Prolegomeni allo studio degli engrammi archetipici

  1. La rottura dell’armonia primordiale: i miti di creazione

I primi mesi dopo la nascita uterina prevedono una sua prima fase di rottura e di passaggio in un equazione simbolica che permetta di ottemperare alle esigenze primarie. Questo processo rappresenta il primo indubbio contatto con la realtà materiale che induce l’infante all’associazione nevrotica di alcuni oggetti ad altri nel tentativo di colmare l’astrazione indotta dalle necessità. Partendo da questa osservazione possiamo dedurre il fatto, abbastanza verosimile, che l’uomo, nei primordi del suo evoluzionismo, si trovi negli stessi processi psichici di un infante. La fenomenologia su cui incardiniamo tutto questo ragionamento e l’evoluzionismo del Super Io nel passaggio da uno stato di fiera a quello di essere umano. La civiltà è un prodotto della progressiva rinuncia alle pulsazione animalesche. Ogni individuo viene costretto attraverso una serie di regole – civili ed etico-religiose – ha uno stato di privazione nell’intento di sopperire ai desideri pulsionali. Progressivamente le costrizioni vengono man mano interiorizzate, poichè la suddetta istanza psichica del Super Io ne assorbe le fondamenta. Se ne deduce che per ergersi in uno stato culturale – e di cooperazione fruttuosa – sorge la necessità di sopprimere gli agenti prettamente naturali insiti nell’uomo. Coniamo il termine di “variabili irrazionali” per questi agenti naturali e ammettiamo il fatto della loro reintroduzione in canoni razionali solo secondarie e progressive. All’inizio uomo e natura si compenetravano, erano essenzialmente un’unione di un’unità con se stessa, e l’uomo non aveva “coscienza” di ciò che lo circondava. Progressivamente lo sviluppo dell’ente psichico lo ha defraudato di questa sua “ignoranza” ed è proprio in quel momento che l’uomo ha preso coscienza di sè, della “nudità del suo corpo”. Questo processo ha avuto infinite codifiche mitologiche ma che combaciano nel fatto che per tutte le civiltà è esistita un’armonia primordiale iniziale secondariamente delusa. La rottura dell’armonia primordiale ha proiettato l’uomo come viandante sulla terra, essere esterno e non organico. Iniziamo quindi con la Genesi bibblica, famosa e abbastanza fedele a questo processo. Dobbiamo premettere però che un analisi più dettagliata sarà possibile solo intersecando la lettura con i capitoli successivi di questo libro; solo così si potrà leggerne e interpretarne la semantica.

 

 

1,1 In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

 

3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

 

5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

 

6 Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

 

9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10 Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11 E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13 E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

 

14 Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15 e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16 Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17 Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18 e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19 E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

 

20 Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.


24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

 

27 Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

 

28 Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

 

29 Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

 

2,1 Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2 Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. 3 Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 4 Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

 

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, 5 nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo 6 e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; 7 allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

 

8 Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. 9 Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. 10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. 11 Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro 12 e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice. 13 Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. 14 Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.

 

15 Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

 

16 Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».

 

18 Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. 21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».

 

24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

 

25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

 

3,1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È

 

vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al

serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in

 

mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma

il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si


aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

 

8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

 

11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

 

12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il

 

Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

 

14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.

 

15 Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

 

16 Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».

 

17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.

 

18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.

 

19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto:

 

polvere tu sei e in polvere tornerai!».

 

20 L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

 

21 Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.

 

22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!». 23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. 24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

 

( Genesi 1-22 )

 

Cambiando adesso prospettiva deduciamo che discutere di Genesi significa essenzialmente discutere della nascita, della generazione, dello sviluppo primo. Prendendo in esame i miti di creazione in altri contesti abbiamo colto degli elementi, che non sono presenti nella Genesi bibblica ma che ci rendono, in maniera veritiera, qual’è il sostrato reale che è insito nella nostra creazione, nell’evoluzione dell’uomo. Poniamo sotto analisi un mito dell’Alaska e lo confronteremo con un’altro che ha delle peculiarità affini.

 

 

Il Cielo cominciò a esistere prima della Terra, ma non era più vecchio di lei perché, quando nacque, anche la Terra si stava già formando. Aveva già una crosta salda prima che ci fosse della terraferma e prima ancora che si manifestasse il primo essere vivente di cui sappiamo qualcosa. Questo essere lo abbiamo chiamato Tulungersaq, o Padre Corvo, poiché egli creò tutta la vita sulla terra e gli esseri umani ed è l’origine di ogni cosa. Non era un comune uccello, ma una sacra forza vitale presente in tutto ciò che esisteva in questo mondo. Ma anch’egli cominciò la sua esistenza sotto forma di essere umano ( perciò non pensatelo come un corvo, divenne tale solo in seguito ) e annaspava nel buoi e tutto quel che faceva era completamente casuale finché si rese conto di chi era e quel che doveva fare. Se ne stava rannicchiato nell’oscurità quando improvvisamente si risvegliò alla coscienza e scoprì se stesso. Non sapeva dove si trovasse o come fosse nato, ma respirava e aveva vita, viveva. Tutto intorno a lui era immerso nell’oscurità e


non vedeva nulla. Con le mani annaspava, toccando gli oggetti, e ovunque le sue dita si allangessero incontravano dell’argilla. La terra era argilla e tutto intorno a lui era morta argilla. Facendo passare le dita di quà e di là, trovò la sua faccia e sentì di avere un naso e occhi e una bocca e anche di avere braccia e gambe, come noi. Era un essere umano, un uomo. Sulla fronte sentì un piccolo nodo duro, ma non sapeva perché fosse lì, non aveva alcuna idea che sarebbe poi diventato un corvo e che quel piccolo nodo sarebbe cresciuto e diventato un becco. Si immerse nella meditazione. Improvvisamente capì che era un essere libero, indipendente da quello che lo circondava. Scrisciò sull’argilla, lentamente, con prudenza. Voleva scoprire dove si trovava. Improvvisamente le sue mani incontrarono uno spazio vuoto davanti a lui e seppe che non doveva spingersi oltre. Poi ruppe un pezzetto di argilla e la gettò nella profondità. Rimase ad ascoltare, perché voleva sentire il rumore che avrebbe prodotto arrivando sul fondo, ma non sentì nulla, così si allontanò dall’abisso e trovò un oggetto duro che, senza sapere il perché, seppellì nell’argilla. Di nuovo si immerse nella meditazione e si chiese che cosa potesse nascondersi in quell’oscurità profonda che lo circondava. Poi sentì frullare nell’aria, e una creatura piccolissima, leggera, si posò nella sua mano. Con l’altra mano la toccò e sentì che aveva un becco e delle ali, e penne calde, morbide sul corpo, e minuscole zampette nude. Era un passerotto, e capì che l’uccellino era stato il primo di lui ed era volato verso di lui nel buio e gli era saltellato intorno e lo aveva visto prima ancora che lui lo toccasse. Poiché questo essere amava i contatti sociali, si fece animo e prese a strisciare sulla terra; si avvicinò al luogo in cui prima aveva sepolto qualcosa e vide che aveva messo radici ed era diventato vivo: era cresciuto un arbusto e la terra non era più sterile, poiché ora la nuda argilla era ricoperta di arbusti e di erba. Ma l’Uomo si sentiva ancora solo, e così plasmò con l’argilla una figura che rassomigliava alla sua e poi di nuovo sedette e rimase accovacciato ad aspettare. Appena il nuovo essere umano prese vita, cominciò a scavare nella terra con le mani. Senza concedersi un attimo di sosta, scavava tutt’intorno, e l’Uomo scoprì che il nuovo essere umano aveva un atteggiamento psicologico diverso dal suo, un temperamento focoso, irascibile, una propensione alla violenza. Non gli piacque, perciò lo prese e lo trascinò verso l’abisso, dove lo gettò. Questo essere, si racconta, divenne in seguito Tornaq, lo spirito del male, da cui hanno avuto origine tutti gli spiriti maligni della terra. Poi l’Uomo tornò scrisciando all’albero che aveva piantato, e ora vi erano tanti alberi, uno dietro l’altro. Su quella terra ricca era cresciuta una foresta, ed erano nate anche delle piante. Le toccò tutte con le sue mani e ne sentì la forma e il profumo, ma non potè vederle. Così provò l’impulso di saperne di più sulla terra che egli stesso aveva scoperto e strisciò dappertutto mentre il passerotto gli volava sopra la testa. Non poteva vederlo, ma ne sentiva sempre frullare le ali, e talvolta il passerotto gli si posava sulla testa o sulle mani. L’Uomo continuava a strisciare perché non osava alzarsi e camminare nel buio. E ovunque trovò dell’acqua e così scoprì di essere su un isola. Ora voleva sapere chi c’era nell’abisso e chiese al passero di scendere laggiù e scoprirlo. Allora l’uccellino volo vià e rimase lontano a lungo e quando tornò disse che, giù, in fondo all’abisso, c’era della terra, una nuova terra che aveva appena cominciato a solidificarsi. L’Uomo decise di scendere e chiese al passero di posarsi sulle sue ginocchia. Allora scoprì com’era fatto, e cercò di capire come potesse restare sospeso all’aria con le sue ali. Prese dei rami che assomigliavano ad ali e li mise sulle spalle, e i rami si trasformarono in vere ali e tutto il suo corpo si ricoprì di penne, e il nodo sulla sua fronte cominciò a crescere e a prendere la forma di un becco. Ora l’Uomo si rese conto di poter volare come il passero ed insieme partirono. L’uomo fece: “Krab! Krab!”. Era diventato un grande uccello nero e si diede il nome di Corvo. Chiamò Cielo il luogo da cui erano venuti. Era lontano come il Cielo di oggi lo è dalla Terra, cosicché, quando arrivarono in fondo , erano completamente esausti. Qui tutto era deserto, sterile. Di nuovo fecondò il suolo come aveva fatto in cielo e volò intorno e chiamò questo nuovo luogo Terra. Poi, per popolarla, creò gli esseri umani. Secondo alcuni li plasmò con l’argilla così come aveva fatto con il primo essere del Cielo, ma secondo altri creò l’uomo per caso, il che sarebbe ancor più strano che se lo avesse creato per forza di volontà ed intenzione. Volando intorno, Padre Corvo piantò erbe e fiori. Scoprì alcuni baccelli, li guardò, ne aprì uno e un essere umano ne saltò fuori, bello e completamente sviluppato. Padre Corvo ne fu sconcertato che gettò via la sua maschera da uccello e per lo stupore ridiventò un essere umano. Si avvicinò ridendo all’uomo appena nato e gli chiese: “Chi sei, da dove vieni?” L’altro rispose: “Vengo da quel baccello” e gli mostrò l’apertura da cui era venuto. “Non volevo più restare lì, così ho spinto i piedi contro il buco e sono saltato fuori”. Allora Padre Corvo rise di cuore e disse: “Bene, bene, sei una strana creatura! Non ho mai visto nessuno come te!”. Poi rise di nuovo e aggiunse: “Io stesso ho piantato questo baccello, ma non sapevo che cosa sarebbe venuto fuori. La terra su cui camminiamo non

 

  • ancora finita. Senti come trema? Dobbiamo andare più in alto, dove la crosta è più dura”. Così il primo uomo cominciò a esistere e in seguito Padre Corvo creò tutte le altre cose”.


In questo mitologema l’atipicità con altre segmentazione mitiche consiste nella presenza degli uccelli. In modo del tutto analogo li ritroveremo in un’altra costruzione teogonica delle tribù irochesi dell’America Settentrionale. Ma esistono delle differenze metodiche con una differenza di preminenza ed una trasfigurazione divergente. Ma andiamo con ordine.

 

In un certo luogo vivevano due Ongwe, un uomo e una donna, persone di rango elevato, che conducevano una vita molto pia e ritirata. Un giorno la donna andò a visitare la dimora dell’uomo. Aveva un pettine e gli disse di alzarsi perché voleva pettinargli i capelli. Lui ubbidì. La stessa cosa si ripetè ogni giorno. I genitori della donna cominciarono presto a parlottare fra di loro perché lei cambiava, e diventava sempre più evidente che avrebbe avuto un bambino. La sua vecchia madre se ne accorse e le chiese con chi avesse dormito, ma la figlia non rispose. Nello stesso periodo l’uomo si ammalò e la sua vecchia madre andò a visitarlo e gli chiese come si sentiva. Egli rispose “O madre, devo dirti che sto per morire”. E la madre: “Morire! Cosa significa?”. Quegli esseri che vivevano in cielo non sapevano che cosa fosse la morte poiché, fino ad allora, nessun Ongwe era mai morto. “Quando morirò – proseguì l’uomo – ecco che cosa accadrà: la vita abbandonerà il mio corpo che diventirà completamente freddo. O madre, allora tu dovrei fare quel che ora ti dico: dovrai metterti le mani sui fianchi e guardarmi fissamente quando capirai che sto per morire. Quando vedrai che il mio respiro diventa sempre più debole, capirai che sto morendo, e in quel momento dovrai posarmi le mani sugli occhi. Ti dico un’altra cosa ancora: dovrai farmi una bara e mettervi il mio corpo come una tomba, poi poserai la bara in un luogo sopraelevato” La donna fece come le era stato ordinato e tutto si avverò puntualmente. Misero il corpo in una bara, che collocarono in un luogo sopraelevato. Poi la vecchia chiese di nuovo alla giovane chi fosse il padre di suo figlio, ma di nuovo non ottenne alcuna risposta. Nacque una bambina, che crebbe rapidamente e cominciò presto a correre di qua e di là. Ma improvvisamente si mise a piangere senza che nessuno disse allora che bisognava mostrarle la bara. Portarono la bambina in quel luogo e la sollevarono finché poté vedere il corpo di suo padre. Allora smise di piangere, ma appena la posarone per terra ricominciò. Le cose andarono avanti così per diversi giorni, e dovettero continuamente riportarla a vedere l’uomo morto. Un giorno la bambina ritornò giù con un anello che era stato del padre, la sgridarono e le chiesero perché l’avesse preso. La piccola rispose che l’uomo le aveva ordinato di prenderlo poiché egli era suo padre; dopodiché nessuno parlo più; Dopo un certo tempo, il padre chiamò la figlia dalla sua bara e le disse che era arrivato per lei il momento di sposarsi; aggiunse che si sarebbe dovuta alzare molto presto, la mattina dopo, e recarsi in un luogo lontano che lui avrebbe indicato. Là avrebbe trovato un capo di grande fama chiamato Hoohwengdschiawoogi (Colui che sorregge la terra ), l’uomo che doveva sposare. Così, il mattino dopo, la ragazza si preparò e partì. Dovette attraversare un fiume dove c’era un drago e affrontare un’infinità di costellazioni pericolose, gli attacchi del drago della tempesta ed altre peripezie. Arrivò infine nelle vicinanze della capanna del capo, a fianco della quale si trovava l’albero Onodscha, i cui fiori diffondono la luce, quella luce che vediamo sulla terra e che illumina anche gli Ongwe. Entrata nella capanna posò la cesta e disse: “Io e te ci sposeremo”. Il capo non rispose, ma allangò per terra una stuoia sulla quale lei potesse coricarsi e le disse che poteva trascorrere lì la notte. Il mattino dopo le ordinò di alzarsi e di mettersi all’opera, com’era abituale per le donne. Doveva cuocere il mais, ma il durante il lavoro dovette sopportare un grande dolore, perché lui le aveva ordinato di cuocere il mais nuda, e i chicchi roventi che schizzavano fuori dal tegame le bruciavano il corpo. Stringendo i denti, sopportò il dolore senza lamentarsi e, ogni volta, l’uomo la guariva con l’olio. Restarono insieme altre due notti. Il quarto giorno il capo le disse che poteva tornare a casa; la mandò via dicendole che le avrebbe fatto avere del mais come ricompensa per il suo lavoro. Così la donna ripercorse il cammino pericoloso da cui era venuta ma, quando fu di nuovo presso la sua famiglia, sentì nostalgia del marito e ritornò da lui. Rifece questo viaggio tre volte. Il capo era molto sorpreso di vederla, e un giorno osservò che era incinta. Giorno dopo giorno e notte rifletteva su questa cosa e non riusciva a capire come fosse rimasta incinta, poiché non l’aveva mai toccata fisicamente. In ogni modo era evidente che avrebbe dato alla luce un bambino. Turbato, questo capo che “sorreggeva la Terra” si ammalò gravemente e sentì di essere vicino a morire. Disse alla moglie di essere quasi sicuro di essere ormai certo che sarebbe nata una piccola Ongwe e che lei doveva nutrirla e curarla, e che questa bambina doveva prendere il nome di Gaengsdesok (Vento caldo turbinante ). La moglie non capì, ma dopo un certo tempo diede alla luce una bambina e dopo dieci giorni, la portò via. Lentamente le sofferenze del capo peggiorarono. Egli disse allora che l’albero di Onodscha, l’albero della luce che si innalzava vicino alla capanna, doveva essere sradicato; così si sarebbe aperto un buco nella terra (che in realtà qui è la cupola del cielo ) ed egli doveva esservi deposto vicino con la moglie seduta accanto. I suoi desideri furono soddisfatti e appena la donna sedettte vicino al buco con lui egli disse che dovevano guardare giù insieme e che lei doveva prendere Gaengdesok sulla schiena, avvolgendola accuratamente nella sua veste. Le diede


del cibo e le disse di sedersi accanto a lui con le gambe con le gambe sospese nel vuoto. Poi le disse di guardare verso il basso e, mentre lei guardava , la spinse giù per il buco. Appena lei cominciò a cadere, il capo si alzò e si sentì molto meglio. Disse di essere ritornato quello di prima, di essere guarito e ordinò di rimettere al suo posto l’albero Onadscha. (…) Nel frattempo la donna che era stata spinta giù attraverso la cupola del cielo sprofondò nelle tenebre. Tutto intorno a lei era di un blu cupo; non vedeva nulla e continuava a cadere, e si chiedeva che cosa ne sarebbe stato di lei. Talvolta intravedeva qualche cosa, ma senza riuscire a distinguirla. Era una grande distesa d’acqua con molti uccelli acquatici che vi nuotavano sopra. Uno degli uccelli improvvisamente gridò che un essere umano, una donna, stava emergendo dall’acqua, poichè ne aveva visto l’immagine riflessa, ma un’altro uccello disse che non stava uscendo dall’acqua ma cadendo dal cielo. Gli uccelli tennero consiglio, chiedendosi che cosa potessero fare per salvare la donna. Poi si alzarono tutti insieme in volo e, quando la raggiunsero, la presero sul loro dorso e lentamente scesero. Nel frattempo una grossa tartaruga era affiorata e gli uccelli depositarono la donna sul suo dorso. Poi diversi uccelli cercarono di immergersi per prendere della terra e alla fine uno di loro riuscì a portarne su un pò. La distribuirono sul dorso della tartaruga e così la terra prese ad allargarsi diventando la superficie intera del nostro mondo. Nel frattempo, durante la caduta la bambina era rientrata nel grembo della madre. Così, quando la donna arrivò sul dorso della tartaruga, sulla terra, era di nuovo incinta, e di nuovo dette alla luce Vento Caldo Turbinante. Madre e figlia rimasero insieme e quest’ultima crebbe con sorprendente rapidità. A sua volta la ragazza incontrò uno sconosciuto. L’evento si ripetè tre volte. Misteriosamente rimase incinta. Il marito aveva l’aspetto di un Indiano; aveva un arco, e in seguito si disse che era lo spirito della grande tartaruga sulla terra. Poi la ragazza diede alla luce due gemelli. Uno era un essere positivo, il salvatore che creò il mondo e l’umanità, l’altro un essere negativo, demoniaco, che creò tutte le cose distruttive, come le zanzare e gli animali nocivi.

 

(Tribù irochese dell’America Settentrionale)

 

Mentre il primo sviluppa e trasmette l’idea trasfigurata dell’antenato nel secondo l’uccello diventa gli uccelli in termini anonimi e impersonali. Questa divergenza sarà più chiara alla fine di questo libro tramite l’analisi che faremo dell’archetipo uterino e di quello dell’antenato. Se nel primo, infatti, il Padre-Corvo riconduce il mito di creazione in ambienti ancestrali nel secondo gli uccelli accolgono una divinità uterina, Gaengsdesok e la madre, in una lettura completamente diversa e squisitamente originaria. Deduciamo innanzitutto che gli uccelli indicano l’uomo o gli uomini, le tribù. è la traslitterazione mitologica di un processo del tutto comune. L’evoluzionismo del primo essere umano si intreccia indissolubilmente con la creazione delle prime tribù, a carattere familiare, che concepisco nell’irrazionalità una sacralità di carattere specificatamentente uterino.

  1. L’archetipo della madre: l’esperienza dell’esistenza e della non esistenza

 

 

L’archetipo uterino rappresenta un sistema semantico il cui l’irrazionale è costituito dalla nascita dell’individuo. Rappresenta probabilmente un “engramma organico”, un’immagine atemporale latente nell’inconscio. Non esiste una cronologia di acquisizione, come nel caso degli altri archetipi, ma lo sviluppo insito nell’uomo fin dalla sua generazione. Ovviamente questo porta a comprendere come questo engramma sia per sua natura legato all’esistenza. La formulazione che ne dà Carl Gustav Jung però arriva ad uno strato ulteriore, corroborato dalla mitologia, che lega quest’immagine sia alla nascita come alla morte, alla non – esistenza. In questo difatti si sviluppa la dualità dell’esistenza e della non-esistenza come di cose estremamente collegate da un nesso comune. Come nel caso dei Miti di Creazione questa dualità è espressione della psiche e in particolare dell’incoscio come incubatore dell’irrazionale. Segue la definizione dell’archetipo della madre fatta dallo psicoanalista svizzero che ci rende perfettamente l’idea della complessità dell’engramma.

 

Le sue proprietà sono il materno: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto e l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile

 

Nelle prime comunità di uomini l’archetipo uterino è la prima forma di sacralità. Ma non è solo questo. L’irrazionale si indiava nella natura per la qual cosa si ha una mitizzazione degli agenti agresti. Inoltre però questa prima fase teogonica traduce le forme agresti in una divinità femminile, positiva e negativa insieme, onnicomprensiva. Nella sua Philosophia ad Athenienses Paracelso dice che la materia prima in alchimia riempie tutta la regio aetherea ed è “madre” degli elementi e di ogni creatura. L’autonomia e l’eternità della prima materia rinviano, in Paracelso, a un principio uguale a Dio, principio che corrisponde a una dea mater. Riguardo la prima materia è detto: “La sua origine risale ai tempi primordiali, a giorni immemorabili (Michea 5.2 ) Il testo che segue è una delle basi portanti di questa prima divinità agreste femminile e della dualità psichica.

 

 

 

Questo è il caso della grande dea che poteva avere anche il nome Hekate. Nel suo aspetto “Persefone” essa risale all’idea greca della non esistenza, nel suo aspetto “Demeter” essa è la forma ellenica dell’idea di madre di tutti gli esseri. Chi fosse portato a considerare le divinità greche sotto forme pure, dovrebbe in questo caso tenersi una dualità di dee fondamentalmente differenti. “Dovrebbe tuttavia comprendere che l’idea religiosa greca della non esistenza è, in pari tempo, un aspetto-radice dell’esistenza”

 

 

Rientrando in un sistema semantico relativo alla divinità il fuoco costituisce spesso nella cultura indiana l’identificazione dell’anima. La saga di Demetra-Persefone ha il pregio di istaurare la dualità in modo esplicito Le fondamentali ambivalenze etiche in cui sono incappati molti studiosi nell’analisi dei testi

 

sinottici riflettono la prospettiva dualista e onnicomprensiva che proietta in sè il “Bene” ( ..ciò che è benevolo, protettivo, tollerante..) ed il “Male” ( ciò che è segreto, occulto, tenebroso)

 

Il Signore disse a Mosè: ” Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere altrimenti ne cadrà una moltitudine! Anche i sacerdoti, che si avvicinano al Signore si tengano in stato di mondezza, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro!”

