proprio per questo l’oblio della mente mi sembrava un dolce frutto. L’11 Gennaio 1689 alle ore sei, un terremoto scosse tutta la Sicilia e a Naro recò notevoli danni. La parte alta della città, più robusta, fu la meno colpita mentre nella Valle le casupole mal costruite collassarono inghiottendo intere famiglie. Molti danni fece il sisma a Catania e a Caltagirone e le macerie erano innumerevoli. Grazie, però, ai finanziamenti di Giuseppe Duca di Camastra molte città furono restaurate. Era una prodigalità che intendeva aumentare il proprio prestigio e propozionalmente il peso politico. In tutta la Sicilia si respirava un aria tesa. Il potere spagnolo agonizzava, trascinandosi verso una fine imminente. Anche a Naro i rumori non si fecero attendere: casus belli fu una nuova tassa sulla macina. Le problematiche nacquero per fronteggiare i problemi finanziari dell’Università, che, come ricordiamo, aveva sede nel colleggio dei Gesuiti. Si aspettava una donazione di una tale principessa: la principessa della Torre. Questo credito fu invece disatteso e per ovviare al problema si legiferò una gabella di tarì 16, 18 e 20 su ogni salma di terra coltivata. Alla trasmissione della legge, il 20 Febbraio 1689, il popolo insorse. Iracondo, a grappoli, usciti per strada si recarono nella cosa del banditore Diego e in quella di Nicolò Milo direttore dell’Università con la viva intenzione di ardere ogni cosa. Quel trambusto di grida e suoni fu udito dai maggiori e dal sagrestano della campana dell’orologio che cominciò, con fragore, a suonare. Tale pratica chiamava a consiglio il capitano di giustizia, il sindaco e i giudici per risolvere la questione. Melchiorre Milazzo, sapute tali cose, mandò Carlo di Castillett prima, in seguito andò di persona a sedare il popolo. Casualmente io ero con Carlo quel giorno e quindi sono testimone di ogni fatto. Inizialmente con cautela inziò a calmare gli animi, li rimbrottava e li ammansiva con tal vigore che alla fine una parte della folla si dissuase di proseguire nel tumulto. Ma immediatamente dopo, alla calma apparente ottenuta da Melchiorre Milazzo, molti del contado e altri, che serbavano l’ostilità, scoppiarono in un nuovo tumulto ancor più feroce. Tanta gente affluiva per le strade, una folla che a stento era contenuta dalle vie. Obiettivo ora della sollevazione era la casa di Guglielmo Lucchesi. Non potendo penetrare nel palazzo, inveirono, creando molti danni alla facciata. Gli ufficiali e i nobile erano in preda alla paura per la propria vita, si riurivano dentro le chiese e nei conventi facendo la massima attenzione acché non fossero seguiti. Dal palazzo Lucchesi, i rivoltosi, al suono della tromba, andarono alla casa di Girolamo Argirò e degli altri giurati per poi riunirsi al Comune. I nobili chiesero di parlare con un rappresentante del popolo commosso e cercarono così di ammansire quei rumori. Il precettore dell’Università fu brutalmente ucciso e da Palermo giunse un commissario regio. I magistrati che reggevano la città erano Ignazio Conterini, capitano di giustizia, e i Spett. Giurati Girolamo Argirò, Vincenzo di Gueli, Benedetto Palmeri, Patrizio di Diego Alletti. La riunione si tenne nel chiostro di San Francesco sotto la tutela di Melchiorre Milazzo e l’inviolabile santità del luogo. Girolamo Argirò era infuriato, Vincenzo di Gueli più conciliante, il rappresentante del popolo si atteggiava altezzoso dalla sua posizione di forza sicuro di ottenere un buon risultato. Melchiorre Milazzo iniziò la discussione.
“Basta coi supprusi di oi! Calmatevi! In nome di Cristo abbiate degno rispetto per la vostra città.”
“Non stamu cà pi na tassa ingiusta!?” disse il rappresentante e continuò: “ Nun è giustu ca pagammu nantri pi l’Università”.
“L’università ci porta benessere, stolto!” disse Argirò digrignando i denti.
