Blog – “Spazio Mondo”

Corbyn: “Basta col neoliberismo. Oggi il centro si è spostato: e lì c’è il mio Labour”

Nel discorso a chiusura dell’annuale congresso laburista, il leader del centrosinistra britannico promette un “socialismo per il ventunesimo secolo”. E alla fine tutti cantano ‘Bandiera Rossa’ col pugno chiuso

dal nostro inviato ENRICO FRANCESCHINI


attentati in Afghanistan

fuoco incrociato contro gli inermi

Nella sua lunga storia Kabul, capitale dell’Afghanistan, è stata spesso attraversata e offesa da eserciti e guerre, ma mai i suoi abitanti hanno sofferto come negli ultimi quarant’anni. Kabul, dove vivono oltre 3 milioni di persone, sabato 27 è stata colpita da un attentato feroce e vile, subito rivendicato dai talebani. Uno di loro ha condotto un’auto imbottita di esplosivo nel quartiere delle ambasciate e degli edifici governativi provocando un massacro: quasi cento vittime, il doppio di feriti. Come mezzo di trasporto, i vigliacchi assassini hanno utilizzato un’auto ambulanza; per camuffarsi, certo, ma così anche moltiplicando l’effetto terrorizzante sulle persone comuni. Una settimana prima, sempre nella capitale, i talebani avevano fatto esplodere un altro ordigno nei pressi dell’Intercontinental Hotel provocando 20 morti. Il 24 gennaio a Jalalabad, un commando ha assalito la sede della Ong Save the Children: anche qui morti e feriti; questa volta l’azione è stata però rivendicata dall’Isis.
Nel 2001, all’indomani degli attentati di New York, il governo degli Stati uniti d’America ha proclamato la guerra totale al terrorismo invadendo l’Afghanistan con una poderosa coalizione internazionale comprendente l’Italia. Tra alterne e sanguinose vicende belliche, gli eserciti stranieri hanno cacciato da Kabul il potere ferocemente patriarcale dei talebani; per farlo, hanno a loro volta seminato morte e distruzione in tutto il paese, imponendo un governo corrotto e quasi altrettanto oppressivo. Sembrerebbe che l’obiettivo dell’attentato di sabato fosse la sede dell’Alto Consiglio per la pace, incaricato dei negoziati (ora fermi) tra governo e talebani. Insomma, fanno politica con le bombe. In questo pessimo quadro, negli ultimi anni si sono inseriti anche gli assassini dell’Isis.
Su un piano, senza alcun dubbio, le bande assassine locali e gli eserciti internazionali guidati dagli Usa non rappresentano in alcun modo una alternativa: nel loro disprezzo per la vita umana, sacrificabile ai propri obbiettivi. Soprattutto la vita delle donne e dei bambini.


Germania, c’è l’accordo per la Grande coalizione. Via al ‘Merkel IV’

Secondo la stampa tedesca sono stati già decisi anche i dicasteri. Ultimo passo sarà il referendum tra gli iscritti  socialdemocratici

Berlino, 7 febbraio 2018 – Non che sia una notizia inaspettata, ma pare proprio che alla fine la Germania sarà guidata dalla Grande coalizione, a quasi cinque mesi dal voto di settembre. Dopo la maratona di colloqui notturni, il partito della cancelliera Angela Merkel e quello di Martin Schulz hanno trovato l’intesa per un nuovo governo di Grande coalizione. Dunque le ultime divergenze che erano rimaste siano state appianate. Esse riguardavano la distribuzione degli incarichi ministeriali, la riforma della sanità e i contratti di lavoro a tempo determinato

L’ultima maratona negoziale è durata quasi 24 ore. Cdu, Csu e Spd – secondo le informazioni raccolte da Bild – hanno trovato un’intesa anche sull’assegnazione dei ministeri all’interno della compagine di governo. Ma per vedere la luce, il governo tedesco “Merkel IV” deve superare ancora un ostacolo: i vertici socialdemocratici si sono impegnati con la base a sottoporre l’accordo di Grande Coalizione al voto degli iscritti. Il risultato arriverà con tutta probabilità il 4 marzo.