 

Ed ancora:

 

“Il Signore disse allora a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte; il popolo lo lapiderà. Anch’io volgerò la faccia contro quell’uomo e lo eliminerò dal suo popolo “

 

Spiegato il sistema duale passiamo ora all’analisi del concetto di divinità .Nei riti russi questa divinità polivalente è evidente e la cultualità biforca la sua prassi in un sistema di cultualità uterina e morte della divinità :

 

In Russia, in determinati periodi dell’anno, si celebra “l’espulsione della morte” di certe figure mitiche. Una di queste prendeva il nome di Kostrubonko, una divinità fortemente agreste. I residui della cerimonia ci mostrano elementi consueti a quanto si è detto fin ora. In San Giovanni o in primavera, infatti una fanciulla veniva adagiata sul suolo come morta mentre un cerchio di cantori le girava intorno cantando:

 

Morta, morta è Kostrumbonko!

 

Morta, morta è la nostra cara!

 

( La ragazza alzava il busto seguita dal vociare gaudente del coro)

 

  • risorta, è risorta Kostrumbonko

 

  • risorta, è risorta la nostra cara!

 

 

Mi soffermerei un’attimo su questo mitologema che esprime un concetto ampio e articolato. Vedremo e specificheremo cosa intendiamo per morte della divinità ma per adesso basti anticipare che molto spesso abbiamo riscontrato un sacrificio rituale – traslitterato in mitologema – di carattere maschile. In verità la cultualità primitiva era di tipo femminile, legata all’esistenza e alla non esistenza, onnicomprensiva. Proprio per questo la morte della divinità deve avere rappresentanza femminile. Purtroppo la struttura tribale a carattere patriarcale rimarcava la preminenza di un individuo di sesso maschile. In questi termini il sacrificio rituale era caratterizzato dalla morte di un uomo. Ma quella che è la realtà pratica non combacia con la forma mentis che la supporta per la quale la divinità è di tipo uterino. Stride il fattore materiale da quello spirituale e si attestano dei mitologemi dell’antenato come riflesso del sistema patriarcale. La semantica si adegua alla società. Esiste un’altra variante che caratterizza il tipo androgino. L’idea Nàhuatl di divinità, infatti, viene identificata con il titolo di Ometeotl, dio della dualità o del duo, che risiedeva nel “luogo delle dualità” (Omeyocan). Questa idea del sacro come apparente antinomia procede anche a livello sessuale. Ometeotl era allo stesso tempo Signora e Signore “della nostra carne” ed era connotato da un vestiario che si caratterizzava di una forte espressività polivalente e simbolica: “quella vestita di nero” ( tecolliquenqui ); e “quello vestito di rosso” ( yeztlaquenqui ). Innegabili sono le valenze cosmologiche connesse a tale divinità che, come scrive Leon-Portilla, essenzialmente “sostiene en pie a la tierra”. Di questa si afferma:

 

  1. Madre degli dei, padre degli dei; il dio vecchio

 

  1. Giacente nell’ombelico della Terra

 

  1. Nascosto in una chiusura turchese

 

  1. Quello che stà nell’acqua color dell’uccello azzurro, quello che stà chiuso nelle nubi

 

  1. Il dio vecchio che abita nella penombra della regione dei morti


 

  1. Signore del fuoco e dell’anno


L’ambivalenza di tipo sessuale è il risultato di un processo complicato di interazione di fattori inconsci e materiali. Per spiegarlo prendiamo in esame la saga di Io, la sacerdotessa amata da Zeus e perseguitata da Hera. Questa ha per noi la capacità di comprime in sè l’idea archetipica di “morte della divinità” che articoleremo meglio in seguito. Ci basti ora sapere che, guardando da un punto di vista empirico, “Io trasformata in giovenca” appare come una traslitterazione simbolica della “Grande Madre che diventa vittima sacrificale”. Connota più una forma mentis che una realtà fattuale giacché il sistema molto spesso patriarcale non permetteva di fatto l’egemonia, seppur simbolica, di una donna. Sono dell’opinione che proprio lo stridere del fattore psichico con quello materiale abbia creato rappresentazioni dell’archetipo della madre di tipo androgino. In quest’ottima l’androgenismo, che dovrebbe disfare completamente la nostra tesi, in realtà ne sostruisce lo schema portante come prima vera attestazione di una sorta di “materialismo mitologico”.

 

  1. La Montagna Sacra: un engramma archetipico

 

Negli anni 40 Arias rintraccia in contrada Caruso nella locride un luogo di culto rupestre in una grotta nelle immediate adiacenze di un vallone poco all’esterno della città. Costituito da un ninfeo, questo, era servito da una canalizzazione di acqua dove era posto un altare. I ritrovamenti prevedettero alcune figurine di divinità sedute provenienti dal Persephoneion e che risultano attribuibili a divinità ancestrali. probabilmente fluviali. Nel V secolo i piccoli rilievi in terracotta presentano in numero di tre teste femminili, qualificabili come tre ninfe, nella cui parte inferiore poteva essere rappresentato a rilievo Acheloos – cosa che seguirebbe il solco di un identificazione con divinità acquatiche. Testimonianza del rapporto con l’eroe Eurythmos si porge così il nesso tra la Natura cosmica e l’eroe. L’apogeo del culti – nell’utilizzo del sito – si ha tra il V e il III secolo a.C. a giudicare dai ritrovamenti dei Bothoi votivi, dagli ex voto per lo più rappresentanti figure femminili – molto probabilmente Persephone/ Aphrodite. Il ritrovamento subito a monte Caruso di strutture abitative con fornaci attesta la produzione in loco degli elementi fittili. Altre aree della locride hanno visto riemergere una coroplastica fittile attribuibile a divinità femminili. Testimonianza ne abbiamo in località Centocamere dove i resti archeologici mettono in evidenza ina stoà dedicata ad Aphrodite o in località Parapezza dove vi è un culto ctonio collegato a Demetra. Nella Sibarite, inoltre, a Francavilla Marittima, in località di Timpone Motta durante gli scavi del 1963 è emerso un santuario silvo-pastorale. Il sito cultuale è collocato su un’altura dominante la valle e il torrente Raganello. In una prima fase vi si trova un altare in terra protetto da una capanne in legno infissi al suolo. Molte ulteriori testimonianze ci pervengono dalla spagna preromana. Il deposito di Rio de Huelva, datato al 1000-850 a.C., ci ha restituito circa 400 frammenti metallici giacenti nell’estuario fluviale che si colloca ai piedi di una montagna. . Faccio notare l’interessante presenza a Huelva di una serie di sepolture che si approssimano all’impianto cultuale dove la presenza di spade e di elmi ci induce a pensare ad un legame evidente con personaggi eminenti dell’età del Bronzo (guarrieri in particolare). Altri ritrovamenti di attributi maschili e sopratutto elitari sono presenti in quasi tutto il territorio anche sotto forma di carri votivi: testimoniaze ve ne sono a Merida, per esempio, e in portogallo Senhora da Guia (Baiões). Oltre ad una casistica infinita di ex voto collocati in situazioni paritetiche, le ricerche archeologiche hanno ispezionato in Spagna almeno sei veri e propri santuari che hanno situazioni morfologiche analoghe a quelle già considerate. I siti specifici sono: Castellar de Santisteban, Collado de los Jardines situati nella comarca della Sierra Morena (Jaén), Nuestra Señora de la Luz (Murcia), Castulo (Jaén), Torreparedones (Córdoba), y Cerro de los Santos (Albacete). I depositi votivi indicano la presenza di patere per libagioni sacrificali denotando una fase ulteriore della cultualità primitiva. Nell’Egitto predinastico esistono dei parallelismi dacché si attesta la diffusione generalizzata, in contesti santuariali analoghi a quelli considerati, di ceramica funeraria caratteristica della cultualità riservata al Faraone. Un impostazione psichica che viene ripresa nella Sura LII del Corano chiamata At-Tur ( il Monte ):

 

  1. Per il Monte


 

  1. per un Libro scritto


  1. su pergamena distesa,

 

  1. per la Casa visitata.

 

  1. per la volta elevata,

 

  1. per il mare ribollente.

 

 

Il testo islamico si riferisce essenzialmente ai comandamenti mosaici ricevuti sul monte Sinai ma non si esime di esprimersi ad engrammi organici. Più che ad un fedele collegamento con i testi vetero testamentari la narrazione intende riferirsi ad un sistema rituale e d’interpretazione. Di fatti non vi è alcun rimando a corsi fluviali nei testi sinottici se non quelli utilizzate per le lustrazioni:

 

“Il signore disse a Mosè: ” Va dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perchè il terzo giorno il Signore scenderà dal Monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le sue falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco.”

 

 

La sommità della montagna non va considerata dal punto di vista altimetrico ma in quando è anche l’ombelico della terra, il punto in cui ha inizio la creazione. Secondo la tradizione Mesopotamica l’uomo è stato creato nell’ombelico della terra, là dove si trova anche Dur-an-ki, il legame tra cielo e terra.

 

“Il Santissimo ha creato il mondo come un embrione. Proprio come l’embrione cresce a partire dall’ombelico, così Dio ha iniziato a creare il mondo dall’ombelico e di là esso si è espanso in tutte le direzioni”

 

Il paradiso si trovava secondo la tradizione siriana nella montagna più alta di tutte le altre. Questa proiezione del binomio associativo tra montagna e acqua è ricolmo di significati. Nell’Apocalisse di Enoch si trova il motivo della montagna ardente. Enoch vede le sette stelle incatenate come grandi monti ardenti sul luogo della punizione degli angeli.

 

  1. L’acqua: engramma di creazione, preservazione e transizione

 

L’elemento fluviale è un engramma che ritroviamo nel sistema semantico di cristallizzazione mitologica. Risulta essere una costante che riguarda trasversalmente sia miti di creazione che culti ancestrale. Analizzandolo nel dettaglio ricostruiremo anche il suo legame con l’esistenza e la non esistenza. La sua presenza nelle tombe di Tarquinia – lo zoccolo ha una pittura murarea azzurra con l’intersezione spesso di animali acquatici – proietta il nostro discorso sul versante del mondo dei morti, l’oltretomba. Siamo di fronte ad un engramma onnicomprensivo di genesi come di transizione. A ben vedere, come l’andamento del termine azzurro ci dimostra, il mare nel suo primo significato era riferito ai corsi fluviali come al cielo, in un’estensione che poteva avvenire solo in quanto si disconoscessero i processi celesti se non totalmente almeno parzialmente. L’associazione nelle tombe tarquinensi di animali acquatici e volatili in generale dimostra la “confusione” semanti degli antenati. L’acqua ha forme divine; queste le ritroviamo già in Omero che associa l’acqua – e i fiumi in particolare – con una fisignomica ultramondana.

 

“Prima si offerse a me la nobil Tiro …

 

Innamorò costei

 

Del divino Enipèo, di tutti i fiumi

Che le campagne irrigano il più bello.

 

Nelle correnti limpide del fiume

Spesso a bagnarsi entrava. Enosigèo,

Del vorticoso Iddio la forma assunta,

 

Corcossi alla sua foce; il flutto azzurro

 

L’attorneggiò qual monte e in guisa d’arco

Curvatosi, celò nel vasto seno

La donzella ed il nume che le sciolse


La zona virginale, ed un soave

 

Sonno le infuse. Poi che l’amorosa

 

Opra Nettun fornì, per man la prese,

Nomolla e sì le disse: “O donna mia,

T’allegra del mio amor. Non il suo giro

 

Compirà l’anno, che due figli egregi

 

Partorirai …

 

Tiro al mondo già diè Pèlia e Nelèo,

 

Amendue Re, ministri a Giove sommo.

Ricco di greggi, nella vasta Iolco

 

Stanza Pèlia fermò..”

 

( Odissea lib XI ver. 300 – 330 )

 

I miti di Creazione più in generale sono formulati attraverso questo elemento. Abbiamo già visto un accenno seppur breve all’inizio e ora riferiremo altri due mitologemi dove questo elemento è primordiale, creativo. I Nahuatl mesoamericani rappresentavano la terra come una piattaforma circolare interamente circondata dall’acqua.Tale trasfigurazione mitica focalizzava la sua attenzione sull’anello marino perimetrale che veniva chiamato Anáhuatl “anello” o Cem-anahuatl ” l’anello completo”.

 

“Da questo mare (che circonda il mondo), sorge ad est la mattina il sole perdendosi nel mare nel pomeriggio verso ovest. I messicani pensano che la loro gente sia venuta dal mare, da dove nasce la luce (oriente ) sono arrivati fino alla costa Atlantica. Inoltre, questi pensano che i morti, nel loro viaggio verso l’inferno, debbano attraversare un vasto mare che si chiama chicunauh-apan “il nove volte esteso” o “acqua che si diffonde in tutte le direzioni “.

 

Il secondo ci viene dall’antica grecia:

 

“Dall’acqua riscaldata e dalla terra sorsero o pesci o esseri simili ai pesci. In tali esseri si formarono gli uomini che rimasero dentro di essi fino alla pubertà. Allora gli esseri simili ai pesci si aprirono . Uomini e donne ne uscirono, ed erano già in grado di nutrirsi”

 

 

Alla non – esistenza si riferisce il passo che segue che trasmette il paradiso raffigurandolo come la

 

Gerusalemme Celeste dei testi sinottici. In modo analogo nella Sura III (Âl ‘Imrân, La Famiglia di Imran):

 

Quanto a coloro che credono e fanno il bene, Allah li farà entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli. Coloro che non credono avranno effimero godimento e mangeranno come mangia il bestiame: il Fuoco sarà il loro asilo.

 

In un narrazione gnostica, inoltre, il figlio è mandato dai genitori a cercare la perla che si è a staccata dalla corona del padre. Questa si trova nel fondo di un lago nella terra degli egizi, protetta da un drago. Giunto in questo luogo il giovane si abbandona agli appetiti carnali dimendicandosi quella sua missione dacché una missiva non lo riconduce alla via che aveva in dovere di compiere. Allora si mette in cammino e trovato il lago si tuffa nello specchio d’acqua sul cui fondo trova la perla che offrirà alla divinità. La montagna è, inoltre, simbolo cosmogonico. L’associazione con la montagna è una “costante archeologica” e la prima vera forma di cultualità. Altre saghe mitologiche relative ad eroi e divinità sono presenti; ne riferiamo un’ulteriore esempio

 

“Dopo che tu ti sei tagliati i capelli, per avvolgermi in essi venni gettato fra le schiume della risacca. Le alghe marine mi formarono e mi modellarono. Le maree, infrangendosi, mi avvilupparono in un groviglio di fuco, rotolandomi da una parte all’altra; finalmente i venti che passano a fior di mare mi spinsero nuovamente alla deriva; morbide meduse mi coprirono e m protessero sulla spiaggia di sabbia” fin quando non fu ritrovato dal divino Tamaniki-te Rangi

 

L’acqua figura come elemento transitorio anche nella nascita di eroi. Diacronicamente si insinua in un contesto di rapporto tra la nascita del personaggio e la sua elezione divina . Così lo riscontreremo in un mitologema Babilonese e nella saga terrena di Mosè oltreché per l’evoluzione mitologica di Romolo e Remo.

 

  • Sargon, il re potente, il re di Arage sono io. Mia madre fu una vestale, mio padre non l’ho conosciuto mentre il fratello di mio padre abitava sulle montaqgne. Nella città di Azupirami, che si trova sulle rive dell’Eufrate, mia madre, la Vestale, mi concepì. In segreto mi partorì. Mi pose in un recipiente di giunchi, chiuse con pece il mio soprtello e mi abbandonò alla corrente, che non mi sommerse. La corrente mi portò dove era Akki, che attinge l’acqua, Akki che attinge l’acqua, nella bontà del suo cuore, mi trasse fuori. Akki, che attinge l’acqua, mi allevò come figlio. Akki, che attinge l’acqua, fece di me suo giardiniere. Mentre facevo il giardiniere, Ishtar ( la dea ) si innamorò di me, divenni re e regnai per quarantacinque anni”

 

Come detto anche in Mosè l’acqua si snoda come elemento essenziale transitorio ma iniziatico allo stesso tempo.

 

“Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo (…) Ora la figlia del faraone scese nel Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano la sponda del Nilo. Essa vide il cetello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: ” è un bambino degli ebrei” (…) Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse dalla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè..” ( Esodo 2, 1-10 )

 

 

Ancora più evidente è la potenzialità dell’engramma se prendiamo ad esame il rituale del battesimo.

 

Esporremo la sua prima attestazione nei testi sinottici.

 

“In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».

 

Nel racconto indico del Mārkandeyasamāsyparven del Mahābhārata il saggio eremita Mārkandeya incontra

 

sotto un albero di Nyagrodha un bambino. Questo fanciullo divino, che è il dio universale si chiama

Nārāyana etimologicamente “colui che abita nelle acque”. Aprendo la bocca il piccolo assorbe l’eremita che

 

nel suo ventre cammina per oltre cento anni senza giungere ai confini e ritrovando tutto il mondo coi suoi

imperi e i suoi animali, gli dei e tutto ciò che vi era nella terra.

 

 

Sorse un uomo su dal mare,

 

un eroe salì dall’onda:

 

grande grande egli non era

e nemmen proprio piccino:

alto un pollice d’un uomo,

 

una spanna d’una donna.

 

 

Così si esprime un racconto di una nascita presso gli antichi Armeni pagani:

 

“Partoriva il cielo, partoriva la terra,

 

Partoriva il purpureo mare.

 

Aveva le doglie, nel mare, la canna sanguigna

 

Dal grembo della canna uscì un fumo,

dal grembo della canna uscì una fiamma

E dalla fiamma saltò fuori un bambino..”

 

Esiste una trasfigurazione o per meglio dire un’assimilazione dell’elemento fluviale ad elementi fisiologici. Nella stesura che troviamo in Erodoto il mitologema della nascita di Ciro, re dei persiani, abbiamo un’alterazione formale che intende esprimersi come vera e propria “contestazione o rivalsa politica”. Seppur la grandezza di Ciro doveva assumere la sua cristallizzazione mitologica, tutta la scena, compresi gli

 

elementi inconsci, viene spostata su un piano irrazionale, immorale e grottesco – in parole semplici barbaro.

 

“Astiage ebbe una figlia che chiamò Mandane; e una volta sognò che Mandane orinava con tanta abbondanza da sommergere la sua città e inondare l’Asia intera.”

 

Il re persiano formalmente non nasce da una divinità anzi questa, attraverso il sogno, interviene per negargli il diritto ad esistere. In realtà la simbologia psichica che supporta il quadro del mitogema riprende l’idea di una religiosità ambivalente in bilico tra l’orrore profondo e il fascino ammiccante. Riprende essenzialmente quella cognizione del sacro indifferenziata che era stata sopressa con i processi di civilizzazioni. Se ne deduce che quindi Ciro nasce da una divinità ma anche che tale nascita può minare alla base tutte le conquiste socio-culturali raggiunte fino a quel punto. Vi è un diretto rapporto tra l’archetipo della madre e la procrazione del re persiano senza l’utilizzo di speculazioni ulterioti. Di fatti l’ elemento acquatico, di solito sublimato nel vigore e nell’ordine razionale dei fiumi, degli oceani e dei mari, diventa cruda e rozza orina connotando da un lato l’inciviltà e la barbarie mentre dall’altro questa discendenza simbolicamente inopinabile. Ma, trasponendo in questi termini il mito, l’autore lascia a noi una testimonianza importante su come veniva inteso il lavoro onirico oltre l’allegoria religiosa. Se per decenni si è sostenuto che gli antichi vedevano il sogno come un’atto ultramondano, inumano, divino, ci accorgiamo adesso con sorpresa che inconsapevolmente leggevano i processi onirici nel modo che oggi riteniamo parzialmente giusto: della stessa matrice della manifestazione divina. Ovviamente non vi era sentore di inconscio o processi psichici ben definiti, per i quali ci sono voluti secoli e secoli di ricerche scientifiche, eppure in modo del tutto analogo ad un moderno psicanalista della corrente analitica l’indovino del VII secolo a.C. affronterà l’interpretazione del sogno con la stessa metodologia con cui si accosta al sistema religioso e rituale. Penso sia appropriato, a questo punto, cercare di allargare il campo eziologico per riscontrare sia elementi validi per il presente lavoro sia valutazioni embrionali e quanto mai semplicistici sulla teoria freudiana generale dei sogni. L’osservazione che segue, estrapolata dall’analisi della letteratura onirica che apre “l’interpretazione dei sogni”, seppur fattualmente vera non lo è, come abbiamo visto, nella sostanza. Scrive Freud:

 

“gli antichi prima di Aristotele non consideravano il sogno un prodotto della psiche sognate, bensì una manifestazione divina. Le due contrapposte visioni nella valutazione della vita onirica, che ritroveremo in ogni epoca, esistevano già allora.. Si distinguevano sogni veritieri e dotati di valore, inviati al sognatore per avvertirlo o preannunciargli il futuro, da sogni futili, fallaci e privi di valore, il cui scopo era quello di portarlo all’errore e alla rovina”

 

Innanzitutto abbiamo fin qui definito il concetto di “mafestazione divina” come reazione psichica ad impulsi irrazionali. Presupponendo questo abbiamo sviluppato il rapporto della psicologia analitica che collega i processi onirici a quelli mitologici. In sostanza paradossalmente abbiamo creato un collegamento tra quelli che Freud chiama “prodotti della psiche sognante e “idea del sacro”. In questi termini la suddivisioni tra sogno e fenomenologia religiosa è del tutto arbitraria ed essenzialmente priva di fondamento reale. Cercare di scindere, sostenendone l’inorganicità, un prodotto dal sostrato in cui nasce mi sembra una pratica alquanto artificiosa che seppur si può sostenere in maniera allegorica perde ogni capacità d’esistere nei processi materiali. C.G. Jung, infatti, ebbe già modo di vedere come il lavoro onirico, facente parte dell’inconscio, sia di matrice del tutto analogo con l’apparato mitologico. La classificazione onirica successiva fatta da Freud dipende probabilmente dalla capacità di rinscontrare “elementi del sacro” cioè trasfigurazioni più o meno confuse di engrammi inconsci. Credo che da questo dipendeva in antico se il sogno doveva essere considerato profetico o inutile. Nella saga mitologica di Romolo e Remo la proizione archetipica è del tutto simile a quella mosaica.

 

Questi (Amulio ) commise un crimine dietro l’altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un’onorificenza), tolse la speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l’inizio della più grande potenza del mondo dopo quella degli dei. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio, dichiara Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dei né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d’acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due


neonati venissero ugualmente sommersi dall’acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l’ordine del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora c’è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt’ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l’acqua bassa lascia in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni devii la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offre loro il suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale – pare si chiamasse Faustolo – la trova intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse…Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, non affrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno.

 

In varie leggende nella profondità dell’acqua marina giace il figlio del Re, quasi fosse esanime; egli invevce vive e dal profondo invoca: “Chi mi libererà dalle acque e mi porterà allo stato di seccheza, sarà ricompensato con ricchezze perpetue. Risulta evidente il nesso con il “Rex marinus” della Visio Arislei. Arisleo racconta delle sue avventure presso il “Rex marinus”, nel cui regno nulla prospera e nulla si riproduce, perché nel suo regno non ci sono filosofi. Il simile si mescola soltanto col simile, e di conseguenza non c’è procreazione. Ora, su consiglio dei filosofi, il Re deve accoppiare Thabritius con Beya, i due figli che egli ha portato in gestazione nel suo cervello. Lo stesso elemento è presente in Khunrath:

 

Perciò studia, medita, suda, lavora, cucina… e ti sarà aperto un getto salutare che fluisce nel cuore del figlio del grande mondo, un’acqua che ci è data dal figlio stesso del grande mondo e che sgorga dal suo corpo e dal suo cuore, affinché sia per noi una vera Natura Aqua Vitae.