“L’università a mia un mi porta nenti! Bada cuomu parli!” rispose l’individuo infervorato e spavaldo.
“Calma! Calma!” si frappose Melchiorre Milazzo.
“Iu un naiu tiempu di perdiri, livati a tassi si o no? “ disse baldante allora il rappresentante del popolo.
“No!” intevenne Palmeri.
“Allura fatti vostri!” l’individuo fece un gesto di stizza, si girò su se stesso e se ne andò.
Tutti erano spaventati ma Melchiorre Milazzo fu il primo ad intuire a pieno il periocolo. Seguì l’uomo e uscito con lui si mise a predicare e iniziò una processione che calmò il popolo. Dopo giorni tesi e terribili pian piano la rivoltà rientrò e man mano che il tempo passava la tenacia dei rumori affievoliva fin quanto non si spense completamente. L’uragano era passato, lasciando macerie e conflitti, ma era collassato nella sua stessa rabbia. L’anno che succedette a questi fatti io divenni monaco conventuale francescano e cappellano della chiesa di San Francesco. In quel tempo conobbi Prospero Favara che viveva nelle cellette rustiche che erano state di Sant’Eustachio e i suoi discepoli. Questi nacque a Naro nell’anno Domini Nostri 1647 dal notaro Don Lorenzo – monumento sepolcrale nella sala antistante la sagrestia di S. Agostino – e la madre che si chiamava Elisabetta Nobile. Celebre orientalista e monaco agoostiniano, fu profondo conoscitore della lingua ebraica e di quella greca. Fu teologo dell’inquisitore di Lipari: Girolamo Ventimiglia. Si dilettò, inoltre, in opere ascetiche e poesie neoclassiche. Suo ispiratore era Pindaro. Ottenne inoltre grande fama come oratore e predicatore. Nell’anno 1690 da Roma, dove aveva acquisito la laurea, ritornò a Naro per difendere i propri cari ingiustamente perseguitati. Era un uomo mite e colto, molto conservatore e molto fiero delle sue radici storiche. Lo conobbi quando aveva cinquant’anni anche se ne avevo sentito parlare, la sua fama come dotto lo precedeva. Diventammo molto amici e un giorno mi disse:
“Spero che l’epoca che sopravviverà a noi prosegua con le nostre idee ma vedo ormai bizarrie e materialismo, lotte aristocratiche e “mal guvernu” .
“Picchì, padre?” gli risposi.
“Vedo le avvisaglie, figlio mio… i tempi stanno cambiando e non in bene.”
Forse aveva ragione, forse no; fatto è che i tempi erano suddivisi in fronti e segmenti tra chi restava innovatore e progressiste e chi conservatore e neoclassicista. Di questi due schieramente Padre Prospero aveva una idea ben chiara: era amante della grecità, della sua organizzazione, della sua cultura. Credeva nella Somma Giurisdizione del Santo Padre ma alla fine anche Solone era un “re senza corona”. Secondo il suo modo di pensare una eminenza era conciliabile con la democrazia. Non si fidava delle innovazioni: lo scoraggiavano anzi e lo avvilivano. Guardava al passato con occhi curiosi e studiosi mentre guardava al futuro con meno fiducia. Io non ho un opinione in merito, francamente non sò se sbagliava. Se fossi vissuto un’altro secolo avrei avuto la risposta, ma la mia vita non sarebbe durata tanto. Ad ogni modo. Donna Felicia il 7 febbraio 1701 restò vedova. Non l’avevo più vista da parecchi anni. Era molto invecchiata e anch’io d’altronde, la vidi al funerale, prima che ulteriori anni passarono poiché la vedessi di nuovo.
Ne ero ancora innamorato?
In fondo si, non riuscivo a dimenticarla.