Dopo le indiscrezioni di stampa, la prima conferma arriva verso mezzogiorno:  Il ministro cristiano-democratico Peter Altmaier è uscito dalla Konrad-Adenauer-Haus e ha detto ai giornalisti in attesa all’esterno: “E’ una buona giornata per la Germania”. “Abbiamo un accordo di coalizione che farà molte cose positive per molti cittadini – ha aggiunto – E ora vogliamo fare una doccia, perché abbiamo sostenuto negoziati lunghi e difficili nelle ultime ore”

I MINISTERI –  Secondo Der Spiegel alla Spd andrà la guida dei ministeri delle Finanze, degli Esteri e del Lavoro. In particolare secondo la Bild, il leader dei socialdemocratici Martin Schulz sarà il nuovo ministro degli Esteri del futuro governo. E per Der Spiegel il socialdemocratico Olaf Scholz, attualmente sindaco di Amburgo, dovrebbe diventare ministro delle Finanze, scrive la Dpa, citando fonti delle trattative.

Ancora, sempre secondo Der Spiegel l’Spd sarà incaricato anche dei ministeri di Giustizia, Famiglia e Ambiente. Il ministero dell’Interno, secondo fonti del quotidiano, sarebbe assegnato al leader dei cristiano-sociali della Baviera, Horst Seehofer. Inoltre, il partito Csu controllerebbe i ministeri di Trasporti e Sviluppo. Esponenti della Cdu sarebbero titolari dei ministeri di Difesa, Economia, Agricoltura, Salute ed Educazione.


Siria, forze di Assad arrivano ad Afrin sotto i bombardamenti turchi. A Ghouta 194 civili uccisi

Il momento della resa dei conti per Afrin si avvicina. Erdogan pronto a schierare i carri armati e iniziare l’attacco finale dell’enclave curda e promette che l’offensiva delle sue truppe non si fermerà se non dopo aver distrutto la minaccia “terrorista”. Intanto nell’ultima roccaforte nelle mani dei ribelli, la battaglia tra le forze di Bashar el-Assad e le milizie non si ferma.

In Siria il momento della resa dei conti per Afrin si avvicina a grandi passi. L’artiglieria turca sta bombardando aree dell’enclave curda al nord, dove è in transito il convoglio di “forze popolari” filo-siriane dirette verso la città, secondo quanto riferisce la tv di Stato siriana. La fonte afferma che i bombardamenti si concentrano vicino al valico di Ziyara, a sud-est di Afrin, dove stanno passando i mezzi delle milizie filo-siriane. Le notizie non sono verificabili in maniera indipendente sul terreno ma diverse fonti locali confermano che forze filo-governative siriane sono già entrate in città per contrastare l’offensiva turca.

In precedenza, l’esercito turco e le milizie locali sue alleate avevano preso il controllo di un collegamento stradale strategico tra Afrin, che assediano da oltre un mese e l’area di Azaz, già sotto il controllo delle forze filo-Ankara, assumendo di fatto il controllo di una nuova fascia di territorio al confine e bloccando una via di accesso diretto dei curdi dell’Ypg alla provincia frontaliera turca di Kilis. Lo riporta Anadolu. La notizia è stata confermata anche dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Oltre al villaggio strategico di Dayr Sawwan, da cui passa il collegamento stradale, secondo Anadolu sono stati strappati oggi ai curdi altri 8 villaggi.

Nei prossimi giorni i carri armati turchi saranno schierati attorno ad Afrin e comincerà l’attacco finale, ha annunciato Recep Tayyp Erdogan. Il presidente turco continua a usare toni aggressivi, promettendo che l’offensiva delle sue truppe non si fermerà se non dopo aver raggiuto il suo risultato, cioè spazzar via ogni minaccia “terrorista”. In questa categoria Erdogan comprende sia i jihadisti del sedicente Stato Islamico sia i miliziani curdi delle Ypg, le unità di protezione popolare che Ankara considera parenti strette del Pkk fuorilegge.

L’interrogativo è obbligato: davvero la Turchia ha intenzione di attaccare i militari siriani, impegnati a difendere i loro confini, rischiando un’escalation difficile da controllare? La risposta più facile sembra negativa, quanto meno se si ragiona sul principio che in guerra chi alza la voce in realtà non vuole alzare il tiro. E Ankara sta usando toni reboanti, al punto da intimare persino agli americani di lasciare al più presto Manbij, la prossima tappa dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”.

Ma l’“uomo forte” della Turchia sembra deciso ad andare avanti, spinto anche dal proprio riflesso nazionalista, che impone la ricerca di minacce esterne in mancanza di soluzioni politiche per i problemi interni. E nonostante gli inviti della comunità internazionale, Erdogan non intende mettere in discussione la sua linea di condotta per affrontare la spaccatura del Paese o anche solo rallentare nella repressione di ogni voce dissenziente.