 

In ambito alchemico estrapolo adesso un segmento del “explicatio locorum signarium” dove appare un mare nero. Scrive Libavius:

 

 

Una corrente d’acqua nera, come nel caos, che rappresenta la putrefazione, dalla quale si erge un monte nero alla base e bianco sulla vetta, e dalla vetta sgorga una fonte argentea. Perchè tale è l’immagine della prima dissoluzione e coagulazione, e della seconda dissoluzione che ne consegue.

 

Ancora prendiamo in prestito dall’alchimia. Secondo Rifley, la prima materia è l’acqua; l’acqua è il principio materiale di tutti i corpi, ed è la hyle che in virtù dell’atto divino della creazione è sorta come sfera oscura dal caos. Nel Ripley Scrowle la sfera d’acqua è rappresentata con le ali di un drago. Nel Verses Belonging to an Emblematical Scrowle lo spiritus Mercurii dice:

 

Del mio sangue e acqua io so

 

che al mondo ce n’è in quantità.

Scrorre in ogni luogo.

 

Chi lo trova possiede la grazia:

scorre dappertutto al mondo

e gira, rotondo come una palla


  1. La “Morte rituale di un Dio”: esegesi e analisi di una costante

 

 

 

 

Una tesi che può essere protratta in maniera omogenea per tutte le culture costituisce un piano evolutivo per il rituale cardine dell’esperienza teogonica primitiva: il sacrificio. Questa pratica in principio non era intesa come un atto di trasposizione mitica che spostava il discorso su un piano intermediario tra il divino e l’umano. In realtà questo studio ci conducono a pensare ad un primo sacrificio rituale come un atto comunitario, un banchetto sacro che commistionava credenti e divinità. Scrive Freud: è cosa certa, in base a sopravvivenze linguistiche, che la parte di sacrificio destinata al dio era considerata in origine il suo nutrimento reale”

 

Sviando da una pura trasposizione allegorica che potrebbe disorientarci, credo che la risposta più giusta in questo caso sia anche la più semplice. Molto probabilmente esisteva un processo di mitizzazione di un dato personaggio già in stato evolutivo durante la vita di questi. Le abitudini comportamentali, probabilmente anche la stessa dieta alimentare, avevano già ante mortem valore esemplare e quindi di logos, anima nel senso omerico del termine. Le prerogative semidivine attribuite ad un uomo, fisiologicamente reale, possono spiegare come può avvenire che degli dei siedano ad un banchetto ed entrino in comunione con i membri di un clan. Con la morte di questo dio rimane un vuoto sacro che viene colmato trasponendo ogni futuro sacrificio in illo tempore cioè nel tempo in cui il dio ( o per meglio dire l’antenato ) risiedeva ancora con i viventi. Anche il rituale della comunione cristiana riprende la stessa impostazione simbolica. Cristo assume valore esemplare e l’ultima cena riprende le consuetudini dell’antico sacrificio alle divinità pagane nel suo stato originario. Cadiamo però in errore se consideriamo questa costatazione in senso modernicistico dacchè la mimica teatrale predetta aveva in antico un enorme valore sociale. Questi personaggi erano perpetui custodi dell’intero popolo, ne preservavano il passato ed il futuro, ne incarnavano la divinità e possedevano le prerogative sui rituali. Nella concezione primitiva l’appartenenza all’aristocrazia non era un atto di privilegio ma bensì un atto di responsabilità. In modo del tutto contrario a quanto ci attendiamo le figure sociali più importanti dell’arcaismo sottostavano ad un numero talmente alto di restrinzioni da condurre una vita intollerabilmente penosa. L’esempio più stridente è quello testimoniato dal trattamento riservato dagli antichi Mikado giapponesi al loro re. Questi credevano “che sarebbe assai dannoso alla sua santità e dignità di toccare la terra con i piedi; per questp quando deve andare in qualche luogo dev’essere portato sulle spalle da qualcuno. Anche più grave sarebbe se la sua sacra persona fosse esposta all’aria aperta (…) Si attibuisce tale santità a tutte le parti del suo corpo che egli non osa tagliarsi i capelli , ne la barba, ne le unghie. (…) Era obbligato a sedere sul trono ogni mattina per qualche ora senza muovere ne mani ne piedi , né il capo né gli occhi, né alcuna parte del corpo, perchè con tali mezzi si credeva potesse conservare la pace e la tranquillità nel suo impero”. . Tale sistema non potè durare per molto tempo senza che delle progressive e sempre più laute concessioni venissero a stravolge l’assetto pluralista. In tal senso parleremo di un individualismo come qualcosa di aquisito e non come qualcosa di costante. Indubbiamente anche il progressivo avanzare di una cultura monetaria sempre più forte è stato il fattore latore dei parametri di questa mutazione. Ma, a ben vedere, altri elementi ci fanno intuire questo cambiamento antropico. Se guardiamo per esempio all’esercizio militare nell’antichità vediamo come questo, partendo da una genesi timocratica, sia rapidamente decaduto nel “furor” nella “ferocia”. Il “nobile cruccio”, che caratterizzava i “guardiani della città,” ben presto divenne succubbe di sentimenti tirannici ed egocentrici. Ma, in realtà, siamo in stato molto avanzato della storia umana per il quale si ha una modifica del sistema sociale e probabilmente – seppur parzialmente – anche di quello psichico. Intanto diciamo che proprio in questi termini possiamo comprendere il mito come una base attiva della società e non come speculazione oziosa ed infantile. Diviene quindi naturale che la casa ancestrale acquisti prerogative magico-religiose presentandosi a noi come la genesi prima della struttura templare. In un’analisi eziologica completa reputo adesso opportuno definire le scissioni rituali prospettate da Dennis D. Hughes in “Human Sacrifice” solo come posizioni metodiche di ricerca, accettabili come soluzione assolutamente postuma. Ma procediamo con ordine. La definizione di “Olympian Sacrifice” presuppone il fatto che esistano in origine forme delineate di divinità; la qual cosa non è né probabile né di per sé naturale dacché presuppone una razionalizzazione del mondo circostante già da principio connaturata all’uomo. In verità le prime fasi dell’evoluzione darwiniana consegnano un uomo profondamente legato al bisogno la cui cognizione speculativa e interpretativa si serba in engrammi inconsci che, seppur applicati comunemente, nascono da processi psichici più che da conoscenze materiali. Da questo si deduce un rituale primordiale profondamente legato agli impulsi quindi essenziale vago e privo di differenziazioni reali. Solo

 

con la presa di coscienza dei processi naturali può avvenire una parziale differenziazione religiosa che permetta la nascita delle forme divine cosidette “pure”. Allora partiamo da una costatazione di Wundt:

 

“Un’altra conseguenza importante di questa cooperazione tra mutamento fonetico e mutamento semantico consiste nel fatto che a poco a poco un gran numero di parole perdono completamente il significato concreto e sensuale che avevano in origine, per trasformarsi in segni che stanno per concetti generali e servono a esprimere le funzioni appercettive di rapporto e di raffronto e i loro prodotti. In questo modo si sviluppa il pensiero astratto che, impossibile al di fuori del mutamento semantico che ne costituisce il fondamento, è esso stesso una risultante di quelle interazioni psichiche e psicofisiche delle quali consta l’evoluzione del linguaggio.”

 

Questa costatazione presupponde due cose fondamentali: che il pensiero astratto non sia connaturale all’uomo e che esista una sorta di un evoluzionismo fonetico del tutto collegato a quello semantico. Innanzitutto il tentativo di razionalizzare gli impulsi inconsci è formalmente il primo atto di astrazione cognitiva che si dissocia dalle costrizioni istintuali. Proprio per questo non si può in alcun caso parlare di assenza reale di un pensiero astratto. In secondo luogo esiste pur del vero in un evoluzionismo, fonetico e semantico insieme poco importa, per cui un determinato termine sia stato acquisito in modo assoluto sotto forma di pensiero astratto. Sono dell’opinione che portando questo processo alle sue estreme conseguenze ne conviene il maturare di forme teogoniche e cosmogoniche del tutto speculative e relativamente inorganiche alla vita dell’uomo. Con ciò noi intuiamo un sistematico tentativo di creare una linea di confine sempre più estesa che annulli tutto ciò che permane irrazionale. In tal modo si cerca di acquisire una certa sicurezza sociale che formalmente e relativamente ammutolisca l’inconscio. Tale risultato si ha parzialmente e ovviamente mai in maniera definitiva. Se l’inconscio infatti mantiene valenza materiale determinante per un lungo periodo in seguito si esprime solo attraverso speculazione astratte e man mano in complessi semantici più complicati. La religione che noi oggi conosciamo e figlia diretta di quest’evoluzione psico-sociale che ha coinvolto l’uomo per milioni di secoli. Ora, anche per quanto riguarda i “sacrifices offered to heroes” e i “funerals sacrifices” si presuppone una differenziazione, per così dire, “gerarchica” primordiale. Come detto, non negando la prevalenza “funzionale” di alcuni personaggi tendo ad interpretare la società antica come fondamentalmente collettivista e quindi soggetta ad un’appiattimento sociale quasi assoluto. In un tale contesto è evidente che si innesta un culto ancestrale inizialmente assolutamente generalizzato che non presuppone specifici personaggi ma che nasce direttamente dal tabù-impulso di morte. Ogni antenato era soggetto ad apoteosi quindi ogni “sacrifices offered to heroes” era intrinsecamente “funerals sacrifices”. Anche l’anomalia apparente della morte di un feto era reintrodotto in un’aldilà indistinto e profondamente umano. Presso i Ndembu dello Zambia la vita religiosa di tutto il clan si incardina su un sistema rituale che è definito “ritual of affliction”. Questa sistematica rappresentazione di atti tende a ristabilire l’ordine naturale intervendo su varie forme di impurità e cercando un collegamento cultuale con gli spiriti. Qui, il termine per idendificare queste figure ultramondane è mukishi – al plurale akishi. Profonde affinità glottologiche sono presenti in un’altra parola che presso i Ndembu definisce le ” maschere per le danze di iniziazione o per quelle funerarie (masked dancers at initiation or funerals cerimonies)”. Il termine usato è makishi, al singolare ikishi. Molti studiosi hanno parlato di una base cultuale collettiva di carattere ancestrale vedendo questi spiriti come “ancestor spirit”. Quello che a noi interessa è come l’impulso di morte, e l’intrinseca irrazionalità che ne scaturisce, si sia trasfigurato in un culto coerente degli antenati. Questo originariamente doveva essere soggetto ad un pluralismo assoluto flettendosi in seguito al maturale di spiccate peculiarità individualiste. Difatti presso gli Ndembu l’officiante ( il chimbuki ) è spesso una sorta di ausiliario, relativamente organico agli atti che compie ma essenzialmente il riflesso funzionale della sfera sacrale. Premesso ciò risulta superfluo costatare che sia i “sacrifices performad before battle” e sopratutto gli “oath sacrifices” nascano anch’essi secondariamente. Più che i primi, questo secondo ordine di sacrifici doveva regolare tutta la vita civica cittadina. Costatiamo qui dunque che l’associazione rituale di pratiche di lustrazione, analoghe a quelle prescritte per la nascita e la morte, denunci chiaramente il ceppo su cui si innesta tale cerimonia. è interessante considerare inoltre che in Atene gli “oath sacrifices” erano molto spesso legati al macello sacro dei maiali, animale da sempre legato al mito di Demeter- Persephone. Ma in seguito costateremo per questi alcune rappresentazioni tipologicamente fondamendali. Basti sapere per adesso come negli stessi Ndembu il rituale della fertilità, a cui erano soggette tutte le donne contraendo matrimonio, dipendeva intrinsecamente da quel ritual of affliction di cui si è detto. Inoltre forse uno degli esempi più calzanti di questa teogonia arcaica si riscontra nei parallelismi di contesto che si hanno tra il foro Boario romano e il santuario di Ishtar a Pyrgi. In realtà, di cui sopra, dobbiamo credere questi due fulcri cultuali come esempi embrionali di una pratica rituale originaria la cui genesi e da riscontrare in un interazione di

 

fattori psichici e sociologici. Sia il foro boario che Pyrgi, infatti, sono essenzialmente legati ad un engramma divino agreste ed originariamente indefinito – la dedica successiva a Thesan, l’aurora etrusca, poco importa. Parallelismi ulteriori si hanno, per esempio, in Fenicia, ad Afka in particolare, dove vi è un santuario costruito su un promontorio posto ortogonalmente al fiume Adonis. Ma arriviamo al punto. Risulta per noi importante, e fonte interminabile di riflessione, l’associazione di questa “morfologia sacra” ai processi di apoteosi. In Pyrgi, d’altronde, è possibile costatare un ciclo rituale, analogo a quello sciamanico asiatico, dove si concepiva la morte e la risurrezzione simbolica della divinità. La lamina che qui è stata ritrovata ci attesta questa funzione – religiosa:

 

“Alla signora Astarte questo sacello ha fatto e donato Tiberio Velianio re di Cere, nel mese di Zebah, come dono nel tempio e nella cella, perchè Astarte ha favorito il suo fedele, nel terzo anno del suo regno, nel mese di KRR, nel giorno della sepoltura della divinità. E gli anni della statua della divinità siano tanti quanti ( sono ) gli astri”

 

Il rimando ai testi neo testamentari nella morte e risurrezione di Gesù in una strada che, secondo l’ortodossia trinitaria, lo inquadra come “il Cristo”, figlio di Dio unito al Padre e allo Spirito:

 

“…bisognava che il figlio dell’Uomo fosse consegnato in mano dei peccatori che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno…” il perché è presto detto “…quando fu a tavola prese il pane, disse la benedizione lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero…”

 

Si allude alla restaurazione dell’armonia primordiale, una nuova nascita, l’ottemperanza tramite il sacrificio alla rottura ancestrale,verso un nuovo Eden o per meglio dire l’engramma della Gerusalemme celeste ” ..e partirono senza indugio fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono gli Undici ( gli Apostoli ) e gli altri che erano con loro…”. Nel termine, inoltre, “Figlio dell’Uomo” si cela una chiave di lettura unica per cui alla rottura dovuta all’uomo si rinsaldi tramite l’uomo. Si prospetta una nuova razionalizzazione del mondo circostante che passi per la pace o l’armonia cosmica – ” Pace a voi!” – nel segno dell’insegnamento apostolico. Ulteriori espressioni che hanno tipologia analoga sono serbati nell’idea teologica e metafisica della culture precolombiane. I discernimenti sacrali presso gli Aztechi erano riservati ai Tlamatinime che, a quanto sembrerebbe, avevano il compito di preservare il patrimonio sapienzale di tutto il popolo. Un colloquio con uno di questi capi spirituali indios ci è pervenuto attraverso un codice datato 1524. In questo vi sono vasti riferimenti al fatto che “nuestre dioses han muerto” sottolineando in seguito il perchè di tale morte:

 

 

chi sono gli dei per i quali viviamo,

 

li abbiamo meritato, (con il loro sacrificio ci hanno dato la vita)

 

 

La prassi rituale Azteca si diramava in due direzioni, le cui metodologie sacrali sono largamente diffuse in tutta l’antichità: da una parte vi era il sacrificio ( the ritual killing of the deity ) e dall’altra il banchetto sacro ( the alimentary sacrifice to nourish the gods). Gli attori sacrificali – per lo più schiavi o prigionieri di guerra – dopo apposite lustrazioni, impersonavano fisicamente la divinità in una mimica che intendeva trasporre tutto il rituale in un tempo aulico. Ormai sappiamo che il concetto di dio nei primordi del processo evoluzionistico era rappresentato da personaggi reali, antenati in particolare. Da tale costatazione supponiamo che il macello rituale sia originariamente in qualche modo connesso a queste figure. Ora, se concepiamo l’antenato come sacrificante non si riesce in alcun modo a comprendere cosa s’intenda con l’espressione “morte di un dio”. Se, invece, capovolgiamo tutto questo quadro spostando l’interprete principale non come officiante ma come vittima sacrificale allora tutto il rituale successivamente cristallizzato acquista un senso. Credo. dunque, non sia da escludere che in situazioni di tragica calamità naturale i re-sacerdoti, avendo fallito il loro compito come regolatori dell’armonia cosmica, fossero sacrificati in espiazione della loro colpa. Solo in questi termine possiamo comprendere un linguaggio liturgico, molto attuale, che concepisca il martirio di un dio. James Frazer riprende spesso il motivo del “killing of the gods” proponendo un’interpretazione che giustamente si basa su quella “paura endemica” caratteristica delle popolazioni la cui primaria necessità è la sopravvivenza. Ma tanto non può bastare senza che si tralasci il riflesso reale che questa pratica acquista in ambito sociale. Con il passaggio tra una struttura organizzativa caratterizzata da pochi individui ad una essenzialmente più vasta ed articolata incorre l’esigenze di un programma di coordinamento istituzionale.

 

Questo si raggiunge attraverso una serie di evoluzioni postume legate all’apoteosi ancestrale. Scrive Durkheim:

 

“la fratria ha, talvolta, un totem che lo caratterizza come un clan è indice che è essa stessa, o che almeno è stata un clan”

 

Presupponendo, a ragione, che il totem sia l’espressione della preservazione del logos dell’antenato cerchiamo di comprendere come un’inserzione strutturale della società antica sia fondamentale per disarticolare la sua stessa formazione. Il termine clan definsce innanzitutto un conglomerati di individui che si riconoscono vincolati da profondi legami di parentela definendo questa non da rapporti di consangiunità ma dalla discendenza diretta dallo stesso totem. L’elemento totemico regolamenta la piattaforma delle interazione interpersonali di tutti i membri tribali che di solito non costituiscono un numero altamente elevato. La struttura pluralista così definita, infatti, persiste se continua ad intessere relazioni elementari assoggettando una quantità esigua di persone Il sistema gerarchico e volontariamente fatuo e poco incisivo e la partecipazione collettivistica è l’elemento principale dell’esperienza indigena. Proprio in questo senso quando un clan si accresceva oltre una certa misura le difficoltà logistiche impedivano una organizzazione adeguata. L’esigenza che ne scaturisce produce la formazione di conglomerati umani satelliti che finiscono con l’assumere un’altro totem, costituendo così della clan apparentemente e almeno inizialmente nuovi. Ciò nondimeno si recidevano tutti i rapporti con questa tribù propulsore ma si manteneva negli ultimi la coscienza dell’appartenenza ad una radice comune. A tale considerazione ci induce il divieto esogamico protratto per clan formalmente diversi. Per esempio le tribù di New Norcia nella Australia occidentale si ripartiscono in cinque clan divisi in due gruppi:

 

Primo gruppo        Secondo gruppo

 

Mondorop          Noiognok

 

Tirarop                Jiragiok

 

Tondorop         Palarop

 

I membri del primo gruppo non possono costituire trattati matrimoniali con quelli del secondo gruppo e, in più, lo stesso clan Tirarop ha divieto assoluto di unirsi a Mondorop e Tondorop. In modo del tutto simile gli uomini di Jiragiok non possono avere rapporti sessuali con i membri di Noiognok e Palarop. La radice comune trasforma l’atto sessuale nella violazione di un tabù; in particolare a richiamare la nostra attenzione in questo caso è l’impulso incestuoso che assume valore speculativo e non materiale definendo fenomeni e formazioni sociali. Questa filiazione arcaica tra tribù e fratrie è del tutto rappresentabile nell’età storica ed ha evidenti legami con il culto dell’antenato. La grande festa delle fratrie in Grecia era costituita dalla cerimonia delle Apaturie: al terzo giorno di questa festa, detta Koureotis, si presentavano i bambini nati nel corso dell’anno; i padri compivano dei sacrifici e giuravano sulla leggittimità dell’infante. La stessa prassi rituale veniva ripetuta durante i rituali di iniziazione puberali quando i bambini presenziavano di nuovo alla festa per rinnovare il loro titolo di frateres entrando definitivamente in società. Bisogna comunque fare attenzione che l’impianto storico non confuti questo processo analitico. In realtà le prime testimonianze che ci pervengono indicano le phylé (tribù ) legate formalmente a divinità ben definite ( ad esempio Zeus Phratrios, Atena Phatria e Dioniso Melanaigis per Atene ). Tale impianto può essere il consueto adeguamento tipografico alla formazione di una cultualità cosidetta “pura” che riassorbe in un unica unità segmentazione originariamente divise. La nascita della città è il fulcro di tale sincretismo e lo sviluppo socio-economico la causa principale. Ma esiste dell’altro. Durkheim rileva come i clan primitivi siano unità quasi domestiche protratte per un certo numero di individui. Credo che l’impianto semantico di tipo cultuale sia persistito per lungo periodo ma che poi questa fattualità arcaica si sia cristallizzato fin quasi i giorni nostri come elemento allegorico e propagandistico. Il termine pater patriae riprende questa metodologia di interazione con lo Stato seppur oggi svuotata del suo significato originario . Lo stesso Augusto basa tutta la sua azione politica – e per certi versi anche edilizia e culturale – su questo concetto fondamentale che incorre sia nell’immaginario che nella sensibilità popolare. La struttura domestica, come vedremo, è il cardine di tanti fenomeni che si stagliano sulle radici del concepire moderno. Ebbene per quanto riguarda il sistema delle classi d’età nozioni utili ci pervengono dallo studi di Evans – Pritchard sui Nuer, popolazioni che vivono sulle sponde dei fiumi Sobat e Bahr el Ghazal. Il rituale regola il sistema di vita degli indigeni riassorbendo anche una funzione cronologica o di scansione temporale.

 

“Un Nuer dice che un evento avvenne dopo la nascita della classe d’età thut o durante l’iniziazione della classe d’età Boiloc senza saper dire quanti anni fa. Il tempo equivale a periodi di classi.”

 

Tale cerimonia avviene per i membri del clan di età che può variare tra i 14 e i 16 anni e viene fatta attraverso un procedimento molto doloroso e severo ( gar ). La fronte degli adolescenti veniva incisa da orecchio ad orecchio con ferite profonde. Il coltello penetrava nelle carni fin quasi a raggiungere l’osso e le cicatrici permanevano tutta la vita. Il rituale veniva celebrato approssimativamente dopo la stagione delle pioggie e vedeva l’affluenza di parecchi iniziati ( da quattro a dodici solitamente ). Dopo l’operazione si celebrano sacrifici e si isolano i fanciulli che, da quel momento in poi, devono osservare rigidamente vari tabù. L’inpurità rituale ha un periodo preordinato di gestazione per la quale l’individuo stesso è soggetto del tabù come nel caso della morte e della nascita. Conclusa questa fase di transizione si celebrano nuovi sacrifici e nuove liturgie che chiudono la cerimonia di reintrego alla società tribale. Questi sistemi di iniziazione rappresentano quegli “Oath sacrifices” – usando il lessico di Dennis D. Hughes – pocanzi accennati e integrano fedelmente quel legame proprettato precedentemente con gli “ancestor spirit”. Per adesso penso vada bene così. Ora, se sussistono dubbi sull’assimilazione del totem con la figura dell’antenato esistono alcune società con porzioni sociologiche che possono chiarire questo trasfigurazione. Presso i Moicani, infatti, si ha una nomenclatura del tutto particolare che và osservata con attenzione. Le loro tribù comprendono tre fratrie: la principale ha per totem la Tartaruga, i clan secondari sono la Piccola Tartaruga, la Tartaruga della Palude, la grande Tartaruga. Sono della convinzione che i tre nomi delle fratrie sussidiarie rappresentano l’evoluzione mitologica, sostanzialmente la sua saga terrena, che ha come soggetto l’antenato ma che è intrinsicamente alterata nella sua forma allegorica. Tale evoluzione si concilierebbe perfettamente con le analisi di Charlies Darwin sul comportamento delle scimmie e la loro divisione in piccole orde.