Le giornate nel monastero erano laboriose e sfibranti. C’erano le liturgie, le prediche in pubblico, le commissioni, i lavoretti e le amministrazioni. Mi recai qualche volta a Ciccobriglio. Il baglio era vecchio e fuori moda, quasi fatiscente, i braccianti lavoravano senza sosta; c’era mio cognato Francesco, marito di Rosa, a coordinare il tutto. Trattare con lui era come trattare con un fratello, oltre alla parentela aveva un carettere mite e allegro. La mezzadria era leale e schietta e anche ad offrigli qualche soldo, con il benestare di Padre Melchiorre, non accettava mai o quantomeno accettava solo nell’ estrema necessità. Francesco e mia sorella mi diedero un nipote, Michelangelo Bordino, che cresceva a vista d’occhio. Mio padre morì l’anno che precedette la rivolta, alla veneranda età di ottantasei anni mentre mia madre straordianariamente nel 1689 all’età di ottantauno. La gente paradossalmente, invece di dolersi di quella morte, si congratularono con me per la grande longevità dei miei genitori e anche in vita, i miei, erano visti come una sorta di fenomeno di Dio. Suggestivo, il 1702, le valli di “a margunia” e “i scaliddi” brillavano di rugiada, le viti intersecate tra le zolle emanavano un aria dolce e profumata. La città era affascinante nei cantieri, le strade polverose, il giallo di edifici e chiese. Naro era un altare a quel dio Apollo venerato dagli antichi, dalla bionda chioma, dal vestito oro. A questo splendido paesaggio però facevano da contro-peso le incursioni dei briganti e dei malfattori che dalle campagne, e nelle campagne, saccheggiavano e depradavano. In un incursione di tal fatta furono arrestati due delinquenti, degli sgherri efferati e assassini. Famoso rimane il loro processo e la loro esecuzione davanti la chiesa di Santa Maria di Gesù, poco oltre le mura. Furono giudicati dal magistrato penale di allora: Don Ignazio Avantaggio. In tribunale c’era molta gente, molti curiosi che avevano avuto il coraggio di assistere all’udienza. I due si chiamavano Nunzio Caprara e Giacomo Vitaliano. Alle accuse del giudice i due dapprima non rispondevano poi insolentiro tanto la discussione da irritare Don Ignazio Avantaggio.
“Siete rei di assassinii e ogni sorta di nefandezza! È vero?”
“Siamo uomini siffatti, forti e onorati” rispose il primo brigante.
“Sono un gentiluomo, signore! Si scusi…” rispose il secondo
Nessuno aveva il coraggio di ridere, la tensione si respirava nell’aria.
“Avete ucciso tra gli altri Amedeo Vinci, Stefano Curto e Giuseppe Pacinella. Avete, inoltre, devastato Funtanazzi, Virdillo e Calandrino.”
Silenzio
I due guardavano con ferocia il giudice che li guardava di rimando.
La sentenza di morte fu trasmessa subito dopo e furono impiccati il 4 Agosto 1703 alla presenza di una folla numerosa.
Anche la situazione sociale era d’altronde tesa, i maggiori stavano in uno stato di agitazione per le continue austerità delle entrate e l’esborsi di denaro pubblico, l’ultimo dei quali era di 40 scudi. La popolazione, inoltre, era soggetta a svariate frustrazioni economiche e civili. Una leggera contrazione ad inzio anno e una piccola crisi sostituì il fiorente XVIII secolo. Così, oggi 15 Gennaio 1704, la morte si appresta a prendermi e per mano dell’amore della mia vita, Donna Felicia Milazzo, scrivo questi ultimi ricordi ed invito i posteri a scrivere quando io solo vedrò tra le “beate genti” per intercessione di Gesù Cristo Nostro Signore.

Fine

Post Scriptum

⦁ La chiesa di Sant’Agostino. La chiesa con il priore Giuseppe Ziné nel 1707, sotto consiglio di Prospero Favara , fu progettata da Francesco Querni, ma rimase incompiuta.
⦁ Fu completata con l’aggiunta del secondo ordine del prospetto, che rispecchia a grandi linee San Giovanni in Laterano – simbolismo reazionario? -, ad opera dell’architetto Calogero Ferracani ed, in parte, da Don Felice Vinci.
⦁ Nel 1700 il Duomo Vecchio era sede della Confraternita del SS Sacramento.
⦁ Padre Melchiorre Milazzo morì nel 1724 all’età di settantasette anni.
⦁ Nel febbraio del 1720 la Sicilia ricade sotto il dominio di Vienna.
⦁ – Donna Felicia, la donna che ha amato Renato Mangione tutta la vita e mia madre, sopravvisse solo un anno al suo spasimante, morì nel 1705.

Rosa Maria Milazzo Mangione
Ciccobriglio, 20 Agosto 1762

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