L’intervento militare di Ankara sta sottoponendo a una dura prova i rapporti già sfibrati non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Russia, alleato chiave di Damasco.

In un certo senso il presidente turco è ostaggio di se stesso. Ma non del tutto diversa è la posizione di Bashar Assad, rientrato nei giochi grazie al sostegno russo: neanche lui può fare un passo indietro, accettando che siano i turchi a operare con tank e truppe di terra dentro i confini siriani. Tanto più che Damasco sembra in qualche modo rassegnata ad accettare l’esistenza del Rojava, magari concordandone in futuro il livello di autonomia. Più che adesione alle richieste dei curdi, è un approccio di realismo, legato anche alla presenza di almeno dieci basi militari americane nella zona curda, difficili da sloggiare.

Alla fine, sarà nelle sale del Cremlino che si discuterà di Afrin e Manbij. Vladimir Putin è un alleato di ferro di Assad, ma ha comunque rinsaldato l’amicizia con Erdogan: sarà lui a mediare, per evitare uno scontro diretto. Un accordo fra turchi e siriani, con la supervisione russa, potrebbe vedere sacrificati, ancora una volta, i sogni di autonomia dei curdi. Ma la presenza dei marines nel Rojava, a meno di sorprese dall’amministrazione Trump, mantiene la partita ancora aperta.

Intanto anche a Ghouta, considerata l’ultima roccaforte nelle mani dei ribelli, la battaglia non si ferma ed è salito a 98, tra cui 20 bambini e 14 donne, il bilancio delle vittime delle ultime ore dei raid aerei e di artiglieria governativi siriani sulla regione a est di Damasco, assediata dalle truppe lealiste e controllata da gruppi armati delle opposizioni. Il bilancio dell’Osservatorio siriano per i diritti umani arriva a 194 civili uccisi da domenica. E queste cifre drammatiche – sottolinea l’Osservatorio – sono destinate ad aumentare perché i feriti sono circa 470, alcuni dei quali sono in condizione critiche. Per le Nazioni Unite “non ci sono più parole” per esprimere lo sdegno dinanzi alle uccisioni e alle sofferenze dei bambini nella Ghouta orientale. “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”, afferma una dichiarazione diffusa da Geert Cappelaere, direttore regione di Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa.


offensiva turca al nord, massacri governativi al sud

L’offensiva militare lanciata in gennaio dalla Turchia contro le province settentrionali della Siria, da anni sotto il controllo curdo – operazione grottescamente chiamata “ramo d’ulivo” – sta entrando in una fase cruciale. L’artiglieria di Ankara bombarda la città di Afrin, dove nel frattempo milizie legate al regime siriano stanno affluendo per impedire il completo accerchiamento dei curdi: il rischio di un confronto militare diretto tra gli eserciti di Siria e Turchia si fa più concreto. Intanto a sud, alle porte di Damasco, il governo del macellaio Assad scatena una nuova offensiva nella regione di Ghouta est, provocando centinaia di morti tra i 400 mila civili intrappolati e ridotti allo stremo. Anche questa volta è altissimo il numero delle piccole vittime, a testimonianza della ferocia dei contendenti.

Dopo sei anni di guerre, la Siria è devastata; metà della popolazione che l’abitava è morta, in esilio, in fuga o in armi; l’altra metà cerca di vivere, nonostante le bombe e le distruzioni.

L’iniziativa militare turca voluta da Erdogan al nord evidenzia i paradossi di queste guerre incrociate. Russia e Stati uniti, Iran e Turchia, Siria e Israele, quanto rimane dell’Isis, Hezbollah libanese, le milizie foraggiate dagli Stati del Golfo: ciascuno persegue i propri progetti oppressivi alleandosi e poi combattendosi, o addirittura alleandosi in un luogo e allo stesso tempo combattendosi altrove. Ciò vale anche per le direzioni curde del Rojava; ai curdi, impegnati in una legittima lotta di autodeterminazione – oggi sotto il furioso attacco turco – tale disinvoltura non può certo giovare.

Oggi anche i piani di Putin sembrano in crisi. Non c’è progetto coerente, nelle mosse dei contendenti; solo lotta sorda per la supremazia sulle ceneri del mosaico siriano e nel sangue della rivoluzione del 2011

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