 

  1. L’archetipo dell’anima e Il culto ancestrale: eventuali riflessi cognitivi e psichici

 

Approcciandoci all’anisi dell’archetipo dell’anima dobbiamo prendere in considerazione l’andamento diacronico del termine anima nella speculazione teologica e metafisica. Asseriamo innanzitutto come tutte le civiltà vedono nell’anima qualcosa di incorruttibile ed eterno, qualcosa di divino. L’immagine della divinità viene serbata e relegata nell’anima, per questo quando parliamo di questa discutiamo essenzialmente della natura stessa del divino. Cos’è la divinità? Come si ci approccia ad essa? Queste domande seguono lo stesso percorso dell’uomo, sono sempre presenti e sono stati sviluppate in maniere parzialmente diverse da ogni cultura o società. Il legame tra essenza e divinità ha radice profonda nella cultura orientale – l’Upanisad – e ci perviene grazie agli studi sul misticismo di Parmenide, Eckhart e Schopenhauer – tra gli altri – “.. il mistico muove dalla sua esperienza individuale interiore, in cui si riconosce come il centro del mondo e l’essere unico ed eterno..” Per dare una definizione del concetto di conoscenza in questo senso “..è il sapere, cioè, oltrepassare il sapere finito all’acquisizione del sapere infinito come operare del Sè in ogni essenza ed esserci venuto al giorno nel soggetto assoluto”. Da queste due frasi deduciamo l’intima essenza con cui la divinità si manifesta nell’uomo e qual’è la prassi teologico-filosofica per approcciarsi ad essa. Questo sapere è la porta dell’anima nel suo diagolo ultraterreno. I passi che seguono riprendono questa tradizione. Il primo fa parte della cultura orientale mentre il secondo fa parte della nostra tradizione patristica essendo questi imputato a Sant’Agostino. Analizziamoli scindendoli:

 

 

“Dice Krsna, ovvero Dio: “impara che la parola ksetra significa corpo, e ksetra-jna colui che lo conosce. Sappi che io sono questo ksetra-jna in tutte le forme mortali. La conoscenza di ksetra e ksetra-jna è ciò che io chiamo jnana, la Sapienza”

 

( Upanisad )

 

“Vediamo al di sopra di noi rifulgere i luminari, il sole bastante il giorno, la luna e le stelle confortanti la notte: e per essi è segnata ed espressa la successione del tempo. Vediamo l’elemento umido dovunque prolificante pesci, mostri marini e uccelli (…) Vediamo la superficie della terra abbellirsi di animali, terrestri, e l’uomo fatto a tua immagine e somiglianza che regna su tutti gli animali irrazionali appunto per questa tua immagine e somiglianza, ossia in forza della ragione e dell’intelligenza”

 

( Le Confessioni, Sant’Agostino)

 

In entrambi i passi l’imago della divinità è qualcosa di raggiungibile, una forma pura nella corruttibilità della carne. Ancora più selettivi e radicali erano gli gnostici. Questa corrente di pensiero si diffuse intorno alla fine del I secolo d.C. – inizi del II secolo d.C. Il loro rappresentante principale era Valentino, vissuto ad Alessandria nel II secolo d.C. La maggior parte dei documenti gnostici presenta una serie coerente di

 

caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla, proveniente dal mondo divino, che deve essere risvegliata dalla parte, dell’uomo interiore per essere finalmente reintegrata nella realtà celeste. La metafisica e l’antropologia gnostiche sono affini al dualismo platonico, che contrappone il mondo divino a quello della materia e della necessità, ma, mentre Platone non condanna il mondo terreno, lo gnosticismo lo svaluta radicalmente e ne sottolinea la corruzione. Proprio in quest’ottica la creazione del mondo per gli gnostici sarebbe da attribuire non al Dio unico ma ad esseri di rango inferiore che non conoscevano il vero Dio o si sollevavano verso di lui. Per lo gnostico il mondo è un luogo malvagio ed estraneo, una prigione. La rivelazione spiega a questi perchè esiste e perché si trova nel mondo, e sopratutto gli dà la conoscenza salvifica necessaria a fuggire verso il vero e unico Dio, la patria lontana, il mondo della Luce. L’imago è presente in Omero è connota sia divinità che defunti; c’è l’immagine di Persefone e c’è quella Eacide. Dei ed eroi ( o defunti in generale) hanno la stessa qualifica di identificazione.

 

 

Sorger lo spirto del Peliade Achille,

 

Di Patroclo, d’Antìloco, e d’Ajace,

 

Che gli Achéi tutti, se il Pelíde togli,

 

Di corpo superava, e di sembiante.

 

Mi riconobbe del veloce al corso

 

Eacide l’imago; e, lamentando:

 

O, disse, di Laerte inclita prole,

 

Qual nuova in mente, sciagurato, volgi

 

Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?

 

(Odissea XI )

 

La terminologia che userà Carl Gustav Jung per il suo archetipo dell’anima è possibile accettarla come qualcosa però di specifico. Risulta vero che nell’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè archetipi ancestrali, che ci rimandano a qualcosa di “assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”. Ma non è solo questo. L’incontro con engramma ancestrale o dell’anima è un incontro della psiche con la dualità consueta (ciò che è benevolo, tollerante e amorevole e ciò che è occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti). La mente legge l’archetipo dell’anima con gli stessi parametri dei miti di creazione e dell’archetipo uterino. Non

 

  • è ratio, ius, nell’inconscio ma “impulsi naturali” che vengono man mano soppressi dalle acquisizioni Super Io. Scrive Jung:

 

“È un fattore nel senso proprio del termine. Non può essere fatta; è sempre l’elemento aprioristico di umori, reazioni, impulsi e di tutto quello che esiste di spontaneo nella psiche. […] Con l’archetipo dell’anima noi incontriamo gli dei, cioè la regione che la metafisica ha riservato a se stessa. Tutto quel che l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico”

 

Abbiamo la certificazione di questo processo di apoteosi e culto ancestrale nella casa di Lafkandi/Xieropolis. La struttura, abitazione del basileus datata al 950 a.C., presenta schema perimetrale rettangolare allungaro con peristasi: una corte esterna immetteva nel vestibolo che si collegava ad una sala dalle caratteristiche probabilmente triclinari – rappresentanza e/o simposio; all’area domestica si associano tre ambienti ricavati dall’abside terminale fruiti rispettivamente come Thalamoi, Thesauros e magazzino per la conservazione delle derrate. Dalla ricostruzione analitica fatta da I. Protodikos della casa di Ulisse – così come esposta nell’Odissea – ci pervengono le somiglianze strutturali, perimetrali, architettoniche. Le connotazioni cultuali dell’edificio ancor più palesi dal ritrovamento al centro del vano maggiore di due sepolture, una cineraria – in un vaso cipriota di pregevole fattura – e una inumazione di un’individuo di sesso femminile. Quest’ultima rientra ritualmente e simbolicamente nel sacrificio mirante l’apoteosi del defunto – rito delle suttee. Un sepolcreto di perimetro semicircolare si costituirà intorno a tale edificio nelle fasi successive alla morte del propretario e della vita dello stesso. è mio parere, comprovato da quanto detto, che siamo alla radice neonatale del tempio di stile greco, l’assunzione da parte del basileus di connotati eroici – quindi semidivini – conduce a far si che la sua residenza sia soggetta a caratteri rituali che nei secoli successivi permangono strutturalmente e architettonicamente. E forse questo senso và attribuito alle parole vetero testamentarie in

 

Re,13-29 e a quelle che seguono del Nuovo Testamento.

 

Ti ho costruito una casa per tua dimora

 

un luogo per tua eterna residenza”

 

 

 

Allora i Giudei presero la parola è gli dissero: ” Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Rispose loro Gesù: ” Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del suo cor

 

Nall’antico Egitto il Duat ( l’Ade ) è ” un’immenso e lunghissimo tempio diviso in un certo numero di camere separate da porte alle cui estremità vi è un cortile esterno e un pilone che tiene stretti insieme il mondo che è all’interno del tempio e quello che è all’esterno.” Secondo la tradizione con il tramonto le anime si imbarcavano, attraversavano il mare, e raggiungevano questa vera e propria “isola dei morti”. Giuntì colà accedevano ai compartimenti ultramondani attraverso un vestibolo e porte specifiche. Questa “apertura delle porte” veniva espressa ritualmente nell’apertura delle porte del naos spezzando i serramenti, staccando i sigilli e facendo scorrere i catenacci. In seguito si scomponeva la statua della divinità e la si ricostruiva. Questa si puliva con acqua ed incenso e la si vestiva di indumenti cerimoniali ungendola con particolari oli profumati. Infine la si riponeva nel vestibolo “proprio come la mummia o la statua del morto nel rituale funebre”. Credo sia elonquente quanto detto ma un’annotazione breve serve per chiarire definitivamente alcuni punti. Il rapporto con la statua della divinità, il suo stesso trattamento di disfacimento e ristrutturazione, indica chiaramente un suo rapporto generalizzato con il concetto di morte in generale. Solo presupponendo una radice ancestrale della religione antica può intercorrere questo nesso ambiguo. Oltre ciò l’immagine divina viene trattata come se si dovesse purificare dalla violazione di un tabù. Lo spostamento in luoghi particolari e la pratica della lustrazione, infatti, erano connesse al trattamento di diverse forme di “impurità rituale”. Una particolare e peculiare affinità ci avvicina ai tabù in cui intercorre la paupera, ed in seguito il bambino, nel periodo neonatale. Nell’india vendica al nascituro si recita un orazione alla fine della quale gli si concede un talismano: “Prendi possesso di questo incantesimo di immortalità … Io ti porto il soffio vitale e la vita; non andare verso le nere tenebre … restane indenne; va verso la luce dei vivi che sta davanti a te..”. La posizione che fa tendere il bambino tra il mondo dei vivi e quello dei morti definisce come queste due costanti siano intrinsecamente collegate. Nel libro XI dell’Odissea gli spiriti vengono richiamati attraverso un rituale che fà di questo nesso costrutto portante sia a livello simbolico che a livello psichico:

 

Trass’io la spada, e un cubito profonda

 

Da tutti i lati vi scavai la fossa;

Cui d’intorno ad onor de’ trapassati

Primamente col mèl versava il latte.

 

Indi ’l vin puro e la chiara onda; e ’l tutto

Di bianca cereal polve aspergea.

 

Molto a’ levi indi orai capi dell’ombre

 

(Odissea lib XI ver 30 – 36 )

 

Il latte e il vino rappresentano rispettivamente l’allattamento neonatale e il sangue sacrificale indicando la radice comune dei due fattori. Nella Sura IV ( An-Nisâ’, Le Donne) si prescrivono metodologie rituali per la purificazione dall’ impurità ( janada, junud ):

 

  1. O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri finché non siate in grado di capire quello che dite; e neppure se siete in stato di impurità finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In verità Allah è indulgente, perdonatore.

 

In Russia, nei governatorati di Penza e di Simbirsk, si usava celebrare il funerale di una divinità in maniera

 

per certi versi abbastanza simile. Il dio in questione prende il nome di Kostroma e il rituale secondo la tradizione veniva fatto il 28 di giugno. La cerimonia prevedeva che una ragazza imitasse la divinità ed insieme alle proprie compagne venisse accompagnava nelle rive di un fiume per bagnarsi nell’acqua.

 

Ritornati al villaggio si profondevano in processioni rituali, giochi e danze. Un processo architettonico analogo a quello poco innanzi indicato per la casa-tempio di origine greca si ha per il contesto latino.

 

  • Il tipo di casa con tre stanze diviene tipico e offre un significativo parallelo con il tempio etrusco a tre celle – Capitolium – (…) il vano trasversale delle tombe corrisponderebbe al pronao porticato del tempio..” ed ancora “…è da notare che in qualche caso il vestibolo trasversale aveva l’aspetto di un porticato sostenuto da pilastri e colonne..”.

 

I Kouros e le Kore rappresentano proprio questo: il volgersi all’apoteosi del defunto che assorge a forme divine. Il perdurare in età romana di questa pratica non è che un residuo frammentario di un’impostazione cultuale arcaica. Esistono forme equivalenti nell’america precolombiana e in modo particolare nella città Olmeca di La Venta. Qui sono presenti quattro rappresentazioni iconografiche colossali e diversi altari sacrificali scolpiti in bassorilievi. Se per i primi la natura ancestrale è molto probabile per i secondi l’interpretazione risulta tutt’oggi molto discussa. Inoltre nella Historia Tolteca-Chichimeca secondo la tradizione avvenne una discussione tra Icxicóhuatl, Quetzaltehuéyac da una parte e i Chichimeci dall’altra che si concluse con il canto di un poema che recitava così:

 

nel luogo del comando, nel luogo del comando

 

governiamo. E ‘il mandato principale del mio Signore.

 

 

 

Dove per Signore si intende “Ometéotl” il dio primordiale delle dualità. Proprio per la realtà mesoamericana le relazioni dei conquistatori spagnoli spesso pervengono commiste a commenti critici che mettono in evidenza, denigrandoli, gli apparenti paradossi della religiosità indigena. Un caso analogo è per noi mezzo utilissimo come ulteriore sostruzione della nostra tesi:

 

“Quelli di Tezcuco pitturarono poi un’altra maniera della creazione del primo uomo totalmente opposta alla versione che prima a parole avevano detto ad un discepolo di padre Andres de Olmos, chiamato fra Lorenzo, riferendo che i loro antenati erano venuti da quella terra dove erano venuti gli dei e di quella grotta di Chicomoztoc. “

 

 

 

La visione cosmologica che è poi riferita come atto iniziatico della creazione umana tradisce un sostrato mitologico molto complesso. Le inconcruenze, che appaiono al relatore come frutto di artificiosità, denunciano invece una composita stratigrafia teogonica: un culto ancestrale iniziale, innanzitutto, ed una successiva cognizione astrale che gli si associa. In qualche caso avviene una quasi sovrapposizione dell’apparato cosmogonico su quello ancestrale: fatto che dimostra di per sé una progressiva consapevolezza dei sistemi celesti che regolano l’universo

 

Gli studi archeologici riportano inoltre come la prima religiosità prevedesse anche un primitivo comparto cimiteriale in contesti “morfologicamente adatti”.

 

la Lidia non offre molte meraviglie da descrivere, ad eccezione delle pagliuzze d’oro che vengono trasportate giù dal monte Tmolo. Possiede un’unica costruzione veramente gigantesca, la più grande del mondo dopo i monumenti dell’Egitto e della Babilonia: vi si trova la tomba di Aliatte, padre di Creso, il cui basamento è costituito da enormi blocchi di pietra; il resto è un gran tumulo di terra … Il perimetro del sepolcro misura sei stadi e due pletri, mentre la sua larghezza è di tredici pletri. Immediatamente accanto all’edificio si stende un vasto lago detto Lago di Gige, che i Lidi sostengono essere perenne.

 

Ad ulteriore chiarezza questo possiamo vedere nelle sepolture che si irradiano nel sito spagnolo di Huelva o nella diffusione di ceramica funebre nell’ Egitto predinastico: ad Abydos, Hierakonpolis, Elephantine e Tell Ibrahim Awad . Esiste però un secondo stadio. Successivamente vediamo il sovrapporsi di una nuova stratigrafia teogonica ancestrale che conduce in sè la prassi del rito funerario. Le sepolture, infatti, vengono spostate in prossimità delle strutture abitative di questi “antenati illustri” ( relazioni di scavo, oltre che per

 

Lefkandi o Knossos, vi sono anche per la romana Domus Regis Sacrorum).

 

Ma il Re regna, e di ciò testimoniano i suoi fratelli, (e) dice: “Io sono incoronato e ornato dal diadema, e sono investito del vostro regno, e porto gioia nei cuori e, incatenato alle braccia e al seno di mia Madre e alla sua sostanza, faccio si che la mia sostanza si unisca e riposi, e compongono l’invisibile dal visibile; allora si manifesterà ciò che è celato, e tutto ciò che i filosofi hanno celato verrà da noi generato. Comprendete. conservate, meditate queste parole, o voi che mi ascoltate, e non ricercate altro. L’uomo fin dall’inizio viene generato dalla natura, le cui viscere sono di carne, e da nessun altra sostanza.

 

  1. Il Serpente: un engramma ancestrale

 

Presso gli Ogol il più vecchio degli antenati viene chiamato Lebé e viene venerato come Ottavo Nommo. Ogni regione del Sanga possedeva un luogo di culto dedicato a questa divinità e un Hogon che officiasse alle cerimonie liturgiche. Secondo la tradizione, dopo la sua morte, il Lebé fu sepolto in un campo primordiale da dove gli uomini volevano trarre i resti per condurli con loro. Quando scavarono la tomba, il più anziano di loro vi trovò le pietre dell’alleanza e il grande serpente vivo. Quest’uomo fu chiamato Dyon cioè “colui che scava”. Dyon pensò che quella era buona terra dal momento che un corpo morto vi aveva riacquistato vita. Pensò inoltre che, prendendo un poco di quella terra, avrebbe potuto portare nelle regioni future un lievito di resurrezione, impregnarle dell’essenza ancestrale. Dyon, munito della sua zolla di terra, attraversò cunicoli sotterranei seguito dal serpente che rappresentava la forma vivente dell’antenato. Questo portava sul cranio, in una fessura, una spiga di miglio. A sud-ovest delle falesie Dyon saltò fuori all’aria aperta attraverso una canna di bambù. Emerso dalla terra giunse a Kani-Bonzon, a sud delle falesie, dove fondò il primo altare di Lebé: la terra trasportata fu messa alla base di una pietra diritta che fu poi ricoperta d’intonaco. Ma in altra analisi, osservazioni utili a determinate connessioni sono riferibili ai serpenti che prima di essere identificati come “demoni” sotterranei avevano un carattere domestico – almeno per il periodo miceneo. Secondo il racconto di Apollodoro ad Atene era diffuso il culto di un eroe particolare, ecistico, che prendeva il nome di Eritteo, il bimbo-serpente. Questi “figlio della Terra feconda” ospita consuetamente e venera Atena che nell’Odissea si reca nel suo palazzo dopo essere apparsa ad Ulisse nell’isola dei Feaci. Atena che non và intesa come in forma pura ma come vero e proprio archetipo o engramma inconscio giacchè nella ritualità ellenica questa si appropria delle prerogative demetriche essendo oltre che Parthenos ” Vergine” altresì indicata come Meter “Madre”. Secondo il racconto la nascita dalla terra di questo re-eroe deriva dallo sfrenato desiderio di Efesto che aggredisce Atena. Durante la contesa lo sperma del Dio fabbro finisce sulla coscia della Dea che si pulisce con un bocciolo lanciandolo per terra. Proprio dalla Terra ( Gea ) nasce Eritteo bimbo-serpente che viene posto da Atena dentro una cesta e affidato alle figlie di Cecrope. Diventato adulto Erittonio scaccia il terzo re di Atene – Anfizione – succedendogli sul trono. Nei testi sinottici la figura del serpente compare più volte e mai in maniera anacronistica. I piani dove si snoda la presenza di questo animale assorbono in sé i concetti consueti di esistenza, non-esistenza e immortalità ricomponendo, inoltre, a livello simbolico una continuità funzionale tra religioni ancestrali e bibbliche. Innanzitutto riscontriamo, in senso del tutto negativo, il serpente nei testi della genesi vetero testamentaria:

 

 

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il Signore aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.

 

A questo passo segue Nm 21,9 dove questo assume significato diametralmente opposto :

 

  • Mosè fece un serpente di rame, lo mise sopra un asta di legno. Quando un serpente mordeva qualcuno se questi fissava con attenzione il serpente di rame restava in vita”

 

Pedissequamente la figura del Cristo viene a sostituirsi al serpente assorbendone solo il valore positivo serbato nel passo mosaico:

 

 

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo perchè


chiunque crede in lui abbia la vita eterna” ed ancora ” fisseranno lo sguardo su colui che hanno trafitto”

 

Nelle formulazioni bibbliche si traduce in allegorie ben definite il tentativo di sostituire un sistema rituale e cultuale di carattere ancestrale con un’altro.

 

Quando Vishnu dorme, cioè quando riassorbe il mondo, egli è adagiato sopra un serpente gigantesco chiamato Senza- Fine (Ananta ) o Residuo (Shesha )

 

( Bhagavata Purana III, 8, 10-11 )

 

 

Gli indiani postulano una ciclica distruzione e rinascita cosmica per la qual cosa devono definire costanti germinali che permettano questo processo. Se Vishnu riassorbe il mondo, nella sua ambivalenza di impulsi, il serpente rappresenta la sua conservazione perpetua, ripetitiva e armonica. In verità è lecito costatare che entrambi le figure assorbono prerogative onnicomprensive ma è bene anche sottolineare come, mentre la divinità apparentemente trascura la posteriorità dell’universo, il serpente basa tutta la sua presenza sulla capacità di rigenerazione e preservazione. Questo ci fà intuire che questo animale non è, o per meglio dire non era, soggetto all’eternità: un termine ante quem o un termine post quem predispongono un inizio e una fine cosa che è molto presente per l’uomo ma del tutto estranea alla divinità. Di fatti Vishnu non nasce ne muore ma esiste sempre e comunque: è ” l’Essenza primordiale del mondo”. Il serpente invece vincola le sorti della terra e dei suoi abitanti anche se permane estraneo ad essa. Ebbene, guardando alla nostra analisi è un fattore del tutto comprensibile. Se, come abbiamo ipotizzato, questo rettile incarna la figura dell’antenato queste sue facoltà riprendono le stesse prerogative del sistema ancestrale originario. L’antenato, infatti, reintroduceva nella sua persona le prerogative di conservazione del passato, armonizzazione del presente e preservazione del futuro. Questi regolamentava le cerimonie liturgiche che formavano il basamento dei rapporti socio-culturali e gettava le basi per la trasmissione etica all’avvenire. Ogni sua espressione era il riflesso di tutto quanto era insito nella cognizione tribale riguardande il prima, il durante e il dopo come l’esistenza e la non-esistenza. Una figura totalizzante ma essenzialmente anche e sopratutto protettrice della perpetualità. Nella bolla di papa Pio XII del 1 novembre 1950 con il “somnium Mariae” ( l’Assunzione della Vergina ) si riafferma un’interpretazione molto vicina a quella indiana. La Madre di Gesù, infatti, secondo il dogma cattolico non muore ma si addormenta e viene assunta anima e corpo in Paradiso. I parametri sono eguali a quelli appena analizzati. Mentre Gesù con la sua morte apre un’età nuova per la terra e con il suo ritorno defisce la sua trasfigurazione, Maria è talmente distante dalle vicende umane da non essere soggetta neanche alla morte. Questo denuncia la sua estraneità dalla sfera dell’uomo per proiettarsi ad una asserzione totalmente divina ed eterna. Come Vishnu è una figura primordiale totalmente slegata dall’esperienza sensibile. Nella cultura greca Dioniso si snoda come un’espressione radicale dell’esperienza teogonica. In territorio Argivo, nel lago di Lerna il dio orgiastico ebbe – secondo la tradizione – la morte per mano di Perseo che ne buttò il corpo nello specchio d’acqua. Qui, inoltre, esiste un’altra consuetudine associativa tra questa divinità orgiastica e Demetra Prosinna, il cui titolo evoca l’eroe Prosinno che accompagnò Dioniso negl’inferi alla ricerca della madre in cambio di favori sessuali. L’intessere mitologico è estremamente interassante poichè l’impulso sessuale conserva valore predominante. La trasfigurazione dionisiaca radicalizza, quasi aggressivamente, gli impulsi delineandole le contraddizioni e creando volontariamente stridenti sinapsi. Dioniso incardina questa dualità in modo quasi esasperante generando emozioni diverse, contrastate e contrastanti. Questa figura non mitiga in alcun modo la trasposizione psichica ma lascia campo aperto alla mente di manifestare ogni suo “feroce disordine eziologico”. Ebbene si potrebbe obiettare che forse esistono altre interpretazioni a cui potrebbe essere soggetto Dioniso e non quelle che fin qui abbiamo considerato per il serpente di Vishnu o per lo stesso Gesù. Per fortuna proprio la saga di Semele, madre del dio, ci chiarisce la correità semantica poichè anche questa ascese alle sue prerogative divine quasi totalmente svincolata dalla morte – come nel caso del somnium Mariae del dogma cattolico. La sua presenza nell’Ade, infatti, non và considerata come una morte fisica ma come una “cristallizzazione” mitologica della dualità psichica. Alla stregua di Demetra-Persefone, Semele incarna la vita come la morte anche perchè la raffigurazione di Dioniso non può in alcun modo prescindere dall’estremizzazione di ogni impulso. Proprio per questo non si poteva trascurare l’impulso di morte che viene espresso in tutta la sua violenza per gli avvenimenti riguardanti il Dio. L’idea di squartare la vittima sacrificale, infatti, è la traslitterazione mitica e brutale del sacrificio rituale e del banchetto sacro che ne conseguiva. Questa espressione mitica riconduce la figura di Dioniso a quella dell’antenato ed a tutto il comparto rituale che sostruiva il culto ancestrale allineandosi perfettamente al discorso fin qui sostenuto. Probabilmente la “lucida follia” che ci è stata

 

trasmessa dalle fonti relativa alle cerimonie dionisiache non è altro che la parziale soppressione volontaria delle costrinzioni del Super Io. La libertà concessa all’inconscio è la libertà concessa all’irrazionale, alla follia, un ritorno temporaneo allo stato istintuale. I satiri trasmettono quest’idea e lo stesso Pan è una trasposizione mitologica dello stato animalesco e selvaggio anteriore alla civiltà. Ma, come nel caso dell’incesto, anche qui questo ritorno alle origine non sarebbe comprensibile se non peroriamo l’idea di un esigenza pulsionale che ne costituisce il fondamento e la genesi. Credo che sia proprio l’inconscio che rappresenti questo motivo propulsore poichè unica, sola e vera testimonianza dell’uomo allo stato primordiale. Nel codex Marcianus appare un serpente che si divora, mangia la sua coda, per poi risorgere come una fenice a vita nuova. l’Ourobotos (mangiacoda) è caratteristica della mortificatio alchemica dove il serpente è il più antico tra gli elementi presenti. Nel tractatus Aristotelis si legge:

 

Il serpente è il più astuto di tutti gli animali della terra; sotto la bellezza della sua pelle mostra un volto innocuo, e simile a una materia hypostatica, si forma lui stesso, per illusione, quando è immerso nell’acqua. Lì esso raccoglie le forze ( virtutes ) della terra; tale è il suo corpo. Poiché ha molta sete, beve smodatamente, al punto di inebriarsi e fa si che la natura alla quale è unito svanisca (decipere).

 

Il serpente ritorna a divorare parte di se stesso come nel caso dell’Ourobotos. L’atto è una traslitterazione

 

 

  1. L’archetipo del cosiddetto concetto-forza

 

“L’angelo del Signore gli apparve

 

in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto”

 

Esodo 3:1-4:17

 

 

 

Elementi primordiali emergono e vengono percepiti materialisticamente; tra i quali è bene enunciare quello che Carl Gustav Jung definisce il “concetto-forza”: un’energia innata che ha riscontri nei secoli.

 

“l’idea dell’energia e della sua conservazione deve essere un’immagine originaria latente nell’inconscio” ed inoltre che “le religioni primitive nelle più diverse zone del mondo sono fondate su quest’immagine”

 

Le trasfigurazione che si hanno nella storia di quest’energia sono molteplici e ciclicamente riscontrabili. Il “fuoco civilizzatore” rubato da Prometeo dal carro solare e consacrato da Pisistrato nel giardino dell’Accademia. Gli stessi Pritanei, spazi sacri dove risiedevano i custodi del sacro focolare. Il culto di Vesta associato anche architettonicamente alla regia. Nell’antico testamento

 

“Il monte Sinai era tutto fumante, perchè su di esso era sceso il signore nel fuoco e nel suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto”

 

Nella Sura XLIV (Ad-Dukhân, Il Fumo) quel “fumante” assume valori apocalittici rimandando alla ristaurazione di un armonia originaria

 

“8. Non c’è dio all’infuori di Lui, Colui Che dà la vita e dà la morte, il vostro Signore e il Signore dei vostri più lontani antenati.

 

  1. Ma quella gente invece dubita e scherza!

 

  1. Ebbene, aspetta il Giorno in cui il cielo recherà un fumo ben visibile”

 

 

Nei testi coranici il fuoco passa dal suo valore positivo e inerente alla divinità ad un altro del tutto negativo. La stessa dualità, la stessa sinapsi simbolica prospettata per l’archetipo della madre è prorogabile per l’engramma del concetto-forza. Le funzioni che assorbe sono alquanto indifferenziate, vaghe e molteplici proprio nel solco di una sacralità indistinta.

 

 

“191. che in piedi, seduti o coricati su un fianco ricordano Allah e meditano sulla creazione dei cieli e della terra, [dicendo]: “Signore, non hai creato tutto questo invano. Gloria a Te! Preservaci dal castigo del Fuoco.

 

  1. O Signore, colui che fai entrare nel Fuoco lo copri di ignominia e gli empi non avranno chi li soccorra.

 

Anche nei testi indiani il fuoco persiste ad essere connotato con valenze negative anche se solo parzialmente. La distruzione che produce indìce anche la rigenerazione degli elementi prospettandosi nel suo valore di genesi e di conclusione.

 

“Alla fine di ogni periodo cosmico il serpente vomita il fuoco ardente della distruzione che divora tutta la creazione”

 

( Vishnu Purana II, 5, 23 )

 

Nel testo neo testamentario in atti 2,16 3-4 si legge in riferimento alla discesa dello spirito ( Pentecoste ):

 

“…Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo..”

 

ed, ancora, in rimando al testo vetero testamentario in Gi 3,1-5 il profeta Gioèle annuncia:

 

  • Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona i vostri figli e le vostre figlie profeteranno

 

i vostri giovani avranno visioni

 

e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche su i miei servi e le mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno.

Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebre

 

e la luna in sangue..”

 

La stessa professione di fede trinitaria dell’associazione del Padre al Figlio e allo Spirito costituisce l’attestazione dell’associazione alla divinità del concetto-forza suddetto ponendolo quindi come base religiosa. Anche l’estasi dei santi – in una iniziazzione analoga a quella sciamanica – medievale ci riconduce a questo spirito come è evidente da varie pitture e sculture dell’estasi di San Francesco o in quella di Santa Teresa. Il concetto-forza, infatti, è espressione

 

  • di Dio, salute, forza fisica, fertilità, potere magico, influsso, potenza, prestigio, rimedio medicinale, come pure per certi aspetti dell’animo dove si serba lo scatenamento degli affetti”.

 

Inoltre, nel considerare lo studio dello sciamanismo e degli sciamani indonesiani si rileva la loro caratteristica di “dominatori del fuoco” – dominatori di fatto di questa energia primordiale. Uno sciamano yauta afferma che il neofita muoia ritualmente per tre giorni e che poi risorga nella pienezza mistica. Inoltre, nel rituale di reclutamento presso i samoiedi yurak di Lehtisalo l’aspirante sciamano entra in connessione prima con varie divinità ( divinità silvo- pastorali e degl’Inferi ) ascendendo al Cielo o negl’Inferi. Dappoi, gli animali guida lo conducono al Centro del Mondo , sulla vetta della Montagna Cosmica dove troverà l’albero del mondo e il Signore Universale; oltre a ciò questi viene simbolicamente smembrato dalle interiora e dalle viscere da parte dei “demoni” – spiriti degli antenati – nel periodo dell’estasi iniziatica. La morte rituale e la risurrezione sono argomento anche del paragrafo precedente ma qui voglio indicare la pregnante presenza ancestrale nella formazione iniziatica del futuro sciamano in assimilazione a quella di un re, eroe o profeta. Proprio in questo senso gli studi antropologici che scaturiscono ne “il ramo d’oro” giustificano la genesi dei sacrifici rituali nel modo seguente:

 

intendono “perpetuare l’energia divina nella pienezza del vigore giovanile, far rivivere gli dei o quantomeno cogliere un collegamento intermediario per rapportarsi con loro intentendo con questo preservare i costrutti eziologici che permettono la vita”

 

Molto di vero esiste in questa interpretazione anche se ci concediamo lincenza di articolare in modo segmentario le argomentazioni proproste da Frazer. Rifiutiamo, innanzitutto, la tesi addotta da Manuel Orozco y Berra per la situazione azteca, e avvalorata da Laurette Séjourné, su una fondamentale rappresentazione dell’anima dell’uomo primitivo. La speculazione metafisica sull’anima ha genesi relativamente recente e, d’altronde, si è visto come ancora in Platone e Socrate sia rappresentata da qualifiche

 

materiali ( conoscenza, olfatto, tatto, etc etc. ). Interessante è invece discorrere su quella “energia divina nella pienezza del vigore giovanile” (as a means of perpetuating the divine energie in the fulness of youthful vigour) di sapore frezeriano. In se racchiude molteplici sfaccettature genetiche che colgono perfettamente le realtà ultime insite in varie raffiguarazioni icografiche e simboliche. Come in un gioco di mille specchi tutte le civiltà che si sono succedute nell’era storica hanno prodotto piattaforme filosofico-teologiche che prevedevano la presenza di “facoltà o particelle divine” ( il logos greco, l’anima induista o la Sapienza nella cultura orientale ) nell’uomo. Nel caso specifico questa frase dell’antropologo scozzese interseca in modo evidente due verità diverse ma essenzialmente concilianti. L’uno è questo engramma psichico latente nell’inconscio che si qualifica come concetto-forza. L’altro è una facoltà che sembra molto semplice, banale addirittura, che nasce da esigenze reali dell’uomo: quella di poter sostentare sé e i propri cari. Anche attualmente il maggior attivismo sociologico si incardina su un arco cronologico a cavallo tra l’età adolenscenziale e la tarda età adulta. In un contesto in cui la vita dell’uomo nasce e muore con il suo ruolo sociale è evidente che quello che era maggiormente auspicabile era la capacità fisica di essere “valore produttivo e funzionale” nell’ambito del proprio clan. In un certo senso gli attributi junghiani nella epistemologia di questo engramma trovano senso pratico e radice comune. Mi sembra sia inutile discernere sul “far rivivere gli dei” (to revivify the gods ) e sul “collegamento intermediario per rapportarsi con loro” ( establishing a link with a deities called ) di cui abbiamo già parlato abbastanza. Allora procediamo. Per lo studio della società romano arcaica diviene a questo punto importante costatare le stratigrafie archeologiche cercando di interpretarne i possibili scenari sociali. In pieno arcaismo si edifica nel foro romano una domus publica che, molto probabilmente, doveva essere il fulcro del sistema monarchico delle origini ( sede del “rex sacrorum”). Con il disfacimento di questa strutturazione sociale e il volgersi verso una nuova organizzazione repubblicana la vita archeologica dell’edificio non viene recisa. Le ispezioni delle pendici settentrionali del Palatino hanno scoperto un ristrutturazione areale apparentemente differente. L’ambiente interno viene separato in due tronconi che ospiteranno rispettivamente: l’atrium Vestae, che si avvia a diventare la sede delle vestali, e la sede del Pontefice Massimo. In realtà sono convinto che queste modifiche siano solo segmentazioni formali di una piattaforma cultuale arcaica. Dagli studi che abbiamo condotto è più che lecito ipotizzare inizialmente il connubio tra potere sacrale e politico. Entrambi coesistono nella figura del rex che quindi assorbe le funzioni magico religiose del futuro Pontefice Massimo. Le sepolture in situ, scoperte durante le ispezioni archeologiche, potrebbero essere un ulteriore dimostrazione di analogie tipologiche con il caso di Lefkandi/Xeropolis. Inoltre, a livello mitologico, questa regia permarrà per lungo tempo sotto il culto di Marte e Ops Corsiva. Ops è una divinità silvo-pastorale, agreste, della fecondità mentre per Marte non è da escludere che alle caratteristiche belliche siano associate funzioni agricole, simbolo della fertilità primaverile. Ritornano i due piani di discussione su cui si è basata in gran parte della nostra disanima: la proiezione teogonica si dirige in due direzioni, in qualche modo strettamente collegate, quella agreste da un lato e quella ancestrale. Per di più ora sappiamo propriamente che la costatazione di un culto agreste riconduce inevitabilmente ad una forma divina originaria onnicomprensiva che racchiude in sè sia il concetto di esistenza che quello di non esistenza. Ma esiste un terzo elemento che si associa ai due su esposti che chiude la nostra esposizione come situazione tipica della religiosità arcaica. Le vestali erano, infatti, in primis le “custodi del sacro focolare”. Possiamo allora dedurre che non vi nessura cesura, almeno a livello simbolico, dell’ uso areale dell’edificio che mantiene analogo valore speculativo anche se ormai reso frammentario e inorganico. Ma se non vi è mutamento interpretativo non vuol dire che non vi sia un cambiamento nella cognizione religiosa insita, a sua volta, ad una più generalizzata trasformazione socio-politica ed economica. Già lo studio della giurisprudenza romana ci permette di costatare una progressiva separazione del potere civile da quello religioso. Ma questa spiegazione di per se ci risulta personalmente carente. è nostra opinione, infatti, che il decadimento dell’arcaismo spirituale – prole diretta dell’impulso psichico – e socio-politico abbia condotto in poco tempo ad una religiosità standardizzata e immateriale dove permanevano segmentazioni stratigrafiche mitologiche primitive. Con la cementazione delle strutture gerarchiche e, a maggior ragione, con l’istaurarsi dell’oligarchia repubblicana, gli attributi magico- religiosi e la conseguente apoteosi ancestrale sia rimasta latente ma abbia perso gran parte del suo valore originario. Proprio in quest’ottica non vi è nulla di straordinario nella costruzione augustea sulla domus regis sacrorum del tempio del Divo Iulio. Con tale atto si perpetrava essenzialmente qualcosa che era di per sé insito nella mores degli antichi romani. Augusto non è un innovatore anzi tutt’altro: la sua politica si basa su un tradizionalismo assoluto e radicale in una realtà ormai religiosamente estremamente diversa. Innegabili sono, dunque, gli scopi politici, più che cultuali, di tale propaganda che comunque rientrava perfettamente nell’ordine di idee della civitas romanorum. L’unica cosa che doveva apparire suggestiva agli antichi è il luogo dove viene costruito il tempio cesariano che lo pone in collegamento diretto con il sistema monarchico

 

originario, sopratutto con l’eroe ecistico Romolo. Ma, probabilmente, proprio questo collegamento è lo scopo, la base e il costrutto di tutto il programma politico-cultuale augusteo. Una mitizzazione, questa volta profondamente cambiata e formale, torna a far capolino nella storia dell’uomo dimostrando ancora una volta la sua perpetua longevità. Scrive Frezer:

 

“Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d’Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti fuochi di gioia, in certi giorni dell’anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra. Vi sono testimonianze storiche del Medioevo sull’esistenza di questi usi e forti prove intrinseche dimostrano che la loro origine si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del cristianesimo. Anzi le prime tracce o prove della loro esistenza nell’Europa settentrionale ci vengono date dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di abolirli in quanto riti pagani. Non è raro che in questi fuochi si ardano dei fantocci o che si finga di ardervi una persona viva; e c’è ragione di credere che anticamente vi fossero davvero bruciati degli esseri umani. “

 

La prima domenica di quaresima Grand- Halleux nelle Ardenne belghe si approntano sette falò su tutte le alture e viene bruciata una pertica che viene chiamata makral ( la strega ). Nella zona confinante con Morlanwelz acceso il rogo si brucia con esso un uomo di paglia. Giovani e bambini danzano e cantano intorno a questo e, appena spento, calpestano le ceneri per assicurare buoni raccolti. Nell’Alvenia, durante la sera della domenica quaresimale, si accendono sia in luoghi pubblici che nelle case private dei roghi. Il popolo vi salta e balla intorno per poi ingegnarsi nella ceremonia che prende il nome di Gramnas-mias. Per tale atto liturgico viene usato proprio questo Gramno-mio che è una torcia legata da una fune in cima ad una pertica. Appena accese tali fiaccole la popolazione corre per i campi, i giardini e i frutteti cantando: ” Gramno mio amico, Gramno mio padre, Gramno mia madre”. Giunti per le coltivazioni il motivo assume forma di auspicio rituale. Ripetono infatti: ” Ardi tizzone! Ogni ramo un cesto pieno!” e passando dai campi spargono per terra le ceneri della torcia. In conclusione della cerimonia si installa in ogni casa un banchetto a base di frittelle e focacce. Manifestazioni analoghe ci sono in Piccardia, nel Berry e in Germania, Austria e Svizzera. In particolare vanno ricordate quelle delle montagne Eifel della Prussia renana e in Svevia dove la prima domenica di quaresima si fa, con dei vestiti in disuso, una figura che si attacca ad una pertica detta “la strega”, “la vecchia sposa” o la “nonna dell’inverno”. Particolari cerimonie, inoltre, prevedevano che si bruciasse una capanna con un fantoccio di paglia all’interno: dal fumo che ne scaturiva si deduceva se il raccolto sarebbe stato abbondante. Molti altri rituali legati al concetto-forza si celebravano in Europa in vari periodi dell’anno. In tutta la Germania si accendevano fuochi il giorno di Pasqua e in altri svariati periodi dell’anno come quello di San Giovanni. Proprio in questo periodo dell’anno nella Piccola Russia si realizza un rituale del tutto analogo a quelli realizzati nell’apotesi post mortem ancestrale. In realtà a dover perdere la vita e risorgere questa volta è una divinità indigena, Kupalo. Il fuoco rappresenta ovviamente l’elemento cardine di tutta il processo religioso. Innanzitutto veniva fatta un’effige della divinità vestita in abiti femminili. Dopodiché abbattuto un albero lo si pone in un posto determinato detto Marena (Inverno) vicino al quale si mette l’effige e si appronta un banchetto. Acceso allora un rogo le fanciulle e i ragazzi vi giravano intorno cantando e danzando e, tenendo l’effige, saltavano dentro le braci morenti. Il giorno seguente, dopo aver disadornato sia l’albero che la figura di Kupalo, solennemente li gettavano nel fiume. Alcuni esempi sono stati riscontrati a Oldenburgo, nell’Harz, nella Vestfalia, a Konz bassa, a Wurzburg e nel Baden. Anche in Danimarca, in Norvegia e nei paesi balcanici è testimoniata questa pratica che assume valore eziologico importante in Inghilterra, Scozia e in Galles. Qui il Frezer ci riporta la descrizione di un rituale particolare che si celebrava negli Highlands centrali scozzesi. Vale la pena, al fine dei nostri argomenti, riproporre fedelmente tale racconto fatto a suo tempo da John Ramsay:

 

La più notevole delle feste druidiche è quella di Beltane o del 1 maggio celebrata poco fa in alcune parti degli Highlands (…) Come altre funzioni religiose dei Druidi, pare che la festa di Beltane si celebrasse su colline o alture. (…) Quivi si raccoglievano sul mattino e tagliavano una trincea, in cima alla quale facevano un sedile di zolle erbose per la compagnia. Ponevano in mezzo una catasta di legna e altro combustibile che anticamente accendevano con il tein- eigin ossia fuoco forzato, fuoco della miseria ( need-fire). Benché da molti anni si siano contentati di fuoco comune, descriveremo il processo, perchè si vedrà poi che in casi straordinari ricorrono ancora al tein-eigin. La notte precedente si spegnevano con cura tutti i fuochi della contrada e al mattino si preparava il materiale per produrre questo fuoco sacro. Pare fosse nelle isole di Skye, Mull e Tiree che si usassero i metodi più primitivi. Si procurava una tavola di quercia, ben stagionata,

 

  • si trivellava un buco nel mezzo. Poi vi si applicava un trapano anche di quercia, cosicché il capo si adattasse al buco. In certi luogi ci volevano tre volte tre persone, in altri tre volte nove per far girare a turno l’assale. (…) Appena il violento attrito produceva qualche scintilla, vi si applicava una specie di agarico che cresce sulle vecchie betulle, e che è molto infiammabile. (…) Dopo aver acceso il fuoco con il tein-eigin la


compagnia preparava il pranzo; dopo si divertivano qualche tempo a cantare e a ballare intorno al fuoco. Verso la fine della festa la persona che officiava da maestro di cerimonie portava una grande torta di uova, centinata ai margini e chiamata am bonnach beal-tine, cioè la torta di Beltane. (…) Una fetta speciale della torta procurava a colui cui fosse capitata in sorte il nome di caileach beal-tine, cioè il carline di Beltane, titolo di grande spregio. Quando il malcapitato veniva conosciuto, parte della compagnia gli metteva le mani addosso fingendo di gettarlo nel rogo: e veniva salvato per interposizione degli altri. In alcuni luoghi lo gettavano in terra facendo le viste di squartarlo. Poi gli si gettavano addosso dei gusci di uova e gli restava per tutto l’anno l’odioso nome: anzi finché la festa era fresca nella memorie della gente ostentava di parlare del cailleach beal-tine come morto.”

 

Questa tipologia teogonica doveva rappresenta una fase in molte civiltà per così dire “transitoria” e per lo più in seguito sostituita dall’utilizzo generalizzato di bestiame sacrificale. A questa prassi evoluzionistica in realtà si devono obiettare mille eccezioni: sacrifici umani sono testimoniati nella cultura ellenistica, in quella romana e per certi versi tale significato può essere attribuito ai pogrom che seguirono la peste dell’europa medievale. Mettendo un’attimo da parte tale parentesi continuamo il nostro discorso. Il mutamento socio-culturale che predispone questo scenario di sacrificio umano è l’elevarsi del re-sacerdote a figura ormai preminente e ritualmente inviolabile. Da ciò scaturisce la necessità di trovare altre vittime da immolare per preservare l’esistenza della specie. Se guerre sacre rimpinguavano gli altari di prigionieri e schiavi, vi è inoltre da supporre che anche persone interne alla tribù potevano subire il “martirio sacro” in casi di eccezionale calamità o per semplice necessità liturgica. Il sincretismo tra un individualismo nascente e un collettivismo pienamente diffuso pone qualsiasi individuo, che non sia il re-sacerdone o un’officiante religioso, potenzialmente e teoricamente sacrificabile. Fanciulle e fanciulli in età puberale erano i pretendenti privilegiati ad incorrere in questa sorte giacché socialmente inefficaci ed essenzialmente privi di qualsiasi impurità rituale ( ciclo mestruale, parto etc etc) che potevano inquinare la cerimonia. Fin qui abbiamo tralasciato di occuparci in modo articolato della saga prometelica seppur questo mito riservi agli anacronismi spazio esiguo e ci mostri fedelmente l’intrecciarsi di engrammi inconsci ben definiti. Innanzitutto premettiamo il fatto che già l’atto di rubare agli dei il fuoco significa essenzialmente che questi è avulso dalla natura umana ed è, di per sé, connotabile come attributo della divinità. Qualcosa a cui l’uomo ha accesso o che rimane alla sua portata non necessita ovviamente che sia sottratto ad alcuno: basterebbe solo sporgere un braccio ed appropiarsene. In questo caso, invece, il fuoco rappresenta qualcosa che “caratterizza gli dei” sul quale l’uomo non ha apparentemente capacità di dominio. Solo con l’intervento di uno di loro tale elemento può essere affidato nelle mani umane.

 

Come si assise ( Zeus ) al trono di suo padre

 

divise i privilegi tra gli dei,

 

a ognuno i suoi, distribuì i poteri:

 

e non contò i mortali, gl’infelici,

 

ma voleva annientare il loro seme

 

e seminare un’altra stirpe umana.

 

Nessuno gli si oppose, tranne me.

 

Io l’osai. E liberai i mortali

 

dell’essere dispersi nella morte.

 

Mi piegano per questo tali pene

 

dolenti a me, pietose a chi mi vede.

 

 

Inoltre, è indicativo come questo sia uno stralcio della conversazione che Prometeo sostiene con Corifea, una delle figlie della divinità acquatica Tety. Paradossalmente l’intrusione mitologicamente anacronistica che caratterizza il “Prometeo incatenato” di Eschilo è la presenza di Efesto, il dio-fabbro. Questi non ha alcun valore a livello psichico, nel senso sacrale propriamente detto, ma ne possiede nell’ambito socio-economico. Solo con l’evolversi di un commercio e di un nucleo finanziario basato sulla manifattura artigianale è comprensibile la sua attestazione seppur non la sua preminenza nel racconto. Dovendo rappresentare cognitivamente il concetto-forza l’autore crea quel sincretismo tra engrammi inconsci e relazioni sottoposte

 

alla coscienza, per lo più di carattere materiale e sociologiche. Nel territorio africano del Sanga, precisamente nell’Ogol Basso, esiste una prassi mitica e cerimoniosa dove si attesta la presenza di “ladri rituali”. Qui esiste l’abitudine rituale di piantare fra i campi dei promontori dei bastoni bruciacchiati rozzamente scolpiti con forme di animali dalle fauci spalancate. Queste oggetti liturgici sono espressione di un mito complicato ed interessante del tutto simile a quello prometelico. Innanzitutto questi bastoncini scolpiti avevano fatto la loro comparsa durante il furto di un frammento di sole commesso dal fabbro. Secondo la tradizione: ” Durante la discesa dal Granaio Celeste i Nommo del cielo hanno scagliato due fulmini, la femmina prima e il maschio dopo. è questo che ha affrettato la corsa, ed è per questo che vi è stato un urto all’arrivo e le braccia e le gambe del fabbro si sono spezzate.” I fulmini, intanto, infrangendosi con il mantice che conteneva il frammento solare si incendiarono ed il fabbro, spento l’incendio, scoprì due legni carbonizzati, scolpiti in forma di fauce spalancata. Il maschio prese il nome di Anahyè e la femmina quello di Badu. Esiste, inoltre, un’interpretazione largamente collegata a questo mitologema secondo la quale le folgori erano state lanciate anche per un’altro motivo. Essendo sia il furto che la discesa stati prodotti attraverso la volontà dei Nommo-antenati, i due Nommo-figli di Dio volevano essere presenti nei culti che sarebbero stati istituiti in seguito a tale evento. Per tale motivo la bocca di Badu ricorda quella del bastone con il quale il ladro aveva preso possesso del frammento di sole. Ricordano gli indigeni che: “nella bocca di questo bastone il fuoco è cominciato ed è questo bastone che il fabbro ha donato al mondo”. A Sanga, ogni patriarca possedeva un bastone da furto e doveva partecipare attivamente, anche tramite deleghe, alle “razzie rituali”. Questa liturgia veniva fatta da una sorta di collegio e solo in merito alla morte di un proprio membro. La cerimonia era istituita in tali termini:

 

Dopo la razzie e il bachetto in comune la schiera dei supplenti si recava nei villaggi. Catturata una capra la si portava nella casa del defunto, sgozzandola nella terrazza sovrastante la camera mortuaria. In quest’atto badavano bene che uno stelo di miglio guidasse il sangue della vittima lungo un foro di collegamento fin sul petto del cadavere. In tale modo loro dicono che la forza vitale si conservava nel bastone del ladro dello scomparso.”

 

Dettò ciò, può sembrare ripetitivo apprestarci ad un’interpretazione dettagliata per questo mi limiterò a sottolineare i fattori consueti che si associano alla nascita del fuoco: il culto ancestrale, una divinità polivalente (Badu) che si connettono entrambi con rituali funebri ben definiti. Particolare che ancora lo connette alla figura di Prometeo è il rigenerarsi dell’energia vitale. un simbolico richiamo all’immortalità. Nella cultura dei Veda quello che è parzialmente intuibile dai testi fin qui descritti assume caratterestiche totalizzanti del tutto omogenee alla fondamentale natura disordinata della psiche. Il fuoco, come gli altri engrammi inconsci, procede in maniera universale definendo sensazioni intime di uno stridente contrasto emotivo. Rientra nel concetto inconscio di sacro e proprio per tale appartenenza è espressione di stimoli irrazionali. Per i Veda “la comprensione della natura del fuoco equivale alla comprensione della natura dell’universo”. La trasfigura di questo elemento nell’india vendica è attribuita alla figura preminente di Agni cioè Colui che penetra ogni cosa ( Vaishvanara ). Le formazioni mitologiche che raccontano le cronache di questa divinità (Agni Purana) rappresentano un fulcro fondamentale per il tradizionalismo indigeno. Svarieta interpretazioni sono state costruite intorno a questa figura in parte custidita dal Vishnu Purana. Prenderle in esame dettagliatamente costituisce per noi un esercizio utile per coglierne la stratigrafia composita. Innanzitutto viene rappresentano come figlio dell’Essere immenso anche se il sistema con cui viene costituito il mitologema possiede più di una “inconcruenza”. Seppur la persona cosmica (Virat-purusha) è il fondamento dell’equilibrio universale ad Aqui viene attribuito il titolo di Creatore (Brahma – Agni ). Il suo ruolo di Demiurgo, come nel caso della teologia gnostica, è del tutto improbabile e assolutamente estraneo alla cultura vendica e induista in generale. Per questo si deve ipotizzare la sua organicità all’Essere primordiale più che la sua estraneità. Definire nuclei scissi di un conglomerato sacrale originariamente del tutto omogeneo ha creato incoerenze figurative del tutto coerenti con un’idea speculativa e astrattiva postuma. Non è il solo esempio e non è neanche l’ultimo. Poniamo ora in analisi la rappresentazione che di questa divinità si ha tra gli uomini:

 

 

“Agni fu generato, sotto forma di fuoco rituale, dalla Figlia della luce ( Vasubharya ), sposa della legge della perfezione ( Dharma ). L’intelligenza (Medha ) è sua sorella. La sua sposa è la parola che accompagna l’offerta (Svaha ). Essa gli generò tre figli: Puro (Pavaka ), Purificatore (Pacamana) e Purezza (Shuci). “


 

Nel conglomerato semantico si hanno svariate trasfigurazione che riproducono forme caratteristiche del

 

sacro ed elementi della sua funzione sociale. Il tendere tra queste due realtà è un’elemento comune per il mitologema ma questo piccolo passo può essere considerato come una summa dell’eziologia mitica. L’ambito aprioristico è riservato al Vesubharya e ad Agni mentre le impersonificazioni successive riguardano la funzione svolta dal fuoco nel sacrificio rituale. Il Dharma, infatti, è la base tradizionalista che sorregge la struttura socio-culturale del clan mentre lo Svaha è il processo cerimoniale di immolazione della vittima. Il risultato che si intende ottenere con quest’interazione di fattori è inteso nella prole che ne scaturisce cioè essere mondati da qualsiasi tabù permettendo così la preservazione dell’ordine cosmico. Anche cercando di cogliere un significato negli svariati nomi con cui viene appallato il dio Agni si configura per noi questo stesso ordine mentale. Tra i nomi che lo caratteristizzano vi è paradossalmente il termine di puro (pavaka) ma sopratutto esistono due termini che intendono rendere la sua dimensione razionale e irrazionale. Il termine che lo indica come Mangiatore delle offere (Hutasha) è del tutto comparabile con un’altro che lo indentifica come reggente dello spazio (Harivamsha) mentre l’ appellativo di Vahni, erroneamente tradotto con il termine messaggero, ci conduce direttamente al dio principale dell’induismo Vishnu.

 

 

 

 

 

  1. Il culto solare e la cosmogonia

 

La semantica cosmologia è postuma e non originaria. Questa è la prima osservazione che scaturisce dai nostri studi. Un secondo strato mitologico si sostituisce o si sovrappone a quello uterino e ancestrale. Si comincià così ad avere cognizione degli astri e dei sistemi che sorreggono il cielo distinguendolo dal mare del quale era l’estensione. Abbiamo intercettato nelle discrepanze presenti nei resoconti dei monaci per gli indigeni mesoamericani i nodi stratigrafici da sciogliere. Se per primo abbiamo trattato la stratigrafia composita squisitamente ancestrale qui enunciamo la teogonia cosmologica successivamente riferita.

 

  • ( I Tezcuco ) dopo in pittura mostrarono e dichiararono, al suddetto Padre Andrés de Olmo, che il primo uomo che camminava era nato nella terra di Aculma che è collocata a sei leghe dalla fine di Tezcuco e dal Messico cinque, più o meno, in quest’ordine. Dicono che stando il sole nella nona ora scagliò una freccia verso questa terra perforandola: da questo foro uscì il primo uomo, che non aveva altro corpo che le spalle, e successivamente la prima donna…”

 

Questa ci permettere di cogliere forme diverse di mitologemi di creazione che sono successivi e sovrapposti – subendo tra l’altro le critiche dei monaci. Per il mondo antico ogni fase lunare è essenziale in quanto manifestazione dell’essere lunare così come le fasi della vita sono manifestazione dell’essere dell’uomo. Su queste fasi lunari viene proiettato l’evolversi delle costellazioni psichiche caratteristiche della donna, o nelle quali la donna sperimenta il suo rapporto con l’uomo.

 

Nel tardo strato patriarcale il sole può essere maschile e la luna femminile; come fratelli possono assumere ambedue i sessi, oppure, come nello stadio matriarcale, valere come maschile; comunque il rapporto sole-luna verrà sempre percepito mitologicamente come un

 

importantissimo evento celeste e sentito soprattutto come rappresentazione simbolica del rapporto fra i sessi. Il tipo di questo rapporto dipende dallo stadio di sviluppo psichico nel quale ha luogo. L’ordinamento patriarcale è l’esatto rovesciamento del precedente ordine matriarcale in cui predominava il femminile, l’uterino. Nell’antica grecia Eos, la dea “precocemente nata”, precedeva ogni giorno il sole. Alzatasi dal suo giaciglio posto ad oriente, in uno splendido palazzo posto sulla Colchide secondo alcuni, presso le terre degli Etiopi secondo altri, saliva su un cocchio trainato da due cavalli “Lampo” e “Fetonte” e correva a preannunciare l’arrivo di suo fratello Elio, il sole diurno. Questo appariva su un carro infuocato tirato da quattro cavalli e si dirigeva verso il palazzo tutto d’oro situato nell’Occidente. All’ora del tramonto Elio saliva in una grande coppa d’oro fornita di ali, fabbricata da Efesto, e con questa navigava sulle onde fino al palazzo dorato della Colchide. Quando il Sole venne impersonificato da Apollo racconta il mito che quando questi nacque una luce dorata si irradiò a Delo che fiorì tutta. Il fiume Inopo trascinò oro nelle sue acque. Le dee avvolsero il dio in una candidi veste e lo cinsero con una stringhia d’oro. Latona, la madre, non l’allattò perciò fu nutrito da Teti, una dea marina, con la dolce e divina ambrosia, la bevanda a base di miele che nell’antichità era consacrata agli dei. Ancora citiamo Libavius e il suo “exsplicatio”:

 

 

Visione del cielo, nel quale giace un drago che divora la propria coda: è l’immagine della seconda coagulazione.


 

L’ Ourobotos, presente in un engramma specifico e con una semantica ben strutturata, ha ora valore cosmologico rimandando al sistema stratigrafico predetto ove vi è un rapporto correlativo tra culto ancestrale e cosmologia. Di carattere uterino invece è il terzo esempio che ci perviene dall’Indonesia.

 

“Mentre essa stava lì la radice cominciò a sprofondare lentamente nella terra e Rabie si sprofondò con essa. Per quanti sforzi ella facesse, non potè risalire dalla terra e anzi scese sempre più in basso. Gridò all’aiuto e gli abitanti del villaggio accorsero. Essi cercavano di trarre fuori Rabie dalla terra, ma più sforzi facevano più Rabie si sprofondava in basso. Quando essa era già nella terra fino al collo disse alla madre: “ è Tavale che mi porta via”. Uccidete un maiale e celebrate la festa, perché ora io muoio. Quando dopo tre giorni la sera guardate tutti al cielo, perché li apparirò in forma di luce..” I genitori e gli abitanti del villaggio tornarono a casa e ammazzarono un maiale. Celebrarono una festa funebre per Tabie, che durò tre giorni, e al terzo giorno guardarono tutti il cielo. Fu allora la prima volta che in Oriente sorse la luna..” ( Indonesia )

 

La simbologia si rifà molto alla demetra-persefone greca collegando il nostro discorso alla non-esistenza, alla morte.

 

  1. Colorimetria archetipica: un’analisi alchemica

 

 

Victor Turner: “questi tre colori – bianco, nero, rosso – offrono una sorta di classificazione primordiale della realtà”

 

Tra le popolazioni dell’Africa subsahariana, i tre colori primari, nero, bianco e rosso costituiscono i principi che governano il cosmo. Troviamo un’idea analoga nei tre guna della cosmologia indiana, che entrano nella composizione di tutte le cose: tamas nero, rajas rosso e sattva bianco. I primi quattro termini di colore (nero, bianco, rosso e giallo ) sono anche i termini cromatici primari che abbracciano l’intero corpus alchemico: nigredo, albedo, xanthosis o citrinitas e iosis o rubedo. Nel compilare i loro elenchi dei termini cromatici usate nelle lingue di tutto il mondo, Berlin e Kays giungono alla seguente conclusione: in tutte le lingue esistono termini per indicare il chiaro e lo scuro, ovvero il bianco e il nero; se in una lingua c’è anche un terzo termine questo è sempre il rosso; se esiste un quarto si tratta del giallo oppure del verde. Perchè una sostanza alchemica entri nella fase del nigrendo occorrono delle operazioni che nel linguaggio alchemico vengono chiamate mortificatio, putrefactio, calcinatio e iteratio. In altra lettura si assegna al nigrendo semplicemente una precedenza temporale nel corso d’opera, quando la nerezza verrà superata e dall’offuscamento e dalla disperazione verrà un nuovo giorno di albedo. I testi mettono in chiaro come il nigredo non coincida con la prima materia, la quale rappresenta un paniere di stati molto più vasto. Primo in quanto non colore il nero estingue il mondo percettivo colorato. L’annerimento nega la luce, si tratti della luce della conoscenza, alla conoscenza solare intesa come intesa come previsione lungimirante o della sensazione che i fenomeni siano intelligibili. Il nero ci è ignoto, dissolve il significato e la speranza che in questo si pone. Siamo pertanto ignoranti, ottenebrati. I due processi più importanti per produrre nerezza, la putrefazione e la mortificazione, scompaginano la coesione interna di tutti gli stati di fissità. La putrefazione lo fa mediante la decomposizione o disgregazione; la mortificazione riducendo in polvero. Come la morte esso è portatore del significato di casuale e di informe. Un buco nero risucchia e fa scomparire le fondamentali strutture di sicurezza della coscienza. Il nero scardina il paradigma: dissolve ciò su cui contiamo in quanto caro e reale. Se il bene è la conoscenza, allora il nero la confonde con nubi di sconoscenza; se il bene è la vita, ecco che il nero sta dalla parte della morte ; se il bene sono le virtù morali, allora il nero significa il male. Uno dei nomi per indicare il fine ultimo dell’intera impresa alchemica è il Sol niger. Il Sol niger scioglie la maledizione del nigredo perchè è più nero del nero. Questo annerisce con una oscurità inassimilabile. è vissuta come “l’immagine intollerabile”. Eppure è pur sempre un’immagine del Sol, un sole che illumina, il quale può bensì oscurare ogni positivismo del mondo diurno ma non del tutto lo sguardo interiore. In quanto negazione di una negazione, il sole nero estirpa ontologicamente la paura primordiale del non-essere, l’incolmabile abisso: avvero, labisso diventa il terreno sconfinato del possibile. La negazione concepita come male teologico, come stadio di un processo dialettico o come potenza manichea, conferisce una funzione positiva all’oscurità, accentuando l’ottimismo solare, discendendo in una negazione positivistica che si disvela come “l’orrore, l’orrore”. Secondo la tradizione la simbologia della

 

morte nell’antico egitto, come ci attesta l’affresco di Arinefer (Deir el Medina, Egitto), voleva che nel Regno delle Tenebre anche il Sole diventasse nero. Nel fare anima degli alchimisti, l’oro è preceduto dall’argento. Questo significa che l’oro nasce dall’argento, il rosso dal bianco, il sole dalla luna. La concezione alchimista dunque unifica e congiunge l’idea solare con quella lunare. Il termine greco per indicare l’argento è argos che, oltre al significato base di candido, identifica i cani di Diana/Artemide. Oltre a questo, Argo è anche il veicolo che permette agli argonauti il passaggio nel regno del Sole alla ricerca del Vello d’oro. Abbiamo anche qui una congiunzione alchemica per cui per giungere all’oro si passa per l’argento, dal bianco al rosso. L’argentatura è l’imbiancamento, la fase di albedo dell’opus, e la lunificazione fa riferimento a qualunque processo che possa produrre nel materiale uno stato di bianchezza e lucentezza. A pieno diritto metallo della Luna possiede le stesse ambiguita di un’astro nel pieno del suo vigore notturno. Unisce in sè l’esistenza della condizione solare e la non-esistenza dell’oscurità senza scampo. Nel simbolismo cromatico dell’alchimia il bianco rappresenta lo stadio principale tra il nero e il rosso, tra morte e vita, tra disperazione e passione. Ma esistono due tipi di bianco in qualche maniera riproducono minuziosamente costrutti di nascita e morte. Queste non sono formulazioni dai perimetri netti e riscontrabili ma si compenetrano, sono in qualsivoglia modo in contatto. Il bianco originale è immacolato ( senza macchia o pecca ), innocente (senza colpa, innocuo ), ignaro ( senza conoscenza, non curante , pulito e incontaminato. Questi viene prima del nero, è originario e si annerisce ustinandolo, graffiandolo, maledicendolo, guastandolo. Il secondo bianco emerge dal nero come dalla non esistenza si formi l’esistenza. Si ha un recupero dell’innocenza ma non nella forma di prima. Qui l’innocenza non è pura e semplice inesperienza ma qualcosa che in qualche modo la trascende, non si identifica pienamente con l’esperienza. Risulta essere una trasfigurazione post mortem qualcosa di contaminato dall’uomo ma comunque del tutto estraneo a questi. Anche nell’analisi dell’ignoranza connessa con questo secondo bianco si ha una “giusta maniera”, un modus operandi caratterizzato dalla ponderatezza, della naturalezza con cui trattare il mondo e le cose del mondo. Questo secondo bianco è in definitiva quello che per l’alchimia è il principale componente dell’operare, l’albedo. Questo stesso bianco ritroviamo in quel prato di asfodelo dove per i greci si aggiravano le ombre dei morti.

 

Poi, la cittade incenerita, in nave

 

Delle spoglie più belle adorno e carco

 

Montava, e illeso: quando lunge, o presso,

 

Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto

 

Del ferito Neottolemo si desse.

 

Dissi; e d’Achille alle veloci piante

 

Per li prati d’asfodelo vestiti

 

L’alma da me sen giva a lunghi passi,

 

Lieta, che udì del figliuol suo la lode.

 

(Odissea XI )

 

Indubbiamente abbiamo tralasciato di enunciare i parallelismi dell’albedo con l’Anima e il Battesimo in particolare. In questo senso il battesimo è inteso come morte e trasfigurazione, una rinascita, dove il “nero scompare del tutto”. Nell’Eden il tentatore è il serpente, ma una volta fuori e lo stesso Giardino a sedurre irremedibilmente. Da qui abbiamo la connessione con l’armonia primordiale e sia il bianco originale che l’albedo rappresentano le due fasi del raggiungimento di questo stato primario. In questo mitologema abbiamo la presenza dei due colori già descritti: il nero e il rosso.

 

“Un giorno stavo a dormire nel mio letto di pena quando uno spirito mi si avvicinò. Era una donna bellissima, molto esile, più alta di mezzo arshin (71 cm). Nel viso e nelle vesti rassomigliava del tutto a una delle nostre golde. I capelli gli cadevano sulle spalle con piccole trecce nere. Vi sono sciamani che dicono di aver avuta la visione di una donna il cui viso è metà nero e metà rosso. Essa mi disse: “Sono l’ayami dei tuoi antenati, gli sciamani. Io ho insegnato loro l’arte sciamanica; ed ora quest’arte insegnerò a te. I vecchi sciamani sono morti l’uno dopo l’altro e non c’è più nessuno che si occupi dei malati. Tu diverrai sciamano!

 

  • Ti amo. Sarai mio marito, perché ora non ne ho, e io tua moglie. Ti darò degli spiriti che ti aiuteranno nell’arte di guarire; t’insegnerò quest’arte e io stessa ti assisterò. La gente ci porterà il cibo – volendogli resistere ella allora esclamò – Se non mi obbedisci tanto peggio per te. Io ti ucciderò.”

 

Nella Pinacoteca comunale di Sansepolcro, nel polittico della Misericordia di Piero della Francesca, il

 

drappello della Vergine e la mantella sono rispettivamente rosso e nero. Lo stesso motivo ritroviamo nella famosa Madonna Ruccellai di Duccio da Buoninsegna. Queste colorazioni assorbono e condensano sensazioni controverse, mantengono inalterate le realtà oscure dell’archetipo uterino. Quella che è l’angoscia inquieta di questi due quadri diviene ostentata tranquillità e canonicità nel trittico della Madonna dell’Umiltà con i Santi Marco e Giovanni Battista di Lorenzo Veneziano- collocato alla Nacional Gallery di Londra. La Vergine è palesemente celeste, né nera né rossa, con un corpetto oro e una mantella azzurra. L’azzurro è del cielo ma anche dei mari, dei fuimi, delle fonti che ci trasmettono un engramma di transizione, preservazione e nascita. Anche nell’opus alchemica questo passaggio è ben presente. La transizione alchemica tra il nero e il bianco passa a volte da altri colori in particolare dai toni cromatici dell’azzurro. Ma sopratutto l’azzurro è il risultato della “sofferenza” dell’argento oppure dà l’argento come risultato. Così scrive Goethe:

 

778 …l’azzurro conduce ancora sempre con sè qualcosa di scuro

 

779 …Come colore è energia e tuttavia, trovandosi dal lato negativo è per così dire, nella massima purezza, un nulla eccitante. Esso è, nell’aspetto, una contraddizione composta di eccitazione e di pace.

 

780 Come vediamo azzurri il cielo alto e i monti lontani, così anche la superficie azzurra sembra arretrare dinanzi a noi.

 

781…l’azzurro…ci attrae a sé

 

782 L’azzurro ci dà un senso di freddo, come d’altronde ci ricorda l’ombra. Come esso derivi dal nero, già ci è noto.

 

La stessa inquietudine dell’azzurro ritroviamo nel già menzionato affresco della tomba di Arinefer dove le ali degli uomini sono azzurre.Nel greco antico i termini usati per indicare l’azzurro connotano il mare. Nel passo che segue dell’Odissea Omero inserisce questo colore negli infissi della porta di Alcinoo.

 

Perchè v’era un chiarore come il sole o di luna

 

nella casa dall’alto soffitto del magnanimo Alcinoo:

 

muri di bronzo correvano ai lati

 

dalla soglia all’interno; orlati da un fregio azzurrino:

 

porte d’oro serravano la solida casa di dentro…

 

(Od VII 84-88 )

 

La porta omerica rappresenta l’entrata in un’altra realtà, una nascita, una morte; l’atto di entrare è l’immettersi in una realtà divina. Proprio per questo gli infissi sono decorati da fregi azzurri e le porte sono auliche. Ancora nelle pitture della Tomba degli Auguri a Tarquinia una porta dipinta in rosso e in giallo-oro manifesta simbolicamente la soglia dell’oltretomba. Ai lati due personaggi nell’atteggiamento di commianto con il defunto. Lo zoccolo è di un azzurro-verde mare sviluppando le funzioni che a questo colore sono proprie e che sono di transizione. Lo stesso zoccolo ritroveremo nella Tomba dei Giocolieri o quella delle Leonesse. In particolare in questa ci sono delle specifità del mare ( e forse del cielo?) come delfini e uccelli. Progressivamente, infatti, con la prese di coscienza del sistema cosmologico, il significato della parola azzurro si arricchisce di nuovi particolari. In Tertulliano e Isidoro di Siviglia, infatti, questo colore è riferito sia al cielo che al mare, così come bathus in greco, e altus, in latino, connotavano in un unico termine sia l’altezza che la profondità. Possiamo affermare che la parola azzurro segua l’evoluzione mitica molto spesso mischiato con l’oro che nei quadri di forte matrice simbolica, nel medioevo e non solo, può sostituirlo. Se il bianco alchemico dipiende dall’azzurro, allora quell’azzurro dipende anche dal nero. Questa sequenza ci rende evidente come sia il colore che ciò che rappresenta ( mari, fiumi, laghi, cieli) abbia facoltà di trasmissione più che canoni di per se stabiliti. Ma non è tutto. Nella mia interpretazone, la nozione junghiana che attribuisce all’azzurro funzioni di pensiero fa riferimento all’antichissima associazione di questo con l’anima. Come abbiamo potuto appurare in queste pagine l’anima proprio per la sua diacronica lettura teologico-filosofica fa parte del divino. è una sorta di particella di Dio donata all’uomo anche se in realtà la costruzione mitologica non rispecchia la veridicità dei fatti che è ben diversa. Ma atteniamoci al colore. L’azzurro rappresenta secondo Hillman un pòthos platonico che si scioglie attraverso lo struggersi e la sensazione amorosa della ricerca verso qualcosa lontano. Quest’analisi porta il nostro colore a unirsi al mondo dei defunti come già abbiamo visto per il nigredo e per l’albedo. Esiste un’irrequietezza dell’azzuro ben prospettate sia da Goethe che da Cézanne. Questi basava la sua pittura su “percorsi e contorni ombra” da cui emergevano come punti locali di concentrazione “gli oggetti reali”. La concezione immaginativa, l’ombra

 

visionaria, è origine e supporto dell’oggetto reale veduto nella natura. “Il colore-ombra più profondo dei dipinti di Cézanne, quello che sorregge la composizione ed è quanto mai appropriato per le ombre, è l’azzurro”. “Quando usava l’azzurro in questo modo, Cézanne trascendeva ogni speciale connotazione associata ai suoi usi precedenti. C’era ora il riconoscimento che esso atteneva ad un livello più profondo dell’esistenza. Esprimeva l’essenza delle cose e…situava le cose in una posizione di inattingibile lontananza”. Quando il nero si volge in azzurro, ecco che l’oscurità può essere penetrata ( a differenza che nella nigrendo, la quale assorbe in sé ogni visione interiore, aggravando l’oscurità con introspezioni letterali, impenetrabili, tabù). Secondo Jakob Bohme, “l’immaginazione del grande mistero, dove nasce una mirabile Vita essenziale” nasce dai colori. Proseguamo la nostra analisi ponendo sotto osservazione un’altro colore, importante per noi, il giallo. Vedremo l’oro in seconda analisi ed ora vediamo il colore che lo caratterizza. Il giallo ha ovviamente una quantità di colori solari e vitali. Il tedesco gelb e i latini galbus e galbinus derivano da radici che significano radioso e lucente, come l’oro, e perciò in Omero Achille e Apollo hanno i capelli gialli, biondi, chiari, lucenti come il sole. Più particolare è per noi prendere in considerazione il vestiario del Sole, dell’Aurora, del Tramonto presso gli antichi greci. Il sole nascente era rappresentato come Eos, la “precocemente nata”, una divinità femminile dalle “rosee dita” e dal manto “color zafferano” mentre il fratello Elio, il sole diurno, era rappresentato come un giovane fiorente negli anni con il capo circondato da una chioma bionda.

 

Quando Lucifero esce ad annunziare la luce alla terra

 

e dietro si estende sul mare l’Aurora pleplo di croco

 

(Omero, Iliade )

 

Gli autori descrivono sempre Apollo legato al materiale aulico, l’oro. D’oro è intrisa la sua nascita, l’oro connota la sua immagine adulta; d’oro sono la tunica e il fermaglio, i calzari, la lira, l’arco e la faretra oltre ai capelli.

 

 

L’oro è il figlio di Zeus

 

che non tarme ne vermi mangiano

 

l’oro scrorre dalla sua stessa forza

 

(Pindaro)

 

 

Per tutta l’antichità l’oro fu considerata la sostanza degli dei, il simbolo dell’eterno e delle virtù soprannaturali.; in Grecia, Mesopotamia, Egitto e Palestina queste credenze facevano si che questo venisse utilizzato esclusivamente per l’ambito sacrale. Zeus stesso abitava “dietro le nubi d’oro” nel palazzo divino fatto di “oro, elettro, argento e avorio”. Ancora lo stesso Dio compare sotto forma di una pioggia d’oro nel mito di Danae per fecondare la giovane rinchiusa dal padre in una torre di bronzo perchè conservasse la sua verginità. Ficino, nel descrivere l’antica tradizione dell’uso dei talismano e immagini scolpite o dipiente indicanti gli stati dell’anima, spiega:

 

 

Per una vita lunga e felice fabbricavano un’immagine di Giove in una pietra chiara o bianca. Era un uomo che, seduto sopra un acquila o un dragone, incoronato, nell’ora di Giove, quando Giove ascende felicemente nella sua esaltazione, vestito di una veste giallo – oro … Per curare le malattie foggiavano nell’oro l’immagine del Sole … un re in trono, con una veste giallo – oro … Per la letizia e la forza del corpo, costruivano l’immagine di Venere fanciulla …vestita di vesti bianche e color giallo – oro.

 

 

 

Se l’attributo dell’oro e quindi del giallo sono attribuiti al Sole, Apollo, Elio o Zeus che sia, vi è un’altra dea al quale questo colore è consacrato. Se immaginiamo i colori disposti lungo una scala dal semplice al complesso, allora il verde-giallo diventa il ponte essenziale tra nero-bianco-rosso e tutti i termini cromatici successivi. Questa tonalità, che i greci chiamavano cloròs, descriveva per gli antichi la dea della Terra Demetra. Il chloròs di Demetra, senza mai lasciarsi totalmente ridurre a un significato univoco, rappresenta i due opposti come nel caso dell’archetipo uterino. Citrinitas e xanthos: i testi e i commenti alchemici tendono

 

a presentare il lato più “benevolo” del colore, quello solare per intenderci, e dall’altro lato la destrutturazione causata dal passare del tempo, la decomposizione, l’ingiallimento.

 

e la destra parea tra bianca e gialla;

 

la sinistra a vedere era tal, quali

 

vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.

 

 

C’è inoltre da ricordare come alle fonti sulfuree sia riservato un culto particolare nell’antichità. Un’esempio tra gli altri si riscontra in contrada Tumazzo nella zona della sicilia geloa. Ulteriori parallelismi del triangolo metodico giallo – zolfo – sacralità sono da riscontrare in un nome attribuito allo zolfo che è hydor theion, “acqua santa”. Il processo organico della putrefazione è rafforzato dallo zolfo cosicché la mente alchemica può pensare questi mutamenti percepiti con il naso e con gli occhi la riprova del detto: “Mediante la putredine hanno luogo mutamenti essenziali”. Questo ci rimanda al nero e dal nigredo alla disperazione, al paradigma alla morte. Nell’opera dantesca le anime dell’inferno vengono flagellate, punite e vituperosiamente afflitte e immerse in fiumi di pece e di zolfo. Questo minerale identifica più di qualsiasi altro elemento l’odore di Lucifero stesso nell’immaginario medievale. Anche ne Il Paradiso Perduto di John Milton c’è la stessa idea dantesca dello zolfo:

 

  • (…) egli subito osserva quell’aspro e pauroso e desolato luogo, quella prigione orribile e attorno fiammeggiante,

 

come una grande fornace, e tuttavia da quelle

 

fiamme nessuna luce, ma un buio trasparente, una tenebra nella quale si scorgono visioni di sventura,

 

regioni di dolore e ombre d’angoscia, e il riposo e la pace non si troveranno, né mai quella speranza che ogni cosa solitamente penetra; e solo una tortura senza fine

 

urge perenne, e un diluvio di fiamme nutrito di zolfo sempre ardente, mai consunto (…) »

 

In alchimia le espressioni paradossali e iperboliche che descrivono lo zolfo sono per Jung un’indicazione delle sue affinità con il diavolo (in quanto corruttore ) e con Cristo (colui che dona calore e vita). In entrambe le dimensioni, Cristo o diavolo, lo zolfo è di solito immaginato come un essere maschile, infuocato, dotato di un irriducibile corpo terragno, famelico come un drago o un leone. Scrive Jung:

 

Vengono distinte quattro fasi … che sono caratterizzate dai colori originari già menzionati da Eraclito: e precisamente la melanosi (innerimento), la leucosi (imbiancamento), la xanthosi (ingiallimento), la iosi (irrossimento) … L’albedo è, in certo qual modo, l’alba; ma soltanto la rubedo è il sorgere del sole. Il passaggio è costituito dall’ingiallimento (Citrinitas o xanthos)

 

Ma questo passaggio dal albedo al rubedo non è così semplice. Come dice Figulus: “La materia, portata a bianchezza si rifuita di essere corrotta”. Il bianco rifiuta di diventare giallo, Il bianco è freddo, soddisfatto di sè; il giallo è troppo caldo, maleodorante, maschile, attivo. Eppure Figulus ci dice anche che la bianchezza rimane imperfetta, ove non sia portata con il calore al rosso più intenso; anzi, finchè questo non accade, rimane “morta”. Altri autori concordano nel dire che l’ingiallimento infonde vita, tanto che lo chiamano “risurrezione”. La rubendo come passaggio al rosso porpora è detta anche, con parola greca, iosis, il cui significato è “avvelenamento”: La morte in questo momento dell’opus, è la “dissoluzione del Sol”, che avviene “per natura”. è un processo simile a quello per cui l’insidiosa forza oscura di yin intacca dall’interno il luminoso yan.

 

  1. Fiabe e racconti: esegesi vista tramite l’odierna analisi


Trunt, Trunt e i troll della montagna

 

Un giorno due uomini andarono in montagna per raccogliere erbe. La notte entrambi giacevano nella loro tenda, ma uno dormiva e l’altro era sveglio. Quello che era sveglio vide uscire il suo compagno ancora immerso nel sonno. Lo seguì, ma non riusciva a stargli dietro e la distanza fra i due aumentava sempre di più- L’uomo si stava dirigendo verso il ghiacciaio. Sulla cime del ghiacciaio l’altro vide un’enorme gigantessa. Gesticolava, protendendo le mani davanti a sé alternativamente e poi ritirandole verso il seno, e così stregandolo attirava l’uomo verso di sé. Questi finì dritto fra le sue braccia e lei scappò via con lui. Un anno dopo la gente di quella regione si ritrovò di nuovo in quel luogo a raccogliere erbe, e l’uomo che era stato stregato venne da loro, ma era così tranquillo e riservato che non riuscirono quasi a strappargli una parola. Gli chiesero a chi credesse e lui rispose che credeva in Dio. Anche il secondo anno ritornò dalla gente che raccoglieva erbe, ma questa volta assomigliava ad un troll che tutti ne avevano paura. Quando gli chiesero a chi credeva, non rispose. E se ne andò via prima. Il terzo anno riapparve, ma era ormai diventato un autentico troll e aveva un aspetto spaventoso. Uno tuttavia osò chiedergli a chi credeva. Allora egli rispose che credeva a “Trunt, Trunt e ai troll delle montagne” e subito scomparve. Da allora nessuno lo rivide e per parecchio tempo nessuno si azzardò più a cercare erbe in quel luogo.

 

 

La signora Trude

 

C’era una volta una fanciullina, testarda e indiscreta; e quando i genitori le dicevan qualcosa, non obbediva mai: come poteva finir bene? Un giorno disse ai genitori: “Ho sentito parlar tanto della signora Trude! Ci voglio proprio andare: la gente dice che la sua casa ha un’aria così strana, e racconta che ci son tante cose bizzarre! Sono piena di curiosità!”. I genitori glielo proibirono severamente, e dissero: “La signora Trude è una donna cattiva, che ne fa di tutti i colori; e se tu vai da lei, non sei più la nostra bambina”. Ma la fanciulla non si curò del divieto e andò lo stesso dalla signora Trude. E, quando a arrivò da lei, la signora Trude le chiese: “Perchè sei così pallida?” “Ab” disse la fanciulla tutta tremante “ho visto una cosa che mi ha fatto tanta paura!” “Cos’hai visto?” “Ho visto un uomo nero sulla vostra scala” “Era il carbonaio”. “Poi ho visto un uomo verde” “Era un cacciatore. “Poi ho visto un uomo rosso sangue”, “Era il macellaio”. “Ab, signora Trude, che orrore! Ho guardato dalla finestra e non ho visto voi, ma il diavolo con la testa fiammeggiante”: “Ob” disse quella, “hai dunque visto la strega nel suo vero costume; è un pezzo che ti aspetto e ti desidero: mi farai lume!” Trasformò la fanciulla in un ceppo e la buttò nel fuoco. E quand’esso divampò, sedette lì vicino, si scaldò e disse: “Che luce chiara!

 

  1. Appendice. Il concetto di sacro: stimoli razionali e irrazionali

 

 

Costatare l’esperienza storica come un “segmento passato” ci induce a vederla come un fatto circoscritto nel tempo che ha relativa influenza sulla modernità. Di fatti, oggi, lo sviluppo di un sistema di interazione sociale tecnologicamente avanzato ha gettato sulla sacralità ombre scure e di superstizione artificiosa. Anche se permangono strutture secolari religiose appaiono soggette ad uno svuotamento essenziale e ad una riformulazione in senso laico.

 

Ma è davvero un fenomeno proprio della modernità? Quando e come si può parlare della nascita di una “religione laica”? Definire il sacro come uno specchio riflesso dell’uomo paradossalmente ci aiuta ad individuarne le risposte in contesti insospettabili: proprio nel seno stesso del contesto onto-teologico. Innanzitutto, descrivendo una sacralità originaria ambivalente e ambigua, riflessa nella complessità psichica dell’uomo, si è formulata una radice empirica sulla quale si innestato tessuti ulteriori. Già, di per sé, la nascita di una ius civilis, anche profondamente legata alla divinità, tende a sopprimere questa dualità a livello formale e sociale. La nascita di prescrizioni tabù da un lato dimostrano la presenza di impulsi istintivi da contrastare e dall’altra prescrivono la formazione di una “morale”, di un “comportamento etico” che vi si contrapponga. Ora, pressupponendo un approccio collettivistico dell’uomo primitivo costatiamo intrinsecamente come la “norma etica” si diffonda fino a presentarsi come vera e propria ius sociale. Ma fattori socio-culturali in continuo mutamente ne riscrivono nuovi parametri. Progressivamente la

 

consacrazione di una gerarchizzazione fattuale, che si sostituisce ad un’altra meramente funzionale, inaugura una fisiognomica divina matura, definita ed astratta che la rifletta. Questa, legata com’è all’equilibrio sociale, presuppone e leggittima figure sociali predominanti che pian piano diventano autosussistenti e, qualora, vessatorie. Nè segue un graduale svuotamento dei valori religiosi ormai visti come espressione politica intenta a stabile la subordinazione di una classe su un’altra. Proprio l’indole reazionaria della religione pagana ne produsse la morte sistematica attraverso una sedimentazione passiva che ignora i mutamenti socio-culturali. Lo scenario in cui nasce il Cristianesimo è caratterizzato da forti analogie con quello attuale: la desertificazione sacrale del paganesimo si definisce da una disaffezione delle masse popolare che si rifugiano in un nichilismo funzionale.

 

“Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatti allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e né rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato””

 

Questo nichilismo poteva essere combattuto solo con una “nuova etica” per così dire “proletaria” che definisse l’individuo in maniera egualitaria. Proprio in questo senso l’entrata di Gesù a Gerusalemme su un asino schernisce il rituale secolare del trionfo romano e la mimica sacra pagana che ne consegue.

 

“Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei

 

rami di palme e uscì incontro a lui gridando:

 

Osanna!

 

Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!

 

Gesù trovato un asinello, vi montò sopra, come stà scritto:

 

Non temere figlia di Sion!

 

Ecco, il tuo re viene,

 

seduto sopra un puledro d’asina”

 

Vediamo, quindi, come dalla sacralità si produca la laicità e viceversa essendo entrambe compenetrazioni di esperienze umane, psichiche e sociali. Ma tanto non basta. Molte domande si possono addurre: La sacralità può essere definita in un qual modo? Esistono campi in cui predomina l’elemento teogonico? Seppur noi oggi concepiamo l’inconscio collettivo come prescrivibile ad una ben determinata esperienza cognitiva non cogliamo comunque appieno la fenomenologia che supporta il nostro discorso. Non diciamo innanzitutto che le idee successivamente rimosse dalla coscienza vanno a colmare “costanti o variabili irrazionali” che siano esse sotto forma di impulsi psichici o di agenti esterni. Con il termine di agenti esterni cerchiamo di presuppore il fatto, abbastanza verosimile, che in principio per l’uomo tutto il ciclo della natura sottostava a forme irrazionali. Proprio per questa sua capacità di sottrarsi ad ogni regola razionale queste forme sono state progressivamente cancellate dalla psiche cosciente per rimanere latenti a livello inconscio. Quindi la sacralità nasce dal tentativo psichico di ottemperare a stimoli irrazionali; considerando sotto questo punto di vista anche l’orrore prodotto dalla tendenza sessuale incestuosa. Apparentemente l’inconscio collettivo sembra costellato da engrammi indistinti ed è quindi necessariamente non autosufficiente. Il continuo rapportarsi con la fantasia, che sembra tendere tra la soglia cosciente e l’inconscio, ne determina le forme nell’esperienza sensibile. Paradossalmente la prima “religione laica” che ci è tramandata a livello letterario sono le opere favolistiche di Esopo. La cornice fantastica non soggiace qui a forme inconscie ma si mantiene essenzialmente razionale e pragmatica. Il tentativo esopeo è quello di dare un morale, un etica comportamentale, o di costruire degli aforismi esemplari e non quello di codificare elementi aprioristici. Se prendiamo in esame per esempio questa favola:

 

 

”                                                                         Il cigno e l’oca

 

Un uomo dovizioso allevava insieme un oca e un cigno, non però per il medesimo fine, ma questo per il suo canto e quell’altra in vista della tavola. Quando venne il momento che l’oca doveva subire la sorte per la quale era stata allevata, era di notte, e l’ora non permise di distinguere l’uno dall’altro i due animali. Ed ecco che il cigno, portato via al posto dell’oca, intona un canto, preludio della sua fine, e col canto rivela la sua natura ed evita la morte grazie a tale melodia.

 

La favola dimostra che spesso la musica determina un rinvio della morte. ”

 

D’altronde probabilmente esistono engrammi psichici di cui disconosciamo la natura ma che vengono tramandati in maniera diretta da individuo ad individuo. Sono perfettamente d’accordo con la definizione postulata dallo scrittore sull’origine della specia anche se riservo molte perplessità nell’ambito sessuale. Egli scrive:

 

“Io considero che tutte le specie di uno stesso genere discendono dallo stesso progenitore, così come è certo che i due sessi di una stessa specie abbiano una discedenza comune.”

 

In proposito vorrei porre sotto analisi le leggi universali che formano il basamento dell’ “origine della specie”. Darwin scrive:

 

“Si ammette generalmente cche tutti gli organismi si sono formati in seguito a due leggi: unità del tipo e condizioni di esistenza. Con unità del tipo si intende quella fondamentale affinità strutturale che osserviamo negli organismo appartenenti ad una stessa classe e che è del tutto indipendente dalle abitudini di vita. Secondo la mia teoria, l’unità del tipo si spiega con l’unità di origine. L’espressione delle condizioni di esistenza … è pienamente compresa dal principio della selezione naturale. Infatti la selezione naturale opera adattando le varie parti di ciascun vivente alle sue condizione di vita organiche e inorganiche, oppure avendole adattate in epoche molto remote. in qualche caso gli adattamenti sono facilitati dall’uso e dal disuso, mentre subiscono scarsamente l’azione diretta delle condizioni esterne di vita e, in tutti i casi, sono soggette alle diverse leggi dello sviluppo. Dunque la legge delle condizioni di esistenza è effettivamente la legge più importante, in quanto abbraccia, attraverso l’ereditarità degli adattamenti precedenti, quella dell’unità di tipo.”

 

Questa definizione sostanzialmente vera è innestata però su un contesto elementi fisiognimi e organici del tutto ausiliari e che ci interessano relativamente. L’ unità di tipo che noi riscontriamo, che caratterizza l’uomo come classe assestante, è il prodotto di un mutamento del tutto particolare che non ha alcun collegamento con un’impianto fisiognomico. Il cambiamento in questione pressuppone acquisizioni di forme prettamente psichiche. Ma non sono esse stesse caratteristiche primordiali o almeno non lo sono totalmente. L’inorganici dagli agenti agresti, per esempio, presuppone il fatto che sia avvenuto un’evoluzione del Super Io che permetta acquisizione embrionali di pratiche di civilizzazione. In caso contrario si dovrebbe vedere negli animali un principio di autodeterminazione e di individualismo speculativo che potrebbe essere ipotizzato ma rimarrebbe del tutto indimostrabile. Ebbene anche per i procedimenti definiti e relegati dalla nostra tesi come l’esperienza sensibile del sacro sono eziologie che presuppongo una minima cognizione astratta ed una minima razionalizzazione morfologico-semantica verosimilmente quasi del tutto estranea ad una fiera. Se per la prima l’impulso irrazionale potrebbe essere acquisito da un animale e relegato nell’incoscio, per la seconda non esiste nessuna possibilità perchè presuppone uno stato di civilizzazione molto avanzato. Considerato sotto questo punto di vista le condizioni dell’esistenza espresse da Darwin tralasciano di includere in queste il comparto psichico che presuppone l’approcciarsi al materiale. Se un mutamento fisiognomico prima e sociologico dopo è un fattore naturale dell’evoluzionismo che lo stesso sia totalmente applicabile alla mente è parzialmente confutabile. Ancora oggi siamo soggetti agli engrammi inconsci che agiscono veicolando le reazioni psichiche e che soggiaciono in pratiche, rituali, religioni e fiabe che le mantengono inalterate dopo migliaia di anni. Ciò dimostra, come abbiamo visto, che esistono costanti che non sono soggette ad alcuna modifica temporale. Alcune domande a questo punto sono obbligatorie: “Sembra effettivamente che l’inconscio collettivo abbia avuto un termine definitivo delle acquisizioni. A che cose è dovuta questa cesura?” Essenzialmente penso che la reintroduzione in canoni razionali degli agenti esterni abbia lasciato

 

forme per così dire “private” o “individuali” di acquisizioni irrazionali. Gli impulsi estranei alla ragione non interessano più la collettività ma nascono dalla radice intima della persona e vengono probabilmente trasmesse in maniera differenziata e mai generalizzata. Si può suppore che siano anch’esse delle costanti ma non si può nella maniera più assoluta definirne l’origine.

 

 

  1. Appendice. Il lavoro onirico.

 

 

  1. Miti di Creazione

 

 

Sogno 1.

 

  • serpente-fiore: Sto a sedere in un prato, il panorama è molto bello, sereno, piacevole, soprattutto non ci sono case, né figure umane; c’è una pace meravigliosa; ad un tratto guardo a sinistra e sul prato vedo spuntare una bellissima rosa rossa; mi alzo per andare a coglierla; faccio l’atto di prenderla e vedo che attorno al suo stelo c’è un serpente tutto verde, che allunga la testa da dentro il calice della rosa; scappo impaurita.

 

Situazione personale: Donna anni 23 nubile; frigidità di conversione; spunti fobici, depressione reattiva; grande inconscio

 

materno che tiene incapsulato l’animus; neurosi fobica-depressiva.

 

Sogno 7.

 

Il tesoro nel mare e il giardino. Nel mare c’è un tesoro. Per raggiungerlo, bisogna immergersi passando per una stretta apertura. è pericoloso, ma in basso si troverà un compagno. Il sognatore rischia il salto nel buio e scopre lì sotto un bel giardino dal disegno regolare, con una fontana zampillante in mezzo.

 

  1. L’archetipo uterino.

 

 

Sogno 2.

 

La sconosciuta oscura. Quattro bambini portano un grande anello scuro. Camminano in cerchio. Appare la sconosciuta “oscura” e dice che tornerà perchè ora è la festa del solstizio.

 

Sogno 3.

 

La figura femminile velata. Una figura femminile velata è seduta su una scala

 

Sogno 4.

 

La donna velata. La donna velata scopre il volto. Esso riluce come il Sole.

 

Sogno 5.

 

La donna sconosciuta. Nel paese delle pecore c’è la donna sconosciuta che indica la via.

 

Sogno 6.

 

La madre versa dell’acqua. La madre versa dell’acqua da un bacile all’altro. Quest’azione viene eseguita


con grande solennità; essa ha infatti un’importanza estrema per l’ambiente del sognatore. Successivamente viene ripudiato dal padre.

 

 

 

Il sogno è sviluppato come se il sognatore avesse stralciato una prescrizione tabù per la qual cosa appare l’acqua per le lustrazioni e in seguito viene isolato, “ripudiato dal padre”.

 

Sogno 7.

 

La donna sul globo. Un globo; su questo sta la donna sconosciuta e adora il Sole.

 

 

Sogno 8.

 

La donna che insegue. Una donna sconosciuta insegue il sognatore. Egli corre sempre in cerchio.

 

 

Sogno 9.

 

La “donna – bambola”. Sulla Peterhofstatt di Zurigo si trovano il sognatore, il medico, un’uomo con il pizzo e la “donna – bambola”. Quest’ultima è una donna sconosciuta, che non parla, e alla quale non si parla. Dubbi a chi dei tre appartenga la donna

 

Sogno 10.

 

L’aeroplano e la donna sconosciuta. Il sognatore, il medico, un pilota e la donna sconosciuta stanno volando in aeroplano. Improvvisamente una palla da croquet frantuma lo specchio, che è indispensabile strumento per la navigazione, e l’aeroplano precipita. Anche qui nuovi dubbi riguardo a chi appartenga la sconosciuta.

 

Sogno 11.

 

La ragazza sull’autobus. Il sognatore sale sull’autobus insieme ad altri conoscenti. Arriva una ragazza bionda che è succube di uno scherno collettivo. Questa donna sconosciuta prova a salire sul mezzo ma non dalle consuete portiere ma attraversa con una mano il telaio del fondo dell’autobus come un fantasma. Il sognatore l’aiuta a salire tra lo scherno collettivo.

 

Sogno 12.

 

Una ragazza che piangeva. Una ragazza conosciuta che piangeva seduta ad un tavolo.

 

  1. La montagna e l’acqua

 

Sogno 3.

 

La montagna e il lago. “Si trovava sul versante di una montagna, sotto la quale giaceva una valle profonda che conteneva un lago oscuro. Egli sapeva, in sogno, che qualche cosa lo aveva trattenuto dall’avvicinarsi al lago, ma quella volta decise di raggiungerlo. Mentre si avvicinava alla riva, l’atmosfera si fece buia e tetra e un soffio di vento guizzò dallo specchio dell’acqua. Allora, preso dal panico, egli si svegliò”

 

Sogno 4.

 

L’uomo e la donna in nero. “Un paziente sogna di essere in un deserto e di scorgere, in cima a un picco, un uomo in nero che si copre il volto con le mani. A un tratto l’uomo in nero avanza verso il precipizio: una donna, pure in nero, appare e tenta di trattenerlo. Ma l’uomo precipita, trascinando con sé la donna. Il sognatore si desta con un grido d’angoscia.”

 

Sogno 5.

 

Monaci tibetani galleggianti. In una bella foresta di pini, monaci tibetani galleggiano nell’aria con una specie di paracadute rigido attaccato alla schiena. Si tengono su con l’energia sviluppata da fiori che bruciano. Per partire ciascuno sceglie dal campo un fiore, che gli piace particolarmente, che « fa » per lui, e


lo accende da uno dei numerosi fiori del campo, che risultano perennemente brucianti. A loro piace galleggiare tra i pini, ne sulla terra, ne nel cielo, ma fra questi due, come le api. Un monaco, vecchio, cerca a lungo un fiore che gli piaccia. Trova uno che va quasi bene, ma ripensandoci non lo prende. Poi trova quello che va davvero bene per lui. Per trovarlo però si è un po’ allontanato dal campo e non ci sono più fiori brucianti per accenderlo. Arriva ad una villa moderna, dove abitano i sigg. Mi. Li incontra fuori casa e prende dal Sig. Mi. il suo accendino, che è un Dunn il d’oro. Con questo potrà accendere il suo fiore. Tutta la famiglia gli cammina accanto, supplicandolo di non andare via; è tardi e fa freddo là, dove lui vuole andare. « È vero — dice il vecchio monaco — ma io ho un biscotto di semi di sesamo, che servirà per sostentarmi. Ho anche una bottiglietta di whisky»; e i figli di Mi. sembrano credere che sarà piuttosto quello a proteggerlo dal freddo, lo invece penso che la porta soltanto per dar loro l’immagine del « nonno che va a bere ». Infatti questo piccolo inganno funziona abbastanza bene; adesso lo supplicano soltanto di non portare il biscotto di sesamo. « Non ti aiuterà per nulla » gli dicono. « Va bene » dice il vecchio « non lo sto portando » e lo passa a me di nascosto, facendo capire che debbo ridarglielo, quando partiamo. Lo supplicano sempre, ma ora non ascolta più. Adesso vedo dove andrà quando accenderà il suo fiore: verso la sorgente di un grande fiume, largo e forte, illuminato dalla luce della luna, in mezzo ad una foresta di pini; li troverà il suo destino, e quando sarà stanco, si stenderà sulla riva del fiume e morirà ».

 

 

Sogno 6.

 

Sulla riva del mare. Il mare irrompe sulla terra, sommergendo tutto. Poi il sognatore si trova seduto su un’isola deserta.

 

 

 

Sogno 8.

 

L’acqua speciale. Il sognatore si reca con il padre in una farmacia. dove si possono avere cose preziose a buon mercato, principalmente un acqua speciale. Il padre gli racconta del paese dal quale l’acqua proviene. Poi il sognatore attraversa in treno il Rubicone.

 

Sogno 9.

 

Quattro persone e il fiume. Quattro persone discendono lungo un fiume: il sognatore, il padre, un certo amico e la donna conosciuta.

 

  1. Il culto ancestrale Sogno 6.

 

Il lupo, l’orso e il rettile primordiale. « Sono presente a una « soirée » che trovo particolarmente noiosa. Passo nella stanza vicina. Vedo in un angolo due ninnoli rappresentanti degli animali, con i quali mi metto a giocare. Uno di questi animali è un orso della grandezza comune d’un orso di « peluche », l’altro è un lupo. La taglia del lupo è pressappoco quattro volte inferiore a quella dell’orso, e i suoi piedi sono forniti di unghie aguzze. Mi viene in mente che queste unghie fanno di lui qualche cosa di assai vivo e nello stesso tempo di molto pericoloso, di modo che bisognerebbe prenderlo fermamente per la pelle del collo. È ciò che faccio per impedirgli di volgersi e di graffiarmi. Poi permetto al lupo di graffiare il pelo dell’orso, dicendo a quest’ultimo di non aver paura, perché io baderò a che il lupo non gli faccia del male. Tuffa un tratto il lupo sfugge dalla mia mano. Esso si mette in salvo fuori della stanza, poi fuori della casa, e io so che, una volta fuori, crescerà prestissimo e diventerà un animale enorme e pericoloso. Qualcuno mi dice che io mi accingo a fare l’esperienza del rettile primordiale, del serpente gigante che circonda il mondo, o, come si potrebbe anche dire, del drago avversario dell’uomo »


Sogno 7.

 

La casa del Raccoglimento. Giungo a una casa particolarmente solenne, la “casa del raccoglimento”. Sullo sfondo ardono molte candele disposte secondo un ordine particolare, con le quattro punte convergenti verso l’alto. Dinanzi alla porta, un vecchio. Entra gente. Nessuno parla: tutti sono immobili per concentrarsi in un intimo raccoglimento. Il vecchio davanti alla porta dice ai visitatori: “Quando escono sono puri”. Ora io stesso entro nella casa e posso concentrarmi in perfetto raccoglimento. Allora una voce dice: “Ciò che stai facendo è pericoloso!” La religione non è una tassa che devi pagare per fare a meno dell’immagine della donna, perchè di quest’immagine non si può fare a meno. Guai a coloro che usano la religione come surrogato di un’altro aspetto della vita dell’anima; sono in errore e saranno maledetti. La religione non è un surrogato, bensì il coronamento ultimo di ogni attività dell’anima. La tua religione deve nascere dalla pienezza della vita, soltanto allora sarai beato”. Insieme all’ultima frase, pronunciata a voce particolarmente alta, odo una musica lontana; semplici accordi di un organo. Qualcosa in essi ricorda il motivo dell’Incantesimo del fuoco di Wagner. Uscendo ora dalla casa vedo una montagna in fiamme e sento che “un fuoco che non si può estinguere è un fuoco sacro.”

 

La prima fase di strutturazione del sogno sviluppa l’idea trasfigurata della casa dell’antenato già proposta in questi scritti. L’assurgere alla purezza connota il trattamento del tabù come nel caso della statua di culto nell’antico egitto. Il resto del lavoro onirico rappresenta gli archetipi usuali, acqua, montagna, fuoco.

 

Sogno 8.

 

La chiesa del Signore. Tutte le case hanno qualcosa di scenico, di teatrale, quinte e fondali: viene fatto il nome di “Bernard Shaw”. La commedia si svolgerà in un lontano futuro. Su una quinta è scritto in inglese e in tedesco:

 

“Questa è la chiesa cattolica universale.”

 

“è la chiesa del Signore.          

“Tutti coloro che sentono di essere strumento di Dio, entrino.”

E sotto, in carattere più piccoli: “La chiesa è stata fondata da Gesù e da Paolo”, qusi si volesse vantare una

 

ditta di antica data. Dico al mio amico: “Vieni diamo un’occhiata.” Risponde: “Non riesco a capire perchè la gente quando ha sentimenti religiosi debba raccogliersi in massa.” Gli rispondo: “Come protestante non lo comprenderai mai.”. Una donna mi approva vivamente

 

Sogno 8.

 

 

  • serpente guida: Insieme a mia madre sono per un viottolo di campagna — la madre è a sinistra — sono come adirato con lei; il viottolo diventa un sentiero sempre più stretto, che sale ripidamente verso un monte brullo: mia madre mi dice

 

di procedere per primo; alla prima curva a sinistra del sentiero mi volto; mia madre non c’è più, c’è un grosso serpente

che mi segue: ho una paura folle, però non riesco a scappare, anzi rimango come impietrito; allora il serpente mi supera

 

e prende il primo posto ed io sono costretto a seguirlo, però ora ho meno paura.

 

Situazione personale: Adolescente maschio anni 14; estroverso; orientamento omosessuale; dipendenza dalla madre autoritaria e leader della famiglia, opposizione al padre (troppo debole e sottomesso alla madre).


 

A Lanuvio nel tempio di Giunone Sospita (come del resto anche a Delfi) ogni anno aveva luogo il rito ordalico del serpente sacro alla dea, che era custodito in una caverna vicino al santuario. Una giovinetta doveva offrire il pasto al serpente e, da come l’animale gradiva il cibo, se ne traeva la certezza sulla


verginità della fanciulla e sulla fertilità dell’annata.

 

 

 

Sogno 9.

 

 

  • serpente affascinatore: Vedevo la mia casa bruciare e tra le fiamme uscivano fuori tanti serpi; uno di essi, il più grande di tutti, appena messosi in salvo, si attorcigliava attorno al tronco di un grande albero altissimo e si metteva a guardarmi fissamente; era come se mi ipnotizzasse, ero attratta sempre più forte e alla fine senza quasi accorgermene mi trovavo proprio di fronte all’albero; quando il serpente schiudeva la bocca come per inghiottirmi, la mia paura era tanto

 

grande e riuscivo a scappare; allora sentivo il serpente che diceva: sono cattivo soltanto quando scappi. Mi sono svegliata con tantissima paura.

 

Situazione personale: Adolescente femmina anni 12; estroversa; pseudo-anoressia psicogena; grave identificazione secondaria

 

con la madre iperansiosa e iperprotettiva; sintomatologia successiva alla morte del padre; rapporto padre-madre con opposizione tipologica.

 

 

Sogno 10.

 

 

  • serpente custode: Ero nel mio letto quando ad un tratto è venuto un serpente buono di tanti colori; subito ho avuto tanta paura, ma poi il serpente ha circondato il mio letto ed io ho sentito un gran sonno; così mi sono addormentato contento.

 

Situazione personale: Bambino di cinque anni e mezzo che soffriva di enuresi notturna; estroverso; difficoltà affettive

 

fra i genitori e specifiche difficoltà nella relazione bambinomadre.

 

 

 

Sogno 11.

 

  • serpente che imprigiona: Mi trovo nel mio banco a scuola, un piccolo serpente spunta di sotto il pavimento; io rimango paralizzato e lui mi sale sulla gamba destra e piano piano

si fa sempre più grande e più pauroso e mi avvolge completamente in tutto il corpo; vorrei urlare ma non posso; la professoressa non si accorge di niente; sono tutto bloccato, solo

 

la faccia è libera e allora faccio le mie smorfie (tics); mi risveglio e posso finalmente chiamare la mamma.

 

Situazione personale: Adolescente maschio di 11 anni; introverso, orfano di padre; madre autoritaria ed impositiva; distacco sociale.


Sogno 12.

 

  • serpente terapeutico: Sono in auto con G. — donna con cui ho una relazione extra-matrimoniale —; stiamo cercando

un bel posto dove fermarci per fare all’amore; vedo in lontananza un piccolo bosco, la strada ci deve passare vicina;

infatti subito dopo ci arriviamo e scendiamo dalla macchina. Mi metto a sedere ed invito G. a fare lo stesso; all’improvviso comincia a piovere, G. di corsa rientra in macchina, io

invece rimango a prendermi l’acqua, che mi da un certo piacere; quasi contemporaneamente dalla strada, ma dalla direzione opposta a quella da cui siamo venuti noi, arriva un

 

vecchio « barbone » zoppicante, con un bastone tutto nodoso e sinuoso; quando mi vede, esce di strada e mi si avvicina; mi sorride con comprensione e benevolenza, poi mi addita allungando il suo bastone, che così facendo si trasforma in un serpente bianco e nero. Il serpente con movimento vorticoso mi avviluppa dai piedi alla testa e subito dopo scompare; con lui è scomparso anche il vecchio, senza che io abbia avuto neanche il tempo di aver paura. Sono come stranito,

 

mi sento diverso, come guarito, ma non so di quale malattia; torno infine alla macchina e dentro trovo una donna

 

tutta nuda, bionda, è come il mio ideale di donna; ci faccio all’amore con enorme trasporto.

 

Situazione personale: Uomo di anni 38, sposato; ipertrofia estroversiva; gravi difficoltà nel rapporto con la donna; dissociazione ancora permanente fra « donna negativa » e « donna

 

positiva»; con quest’ultima, moglie inclusa, presenta impotenza sessuale; neurosi isterica

 

Come spesso Marc Bloch ha riportato sin dal XI secolo i re di Francia guarivano dalla scrofolosi ma che il primo ad assumere ufficialmente questa virtù, oltre alla santità, fu Luigi IX. In Inghilterra Enrico III è stato il primo a beneficiare pienamente della taumatirgia. Questo potere taumaturgico che si riannoda all’immagine del Cristo medico – miracolistico si incontra sotto forme diverse. In Castiglia, ad esempio, il re ha avuto talvolta il potere di guarire i posseduti dal demonio, è un re esorcista. Scrive Sir James Frazer: “si crede che, nelle isole del Pacifico e altrove,, certu re vivano in un’atmosfera carica di una specie elettricità spirituale, la quale pur folgorando gli indiscreti che penetrano nel suo cerchio magico, possiede egualmente per un felice compenso, il privilegio di rendere la salute con il semplice contatto. La scrofola ricevette verosimilmente il nome del male del re, poichè si credeva il tocco del re suscettibile sia a darla, come a guarirla. I re di Francia e di Inghilterra hanno potuto diventare medici dacchè erano già da tempo personaggi sacri: Sanctus enim et christus domini est”. I re erano dunque assorbiti alla figura di Cristo, difesi contro i malvagi dal precetto divino, perché Dio stesso disse: “Non toccare il mio Cristo”. Nel 787 il Concilio di Chalsea ricordava, nei confronti del re, questo comandamento. Da molta gente i sacerdoti carichi di effluvi sacri, erano considerati una specie di maghi, e come tali ora venerati ora odiati. Nel regno di Danimarca, nel secolo XI, erano ritenuti responsabili delle intermperie e dei contagi allo stesso titolo delle streghe, e, all’occorrenza, li si perseguitava come artefici di tali mali, così aspramente che Gregorio VII dotte protestare. In Inghilterra sotto i Plantageneti il cerimoniale del “Buon Venerdì”, con l’adorazione della croce da parte del re, si arricchì di un rituale singolare. Non appena terminate le prosternazioni, il monarca inglese, accostandosi all’altare vi deponeva l’offerta di una certa quantità di oro e di argento, sotto forma di belle monete, fiorini, nobili o sterlene; poi le riprendeva, le riscattava come si diceva, mettendo al loro posto una somma equivalente in monete qualsiasi e, con i metalli preziosi donati per un momento donati e poi subito recuperati, faceva fabbricare degli anelli. Questi anelli erano considerati capaci di guarire da certe malattie. Le malattie in questione sono gli spasmi muscolari e l’epilessia. Proprio per questo prenderanno il nome di cramp- rings, anelli contro il crampo.

 

 

 

 

Sogno 14.

 

 

Metamorfosi della Tartaruga. La nostra tartaruga maschio cammina verso il muro della stanza, però cammina assai più velocemente del normale. Arrivata al muro, vedo che sta cambiando, che sta facendo una metamorfosi… è diventata un bell’uccello tropicale, di colori molto vivaci. Adesso anche la tartaruga femmina diventa un uccello, di colore e forma un po’ diversi dall’altro, ma abbastanza simili. Vengono a stare sulla mia mano e mi guardano interessati. La tartaruga maschio, Alessandro, lascia la mia mano e diventa di nuovo una tartaruga, ma di tipo diverso: è verde molto scuro e ricco… è molto liscio… il guscio è più elastico. Ha sempre la forma della tartaruga; ma la sostanza di cui è fatto sembra quasi quella della rana, però un po’ più dura. Non è brutto per niente, anzi è molto bello cosf. Lo tocco e vedo che il guscio è molto piatto al confronto di prima. Lo associo con il mare. Lo guardo molto attentamente e so che in lui è una potenza, una fluidità, un etere vivo spettacolare e molto elementare. So che in questo momento egli sta compiendo una metamorfosi e chs fra qualche istante sarà un’altra creatura. Sono affascinato da questo awenimento e sto aspettando il suo esito »

 

Ricordo la saga del totem presso i Moicani è la consueta assimilazione con l’antenato. Anche il mare è un particolare caratteristico del processo di apoteosi.

 

  1. Cosmogonia

 

Sogno 15.

 

  • serpente solare ed il serpente lunare: Mi rendo conto che sto sognando, c’è come un pensiero nel sogno che mi avverte

 

di questo, cioè che si inizia il sogno e che si tratta del « mio sogno ». Vedo il cielo tutto stellato, la luna sta impallidendo, le prime luci dell’aurora avvertono del sorgere del sole. Infatti comincia a sorgere all’orizzonte sulla destra, vedo che la sua ascesa è molto rapida. Raggiunge molto presto lo zenith e vi si ferma; posso contemplarlo senza fastidio alcuno; la corona raggiata di luci del sole si presenta come sinuosa, vermiforme. Continuando a guardarlo fissamente, vedo che dentro al sole ci sono due serpenti uno nero ed uno bianco strettamente avvinghiati, come in un abbraccio supremo. Sento il solito pensiero di prima che mi avverte che si tratta della coppia del serpente solare e del serpente lunare. Mi sveglio con uno stato d’animo di grande emozione e piango e poi mi viene da pregare.

 

Situazione personale: Uomo di 45 anni, estroverso; sposato; residui di dipendenza dalle figure genitoriali, notevoli interessi religiosi emersi nel processo analitico.

 

Presso gli antichi la relazione serpente-luna si estende al rapporto luna-mestrui, ed in Germania, in Francia ed altrove, le donne, nel periodo mestruale, temono che un serpente entri loro in bocca nei sonno e le ingravidi. Negli ambienti rabbinici, si crede che le mestruazioni dipendano dalle relazioni di Eva col serpente del Paradiso Terrestre. D’altro canto bisogna qui notare l’inversione che si produce in favore del re medievale dell’antica concezione della malattia regia, il morbus regius, che sia l’ittero che la lebbra, inversione che in qualche modo fa del re non la vittima ma il guaritore di particolari malattie. Il serpente presso tutti i popoli è legato alla simbologia della luna e delle acque; In India le donne che desiderano un figlio adorano il cobra, ed i due serpenti intrecciati sono simbolo di fertilità. In Grecia le donne chiedevano un figlio nel tempio di Esculapio ad Epidauro; e si dice che la madre di Augusto lo concepisse dall’ amplesso con un serpente nel

 

tempio di Apollo.

 

Colorimetria.

 

Sogno 16.

 

Il fiore azzurro. Dopo un lungo vagabondare, il sognatore trova sulla sua strada un fiore azzurro.

 

 

Sogno 13.

 

  • serpente nero ed il serpente bianco: Sono in giardino ed un grosso serpente nero viene dalla porta di casa, e vuole prendermi; io scappo con grande paura; all’improvviso, prò-prio quando sento di non farcela più, un serpente tutto bianco piove dal cielo ed affronta lui il serpente nero.

 

Situazione personale: Bambina anni sette; estroversa; carenza affettiva oggettiva nel rapporto con la madre; nevrosi isterica

 

 

Sogno 18.

 

La trasformazione del teschio. Un teschio. Il sognatore vuole allontanarlo con il piede, ma non ci riesce.

 

Il teschio si trasforma gradatamente in una sfera rossa, poi in una testa di donna che emana luce.

 

 

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